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Geopolitica

Si stanno per liberare di Joe Biden?

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L’ipotesi che scriviamo qui ci dovrebbe far tremare i polsi.

 

Joe Biden potrebbe uscire di scena. Forse perfino in modo violento.  Sarebbe ovviamente l’innesco della guerra termonucleare.

 

La voce circola in certi siti americani. Biden è in arrivo in Europa. Passerà da Bruxelles, sede UE e soprattutto sede NATO.

 

Con una mossa non comprensibilissima, sabato scorso il principale consigliere diplomatico del presidente dell’Ucraina Volodymyr Zelens’kyj ha chiesto a Biden di prolungare la visita passando Kiev: «non si dovrebbe aver paura, se si è coraggiosi» ha detto in una frase che sembra di scherno, provocazione o sfida. (forse è solo un certo tipo di alterazione, diciamo, come capita di pensare quando si vede il bipolarismo totale di Zelens’kyj che parla di accordi di pace e minaccia la Terza Guerra Mondiale nella stessa frase).

 

Il bizzarro invito nella zona di guerra arriva, per coincidenza, quando l’esercito russo fa sapere di aver ricevuto informazioni riguardo ai progetti di estremisti nazionalisti ucraini di portare un attacco false flag le installazioni militari statunitensi e occidentali a Leopoli. Lo ha riportato RT, il canale ora bannato in Occidente.

«L’ufficiale ha parlato… di atti terroristici  a Leopoli contro dipendenti e strutture delle missioni diplomatiche mantenute dagli Stati Uniti e da altre nazioni occidentali»

 

«L’ufficiale ha parlato… di atti terroristici  a Leopoli contro dipendenti e strutture delle missioni diplomatiche mantenute dagli Stati Uniti e da altre nazioni occidentali», ha affermato il portavoce del ministero della Difesa russo, il maggiore generale Igor Konashenkov.

 

Come noto, a Leopoli, culla del nazionalismo ucraino (e città appartenuta nei secoli ad austriaci e polacchi, prima che ai sovietici) si sono trasferite le ambasciate occidentali, fuggite dalla Kiev assediata dai tanki russi e martoriata da bande armate cui sono filtrate le armi distribuite indiscriminatamente dal regime Zelens’kyj

 

«Vorrei sottolineare che il regime di Kiev è pienamente consapevole dei piani nutriti dai nazionalisti, ma non sta facendo nulla per impedirli», ha aggiunto Konashenkov.

 

Un attentato contro Biden, di cui sarebbe immediatamente accusata la Russia, agirebbe da detonatore del conflitto finale contro Putin.

 

Lo scontro finale contro le ultime resistenze al Nuovo Ordine dei Secoli, un’ambizione che val bene una guerra mondiale combattute con armi atomiche.

Un attentato contro Biden, di cui sarebbe immediatamente accusata la Russia, agirebbe da detonatore del conflitto finale contro Putin

 

Pensate alla Grande Guerra: lo studente serbo Gavrilo Prinzip (con probabilità controllato da servizi stranieri) uccise un arciduca asburgico, Francesco Ferdinando. Qui ucciderebbero un presidente di una superpotenza. Non è nemmeno immaginabile il livello di ritorsione possibile.

 

Gli americani, come noto, hanno una lunga storia di presidenti assassinati, da Lincoln a Kennedy passando per i dimenticati James Garfield e William McKinley – molti di più, in effetti sono i tentati presidenticidi: Teodoro Roosvelt, Ronald Reagan, Andrew Jackson, William H. Taft, Franklin Delano Roosevelt, Harry Truman…

 

Vedere un presidente assassinato è così comune nella storia americana che hanno posto leggi draconiane che proibiscono perfino di scherzarci sopra: sul serio, nella terra della libertà d’espressione assoluta, i comici non possono fare battute sugli attentati contro l’inquilino della Casa Bianca.

 

Di solito, il presidenticidio viene perpetrato da mani americane.

 

Nonostante l’ovvia pista moscovita, nessuno oggi crede che John Kennedy sia stato ucciso da Mosca.  E nemmeno la famiglia ha mai preso sul serio l’idea, neanche a cadavere caldo: anzi, tramite un amico pittore che agì da messaggero, Jaqueline Kennedy e Robert Kennedy fecero arrivare a Kruscev una lettera in cui dicevano di sapere che dietro il tragico omicidio c’erano realtà americane. Dopo che morì anche Bob Kennedy – un presidenticidio-aborto, visto che aveva ottime possibilità di essere eletto alla Casa Bianca – il disegno per alcuni divenne ancora più chiaro. Suo figlio, Robert Kennedy jr., incolpa delle morti di suo padre e di suo zio la stessa CIA

 

Anche stavolta la volontà assassina, ancorché magari agita da mano materialmente straniera, potrebbe venire da dentro.

 

La prova potrebbe essere uno strano articolo del New York Times di questa settimana, che dichiarava qualcosa di incredibile: il famoso «laptop dall’inferno», il personal computer del figlio di Biden Hunter, è vero. Esiste. I suoi contenuti, ci fa sapere il più grande quotidiano del pianeta, sono veri.

 

Fermi un attimo: ci avevano spiegato, all’altezza delle elezioni presidenziali 2020, che era una balla, una bufala oscena inventata da Donald Trump con il suo amico Rudy Giuliani: Biden lo ripetè anche in uno dei confronti diretti con Trump. Si trattava di Russian Disinformation. Twitter censurò l’articolo del New York Post (la testata più antica degli USA, fondata da Alexander Hamilton), poi rimosse per giorni l’account stesso del giornale.

 

Si attaccarono una cinquantina di firme del mondo dell’Intelligence, tra cui Brennan e Panetta, due ex direttori della CIA… Era disinformazione russa. Il computer infernale di Hunter non esisteva. Le foto che lo ritraevano mentre si drogava, praticava perversioni indicibili, mentre andava con prostitute (o peggio) per le spie e per i padroni del discorso, dei falsi. Così come le incredibili mail che facevano pensare ad un immenso giro di danaro internazionale che passava dall’Ucraina, dalla Russia e soprattutto dalla Cina verso Hunter, che poi, dividendo la torta, faceva sapere che doveva assicurare una certa percentuale al Big Guy, che possibilmente potrebbe essere suo padre, il vicepresidente.

 

Si tratta di accuse di gravità inaudita.

 

Ci dissero che era tutto falso. Secondo alcuni, la censura di questa storia a poche settimane dal voto fu una vera turbativa del processo elettorale.

 

Ora, incredibile, ci dicono che è tutto vero.

 

I commentatori di destra fanno festa. Finalmente, almeno un argomento per cui possono perdere il bollino (peraltro inventato dalla CIA per allontanare i sospetti sul caso Kennedy…) di complottisti…

 

Noi no, non festeggiamo. Anzi, siamo terrorizzati da questa cosa.

 

Perché se una cosa del genere esce del tutto, e acquista momentum, per Biden è finita. Il presidente senile andrebbe verso un impeachment sicuro.

In pratica, hanno di colpo abbandonato Joe Biden. Avevano coperto con le menzogne più inguardabili la storia del porno pc che dimostrava la corruzione morale, sessuale ed economica del clan. Ora mollano il colpo.

 

In pratica, hanno di colpo abbandonato Joe Biden. Avevano coperto con le menzogne più inguardabili la storia del porno pc che dimostrava la corruzione morale, sessuale ed economica del clan. Ora mollano il colpo.

 

Qualcuno dice: lo fanno perché in realtà si avvicinano le elezioni, e non solo quelle di midterm che decidono i deputati. Si avvicinano pure le presidenziali. I candidati vanno definiti ora: in molti non vogliono Biden, vorrebbero che facesse un passo indietro, per fare spazio – statene certi – all’ennesima candidatura di Hillary Clinton, l’uomo del sistema più radicato nel potere costituito, nel Deep State.

 

Abbiamo un pensiero diverso. Più negativo. Biden potrebbe essere fatto fuori, per scandali o per attentati non per una questione di politica interna, ma per l’obbiettivo plurisecolare del mondo angloide: la distruzione della Russia.

 

Il programma in atto già nel Grande Gioco dell’Ottocento tra Londra e lo Zar in lotta, tra spie ed eccidi, per il controllo del Centrasia. Il conflitto continuato da Washington con la Guerra Fredda, e ora con l’espansione della NATO a pochi chilometri da Mosca.

 

Potremmo essere nel finale di partita. La miccia è accesa. Forse Joe Biden, che è per alcuni in stato di demenza senile conclamata, non è l’uomo giusto per guidare la carica, forse non è nemmeno in grado di ordinarla, vuoi perché ricattato dai cinesi, vuoi perché incapace di accettare l’idea di portare il mondo verso l’Armageddon.

 

Gli hanno fatto vincere le elezioni, regalandogli una quantità di voti mai vista nella storia (e voi dovete crederci, bestie! Se ne dubitata vi togliano i social media!), di modo da togliere di mezzo il «pacifico» (sì) e filorusso Trump. Ora si innesta un’altra fase, quella della vera violenza. La de-dollarizzazione è alle porte, lo abbiamo scritto: gli USA potrebbero ritrovarsi ad essere un Paese del Terzo Mondo dotato di atomiche; il modo in cui reagirebbero una volta realizzatolo, è la cosa più preoccupante che ci sia.

 

È in grado Joe di andare fino in fondo a questo pensiero?

 

Abbiamo scritto anche: l’unica possibilità di salvarci dall’incubo dell’atomo, potrebbe essere lo scoppio di una seconda  guerra civile americana.  Gli USA farebbero quello che hanno fatto i russi nel 1917: ritirarsi dalla guerra in corso per guardare alla rivoluzione che abbrucia in casa.

 

Sarebbe in grado Joe di prevenire questa prospettiva?

 

È in grado Joe di avere l’attenzione e la cura necessarie in questo momento di delicatezza senza fine?

 

È in grado, Joe, di fare qualsiasi cosa?

 

Insomma, qualcuno potrebbe aver mollato il Joe, il vecchio pupazzo dell’era delle carte di credito con sede in Delaware.

L’anziano presidente divenuto vittima sacrificale per aprire le danze della devastazione globale: la prospettiva è questa, ed è spaventosa

 

L’anziano presidente divenuto vittima sacrificale per aprire le danze della devastazione globale: la prospettiva è questa, ed è spaventosa.

 

Perché il Signore del Mondo vuole distruggere la Russia, ma anche gli USA, l’Europa, tutto quanto.

 

Vuole un diluvio di fiamme atomiche, e la creazione di aree di barbarie dove sui sopravvissuti comandi la Necrocultura.

 

Sì, c’è da tremare. C’è da pregare.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

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Colono ebreo armato accusato della morte di un leader palestinese in Cisgiordania

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Giovedì i procuratori israeliani hanno formalizzato l’accusa di omicidio colposo a carico del colono ebreo Yinon Levi in relazione all’uccisione a colpi d’arma da fuoco, avvenuta nel 2025 nella Cisgiordania occupata, della leader della comunità palestinese Awdah Hathaleen. Si tratta della prima incriminazione di questo genere in sette anni.

 

Hathaleen, insegnante di 31 anni, è stata uccisa il 28 luglio durante uno scontro con un gruppo di coloni che avevano introdotto escavatori nel villaggio di Umm al-Khair per livellare il terreno e realizzare un nuovo avamposto. Gli insediamenti ebraici in Cisgiordania sono considerati illegali dal diritto internazionale, poiché le Nazioni Unite li ritengono un ostacolo alla nascita di uno Stato palestinese indipendente.

 

Le immagini dell’episodio mostrano Levi mentre brandisce una pistola durante lo scontro con i residenti e apre il fuoco contro la folla. Si odono alcuni degli uomini che lo circondano gridare «Sparatemi» in inglese. Secondo l’atto d’accusa, citato da Haaretz, Levi ha esploso un colpo verso degli edifici «agendo in modo sconsiderato, consapevole della possibilità che le sue azioni potessero causare la morte di qualcuno».

 

Se dichiarato colpevole, rischia fino a 12 anni di reclusione. Levi era stato inserito nella lista degli «estremisti violenti» dall’amministrazione Biden, ma il presidente statunitense Donald Trump lo ha cancellato dalle sanzioni americane nel 2025. Resta comunque soggetto alle sanzioni dell’Unione europea.

 

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Secondo l’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem, coloni e soldati israeliani hanno ucciso almeno 1.100 palestinesi in Cisgiordania dall’inizio della guerra tra Israele e Hamas a Gaza nell’ottobre 2023.

 

L’organizzazione israeliana per i diritti umani Yesh Din evidenzia che Levi è il primo civile israeliano a essere incriminato per la morte di un palestinese in Cisgiordania dal 2019. I dati dell’associazione, riportati dai media israeliani, indicano che tra il 2005 e il 2025 oltre il 90% dei casi non ha portato ad alcuna incriminazione e soltanto il 3% si è concluso con una condanna.

 

Negli ultimi anni Israele ha intensificato l’espansione degli insediamenti, una politica sostenuta da esponenti politici tra cui il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir e il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich. Il mese scorso Smotrich ha annunciato lo stanziamento di circa 440 milioni di dollari per la creazione di 34 nuovi insediamenti, provocando la condanna delle Nazioni Unite.

 

Come riportato da Renovatio 21, pochi giorni fa coloni israeliani e soldati delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno ucciso quattro palestinesi durante un attacco a un villaggio nella Cisgiordania occupata. Una moschea è stata data alle fiamme nel villaggio palestinese di Tal.

 

Due settimane fa i coloni hanno di fatto sequestrato un deputato USA, il congressman della California Ro Kanna.

 

I coloni due mesi fa hanno incendiato la città cristiana di Taybeh. Continui attacchi dei coloni giudei terrorizzano le cittadine cristiane della Cisgiordania come Taybeh, i cui sacerdoti chiesero aiuto durante l’assedio di mesi fa. Il vescovo ausiliare del Patriarcato latino di Gerusalemme William Shomali a marzo aveva denunciato l’escalation degli attacchi terroristici dei coloni israeliani contro i cristiani.

 

L’annessione della Cisgiordaniaconsiderata come il vero premio per Israele dell’attuale crisi, è nei progetti dello Stato Ebraico da tempo. Incursioni militari si sono viste a inizio anno a seguito dell’esplosione di alcuni autobus, e poco prima erano stati effettuati raid aerei con relativa strage a Tulkarem. Due anni fa si ebbe l’episodio dei commando israeliani che entrarono in un ospedale cisgiordano travestiti da donna.

 

A febbraio 2024 ministri del gabinetto Netanyahu si trovarono ad un convegno che celebrava la colonizzazione celebrato con balli sfrenati su musica tunza-tunza.

 

In una strana umiliazione inflitta agli USA, due mesi fa il Parlamento israeliano (la Knesset) aveva votato per la «sovranità» sionista sulla Cisgiordania proprio mentre era in visita il vicepresidente americano JD Vance, che disse di sentirsi «insultato» dalla «stupida trovata». Trump ha dichiarato quindi che toglierà i fondi ad Israele qualora annettesse la Cisgiordania. Il presidente americano, contrariamente a quanto auspicato da ministri sionisti all’epoca della sua elezione, non sembra voler concedere allo Stato Giudaico l’anschluss di quella che gli israeliano chiamano «Giudea e Samaria».

 

La Knesset ha votato la proposta di legge di Ben-Gvir (che gira con una spilla a forma di cappio e festeggia il compleanno con torte sempre a tema di impiccagione) per dare la pena di morte ai «terroristi», intendendo per questi solo i palestinesi.

 

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Attacco su vasta scala Houthi contro le forze sostenute dai sauditi

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I ribelli Houthi dello Yemen hanno reso noto di aver effettuato giovedì attacchi coordinati mediante droni e missili balistici contro vari accampamenti delle forze del governo riconosciuto a livello internazionale e appoggiato dall’Arabia Saudita. L’inasprimento del conflitto interrompe quattro anni di relativa tregua nella piccola nazione araba, devastata dalla guerra civile dal 2014 e posizionata in un punto strategico per il traffico marittimo sul Mar Rosso.   Secondo quanto comunicato dal portavoce militare del gruppo, Yahya Saree, gli Houthi hanno colpito truppe, depositi e campi in tre province dello Yemen centrale e orientale dopo aver individuato un concentramento di forze sostenute dall’Arabia Saudita che si apprestavano a un’offensiva.   «L’operazione ha provocato la morte e il ferimento di centinaia di mercenari sauditi nemici», ha dichiarato, mettendo in guardia Riad dal procedere a ulteriori «escalation». Le forze governative hanno riconosciuto che alcuni dei loro soldati sono stati uccisi o feriti, senza però indicare numeri precisi. Reuters ha riportato fonti governative secondo cui almeno 30 soldati sarebbero deceduti.   Nel corso della giornata di giovedì, gli Houthi hanno effettuato attacchi nella provincia meridionale saudita di Najran, causando il ferimento di 11 civili, secondo quanto comunicato dall’esercito del Regno.  

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Le ostilità sono riprese in un contesto di crescenti tensioni interne nello Yemen, tra cui il peggioramento dell’economia, l’aumento del malcontento tribale e le conseguenze umanitarie del blocco imposto dall’Arabia Saudita nel corso dei 12 anni di guerra civile. Hanno inoltre coinciso con l’inasprimento delle tensioni regionali successive al conflitto tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran, durante il quale gli Houthi hanno espresso il proprio sostegno a Teheran.   Durante la guerra tra Israele e Hamas a Gaza, gli Houthi avevano in precedenza lanciato missili contro Israele e preso di mira imbarcazioni nel Mar Rosso, provocando attacchi aerei da parte di Stati Uniti, Regno Unito e Israele nello Yemen. Gli attacchi dei ribelli si sono interrotti in gran parte dopo che il gruppo ha raggiunto un cessate il fuoco con gli Stati Uniti nel maggio 2025.   Da mesi gli Houthi tentano di attivare voli diretti tra Sana’a, la capitale dello Yemen, e Teheran, nonostante l’opposizione del governo sostenuto dall’Arabia Saudita, che ritiene tali collegamenti una violazione dei termini della tregua.   Il 3 luglio un aereo della compagnia iraniana Mahan Air è atterrato a Sana’a per la prima volta in oltre un decennio per trasportare una delegazione Houthi ai funerali della Guida Suprema iraniana Ali Khamenei, ucciso il primo giorno degli attacchi congiunti tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran alla fine di febbraio.   Tuttavia, quando lo stesso velivolo ha tentato di rientrare il 13 luglio, le forze sostenute dall’Arabia Saudita hanno colpito la pista. Gli Houthi hanno attribuito la responsabilità a Riyadh e dichiarato terminato il cessate il fuoco. Una settimana dopo, il gruppo ha annunciato un blocco navale dell’Arabia Saudita e da allora ha rivendicato attacchi contro otto navi collegate al Regno.   La scorsa settimana la coalizione a guida saudita ha effettuato raid aerei contro postazioni militari Houthi nella provincia yemenita di Hodeidah, presentandoli come risposta agli attacchi del gruppo contro le navi mercantili. I ribelli hanno replicato colpendo gli impianti di Aramco.   Il Mar Rosso e il suo accesso meridionale, lo Stretto di Bab al-Mandeb, hanno assunto un ruolo ancora più rilevante come rotta marittima alternativa, poiché lo Stretto di Ormuzzo, che abitualmente gestisce circa un quarto del commercio marittimo di petrolio e GNL, resta in gran parte interdetto a causa del conflitto con l’Iran.   Saudi Aramco, il maggiore esportatore di petrolio al mondo, ha dirottato le spedizioni di greggio dallo Stretto ormusno il suo porto di Yanbu sul Mar Rosso, dove i carichi hanno raggiunto una media superiore ai 4 milioni di barili al giorno da giugno, oltre quattro volte il livello registrato nello stesso periodo dell’anno precedente, secondo quanto riportato dall’agenzia Reuters citando i dati di tracciamento delle petroliere.   Poiché il petrolio e i prodotti petroliferi costituiscono oltre tre quarti delle esportazioni dell’Arabia Saudita, un’interruzione di questa cruciale via di esportazione attraverso il Mar Rosso potrebbe risultare disastrosa per il Regno.

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Secondo quanto riportato la scorsa settimana dal quotidiano britannico Guardian, che cita fonti yemenite, Riad starebbe organizzando una vasta offensiva militare via mare e potenzialmente via terra. I movimenti delle truppe suggeriscono che la coalizione sostenuta dall’Arabia Saudita stia concentrando le forze per un possibile attacco al governatorato centrale di Al Bayda, controllato dagli Houthi.   Un funzionario saudita ha dichiarato giovedì sera alla CNN che il Regno si stava preparando a «molteplici attacchi coordinati» da parte degli Houthi e delle milizie irachene filo-iraniane.   L’escalation rischia ora di riaccendere un conflitto rimasto in gran parte quiescente dal 2022, quando gli Houthi e la coalizione a guida saudita avevano concordato una tregua mediata dalle Nazioni Unite dopo anni di guerra civile e un intervento militare guidato da Riyadh. In caso di una nuova offensiva di ampio respiro, il Pakistan potrebbe eventualmente prestare assistenza all’Arabia Saudita, con la quale mantiene un accordo di cooperazione militare.   Dal 2022 gli Houthi hanno consolidato le proprie posizioni difensive e incrementato la produzione nazionale di droni e missili, attività che, secondo i funzionari occidentali, ha beneficiato di un significativo supporto tecnologico iraniano.   Il mese scorso Riad ha illustrato i piani per una coalizione di difesa marittima composta da 14 nazioni, destinata a tutelare la navigazione nel Mar Rosso e nel Golfo di Aden mediante lo scambio di informazioni di intelligence, esercitazioni congiunte e operazioni navali coordinate.

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Israele effettua il più pesante bombardamento del Libano dalla tregua di giugno

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Mercoledì Israele ha attaccato diversi obiettivi nel sud del Libano in quella che è stata definita la campagna di bombardamenti più intensa dall’entrata in vigore del cessate il fuoco all’inizio di giugno. Gli attacchi si sono verificati mentre negoziatori israeliani e libanesi conducevano colloqui mediati dagli Stati Uniti a Roma.

 

Un uomo è deceduto e altri dodici sono rimasti feriti a Tibnin quando un proiettile israeliano ha colpito il tetto di una sala di preghiera all’interno di un cimitero, secondo quanto comunicato dal ministero della Salute libanese.

 

Le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno inoltre bombardato Al-Mansouri e in seguito hanno colpito Burj el-Shamali, vicino a Tiro. Le IDF hanno diramato il loro primo ordine di evacuazione dopo circa due mesi.

 

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Le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno dichiarato di aver ripreso gli attacchi in risposta a «una palese violazione» del cessate il fuoco da parte di Hezbollah, senza fornire ulteriori dettagli. Mercoledì, diverse testate giornalistiche avevano riferito la morte di due soldati israeliani a seguito di un’esplosione all’interno di un edificio minato nella città libanese di Majdal Zoun.

 

L’escalation si è verificata mentre, secondo le Nazioni Unite, oltre 820.000 libanesi sfollati a causa di raid aerei e ordini di evacuazione stavano facendo ritorno alle proprie abitazioni.

 

Il settimo round di colloqui israelo-libanesi è stato interrotto mercoledì pomeriggio su richiesta di Israele, secondo quanto riportato dal Times of Israel e da Al-Monitor.

 

Secondo i media israeliani, l’ambasciatore del Paese negli Stati Uniti, Yechiel Leiter, ha accusato la delegazione libanese di aver ripetutamente diffuso informazioni false alla stampa. I colloqui dovrebbero riprendere giovedì.

 

L’IDF ha occupato alcune zone del Libano meridionale nell’ambito di quella che definiscono una zona di sicurezza, con l’obiettivo di dissuadere Hezbollah dal lanciare razzi e colpi di mortaio oltre confine.

 

In base alla tregua del 3 giugno, Israele aveva accettato di ritirarsi progressivamente e di trasferire il controllo delle «zone pilota» all’esercito libanese, a condizione che Hezbollah non potesse più sferrare attacchi da quelle aree. Hezbollah ha respinto l’accordo definendolo «umiliante» e chiedendo il ritiro completo di Israele e rifiutando il disarmo.

 

Come riportato da Renovatio 21, un mese fa il ministro della Difesa dello Stato Giudaico Israele Katz aveva dichiarato che l’occupazione ebraica di parti Libano, Gaza e Siria sarà a tempo indeterminato.

 

Il ministro della sicurezza dello Stato Ebraico Itamar Ben-Gvir settimane fa ha dichiarato che il Libano dovrebbe essere il «parco giochi di Israele». Due mesi fa aveva, detto che «tutto il Libano deve bruciare». Pochi giorni prima Israele aveva bombardato il Paese dei cedri subito dopo l’accordo per il cessate il fuoco.

 

La violenza militare israeliana aveva toccato anche il castello di Beaufort, una fortezza costruita dai Crociati 900 anni fa nel Libano meridionale, dichiarato dallo Stato degli ebrei come «zona di combattimento».

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 Immagine di IDF Spokesperson’s Unit via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported 

 

 

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