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Quando parlavano dell’assassinio di Ratzinger. E quando ce ne dimenticammo

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Nell’attesa del funerale più incongruo della storia del Cristianesimo – un papa che celebra le esequie di un altro papa – non mi riesce di contenere lo schifo che provo verso tutto quello che sto leggendo riguardo Benedetto XVI.

 

Nel senso: ognuno ha il diritto di fare la prefica, battersi il petto e piangere come neanche in Nord Corea alla morte di un Kim. Ognuno ha il diritto di ricordare le tante belle cose che ci ha lasciato (dove? Nel senso: si rendono conto che il poco che doveva rimanere, tipo i «valori non negoziabili» e il Summorum Pontificum, è stato cancellato?) il Ratzinger.

 

Io anche però ho il diritto alla nausea dinanzi a chi, nella performance piagniculatoria, dimentica l’elefante nella stanza: le dimissioni, quasi senza precedenti nella storia della Chiesa (Celestino V fu degradato da Bonifacio VIII, e imprigionato), di un papa regnante, e la sua persistenza negli anni come «papa emerito», qualsiasi cosa voglia dire. Ratzinger ha fatto più anni da «emerito» che da pontefice.

 

Se parlo delle dimissioni, sto intendendo, in realtà, l’intrigo dietro di esse. Perché ci è difficile credere sia stato per «l’incapacità» che annunziò di colpo, in latino, quel mattino del 2013: nell’«esilio» dimissionario, il Ratzinger ha continuato a scrivere, pubblicare, trovando persino il tempo di rispondere ad una lettera del matematico Oddifreddi, che sostiene che la parola «cretino» derivi da «cristiano».

 

Eppure, che ci fosse una trama contro Benedetto XVI – e che le dimissioni fossero nell’aria anni prima – non è un miraggio da catto-complottisti. La radici di quanto è accaduto dentro la Chiesa e fuori di essa – abbiamo ricordato, non senza sollevare qualche protesta, il ruolo precipuo della Chiesa del «successore» Bergoglio nella catastrofe globale mRNA – parevano oscure e pericolose ancora tanti anni fa.

 

Questa storia, che ancora oggi reputo sconvolgente, io l’ho scritta e ripetuta in articoli e conferenze nel corso di un decennio, sempre con un po’ di vertigini, nonostante tutte le fonti fossero della grande stampa.

 

Qui sta il primo mistero: a volte mi sento di essere il solo che si ricorda l’enormità che saltò fuori dai giornali. L’unico a prenderne nota, a tenerla a mente, e magari poi a unire qualche puntino. Non un vaticanista, non un blogger, non un professore, non un catto-perdigiorno che sia uno (di quelli che passano il tempo a strillare ai tre, massimo quattro follower che si ritrovano) vi è mai tornato – ammesso che mai se ne fossero accorti.

 

Andiamo con ordine.

 

Febbraio 2012, sul Fatto Quotidiano emerge uno scandaloso leak. Sono pubblicati documenti relativi ad un viaggio a Pechino del Cardinale arcivescovo di Palermo, Paolo Romeo.

 

L’anno precedente, il vaticanista Antonio Socci aveva fatto alcune rivelazioni sulle dimissioni di Papa Ratzinger, rivelatesi poi fondatissime. I più si scrollarono di dosso la faccenda come fosse fantascienza pontificia. Non lo era.

 

Il Fatto pubblicava documenti riservati che aggiungevano all’ipotesi delle dimissioni di Benedetto ombre ancora più contorte – e violente.

 

Secondo quanto riportato, a degli interlocutori cinesi (cosa di per sé notevole assai) il Cardinale arcivescovo metropolita palermitano Romeo raccontava di indicibili manovre all’interno del Sacro Palazzo.

 

«Le dichiarazioni del Cardinale sono state esposte, da persona probabilmente informata di un serio complotto delittuoso, con tale sicurezza e fermezza, che i suoi interlocutori in Cina hanno pensato con spavento, che sia in programma un attentato contro il Santo Padre» scriveva il quotidiano. «Il Cardinale Romeo ha sorpreso i suoi interlocutori a Pechino informandoli che lui – Romeo – formerebbe assieme al Santo Padre – Papa Benedetto XVI – e al Cardinale Scola una troika (…) il Cardinale Romeo ha riferito che Papa Benedetto XVI odierebbe letteralmente Tarcisio Bertone e lo sostituirebbe molto volentieri con un altro Cardinale».

 

«In segreto il Santo Padre si starebbe occupando della sua successione e avrebbe già scelto il Cardinale Scola come idoneo candidato, perché più vicino alla sua personalità. Lentamente ma inesorabilmente lo starebbe così preparando e formando a ricoprire l’incarico di Papa. Per iniziativa del Santo Padre – così Romeo – il Cardinale Scola è stato trasferito da Venezia a Milano, per potersi preparare da lì con calma al suo Papato».

 

Già qui, tremano i polsi. Papicidio. Elezione «pilotata» del successore al Soglio. Il tutto, in salsa cinese. C’è da riconoscere che, messa così, promette meglio della storia di Ali Agca e della morte improvvisa di papa Luciani messi insieme.

 

Ma lo scoop continuava.

 

«Il Cardinale Romeo ha continuato a sorprendere i suoi interlocutori in Cina continuando a trasmettere indiscrezioni. Sicuro di sé, come se lo sapesse con precisione, il Cardinale Romeo ha annunciato che il Santo Padre avrebbe solo altri 12 mesi da vivere. Durante i suoi colloqui in Cina ha profetizzato la morte di Papa Benedetto XVI entro i prossimi 12 mesi. (…) Il Cardinale Romeo si sentiva al sicuro e non poteva immaginare che le dichiarazioni fatte in questo giro di colloqui segreti potessero essere trasmesse da terzi al Vaticano».

 

Un attentato contro il Papa nel giro di 12 mesi? Ribadiamo, all’uscita delle rivelazioni si era a febbraio 2012, a febbraio 2013 Benedetto si dimise…

 

E ancora:

 

«Altrettanto sicuro di sé Romeo ha profetizzato che già adesso sarebbe certo, benché ancora segreto, che il successore di Benedetto XVI sarà in ogni caso un candidato di origine italiana. Come descritto prima, il Cardinale Romeo ha sottolineato, che dopo il decesso di Papa Benedetto XVI, il Cardinale Scola verrà eletto Papa. Anche Scola avrebbe importanti nemici in Vaticano». 

 

Abbiamo sempre ammesso di non sapere come prendere questa storia.

 

Chi ha fatto trapelare le parole del cardinale? Sono state alcune fazioni interne al vaticano? Sono stati i cinesi, i loro servizi segreti? Oppure sono stati elementi vaticani già in combutta, per certe ragioni, con Pechino? Cosa si auspicava chi ha passato il materiale ai giornali? Voleva mettere in guardia il mondo riguardo ad un possibile attentato programmato contro il papa, oppure voleva bruciare il nome di Scola al conclave?

 

Sappiamo che poi le cose andarono molto diversamente. Non fu eletto Scola, ma l’argentino Bergoglio, che si ritiene fosse il fallimentare candidato che i modernisti opponevano al candidato Ratzinger nel conclave 2005.

 

Tuttavia, ricordiamo questo altro dettaglio strambo assai: quel comunicato che la CEI emise pochi istanti dopo la fumata bianca del drammatico conclave 2013. Il testo si congratulava per l’elezione al Soglio di Angelo Scola. Da dove veniva questa tragica gaffe? Anche questa, a dire il vero, fu dimenticata da tutti. Poco dopo, sui giornali dissero che era colpa di un copia-incolla. La storia delle profezie cinesi non era minimamente ricordata.

 

Come noto, Scola, già patriarca di Venezia (classica rampa di lancio per il papato) poi divenuto poco opportunamente arcivescovo di Milano, era il cardinale vicino a Comunione e Liberazione. Il movimento da decenni sognava un duplice traguardo per i suoi uomini: il papato (cosa che era quindi a portata di tiro con Scola) e la presidenza del Consiglio, che poteva ottenersi con Roberto Formigoni, da sempre uomo di punta nella proiezione politica di CL. Sappiamo com’è finita, in quel tremendo 2013: immensa delusione per il cardinale, e carcere di Bollate per l’ex governatore della Lombardia.

 

CL fu poi criticata da Bergoglio in un umiliante Angelus del 2015 (dove «parlò di spiritualità di etichetta»), poi, arrivate le dimissioni del presidente don Julian Carron, poteva pure sembrare che fosse possibile entrare grazie del papa argentino, ma forse no.

 

Buttiamo lì altri puntini. Ratzinger, anche prima di morire, era seguito da quattro Memores Domini, membri di CL che fanno voto di castità e obbedienza (stile numerari dell’Opus Dei); due memores addette all’appartamento pontificio di Ratzinger morirono in un’incidente stradale nel 2010; I vertici dei memores furono poi decapitati da Bergoglio nel 2021.

 

CL anni fa ha presentato al Meeting una traduzione cinese del «capolavoro» del fondatore Luigi Giussani, il Senso del Religioso, ad opera di un professore di Taiwan, l’isola babau di Pechino.

 

CL esprimeva una politica contraria alla Cina Popolare. «In passato – scriveva nel 2012 Sandro Magister – la comunità fondata da don Luigi Giussani si distinse, anzi, per la sua strenua battaglia in difesa delle comunità cristiane oppresse dal dominio comunista, nei paesi dell’ex impero sovietico».

 

La questione cinese riguardava, in senso opposto, anche il fortunato spin-off di CL, la potente comunità di Sant’Egidio, che fu attaccata dal cardinale ora abbandonato sul fronte cinese, monsignor Joseph Zen Ze-Kiun, già primate di Hong Kong, il quale come noto ora sta affrontando arresti, udienze in tribunale e multe.

 

«Alla Comunità di Sant’Egidio – scriveva sempre Magister – il cardinale Zen imputa di aver invitato con tutti gli onori al meeting interreligioso di Monaco di Baviera – organizzato in pompa magna da questa comunità dall’11 al 13 settembre 2011 – un vescovo cinese in grave disobbedienza col papa per aver partecipato il 14 luglio precedente all’ordinazione illecita di un nuovo vescovo non approvato da Roma ma imposto dalle autorità di Pechino. Alla rivista “30 Giorni” e al suo specialista in affari cinesi, Gianni Valente, il cardinale Zen imputa di aver intervistato – senza nulla obiettare alle sue affermazioni – questo stesso vescovo “che gravemente ferisce l’unità della Chiesa” e che per di più “non è libero di dire quello che pensa”, in quanto legato a filo doppio al regime comunista».

 

È la questione della Chiesa patriottica cinese contro la «chiesa sotterranea» dei fedeli martiri, «risolta» poi da Bergoglio e Parolin con gli accordi sino-vaticani, sulla cui distruttività questo sito tanto ha scritto.

 

Sono solo puntini che noi buttiamo lì, incerti come tracciare la linea con la matita.

 

Di fatto, la Cina Popolare, luogo da cui provenivano le voci sull’assassinio di Benedetto XVI, è stato il Paese che più ha goduto, con i maledetti accordi che di fatto riconoscevano il potere del Partito Comunista Cinese sulla religione, del papato Bergoglio.

 

Altro puntino: questo sito ha spesso ricordato la questione di Grindr, l’app degli incontri gay dove, si dice, siano presenti vari religiosi cattolici. L’app, in origine americana, fu venduta ai cinesi, per poi essere chiesta indietro (e incredibilmente ottenuta) dal presidente Trump, che segnalò pubblicamente come quel database poteva assurgere a strumento senza eguali di ricatto e di infiltrazione del governo USA. Non crediamo che per il Vaticano sia differente: solo che vi sono con probabilità ancora più omosessuali, e non vi è stato sul Soglio un Donald Trump, anzi.

 

Francesco, del resto, è gesuita. Bisogna ricordare come la Cina, dai tempi di Mǎdòu, cioè Matteo Ricci, costituisse un plurisecolare sogno mostruosamente proibito per la Compagnia di Gesù. Bergoglio crede di aver coronato l’anelito gesuita sul Regno di Mezzo frustrato, a quel tempo, proprio da un papa?

 

Possiamo credere alle accuse dell’ambiguo dissidente cinese Guo Wengui che sostiene che il Vaticano sarebbe corrotto con «1,6 miliardi di dollari l’anno per  fermare le critiche alla politica religiosa di Pechino?»

 

Sono domande a cui non abbiamo risposta: tuttavia abbiamo il mondo di oggi sotto i nostri occhi.

 

In un articolo precedente avevamo scritto che le dimissioni di Benedetto potevano servire all’installazione della Cultura della Morte nella forma in cui oggi la vediamo dominarci, con il papato divenuto motore inesausto della sierizzazione globale con terapie geniche derivate da feti abortitiil battesimo di Satana, lo abbiamo chiamato.

 

Qualcuno si è risentito, dicendo che sembrava un po’ troppo pensare alla rinunzia di Ratzinger in relazione agli ultimi due anni di sconvolgimento del pianeta.

 

Ebbene, ricordiamo che le «novità», iniziarono subito con Bergoglio – e non parliamo di parole al vento, ma di atti propri del nuovo papa con ripercussioni immani sulla società. Pensiamo a Lampedusa, dove l’argentino fece il più grande spot possibile all’immigrazione massiva – forse provocando, secondo l’analista strategico statunitense Edward Luttwak, ondate di altre morti. Pensiamo ai discorsi anfiboli su aborto, contraccezione e famiglie numerose, sull’omosessualità, sugli esseri umani prodotti in laboratorio, su qualsiasi barriera che ancora separava, in qualche modo, il credo cattolico dal mondo moderno. E poi ancora: migranti, migranti, migranti. Il papato del piano Kalergi, può aver pensato qualcuno.

 

Poi venne il COVID, questa strana malattia venuta, guarda caso, proprio dalla Cina a cui il pontefice aveva spalancato le porte, nonostante il costo del martirio dei veri fedeli cinesi. Il papa diviene il primo promotore mondiale del farmaco sperimentale. Obbliga i giornalisti che vogliono salire in aereo con lui e siringarsi. Minaccia di licenziare ogni dipendente della Città del Vaticano che non si sottometta all’mRNA, fino all’ultima guardia svizzera con dubbi di coscienza. Si incontra segretamente con il CEO di Pfizer Albert Bourla, più volte.

 

Non è finita: perché l’altra grande impronta del papato bergogliano, a differenza di quello ratzingeriano, è come noto il tema «ecologico». Avete presente: l’ambiente, il cambiamento climatico, la Laudato sii, che parla anche «dei funghi, le alghe, i vermi, i piccoli insetti, i rettili e l’innumerevole varietà di microorganismi».

 

Credete sia un caso, che questo papa derivato dalle inedite dimissioni del «predecessore» (con tutta la trama che dietro può esserci) abbia posto l’accento della sua opera proprio sul tema con il quale, oramai è certo, procederà il prossimo passo per la sottomissione della società umana? I lockdown climatici non sono un pensiero relegato ai complottisti, e nemmeno l’introduzione di un green pass ecologico (green, appunto) dove i nostri diritti saranno subordinati alla nostra «impronta carbonica», dove la nostra libertà dipenderà dai nostri consumi, o meglio, dalla nostra sottomissione ai desiderata del sistema.

 

Se leggete Renovatio 21, sapete che non è che se ne parli solo a Davos: banche in Australia e in Canada già stanno cominciando a fornire ai clienti «estratti conto carbonici», nell’attesa del danaro digitale che ci inibirà qualsiasi transazione se non saremo in linea con ciò che ci verrà ordinato.

 

La vaccinazione genica con derivati di aborto, l’ecologismo divenuto mainstream, sono con l’immigrazione massiva temi su cui il papa venuto con le dimissioni di Ratzinger ha incentrato tutto il suo potere. E che sono all’opposto totale di quel Benedetto XVI che scriveva che  «se si sacrificano embrioni umani alla ricerca, la coscienza comune finisce per perdere il concetto di ecologia umana e, con esso, quello di ecologia ambientale» (Caritas in Veritate, capitolo IV, punto 50)

 

Il «successore» di Benedetto, insomma, pare seguire il piano. Ma anche questa, è purtroppo una di quelle cose che, per quanto evidenti, tendiamo a far sparire dalla nostra mente, sempre minacciata dal disturbo della dissonanza cognitiva.

 

Cominciamo a rammentare di quando eravamo finiti a leggere del programma di assassinio di Benedetto, e di quando ce ne siamo dimenticati. Già: perché poi ce ne siamo dimenticati? Un po’ perché nella vita bisogna andare avanti, pensa il giornalista, il fedele, il cittadino sincero democratico.

 

Un po’ però è perché potrebbe essere stato proprio quello il motivo per tenere in vita un papa sgradito alla Necrocultura. Un attentato finisce con l’innalzare le idee dell’ammazzato, vero, ma poi c’è anche la questione del possibile «fallimento miracoloso» di un papicidio: sia Woytila che Agca hanno parlato dell’intervento della Madonna di Fatima nella deviazione delle pallottole che dovevano uccidere il pontefice nel 1981.

 

Decisamente, è meglio che l’avversario muoia da sé, stingendo la sua vita, e le sue idee, in un’insignificanza sempre più nebbiosa. «Valori non negoziabili»… cosa? Dove? «Embrioni»… chi?

 

Lo aveva scritto, secoli fa, il vertice assoluto, occulto e lucidissimo, dei nemici della Chiesa di Cristo, l’uomo che si faceva chiamare Nubius. Dalla lettera al carbonaro Piccolo Tigre contenuta ne Il problema dell’ora presente di Mons. Enrico Delassus, fra i documenti delle Istruzioni permanenti dell’Alta Vendita.

 

«Quello che noi dobbiamo cercare ed aspettare, come gli ebrei aspettano il Messia, si è un Papa secondo i nostri bisogni (…) con questo solo, per istritolare lo scoglio sopra cui Dio ha fabbricato la sua Chiesa, noi non abbiamo più bisogno dell’aceto di Annibale, né della polvere da cannone e nemmeno delle nostre braccia. Noi abbiamo il dito mignolo del successore di Pietro ingaggiato nel complotto, e questo dito mignolo val per questa crociata tutti gli Urbani II e tutti i S. Bernardi della Cristianità».

 

Eccolo, i massoni già nel 1818 avevano programmato la venuta di un «papa secondo il nostro cuore», per cui non si sarebbe più dovuto procedere con gli attacchi diretti contro la Chiesa, oramai interamente infiltrata dall’interno, e quindi eterodiretta dai servi del Male.

 

Cosa dite? Ci siamo? Riuscite a vivere con questa dissonanza cognitiva, o per dimenticare avete bisogno di farvi un’altra dose?

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

 

 

 

 

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Leone XIV aumenta gli stipendi nella Curia

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Sarebbe più corretto affermare che Papa Leone XIV, con un motu proprio pubblicato il 14 settembre 2026, ha abrogato una misura di austerità salariale vaticana adottata da Francesco durante la pandemia. Circa 5.000 dipendenti potranno nuovamente rivendicare la propria anzianità e alcuni stipendi saranno aumentati.

 

Papa Francesco ha pubblicato il motu proprio «Un futuro sostenibile» il 23 marzo 2021, nel pieno della pandemia, a causa della situazione economica e del deficit strutturale. Ha così avviato una politica di austerità nei confronti del bilancio vaticano. Alcuni stipendi – quelli di cardinali, funzionari, sacerdoti e religiosi che lavorano nella Curia – sono stati ridotti.

 

Inoltre, il pontefice aveva decretato il congelamento dell’anzianità, che era stato mantenuto negli ultimi cinque anni. Tale misura aveva incontrato una notevole resistenza. Il nuovo motu proprio rivela che Leone XIV aveva già annullato la decisione del suo predecessore il 16 giugno 2025, attraverso un rescritto che abrogava la riduzione salariale del 3% per i sacerdoti e i religiosi della Curia romana che non ricoprivano incarichi di alto rango.

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Ripristino dell’anzianità

Il nuovo motu proprio abroga completamente quello di Francesco, affermando la stabilità delle istituzioni economiche della Santa Sede. La decisione di ripristinare il precedente motu proprio è stata presa previa consultazione con la Segreteria per l’Economia, ma l’abrogazione non ha effetto retroattivo.

 

Ciò significa che i dipendenti riceveranno nuovamente un bonus di anzianità ogni due anni, adeguamento all’inflazione. Ad esempio, un dipendente di livello 6 può aspettarsi un bonus di circa quaranta euro ogni due anni.

 

Aumento salariale

Si prevede un aumento degli stipendi di cardinali, prefetti e alti funzionari della Curia. Tuttavia, Leone XIV non revocherà la seconda riduzione di “poche centinaia di euro” imposta ai cardinali da Francesco nel 2024. Secondo alcune fonti, un cardinale che lavora presso la Curia percepisce attualmente tra i 4.500 e i 5.000 euro al mese.

 

Dalla sua elezione, Leone XIV ha abrogato diverse leggi emanate da Francesco I in materia finanziaria. In un’intervista del settembre 2025, ha respinto ogni allarmismo riguardante l’economia. Se c’è un ambito in cui l’operato di Leone XIV si differenzia da quello del suo predecessore, è certamente quello economico.

 

L’Associazione dei Dipendenti Laici del Vaticano (ADLV), che conta circa 850 dipendenti su un totale di circa 5.000 nel piccolo Stato, ha chiesto a Leone XIV, in un comunicato, una qualche forma di risarcimento per le perdite causate dalle misure di austerità adottate da Francesco durante la pandemia di COVID-19.

 

Spiega che «per i dipendenti, questa abrogazione non è accompagnata dal riconoscimento retroattivo dei livelli di inquadramento non acquisiti, né da una forma specifica di risarcimento per le conseguenze economiche causate da tali disposizioni».

 

L’associazione conclude aggiungendo: «sarebbe possibile tenere conto dei sacrifici compiuti dai dipendenti durante gli anni di crisi, considerando, qualora non fosse possibile rimborsare integralmente gli importi trattenuti dagli stipendi, forme di riconoscimento una tantum o misure compensative?»

 

Infine, un dipendente ha dichiarato a IMedia che la questione delle pensioni è per lui molto più preoccupante. Papa Francesco, infatti, aveva lanciato l’allarme su questo tema al termine del suo pontificato.

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

 

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Immagine di Lula Oficial via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International; immagine tagliata

 

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Mons. Strickland chiede di riesaminare il Concilio: «c’è una casa da ricostruire»

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Renovatio 21 pubblica questo testo del vescovo Joseph Strickland apparse su LifeSiteNews. Riteniamo che monsignore sottovaluti il ruolo del Concilio nella catastrofe del cattolicesimo attuale, tuttavia non sbaglia se pensa che quest’albero maligno ha radici profonde e rami che danno i loro frutti perversi lontani dal tronco.   So che alcuni di voi credono che io sia cambiato. Alcuni temono che io sia passato «dall’altra parte». Alcuni si chiedono se, dopo anni passati a parlare apertamente e coraggiosamente della crisi nella Chiesa, a difendere la liturgia romana tradizionale, a mettere in discussione ciò che è stato fatto in nome del Concilio Vaticano II e a parlare apertamente dell’arcivescovo Marcel Lefebvre, io stia ora rinnegando queste convinzioni. Alcuni di voi potrebbero persino sentirsi traditi. Quindi, prima di dire altro, voglio dire questo chiaramente: non mi sono spostato.   Le parole che Cristo rivolse a San Francesco a San Damiano – «Va’ e ripara la mia casa, che, come vedi, sta cadendo in rovina» – mi sono rimaste impresse nel cuore.   Non ho dimenticato ciò che è accaduto alla Chiesa. Non ho dimenticato ciò che è accaduto alla sacra liturgia, alla catechesi cattolica, alla vita religiosa, alla formazione sacerdotale o alla trasmissione della Fede. Non ho dimenticato gli altari che sono stati rimossi, i santuari che sono stati spogliati, il latino che è scomparso, le sacre tradizioni che sono state abbandonate, o le generazioni di cattolici a cui è stato insegnato a considerare gran parte della propria eredità come qualcosa da cui la Chiesa doveva essere liberata.   Non ho mai smesso di difendere la liturgia romana tradizionale. Non ho mai smesso di credere che molto sia stato abbandonato inutilmente e debba essere ripristinato. Non ho mai smesso di credere che la Sacra Scrittura debba essere letta all’interno della Sacra Tradizione e secondo la fede perenne della Chiesa. Non ho mai smesso di credere che nessun papa, concilio, vescovo, sacerdote, teologo o generazione abbia l’autorità di creare una nuova fede cattolica.   E non ho mai smesso di credere che permangano seri interrogativi riguardo al Concilio Vaticano II e all’enorme sconvolgimento che ne è seguito.   Non sono diventato meno disposto a dire la verità. Cerco solo di dirla con maggiore precisione.

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Per molti anni, ai cattolici sono state spesso presentate due spiegazioni della crisi. Una afferma: «il Concilio Vaticano II ha causato tutto questo». L’altra afferma: «non c’era niente di sbagliato nel Concilio Vaticano II; il problema è stato solo la sua attuazione». Non credo più che nessuna delle due risposte, presa singolarmente, sia sufficiente.   Qualcosa è successo. Qualcosa è successo al culto cattolico. Qualcosa è successo all’identità cattolica. Qualcosa è successo alla catechesi. Qualcosa è successo alla vita religiosa e al sacerdozio. Qualcosa è successo al modo in cui i cattolici interpretano la Sacra Scrittura, la Sacra Tradizione, l’autorità, l’evangelizzazione e persino la Chiesa stessa. Non possiamo seriamente negarlo.   Ma dopo più di 60 anni, non basta più indicare la devastazione e dire: «c’è stata una rottura». Dobbiamo determinare dove si è effettivamente verificata la rottura.   È stata la rottura nel Concilio stesso? In particolari passaggi di particolari documenti? Nelle ambiguità che hanno aperto la porta a interpretazioni contrarie a quanto la Chiesa aveva precedentemente insegnato? Nelle commissioni e nelle riforme che ne sono seguite? Nella loro attuazione? In un’ideologia che si è appellata allo «spirito del Concilio Vaticano II» anche quando le parole del Concilio dicevano qualcosa di diverso?   Oppure la rottura si è verificata a livelli diversi, in modi diversi e in momenti diversi?   Queste domande non rappresentano una ritirata da quanto ho affermato in precedenza. Sono il passo successivo necessario.   C’è un momento in cui il coraggio richiede a un vescovo di presentarsi di fronte a una crisi e dire: «qualcosa è andato terribilmente storto». Ma alla fine il coraggio richiede qualcosa di più. Un pastore deve entrare tra le macerie e capire cosa è andato storto, dove è andato storto, come è andato storto e cosa ora deve essere riparato. Questo è ciò che sto cercando di fare.   Per troppo tempo, quasi tutto ciò che è accaduto alla Chiesa dopo il Concilio è stato racchiuso in un unico contenitore etichettato «Vaticano II». Voglio aprire quel contenitore. Voglio sapere cosa ha detto realmente il Concilio. Voglio sapere cosa non ha detto. Voglio sapere cosa è successo dopo. Voglio sapere cosa è stato fatto in suo nome. E voglio sapere dove qualcosa si è discostato da ciò che la Chiesa aveva ricevuto.   Papa Benedetto XVI comprese che l’interpretazione del Concilio Vaticano II si trovava al centro del problema. Nel suo discorso alla Curia Romana del 22 dicembre 2005, contrappose quella che definì un’«ermeneutica della discontinuità e della rottura» a un’«ermeneutica della riforma», del rinnovamento nella continuità dell’unica Chiesa donataci da Cristo. Questa distinzione è essenziale.   Non esisteva una Chiesa cattolica prima del Concilio e un’altra dopo. La Chiesa non è ricominciata nel 1962. Il Concilio Vaticano II non aveva l’autorità di inventare una nuova fede cattolica. Nessun concilio possiede tale autorità.   Ogni concilio deve collocarsi all’interno della Fede che lo ha preceduto: la Sacra Scrittura, la Sacra Tradizione, i Padri e i Dottori, i concili precedenti e il Magistero perenne.   Benedetto XVI lo ha chiarito in modo particolare durante i suoi sforzi per sanare la frattura che aveva coinvolto la Fraternità Sacerdotale San Pio X. Non accettava l’idea che il magistero della Chiesa potesse essere semplicemente cristallizzato al 1962. Ma non permetteva nemmeno che il Concilio Vaticano II venisse separato da tutto ciò che lo aveva preceduto. Le radici non si possono recidere dall’albero. Questo è un principio fondamentale per il lavoro che ci attende.   Ma vorrei aggiungere un aspetto altrettanto importante: la continuità non può essere semplicemente affermata. Deve essere dimostrata.   Il mio principio è semplice. Se c’è continuità, dimostriamola. Se c’è ambiguità, identifichiamola. Se c’è rottura, localizziamola.   E se qualcosa non può davvero reggere perché non è conciliabile con la fede che la Chiesa ha ricevuto, allora la Chiesa deve avere il coraggio di affrontarla.   Questo mi porta a un uomo il cui nome non può essere facilmente separato da questa storia: l’arcivescovo Marcel Lefebvre. Ho già parlato favorevolmente dell’arcivescovo Lefebvre in passato e non ritratto quelle parole. Credo che la storia giudicherà quest’uomo e il suo ruolo nella crisi della Chiesa in modo molto diverso da come è stato spesso giudicato.   In effetti, ho affermato di ritenere possibile che la Chiesa un giorno riconosca la sua santità. Tale giudizio spetta alla Chiesa, non a me. Ma mi è consentito riconoscere quelle che credo siano state virtù straordinarie in un vescovo che si è trovato ad affrontare circostanze che pochi vescovi nella storia hanno dovuto affrontare.   Dovremmo essere cauti nell’ipotizzare, decenni dopo, di poter giudicare con facilità la coscienza di un uomo che si trovava nel mezzo di un terremoto ecclesiastico. L’arcivescovo Lefebvre credeva che qualcosa di prezioso fosse in pericolo di andare perduto. Credeva che il sacerdozio cattolico fosse in pericolo. Credeva che la liturgia romana tradizionale fosse in pericolo. Credeva che la trasmissione della Fede fosse in pericolo. E agì secondo ciò che riteneva fosse sua responsabilità, di fronte a Dio, in quanto vescovo.

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Qualunque giudizio si possa esprimere sulle singole decisioni da lui prese, è difficile immaginare la storia della liturgia romana tradizionale nell’ultimo mezzo secolo senza riconoscere l’enorme ruolo svolto dall’arcivescovo Lefebvre e da coloro che gli erano associati nella sua preservazione.   Ci sono momenti in cui la Provvidenza suscita un uomo con il compito di preservare qualcosa, mentre quasi tutti intorno a lui sembrano pronti ad abbandonarla. Forse questa era la vocazione particolare dell’arcivescovo Lefebvre. Sono grato che ciò che avrebbe potuto andare perduto sia stato preservato. Ma la gratitudine per la vocazione di un altro uomo non mi impone di credere che Dio mi abbia dato esattamente la stessa. La sua vocazione non deve necessariamente essere la mia.   Forse l’arcivescovo Lefebvre fu chiamato, in un momento di tremendo sconvolgimento, ad aggrapparsi a una riva che sembrava scomparire. Forse la mia responsabilità in questo momento è quella di contribuire a costruire un ponte da quella riva. Ma lasciatemi dire una cosa: il ponte non è un compromesso.   Vorrei essere molto chiaro su ciò che intendo. Non sto costruendo un ponte tra la verità e l’errore. Non può esserci compromesso tra la verità cattolica e la falsità. Non sto cercando una comoda posizione intermedia tra la Tradizione e il modernismo. Non sto chiedendo ai cattolici tradizionalisti di rinunciare a ciò che è stato tramandato affinché tutti possano semplicemente andare d’accordo. Questa non sarebbe unità.   Il ponte di cui parlo attraversa qualcos’altro: le ferite, i sospetti, le accuse, i malintesi e le divisioni che hanno separato i cattolici per oltre mezzo secolo.   Da una parte ci sono i cattolici che hanno visto gran parte della loro eredità svanire e hanno imparato, spesso attraverso esperienze dolorose, a diffidare di chiunque parlasse favorevolmente del Concilio Vaticano II. Dall’altra parte ci sono i cattolici a cui è stato insegnato che la fedeltà al Concilio Vaticano II imponeva loro di guardare con sospetto a gran parte di ciò che lo ha preceduto. Entrambi hanno ereditato ferite. Entrambi hanno ereditato preconcetti. Ed entrambi hanno bisogno della verità.   Il ponte non si costruisce fingendo che non sia successo nulla. Si costruisce solo scoprendo cosa è realmente accaduto. E quel ponte deve avere delle fondamenta. Le sue fondamenta devono essere la Sacra Scrittura e la Sacra Tradizione. I suoi pilastri devono essere l’insegnamento perenne della Chiesa. La sua meta deve essere Gesù Cristo.   Se qualcosa non può reggersi su tali fondamenta, allora non può essere portato avanti semplicemente in nome della riconciliazione.   Alcuni di voi potrebbero pensare: leggere Dei Verbum è una cosa. Leggere Sacrosanctum Concilium è un’altra. Ma cosa succederà quando arriveremo ai documenti più difficili del Concilio Vaticano II? È una domanda legittima. La mia risposta è semplice: li leggeremo anche quelli.   Sono ben consapevole che esistono documenti del Concilio che presentano questioni ben più complesse riguardo al loro rapporto con la precedente dottrina cattolica. Non li eviteremo.   Li collocheremo accanto alla Sacra Scrittura. Li collocheremo accanto alla Sacra Tradizione. Li collocheremo accanto ai Padri e ai Dottori. Li collocheremo accanto al precedente Magistero.   E ci chiederemo: può questo essere compatibile con la fede che la Chiesa ha sempre ricevuto?   Se la risposta è sì, dovremmo dire sì. Se è necessario un chiarimento, dovremmo dirlo. Se un’apparente contraddizione può essere risolta interpretando correttamente un testo all’interno della Tradizione, allora dimostriamolo. Ma se qualcosa non è conciliabile, non dobbiamo creare una continuità artificiale solo perché riconoscere il problema sarebbe difficile.   Non stiamo esaminando la Tradizione alla luce del Concilio Vaticano II. Stiamo esaminando il Concilio Vaticano II alla luce della Tradizione. Ed è proprio questo che fa la differenza.   Nessuno di noi che oggi serviamo la Chiesa ha creato la crisi degli anni Sessanta e Settanta. Non abbiamo scritto i documenti conciliari. Non ne abbiamo supervisionato l’attuazione. Non abbiamo ideato le riforme che ne sono seguite. Non abbiamo preso molte delle decisioni le cui conseguenze la Chiesa subisce ancora oggi.   Ma un vescovo non può semplicemente dire: «io non c’ero». Io sono qui ora. La Chiesa che ho ereditato è la Chiesa che ho la responsabilità di guidare.   Un padre che scopre gravi danni alla casa di famiglia non dice: «non è colpa mia» e se ne va. I suoi figli vivono lì. Deve esaminare le fondamenta. Deve scoprire quali pietre sono state rimosse. Deve stabilire cosa è stato modificato inutilmente. Deve identificare qualsiasi elemento introdotto che non appartenga alla casa. Deve preservare ciò che è rimasto intatto. Deve restaurare ciò che è andato perduto. E deve riparare ciò che è stato rotto. È così che intendo la responsabilità episcopale in questo momento.

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Non sono stato io a infliggere queste ferite. Ma sono un vescovo nella Chiesa che le porta. Pertanto, in una certa misura, ora sono anche una mia responsabilità. I ​​vescovi di oggi non possono rimandare indefinitamente queste questioni ai vescovi di domani. A un certo punto, qualcuno deve pur iniziare.   E a voi che temete di essere stati traditi, so perché siete cauti. Molti di voi hanno sofferto semplicemente perché desideravano ciò che le generazioni di cattolici che vi hanno preceduto avevano ricevuto senza controversie. Alcuni sono stati derisi. Alcuni sono stati emarginati. Alcuni sono stati trattati come disobbedienti perché amavano l’antica liturgia. Alcuni hanno visto i propri figli perdere la fede, pur essendo rassicurati sul fatto che la Chiesa stesse vivendo una nuova primavera.   Non vi chiederò di fingere che quelle cose non siano accadute. Non vi chiederò di rinunciare alla Tradizione per attraversare questo ponte. Vi chiedo invece: portate con voi la Tradizione. Portate la Sacra Scrittura. Portate i Padri. Portate i Dottori della Chiesa. Portate i concili. Portate le encicliche. Portate i catechismi. Portate San Tommaso. Portate la liturgia romana tradizionale. Portate tutto ciò che la Chiesa ci ha tramandato. Ne avremo bisogno di tutto.   Esaminiamo dunque ciò che è accaduto. Se il Concilio Vaticano II è in linea con quanto lo ha preceduto, non dobbiamo temere di riconoscerlo. Se qualcosa di fatto in seguito contraddice quanto lo ha preceduto, non dobbiamo temere di riconoscerlo neanche in questo caso. E se nel Concilio stesso incontriamo qualcosa che non è conciliabile con quanto lo ha preceduto, non dobbiamo nasconderci da questo.   La verità non ha nulla da temere dall’essere esaminata.   E a coloro che difendono il Concilio, chiedo qualcosa anche a voi. Non trattate le questioni serie come atti di disobbedienza. Non rispondete alle prove con slogan. Non chiedete ai cattolici tradizionalisti di rinnegare ciò che hanno visto. Non invocate il Concilio Vaticano II per giustificare qualcosa, a meno che il Concilio Vaticano II non l’abbia effettivamente affermato.   Se qualcosa di prezioso è stato scartato inutilmente, contribuisci a restituirlo. Se una riforma è andata oltre quanto richiesto dal Concilio, riconoscilo. Se una formulazione conciliare necessita di chiarimenti alla luce del precedente insegnamento cattolico, non aver paura nemmeno di questo.   E non pensiamo che l’amore per la Chiesa ci imponga di fingere che gli ultimi sessant’anni non abbiano rivelato problemi profondi. La Chiesa non è protetta dal nostro rifiuto di esaminare le sue ferite. La Chiesa è protetta da Gesù Cristo.   Forse è qui che l’opera dell’arcivescovo Lefebvre e la mia vocazione si incontrano. Forse la Provvidenza ha richiesto che qualcuno, in una generazione precedente, dicesse: «Non permetterò che questo scompaia».   Forse Papa Benedetto XVI è stato chiamato a ricordare alla Chiesa che la risposta non poteva risiedere nella rottura, ma in un’autentica riforma all’interno della continuità dell’unica Chiesa. E forse noi che oggi serviamo come vescovi abbiamo ereditato un’altra parte di quest’opera.   Forse la nostra responsabilità è tornare indietro. Esaminare. Distinguere. Recuperare. Correggere. Restaurare. E ricostruire.   Una generazione può custodire le pietre. Un’altra può essere chiamata a ricostruire la casa. Una generazione può difendere la riva. Un’altra può essere chiamata a costruire il ponte. Queste vocazioni non devono necessariamente essere in conflitto. L’una può dipendere dall’altra.   Non si può restaurare ciò che nessuno ha preservato. E non si può costruire un ponte su una riva scomparsa.   Onoro coloro che hanno difeso la costa. Onoro coloro che hanno sofferto per preservare ciò che era stato tramandato. Onoro coloro che hanno lanciato l’allarme quando l’allarme era impopolare. Ma forse è giunto il momento anche di costruire.   E così ritorno al punto di partenza. Non mi sono mosso.   Non mi sono allontanato dalla Sacra Scrittura. Non mi sono allontanato dalla Sacra Tradizione. Non mi sono allontanato dal Magistero perenne. Non mi sono allontanato dal Santo Sacrificio della Messa. Non mi sono allontanato dalla Fede tramandata dagli Apostoli. Non mi sono allontanato dalla mia convinzione che la Chiesa abbia subito una profonda crisi e che molto di ciò che è andato perduto inutilmente debba essere recuperato.   E non mi sono mai sottratto alla mia responsabilità di vescovo di dire la verità con chiarezza e coraggio, a qualunque costo.   Ma rimanere saldi non significa che il lavoro sia finito. Ci sono domande a cui bisogna rispondere. Ci sono ferite da guarire. Ci sono errori da correggere. Ci sono tesori da recuperare. C’è una casa da ricostruire. E c’è un ponte che qualcuno deve essere disposto ad attraversare.   Ho intenzione di attraversare quel ponte. Non perché non sia sicuro di dove mi trovo, ma proprio perché so dove mi trovo.

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Percorrerò quel ponte portando con me la Fede che la Chiesa ci ha tramandato. Non rinuncerò alla verità cattolica per rendere più facile l’attraversamento. Non inventerò una continuità laddove non può essere dimostrata. Non difenderò ciò che non può reggere solo perché qualcuno vi ha apposto il nome del Concilio Vaticano II. Cercherò la verità ovunque essa conduca.   E lo farò come un vescovo che sa che un giorno dovrò comparire davanti a Gesù Cristo e rendere conto di ciò che mi è stato affidato. Quel giudizio conta più dell’approvazione di una delle due parti.   Vi chiedo dunque: camminate con me. Non verso una nuova Chiesa. Non verso una Chiesa compromessa. Non verso una Chiesa inventata negli anni ’60. E non verso una Chiesa immaginaria che può semplicemente cancellare 60 anni di storia come se non fossero mai esistiti.   Camminate con me verso la pienezza della fede cattolica che abbiamo ricevuto. Preserviamo ciò che è vero. Recuperiamo ciò che è perduto. Individuiamo ciò che è sbagliato. Correggiamo ciò che non può essere mantenuto. Guariamo ciò che è stato ferito. E ricostruiamo ciò che è stato spezzato.   Non con rabbia. Non con paura. Non come fazioni opposte. Ma come cattolici che amano la Chiesa a tal punto da cercare la verità su ciò che le è accaduto.   La Chiesa non ci appartiene. Appartiene a Gesù Cristo. Lui non l’ha abbandonata. E nemmeno noi lo faremo.   La Beata Vergine Maria, Madre della Chiesa, ci mantenga fedeli al suo Divin Figlio. I Santi Pietro e Paolo ci rafforzino nella Fede apostolica. San Giuseppe, Protettore della Santa Chiesa, ci custodisca nell’opera che ci attende.   E che Dio Onnipotente ci conceda la saggezza di riconoscere la verità, il coraggio di difenderla, l’umiltà di correggere ciò che deve essere corretto e la carità di ricostruire insieme ciò che è stato ferito.   Non mi sono mosso.   Ma partendo dal fondamento della Sacra Tradizione, credo che sia giunto il momento di iniziare l’opera di ricostruzione.   Vescovo Joseph E. Strickland Vescovo emerito

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Spirito

Scoperti due sermoni inediti di Sant’Agostino

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Nel 2024, il professor Christian Tornau, titolare della cattedra di filologia classica all’Università di Erbipoli, in Germania, è stato contattato da Paul Nebauer, membro dell’associazione del monastero cistercense di Bad Doberan (Germania settentrionale), per decifrare un manoscritto del XII secolo.

 

Originariamente appartenuto all’abbazia di Bad Doberan, questo manoscritto fu in seguito conservato presso l’abbazia cistercense di Pelplin, in Polonia, filiale dell’abbazia di Doberan. Contiene sei sermoni attribuiti a Sant’Agostino d’Ippona; ulteriori analisi hanno rivelato che «due dei sei sermoni sono scritti inediti di Sant’Agostino», afferma il professor Tornau.

 

«Il codice fu scritto in Doberan nel XII secolo. Potrebbe essere stato copiato da un manoscritto perduto dell’abbazia di Amelungsborn, nella Bassa Sassonia, ma al momento non è possibile ricostruirne la storia fino alle sue origini», spiega l’accademico tedesco.

 

In effetti, un catalogo di questo monastero menziona un testo con gli stessi titoli e la stessa sequenza di contenuti del manoscritto Pelplin. Sfortunatamente, la biblioteca dell’abbazia di Amelungsborn fu distrutta durante la Guerra dei Trent’anni (1618-1648), rendendo impossibile confermare con certezza il collegamento.

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Il professor Tornau prosegue: «la convinzione della loro autenticità è il risultato di un’approfondita analisi filologica durata quasi due anni. Parte di questo lavoro è stata svolta durante una scuola estiva organizzata dal Corpus Scriptorum Ecclesiasticorum Latinorum (CSEL) a Vienna nel 2025, con un gruppo di dottorandi e ricercatori post-dottorato».

 

Al termine di questo intenso periodo di lettura e analisi, il gruppo di ricercatori è giunto alla conclusione che non vi fossero obiezioni sostanziali a tale attribuzione.

 

I due sermoni riscoperti si concentrano su un passo delle Sacre Scritture: la visita del re Saul alla Pizia di Endor prima della battaglia contro i Filistei (Primo Libro di Samuele, capitolo 28). Il racconto biblico narra di come Saul, non ricevendo risposta da Dio, consulti un negromante per evocare il profeta Samuele. Questa scena solleva un interrogativo teologico: Samuele apparve davvero grazie a una straordinaria autorizzazione divina, oppure fu un atto di origine demoniaca?

 

La prima di queste omelie fu pronunciata durante la Messa domenicale e si conclude con la presentazione delle varie interpretazioni possibili. La seconda, predicata il mercoledì successivo, sviluppa e confronta queste spiegazioni senza imporre un’unica risposta.

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Immagine: Philippe de Champaigne (1602–1674) , Sant’Agostino (1645-1650 circa), Los Angeles County Museum of Art, Los Angeles

Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia; immagine tagliata

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