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«Pronti a pagare qualsiasi prezzo per servire la Chiesa»: sermone di don Pagliarani alle consacrazioni episcopali di Econe

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Omelia di padre Davide Pagliarani, Superiore Generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X, pronunciata in occasione delle consacrazioni episcopali avvenute a Ecône il 1° luglio 2026.

 

 

Testo integrale del sermone

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.

 

Miei Signori, cari fratelli, cari sorelle, cari fedeli,

 

Finalmente è arrivato il giorno. Che gioia vedere così tanti di voi, venuti da ogni angolo del mondo!

 

Innanzitutto, vorrei ringraziare per la generosità tutti coloro che hanno preparato questa giornata, tutti coloro che l’hanno resa possibile materialmente con dedizione, tutti i colleghi che hanno preparato i loro cuori, le loro menti e i loro intelletti per questa giornata, e tutti voi che avete fatto lo sforzo di venire qui come pellegrini, in questa giornata certamente storica.

 

Una dimostrazione di fede

Qual è esattamente il significato di questa giornata? Perché siamo qui? Come dovremmo interpretare queste consacrazioni?

 

Queste incoronazioni sono un evento che divide, un evento al quale è impossibile rimanere indifferenti. Cosa significa questo per noi?

 

Innanzitutto, questa cerimonia deve essere un’espressione di fede. Questo è molto importante.

 

Non siamo noi a scegliere in cosa credere o non credere; non possiamo cambiare, reinterpretare o riconsiderare; non ci è possibile. Abbiamo semplicemente il dovere di sostenere la fede che la Chiesa ha sempre insegnato; dobbiamo amarla, dobbiamo viverla e dobbiamo trasmetterla.

 

Se amiamo veramente il Signore, abbiamo il dovere di condividere le benedizioni che ci giungono, prima di tutto per mezzo della fede. Chi non ha questo desiderio di trasmettere la fede è segno che non vive più per fede. Quanto più la fede viene attaccata, tanto più scompare, tanto più pressante diventa questo dovere, perché senza fede è impossibile piacere a Dio, impossibile vivere bene, impossibile essere salvati. E oggi stiamo adottando misure eccezionali, proporzionate a questa necessità.

 

Un falso dilemma: la fede o la Chiesa

Quindi, alcuni potrebbero pensare che ci troviamo di fronte a un dilemma. Scegliamo la fede completa, ma ci separiamo dalla Chiesa. Dovremmo scegliere tra la fede e la Chiesa. Per conservare la fede, stiamo forse rompendo con la Chiesa?

 

Si tratta di un falso dilemma.

 

Apparteniamo alla Chiesa innanzitutto per mezzo della fede, per mezzo della piena professione di fede, per mezzo della piena professione della fede della Chiesa. Come apparteniamo a una nazione perché parliamo la stessa lingua, condividiamo la stessa identità, la stessa cultura; come apparteniamo a una famiglia perché portiamo lo stesso cognome, viviamo nella stessa casa; così apparteniamo alla Chiesa perché professiamo la stessa fede.

 

Si tratta dunque di un falso dilemma nel quale non possiamo entrare, perché non possiamo scegliere tra la fede e la Chiesa; nessuno può scegliere. Vogliamo la fede della Chiesa per rimanere nella Chiesa. Vogliamo la Chiesa attraverso la fede, nella fede.

 

È fondamentale comprenderlo, anche se chi sta dall’altra parte non vuole capirlo. Non si tratta di un’opinione, di una questione di preferenza o di un’opzione: è una necessità.

 

Siamo accusati di non amare il papa, di non rispettarlo. Ma è proprio perché amiamo il papa, sinceramente, come Vicario di Cristo, come capo della Chiesa, che non vogliamo più vederlo umiliato insieme a falsi pastori, rappresentanti di false religioni. Quante volte abbiamo assistito a tutto ciò in tutti questi anni?

 

È perché amiamo il Vicario di Cristo che non vogliamo più questa umiliazione per il papa, un’umiliazione che ricade su tutta la Chiesa, trattata sullo stesso piano delle false religioni.

 

Noi parliamo la lingua della fede

Ma abbiamo già spiegato tutto questo molte volte. Lo abbiamo spiegato in quasi tutte le lingue che esistono sulla faccia della terra.

 

Perché non veniamo compresi? Perché, fondamentalmente, parliamo lingue diverse?

 

Noi parliamo il linguaggio della fede; vogliamo la fede in tutta la sua semplicità, non è complicata. Il Credo non è complicato, la professione che i futuri vescovi hanno appena fatto non è complicata, tutti possono capirla.

 

Parliamo il linguaggio della fede, il linguaggio della Tradizione. E, dall’altra parte, abbiamo a che fare con un linguaggio che esiste su un altro livello, che parla di altre cose. È il linguaggio dell’inclusione, dell’ascolto, del dialogo, dell’accompagnamento.

 

Desideriamo la fede. E poi, con fede, accompagniamo le persone. Ascoltiamo le persone con fede, per condurle alla fede e convertirle.

 

Per convertirli, dobbiamo smettere di parlare per il gusto di parlare; accompagnarli è sufficiente. Non è questo ciò di cui le persone hanno bisogno. Le persone hanno bisogno del Signore, e noi conosciamo il Signore; ci avviciniamo a Lui attraverso la fede, e attraverso la fede cattolica integrale – ce n’è una sola.

 

Ecco perché abbiamo questa difficoltà a capirci. Purtroppo parliamo lingue diverse, e lingue che, col tempo, si allontanano sempre più l’una dall’altra.

 

La legge suprema di Dio: la salvezza delle anime

Anche noi viviamo queste consacrazioni nella speranza.

 

Non viviamo queste consacrazioni nella controversia, nella tensione, nell’amarezza, nel risentimento. Le viviamo nella gioia e nella speranza.

 

Perché?

 

Nel 1988, coloro che condannavano la Fraternità ne predissero lo scioglimento. La Provvidenza aveva un altro piano. Perché la Provvidenza aveva un altro piano? La vostra presenza qui oggi lo dimostra. Dio non ci ha abbandonati e non ci abbandonerà. Tutti questi anni lo hanno dimostrato, e queste consacrazioni lo dimostrano ancora una volta.

 

Ma perché Dio non può abbandonarci?

 

La risposta è molto semplice. Dio ha un solo pensiero, un solo desiderio, una sola volontà: salvare le anime. Se qualcuno applica letteralmente il principio che la legge suprema è la salvezza delle anime, quello è Dio stesso. È la sua legge, e la applica letteralmente, sempre.

 

Per questo, contro ogni immaginazione e preveggenza umana, per salvare le anime, ha mandato suo Figlio. Ha chiesto a suo Figlio di incarnarsi e morire sulla croce.

 

Perché?

 

Perché la legge suprema, la legge di Dio, è la salvezza delle anime. Per questo Dio non ci ha abbandonati e non ci abbandonerà; ci fornirà sempre i mezzi necessari, in proporzione alle nostre necessità.

 

Sebbene l’opera di Redenzione possa incontrare ostacoli da parte degli uomini, non incontrerà mai ostacoli da parte di Dio. Ma più soffriamo, più lottiamo, più cerchiamo di essergli fedeli, più Lui è con noi, più ce lo rivela.

 

A volte vacilliamo, possiamo avere dubbi, possiamo sentirci scoraggiati. Ma le promesse del Signore sono tutte infallibili; Egli le mantiene sempre. E oggi ce ne dà la prova.

 

Se continuiamo a cercare la volontà di Dio, il bene delle anime, a qualunque costo, non ci mancherà mai nulla.

 

Servire la Chiesa come una madre

Ma soprattutto, queste consacrazioni vanno comprese e vissute in uno spirito di carità: carità verso le anime, e in particolare carità verso la Chiesa. Quanto più le anime sono smarrite e disorientate, tanto più dobbiamo cercarle e sostenerle.

 

Quanto più la Chiesa viene derisa, tanto più lo splendore della sua divinità viene oscurato, tanto più dobbiamo amarla, dobbiamo servirla ed essere pronti a pagare qualsiasi prezzo per servirla.

 

Il sacrificio più grande che Dio possa chiederci è di essere trattati come ribelli, quando desideriamo servire e amare la Chiesa come una madre. Che sacrificio ci chiede Dio, di essere trattati come ribelli, di essere visti come ribelli!

 

Vogliamo servirla come una madre. Una madre in difficoltà, sopraffatta, sofferente; una madre a volte anche tradita; una madre che ha bisogno, e merita, di essere aiutata, che si faccia qualcosa in nome di tutto ciò che ci ha dato.

 

Tutto ciò che abbiamo ricevuto, lo abbiamo ricevuto attraverso la Chiesa, nella Chiesa. La fede che vogliamo testimoniare oggi e con cui vogliamo vivere, ci viene dalla Chiesa.

 

È nel nome di ciò che abbiamo ricevuto da lei, e nel nome di ciò che lei è, la Sposa di Cristo, il suo Corpo Mistico, è nel nome di tutto questo che dobbiamo fare tutto il possibile, per quanto possibile, per aiutarla e sostenerla.

 

Potremmo rimanere indifferenti, senza fare nulla? «Non è un nostro problema»? Non è questo che ci viene chiesto. La Fraternità può rimanere indifferente? No. Sarebbe un tradimento della Chiesa, una mancanza di carità; non possiamo permettercelo.

 

Il Sangue Preziosissimo, un rimedio unico

Ci saranno domande, e la festa di oggi, la Festa del Preziosissimo Sangue, esprime provvidenzialmente e riassume perfettamente il significato di queste consacrazioni. Questa festa ci permette di ricondurre tutto a un unico punto: il Sangue di Nostro Signore, il Preziosissimo Sangue di Nostro Signore.

 

Chi non conosce il Preziosissimo Sangue del Signore, chi non lo ama, chi non lo adora, non conosce il Signore, non conosce la Redenzione. E chi non conosce il Signore non conosce nulla, non ha compreso nulla.

 

Il Preziosissimo Sangue è l’unico, il solo, il primo e l’ultimo rimedio per tutti i mali che affliggono l’umanità.

 

Perché?

 

Perché tutti i mali derivano dal peccato, e il rimedio per il peccato è il Preziosissimo Sangue di Nostro Signore.

 

L’esaltazione dell’uomo

Tutti i mali derivano dal peccato, e in particolare da un peccato sul quale vorrei richiamare la vostra attenzione. Questo peccato è rimasto lo stesso fin dall’inizio dell’umanità: è l’esaltazione dell’uomo. Siamo pervasi, letteralmente pervasi, da questa esaltazione dell’uomo, ovunque.

 

L’uomo che è tutta meraviglia, l’uomo che è perfetto, l’uomo che è sbalorditivo, l’uomo che presumibilmente possiede una dignità infinita… Ebbene, tutto questo, in realtà, porta all’orgoglio. E, alla lunga, porta al disprezzo per Dio e all’apostasia, all’apostasia silenziosa. È da lì che nasce.

 

E più esaltiamo l’umanità in modo folle e fanatico, più la allontaniamo da Dio, dalla sua perfezione e dal suo vero bene: è un disastro. L’umanità, piena di diritti, piena di sé, è incapace di rivolgersi a Dio, incapace di riconoscere di essere ferita dal peccato e di aver bisogno della Redenzione. Ha bisogno del nostro Signore; ha bisogno del Suo Preziosissimo Sangue.

 

Questo è il grande male di oggi, di tutta la storia: il male che li abbraccia tutti. Questa piaga è un flagello, un’idea ossessiva che penetra, bisogna riconoscerlo, penetra persino in profondità nella Chiesa. Questa piaga acceca, paralizza le anime. Non è questo che riporta le anime a Dio.

 

Predicare la Sapienza della Croce

Ebbene, attraverso queste consacrazioni vogliamo fare qualcosa, vogliamo continuare a predicare il Preziosissimo Sangue di Nostro Signore e vogliamo continuare, in un certo senso, a diffonderlo nelle anime.

 

È in questo Sangue che Nostro Signore fonda la sua Chiesa, la Nuova ed Eterna Alleanza; essa è unica. Chi pensa che ce ne siano due o tre, in realtà non crede più nell’infinito e unico valore del Sangue di Nostro Signore.

 

Parlando del valore del Preziosissimo Sangue di Nostro Signore, non possiamo dimenticare da dove proviene. Esso si è formato, prodotto e offerto nel purissimo sangue della Madonna; è la Madonna che dona al Verbo la sua piena umanità; è nel suo purissimo e immacolato sangue che il Sangue di Nostro Signore si forma al momento dell’Incarnazione; è lei che lo offre con Nostro Signore per la nostra redenzione.

 

È lei che la offre, è lei che per prima la vede sgorgare dalle ferite di Nostro Signore, è lei che la vede scorrere sotto il legno della Croce, è lei che la raccoglie ai piedi della Croce, è lei che ancora oggi la custodisce sull’altare, è lei che, durante la messa, effonde le grazie sulle anime, è lei che ne coglie appieno il valore, e sempre accanto a Nostro Signore.

 

Che mistero! Che mistero, questa associazione della Madonna con il suo divino Figlio, sempre al suo fianco!

 

Osservate come tutta la nostra fede, la nostra religione, il nostro amore ruotano attorno al Sangue di Nostro Signore, perché ogni cosa ruota attorno alla Croce.

 

Quindi, cari fratelli che tra pochi istanti sarete rivestiti della pienezza del sacerdozio, la pienezza del sacerdozio del Nostro Signore, ecco, in poche parole, ciò che dovremo difendere e predicare.

 

Che onore, e che responsabilità!

 

Predicare la Redenzione attraverso la parola e diffonderla attraverso i sacramenti, predicare la sapienza della Croce: scandalo per i Giudei e follia per i Gentili. Follia, soprattutto oggi, per un mondo apostata che non può comprendere, che non vuole comprendere.

 

Questa saggezza della Croce è l’unico antidoto all’umanesimo che conduce all’indifferenza e all’apostasia. Dovete sempre tenere presente questo umanesimo.

 

Come agnelli in mezzo ai lupi

E quali consigli possiamo darvi?

La tua missione, ciò che stai per fare, è così delicata, così importante, così grandiosa, che preferisco lasciare che sia Nostro Signore stesso a parlare, citando il Vangelo.

 

Quale consiglio ti dà oggi Nostro Signore? Quale consiglio diede Nostro Signore agli Apostoli quando li inviò a predicare?

 

«Ecco, io vi mando come agnelli in mezzo ai lupi». L’agnello: una bellissima immagine di Nostro Signore, una bellissima immagine del vescovo.

 

Questo significa che dovete innanzitutto predicare a partire dall’innocenza della vostra vita; è l’innocenza, la purezza della vostra vita, della vostra morale, che conferirà autorità morale a tutto ciò che predicherete.

 

Essere un agnello significa anche, e soprattutto, perfetta docilità, perfetta sottomissione alla volontà di Dio. Come Nostro Signore è costantemente soggetto alla volontà del Padre suo, così anche voi, da oggi in poi in misura ancora maggiore, dovete sempre ricercare la sua volontà.

 

L’Agnello di Dio e il Leone di Giuda

Ma non dimenticate una cosa: il nostro Signore, che è l’Agnello di Dio, è anche il Leone di Giuda.

 

Come si può essere contemporaneamente agnello e leone?

 

Il fatto è che Nostro Signore, per quanto docile alla volontà del Padre, non cede mai allo spirito del mondo. Nel servire perfettamente il Padre, si scontra necessariamente con lo spirito del mondo, con lo spirito del principe di questo mondo.

 

E lo stesso vale per il vescovo: per quanto docile sia alla volontà di Dio, egli rivendica costantemente davanti al mondo i diritti di Nostro Signore, e non i diritti dell’uomo.

 

E un leone non fugge mai, un leone non si ritira mai, e soprattutto, un leone non cede mai. Non inchinarti mai a questo spirito mondano, non muoverti, non indietreggiare; la consacrazione ti darà una forza irresistibile.

 

Da oggi in poi, in tutto il mondo, ci sono persone che ti guardano e ti ascoltano. Tra trenta, quarant’anni, potranno dire:

 

«Non si sono inchinati. Non hanno piegato le ginocchia davanti a questo spirito del mondo. Hanno piegato le ginocchia soltanto davanti al nostro Signore Re».

 

Questa è la cosa più bella che si possa dire di te quando muori, il ricordo più bello che tu possa lasciare.

 

La cautela del serpente

E Nostro Signore vi dà un altro consiglio:

 

«Siate innocenti come colombe e astuti come serpenti».

 

Perché dobbiamo essere come serpenti? Perché un vescovo deve essere come un serpente?

 

Si tratta di discernere, comprendere e cogliere la doppiezza, l’ambiguità e l’astuzia che esistono nel mondo e tra i nemici della Croce. I vostri peggiori nemici non vi attaccheranno frontalmente; cercheranno di condurvi gradualmente verso una comprensione più moderna della fede, della vita cristiana e del rapporto con il mondo: dovete esserne consapevoli.

 

Quando percepisci questo pericolo, fai un passo indietro, prega, osserva, chiedi consiglio, valuta la situazione e rimani immobile prima di reagire, come un serpente. Quando reagisci, quando lo Spirito Santo ti dà la guida necessaria per agire, fallo e non voltarti mai indietro.

 

Ecco cosa significa essere come un serpente: comprendere la doppiezza, l’ambiguità e l’astuzia che sono nel mondo, e parlare e predicare come colombe: con semplicità, senza doppiezza né paura, senza equivoci né ambiguità. La doppiezza che dovete discernere negli altri non deve mai essere la vostra.

 

La spada della fede

Cos’altro dice Gesù? Cosa dice il nostro Signore?

 

«Il fratello tradirà il fratello, e il padre il figlio, e sarete odiati da tutti a causa mia e del mio nome. Non temete tutto questo, perché non c’è nulla di nascosto che non sarà rivelato, né di segreto che non sarà reso pubblico».

 

«Non temete tutto questo», ci dice Nostro Signore. «Lasciate che me ne occupi io, lasciate che giudichi io, interverrò io stesso quando necessario».

 

Ha un solo problema. Qual è?

«Chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli».

 

Chiunque riconoscerà i miei diritti, la mia divinità, la mia Chiesa, la mia fede.

 

«Non pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra, ma una spada».

 

Queste sono le parole che Nostro Signore rivolge in particolare a voi.

 

Tra pochi istanti, quando il vescovo consacrante vi consegnerà il pastorale, Nostro Signore vi donerà una spada: la sua spada, la spada del Vangelo, la spada della fede. È per fede, e solo per fede, che si può vincere il mondo, e il mondo è già vinto dalla fede.

 

Da oggi in poi, questa spada ti appartiene in modo speciale, e Dio ti darà una forza speciale per brandirla, per usarla al momento giusto e al di fuori di esso.

 

«I nemici dell’uomo saranno i membri della sua stessa casa».

 

Non puoi essere capito da tutti, non puoi essere d’accordo con tutti.

 

È una tragedia? È qualcosa di incomprensibile? No. È la legge del Vangelo, è la legge della Croce.

 

Questi sono i consigli che Nostro Signore, attraverso il Vangelo, ti offre oggi.

 

San Cirillo e l’arcivescovo Lefebvre

E, prima di concludere, non possiamo dimenticare oggi di raccomandarvi a tutte le migliaia di santi vescovi che vi hanno preceduto nella storia della Chiesa.

 

Esamineremo due di queste: una che appartiene all’antichità cristiana e una che è molto più vicina a noi.

 

Il primo è San Cirillo, San Cirillo di Alessandria.

 

La liturgia dice di lui la cosa più bella che si possa dire di un vescovo: zelus fidei sollicitus . Aveva una sola preoccupazione: la purezza della fede. Che splendido programma di vita per un vescovo! Ed è passato alla storia come il grande difensore della maternità divina, odiato dagli eretici.

 

La liturgia aggiunge: propter fidem multa perpessus est . E per questo, per la sua devozione alla fede, soffrì molto. Preparatevi a questo: non si può difendere pienamente la fede senza soffrire.

 

Accusato di ogni sorta di crimine, anche dopo la morte non si vergognò di Nostro Signore, non si vergognò della Madonna.

 

Un altro vescovo, vostro modello, a noi più vicino, non ancora canonizzato: il vescovo Lefebvre, certamente.

 

Anche di lui possiamo dire: zelus fidei sollicitus et multa perpessus. Aveva una sola preoccupazione: la fede, e per questo soffrì molto.

 

Egli comprese chiaramente come questa fede si riassuma nella Santa Messa, nella difesa della Santa Messa, del Preziosissimo Sangue di Nostro Signore. Che saggezza!

 

Come ha potuto, tanti anni fa, cogliere le cause della crisi con tanta chiarezza, tanta lungimiranza, tanta forza?

 

Questa è la sapienza della Croce; la croce che portò fu la fonte della sua sapienza. Oggi, più che mai, il suo spirito è in mezzo a noi, ci incoraggia, prega per noi, prega in particolare per te, mostrandoci la via da seguire, guidati da questa sapienza della Croce.

 

«Ma il discepolo non è superiore al maestro; è sufficiente che il discepolo sia trattato come il maestro».

 

Queste sono ancora le parole di Nostro Signore. Eppure, trentotto anni fa, condannarono un santo.

 

Gioite e saltate di gioia!

Dobbiamo aspettarci qualcosa di diverso? Dobbiamo avere paura? Dobbiamo farci prendere dal panico?

 

La questione è talmente importante che lascerò ancora una volta che sia Nostro Signore stesso a parlare; è lui che vi risponderà:

 

«Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi a causa mia, del mio regno, dei miei diritti, della mia legge, della mia fede, dei miei comandamenti».

 

Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli.

 

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

 

E così sia.

 

Don Davide Pagliarani

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

 

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Gender

Mons. Viganò: una lobby di pervertiti incistata nel corpo ecclesiale vuole legittimare la sodomia anche nel Clero

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Renovatio 21 pubblica il commento dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò in risposta alle parole del gesuista filo-omotransessulista James Martin. La scorsa settimana, alla domanda riguardante «gli uomini gay che sentono la vocazione al sacerdozio», Martin ha affermato che «la mia risposta… è sì».   Si tratta di una possibilità negata – in teoria, la pratica, dopo il Concilio, abbiamo capito che va in direzione opposta – dalla Chiesa e dalla sua dottrina. «Nei miei quasi 40 anni da gesuita, ho conosciuto decine di sacerdoti omosessuali celibi che hanno condotto quella che Papa Francesco ha definito una vita “buona, santa e celibe”, incarnando il messaggio di amore e misericordia di Gesù», ha scritto Martin nel suo articolo per il sito web catto-omotransessualista da lui fondato, Outreach. «Per me e per molti dei miei amici, sono stati direttori spirituali, pastori, professori e mentori».   Vi è stato un tempo in cui tutti coloro che avevano tendenze omosessuali venivano immediatamente scartati dai seminari: si apprende ora che in alcuni casi sarebbe vero il contrario, un processo di dissoluzione sacrilega sodomita che sarebbe stato filierizzato, secondo ricostruzioni, dall’ex cardinale statunitense Theodore McCarrick (1930-2025), di cui Viganò fu grande accusatore, creando una «”pipeline” omosessuale che incanalava i candidati latinoamericani vulnerabili in alcuni seminari statunitensi dove venivano sfruttati sessualmente, e successivamente ordinati come preti attivamente omosessuali in alcune diocesi americane».   Le parole di padre Martin, ad ogni modo, ricordano quelle vergate 36 anni fa da don Gianni Baget Bozzo (1925-2009), già europarlamentare per il Partito Socialista Italiano. Nell’agosto del 1990 don Baget Bozzo scrisse per il settimanale L’Espresso un articolo intitolato «Omosessuale sacerdote ideale», dove affermava che la condizione omosessuale può integrarsi nella vita sacerdotale in modo del tutto analogo a quella eterosessuale. In un’intervista del luglio del 2000 al Corriere della Sera, don Baget Bozzo si pronunciò a favore del riconoscimento delle coppie omosessuali, anche ai fini sociali ed economici.   Padre Martin fu tra i primi ad utilizzare la Fiducia supplicans  per benedire una coppia omosessuale nella residenza dei gesuiti a Nuova York.   Monsignor Viganò si è scagliato più volte contro lo scandalo delle ripetute udienze concesse dagli ultimi papi a Martin e alla sua «omoeresia». Ancora due anni fa il prelato lombardo aveva accusato che «lo scopo di Bergoglio è normalizzare sodomia e perversione e distruggere il Sacerdozio».     La farneticante proposta di James Martin sj non è una boutade provocatoria, ma l’ultimo passo di una lunga serie, volta a legittimare la sodomia non solo tra i laici, ma addirittura tra il Clero.   Essa costituisce una palese e intollerabile contraddizione con la dottrina perenne di Santa Madre Chiesa, con la Sacra Scrittura che condanna senza ambiguità gli atti omosessuali come abominio contro natura (cfr. Levitico 18, 22; Romani 1, 26-27; 1 Corinzi 6, 9-10), e con il Magistero.   L’argomento addotto da James Martin — «la presenza di molti santi e sani preti gay e celibi» — è un sofisma ingannevole e una menzogna: la santità, quando è autentica, combatte le tendenze disordinate con la grazia sacramentale e l’ascesi, nell’orrore di offendere Dio con peccati detestabili.   La Santa Chiesa insegna che la sodomia è un gravissimo disordine oggettivo, non una realtà neutra o positiva. Pretendere di fondare su di essa una «apertura» all’Ordinazione implica la negazione della Legge naturale, oltre che la violazione dei Comandamenti di Dio.  

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Ordinare uomini con tendenze omosessuali radicate non solo violerebbe la norma ecclesiale, ma esporrebbe il gregge a scandali gravissimi, alimenterebbe la già diffusissima lobby gay all’interno del Clero, e offenderebbe la santità del Sacramento. Il Sacerdozio non è un diritto soggettivo né uno strumento di «inclusione» ideologica: è un dono divino che richiede piena corrispondenza alla volontà di Dio e santità di vita.   È altresì evidente che questa operazione – ampiamente sostenuta da alti esponenti della Gerarchia conciliare-sinodale e dallo stesso Prevost – serve anzitutto a sovvertire il giudizio morale sulla sodomia, facendo di un peccato che grida vendetta al cospetto di Dio uno stato di elezione degno addirittura del Sacerdozio.   Insomma, qui siamo al «Cicero pro domo sua»: una lobby di pervertiti incistata nel corpo ecclesiale sta inesorabilmente conducendo la Gerarchia neomodernista a schierarsi apertamente in favore della sodomia, per vantaggio personale. Il modus operandi è sempre il medesimo: coloro che legittimano certi peccati (nella sfera religiosa) e certi reati (in quella civile) lo fanno solo perché quelli sono i peccati e i reati che costoro praticano impunemente.   I conservatori osservano – con il cinismo che li contraddistingue – che questi spropositi giungono da un gesuita notoriamente «border line», e che il Magistero non è cambiato. Fingono di non capire che James Martin è solo un giullare cui il potere lascia dire esplicitamente ciò che ha già deciso ufficiosamente di fare.  

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Spirito

«Sono interamente tuo, o Vergine Maria!»

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Far sì che le persone amino Gesù nell’Eucaristia, imparando prima ad amare la Beata Vergine Maria: questo era l’intero metodo apostolico di padre Georges Bellanger. Questa semplice intuizione ha trasformato il ministero di questo sacerdote francese.

 

Padre Georges Bellanger nacque nel Nord della Francia il 24 maggio 1861, festa di Nostra Signora Aiuto dei Cristiani. Dopo un’infanzia dedicata allo studio, fu ordinato sacerdote nel giugno del 1885. Servì come sacerdote diocesano per oltre quattordici anni prima di entrare nella Congregazione dei Fratelli di San Vincenzo de’ Paoli. Ricoprì diversi incarichi, tra cui direttore spirituale in un seminario, cappellano militare e maestro dei novizi. Ecco alcuni scorci della vita di questo sacerdote dal cuore ardente.

 

Era innanzitutto un grande devoto del Santissimo Sacramento. Da adolescente, i suoi amici lo vedevano spesso trascorrere lunghe ore in chiesa a pregare davanti al tabernacolo. In seminario, con il permesso dei suoi superiori, passava gran parte della notte tra giovedì e venerdì e la mattina successiva in preghiera davanti al Santissimo Sacramento.

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Quando divenne cappellano militare, desiderava che Nostro Signore occupasse il primo posto nella caserma e, a tal fine, ottenne per la sua piccola cappella il privilegio di custodire il Santissimo Sacramento.

 

«Sarebbe profondamente edificante», disse ai soldati, «vedervi tutti dirigervi verso la cappella al vostro ritorno in caserma. Vedervi inginocchiare lì, anche solo per un breve istante, e rivolgere a Dio una parola di adorazione e amore. Mi rattristerebbe essere la vostra prima stretta di mano davanti al Signore di questo luogo».

 

Ai colleghi che gli chiedevano come riuscisse a convertire così tante anime, rispondeva: «Quanto più un operaio o un soldato conduce una vita semplice e terrena, tanto più è necessario immergerlo nel soprannaturale. Innanzitutto, lo si invita a trascorrere qualche istante davanti al tabernacolo. All’inizio, può presentarsi come una guardia che non dice nulla, che non fa nulla, ma il cui atteggiamento è decoroso. Poco a poco, il suo cuore sarà riscaldato dai raggi benevoli del Sole Eucaristico, e finirà per credere con una fede concreta nella presenza reale di Nostro Signore».

 

Ma per conquistare anime a Cristo, in particolare a Gesù nell’Eucaristia, e per indurle a frequentare i sacramenti, l’abate Bellanger aveva compreso, seguendo san Luigi Maria Grignion de Montfort, che il modo migliore era quello di iniziare avvicinandole a Maria, Tesoriera di tutte le grazie.

 

Egli stesso recitava ogni giorno l’intero rosario. Diceva: «Il mio rosario è il mio termometro spirituale, e sento che il diavolo fa di tutto per impedirmi di recitare questa preghiera alla quale, sento, è legata la mia salvezza eterna. Che la devozione del santo rosario ci pervada. Il mio ultimo rosario prima di addormentarmi è la Messa della sera».

 

Quando si fece religioso, scelse come motto:«Tuus sum ego, Virgo Maria», «Tutto tuo, o Vergine Maria».

 

L’influenza di padre Bellanger si fece sentire fin dai primi anni del suo sacerdozio. Un giorno, il superiore del seminario minore in cui padre Bellanger alloggiava stava attraversando un cortile dell’istituto con un suo amico sacerdote.

 

«Guarda quel piccolo storpio», disse, «non lo darei nemmeno per il suo peso in oro. Ascolta le confessioni di metà dei miei seminaristi, e non immagineresti mai il bene che fa ai suoi penitenti. Perciò gli mando più studenti possibile. Quando uno studente va da lui, sono perfettamente tranquillo e non devo preoccuparmi del suo comportamento o della sua guida. Se la casa sta andando così bene, lo attribuisco in gran parte a lui».

 

Uno dei ministeri più importanti di Padre Bellanger fu quello svolto tra i soldati. Il loro ambiente era ben lontano da quello cristiano. Molti giovani non erano battezzati e quasi tutti quelli che lo erano avevano abbandonato ogni pratica religiosa. A questi soldati, il pio sacerdote cercò innanzitutto di trasmettere il suo amore sconfinato e la sua fiducia nella Beata Vergine Maria.

 

«Il soldato fedele al Rosario sarà fedele ai sacramenti del Signore». Ben presto, quasi ogni soldato in caserma aveva un rosario e molti iniziarono a recitarlo quotidianamente. Alcuni crearono persino una piccola lega il cui scopo era recitare Ave Maria nei mille momenti liberi della giornata per la conversione dei soldati.

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Un giorno, padre Bellanger raccomandò ad alcuni di loro la conversione e il battesimo di un loro compagno. Risposero all’unisono: «Cappellano, vale davvero la pena passare la notte a recitare il rosario…».

 

Un soldato scrisse alla sua famiglia: «Da quando ho imparato ad amare il Rosario, le mie ore migliori sono quelle di guardia. Con il fucile in una mano e il rosario nell’altra, trovo che le ore siano troppo brevi».

 

Maria conduce sempre a Gesù!

 

«Circa un anno dopo la fondazione dell’opera militare», osservò il cappellano, «cominciammo a recitare solennemente il Santo Rosario ogni giovedì sera davanti al Santissimo Sacramento esposto, ma ben presto l’adorazione e il Rosario furono aggiunti durante tutta la notte, ogni settimana. Da cinquanta a sessanta soldati venivano, in gruppi di quindici o venti, per recitare a turno il Santo Rosario».

 

A poco a poco, la Santa Comunione divenne sempre più frequente tra molti soldati.

 

Padre Bellanger era convinto che uno dei modi principali per onorare Dio fosse onorare Sua Madre. Per questo motivo compiva quasi tutti i suoi atti di devozione alla Beata Vergine in presenza del Santissimo Sacramento. Spesso, recitando il Rosario davanti al tabernacolo, diceva: «Rallegriamo il Cuore di Nostro Signore salutando Sua Madre centocinquanta volte, ripetendo il suo nome che Gli è così caro».

 

La predicazione del cappellano militare era molto apprezzata. Non improvvisava mai. Preparava i suoi sermoni con cura. Spesso sedeva davanti al tabernacolo, pensando a coloro che desiderava convertire, e li raccomandava a Nostro Signore e alla Beata Vergine. «Vorrei arrivare al punto in cui non sono più io a predicare e ad agire, ma la Beata Vergine», diceva umilmente.

 

Ordinato sacerdote vincenziano nel 1900, padre Bellanger ricevette ben presto l’incarico di maestro dei novizi. Come già fatto con i suoi soldati, condusse coloro che gli erano affidati a un grande amore per Maria e Gesù nell’Eucaristia.

 

I superiori del monastero notarono ben presto che la cappella non era mai vuota, se non durante le lezioni. I giovani monaci presero l’abitudine di chiedere regolarmente il permesso di trascorrere del tempo nella cappella durante il giorno e persino la sera o la notte. Dal canto suo, il maestro dei novizi lavorava instancabilmente, desideroso di essere “sfinito”, come diceva lui stesso, pur di conquistare anime a Dio.

 

La sua comunità, perseguitata dalle leggi anticlericali del 1901, fu costretta all’esilio a Tournai, in Belgio. Padre Bellanger non vi rimase a lungo. Affetto da tubercolosi, i suoi superiori lo mandarono a Moulle, dalla sua famiglia, per fargli respirare l’aria fresca della sua terra natale. Ma la sua malattia peggiorò.

 

Il 16 agosto 1902 ricevette l’estrema unzione e rinnovò i voti. Le sue ultime parole furono rivolte alla famiglia riunita al suo capezzale: «Sto sacrificando la mia vita affinché possiate tutti andare in Paradiso. Sapete che ho sempre amato moltissimo la Beata Vergine; ebbene, vi raccomando di fare lo stesso e di recitare il rosario ogni giorno della vostra vita…».

 

Poco dopo, il servo di Maria si spense serenamente, quel sabato, il giorno dopo l’Assunzione, al suono dell’Angelus serale. Aveva quarantun anni.

 

Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Courrier des Croisés n. 274, ottobre 2021.

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

 

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Il futuro papa Leone XIV abbracciò la sinodalità e la leadership femminile quando era vescovo in Perù

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Un nuovo rapporto pubblicato questa settimana dall’eterodosso National Catholic Reporter (NCR), che include interviste a membri della diocesi di Chiclayo, in Perù, offre nuovi dettagli su come l’allora vescovo Robert Prevost, futuro papa Leone XIV, abbia messo in pratica la sinodalità e accolto le donne in ruoli di leadership durante il suo mandato di ordinario. Lo riporta LifeSite.   Il reportage del 21 luglio riferiva che, al suo arrivo a Chiclayo nel 2014, inizialmente come amministratore apostolico della diocesi, sette anni prima che il Vaticano avviasse il Sinodo sulla Sinodalità, Prevost cercò di ricomporre una diocesi profondamente divisa costituendo un «gruppo di animazione pastorale diocesana» che sarebbe poi divenuto noto con l’acronimo spagnolo EDAP. Questo gruppo, in seguito definito un «laboratorio sinodale», era formato da sacerdoti, religiosi e laici che si spostavano attraverso la diocesi per ascoltare le necessità di ogni parrocchia, prestando particolare attenzione alla prospettiva dei laici.

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A Chiclayo, ecclesiastici e laici hanno spiegato a NCR come il vescovo Prevost si concentrasse sull’«ascolto» del punto di vista dei laici e difendesse addirittura la possibilità per le donne di guidare le commissioni sinodali.   «A quel tempo, monsignor Robert (Prevost) parlò di “corresponsabilità del laico”», ha dichiarato a NCR Luis Antonio Zapata, un catechista laico che è entrato a far parte dell’EDAP nel 2018. Ha aggiunto che Prevost affermava: «I sacerdoti sono occupati con i loro compiti, coinvolgete più laici, perché i laici sono i più indicati per raggiungere altri laici».   Padre Elmer Uchofen, un sacerdote che ha contribuito a guidare il processo sinodale della diocesi, ha evidenziato che il vescovo Prevost parlava spesso e poneva l’accento sull’«incontro» e sull’«ascolto» dei fedeli. Prevost «ci ha parlato dell’incontro, della necessità di ascoltare per poi capire quale strada intraprendere», ha detto il sacerdote.   «Il suo modo di essere è stato di grande aiuto, perché era un vescovo che sapeva ascoltare ed essere paziente», ha aggiunto. «Si sedeva nei gruppi e ascoltava le persone, tutti: i sacerdoti, i laici, coloro che si stavano un po’ allontanando o che si erano allontanati dalla Chiesa. In questo senso, era un vero pastore».   Di fatto, sin dalla sua elezione a 267° pontefice lo scorso anno, Leone ha più volte ribadito, in continuità con il suo predecessore Papa Francesco, la convinzione che la Chiesa debba essere una «Chiesa sinodale», a partire dalle sue prime dichiarazioni da pontefice.   «A tutti voi, fratelli e sorelle di Roma, d’Italia, di tutto il mondo, vogliamo essere una Chiesa sinodale, una Chiesa che cammina, una Chiesa che cerca sempre la pace, che cerca sempre la carità, che cerca sempre di essere vicina specialmente a chi soffre», ha detto il papa neoeletto dalla loggia.

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In una lunga intervista rilasciata lo scorso autunno alla corrispondente di Crux, Elise Ann Allen, per una biografia successivamente pubblicata, Leone ha ulteriormente sottolineato la continuità con Bergogliosulla sinodalità e su altre questioni fondamentali, osservando come il periodo trascorso in Perù abbia consolidato il suo legame con la visione del defunto pontefice argentino.   «Credo che il periodo trascorso in Perù sia stato significativo sia per il mio legame con papa Francesco, sia per la mia comprensione di parte della visione che Papa Francesco aveva per la Chiesa, e di come possiamo continuare a portarla avanti in termini di una vera visione profetica per la Chiesa oggi e domani», ha detto Leone.   In merito alla sinodalità, Leone è stato chiaro nell’affermare che il «processo iniziato ben prima dell’ultimo sinodo» deve proseguire.   «Credo ci siano grandi speranze se riusciamo a continuare a costruire sull’esperienza degli ultimi due anni e a trovare modi per essere Chiesa insieme», ha affermato.   Gladys Calderón, una laica membro dell’EDAP e coinvolta anche nel Rinnovamento Carismatico della diocesi, ha raccontato come Prevost si fosse mostrato più aperto nei confronti dei membri del loro movimento rispetto al suo predecessore.   «Come movimento, ci consideravamo a una certa distanza dalla diocesi, perché in quanto movimento carismatico abbiamo un modo particolare di vivere (la fede), ma monsignor Roberto ha scosso questa struttura e ci ha coinvolti nel cammino comune», ha dichiarato a NCR. «Siamo diventati più uniti, più integrati nella diocesi, condividendo i nostri diversi carismi: è stata una bellissima esperienza di costruzione dell’unità».   Un’altra laica, Birgit Weiler, teologa presso la Pontificia Università Cattolica del Perù, ha evidenziato come Prevost avesse consentito a diverse donne di guidare gruppi che offrivano «formazione sinodale» nelle parrocchie e avesse persino difeso questa scelta nonostante le resistenze di alcuni sacerdoti.   «Non tutti i parroci erano così contenti quando è arrivata una commissione guidata da una donna», ha detto Weiler, aggiungendo che Prevost «ha appoggiato pienamente le donne».

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Prevost «Prevost ha detto: “Sono preparate tanto quanto gli uomini e questa commissione è guidata da una donna, punto e basta”», ha affermato.   Come già avvenuto con l’enfasi sulla sinodalità, il desiderio del futuro Papa Leone di vedere le donne assumere ruoli di leadership sembra essersi protratto anche durante il suo pontificato.   Nel mese di giugno, il pontefice ha nominato Maria Montserrat «Montse» Alvarado, attualmente presidente e direttrice operativa di EWTN News, come prossima prefetta del dicastero per la comunicazione e prima donna a guidare un ufficio della Curia romana.   Leone ha inoltre confermato suor Simona Brambilla nel suo ruolo di Prefetta del Dicastero per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica e l’ha nominata al Dicastero Episcopale. Il Pontefice ha anche confermato suor Raffaella Petrini e María Lía Zervino, già presidente dell’Unione Mondiale delle Organizzazioni Femminili Cattoliche, nei loro incarichi in questo importante dicastero.    

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Immagine di Diario La Industria – Chiclayo via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 3.0 Unported
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