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Cina

Pakistan filocinese. Imran Khan: «Sulle persecuzioni contro gli uiguri credo a Pechino»

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Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di Asianews

 

 

In un’intervista ai media cinesi il premier pachistano «considerate le relazioni con la Cina» definisce «ipocrite» le accuse sulle violazioni ai diritti umani contro la minoranza musulmana nello Xinjiang. E definisce «ingiusta» l’attesa di Washington che il suo Paese si schieri in un asse alternativo a Pechino.

Il premier pachistano «considerate le relazioni con la Cina» definisce «ipocrite» le accuse sulle violazioni ai diritti umani contro la minoranza musulmana nello Xinjiang. E definisce «ingiusta» l’attesa di Washington che il suo Paese si schieri in un asse alternativo a Pechino

 

 

Sulla questione degli uiguri il premier pachistano Imran Khan «data la nostra vicinanza e le relazioni con la Cina» crede alla versione di Pechino, che respinge le accuse sulle violazioni dei diritti umani nei confronti della minoranza musulmana che vive nella regione dello Xinjiang. In un’intervista rilasciata ad alcuni giornalisti cinesi in concomitanza con le celebrazioni per il centenario della fondazione del Partito comunista cinese Imran Khan ha definito «ipocrite» le denunce sulla situazione degli uiguri e di Hong Kong da parte dell’opinione pubblica occidentale.

 

Secondo il premier pachistano «ci sono ben più gravi violazioni dei diritti umani in atto in altre parti del mondo come nel Kashmir occupato, ma i media occidentali difficilmente ne parlano».

 

«Ci sono ben più gravi violazioni dei diritti umani in atto in altre parti del mondo come nel Kashmir occupato, ma i media occidentali difficilmente ne parlano»

Si tratta di una presa di posizione che conferma quanto fondamentale oggi per il Pakistan sia l’asse geopolitico con la Cina. Talmente importante da minimizzare accuse come quelle di tortura, lavoro schiavo, controllo forzato delle nascite nel tentativo di una pulizia etnica di una minoranza musulmana sollevate dalle organizzazioni internazionali per i diritti umani contro Pechino.

 

Nell’intervista i media cinesi Imran Khan si è però spinto anche oltre: ha lodato espressamente il sistema del Partito Comunista Cinese.

 

Si tratta di una presa di posizione che conferma quanto fondamentale oggi per il Pakistan sia l’asse geopolitico con la Cina

«Finora – ha commentato – ci era sempre stato detto che le democrazie elettorali occidentali erano il modo migliore per selezionare i leader e farli rispondere del loro operato. Il Partito comunista cinese ha mostrato che si possono raggiungere risultati migliori senza la democrazia, ma con un sistema che fa emergere attraverso il talento e senza essere imbrigliati da regole».

 

Quanto alla rivalità tra Washington e Pechino e agli sforzi dell’Occidente per creare in Asia un asse alternativo alla Belt and Road Initiative, il premier pachistano ha dichiarato «ingiusto che gli Stati Uniti e l’Occidente si aspettino che Paesi come il Pakistan si schierino da una parte», assicurando che «Islamabad non arretrerà nelle relazioni con la Cina».

 

«Finora – ha commentato – ci era sempre stato detto che le democrazie elettorali occidentali erano il modo migliore per selezionare i leader e farli rispondere del loro operato. Il Partito comunista cinese ha mostrato che si possono raggiungere risultati migliori senza la democrazia, ma con un sistema che fa emergere attraverso il talento e senza essere imbrigliati da regole»

Gli investimenti cinesi nel Paese non sono una questione indolore per il Pakistan: da tempo i gruppi musulmani estremisti hanno preso di mira le infrastrutture che Pechino sta costruendo in Baluchistan.

 

E in aprile hanno colpito con un attentato un albergo a Quetta dove soggiornava l’ambasciatore cinese, scampato all’attacco perché in quel momento non si trovava nella struttura.

 

 

 

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Renovatio 21 ripubblica questo articolo per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

 

 

 

 

 

Immagine di World Economic Forum via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial-ShareAlike 2.0 Generic (CC BY-NC-SA 2.0).

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Cina

Colpo di Stato in Cina? La voce circola, ma senza conferme

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La voce è in giro da più di un giorno, tuttavia ne abbiamo avuto contezza solo ora che fioccano le smentite e le ironie in rete.

 

In breve: una serie di fonti su internet hanno cominciato a sostenere la notizia, clamorosa come nient’altro se vera, che nella Repubblica Popolare Cinese sarebbe in corso un colpo di Stato.

 

Secondo tale selvaggio rumor, Xi sarebbe stato rimosso con un colpo di stato prima del Congresso del Partito di ottobre.

 

«Nuova voce da verificare: Xi jingping [sic] è agli arresti domiciliari a Pechino?» ha scritto Subramanian Swamy, un ex ministro del governo indiano e membro del Parlamento fino ad aprile.

 

A dare credito alla voce Jennifer Zeng, un’attivista anti-Partito Comunista Cinese (PCC) di solito affidabile.

 


 

La Zeng sostiene che alcuni anziani del PCC avrebbero rimosso Xi dalla leadership dell’Esercito di Liberazione del Popolo (ELP).

 

Ieri Xi Jinping era diventato uno degli argomenti top trend su Twitter. Il suo nome è apparso sugli hashtag più di 42.000 volte e il termine «colpo di stato cinese» è stato fatto circolare 9.300 volte sulla piattaforma, riporta il quotidiano anti-PCC Epoch Times.

 

A questa incredibile voce di corridoio si è aggiunta quella secondo cui vi sarebbero stata cancellazioni di voli in massa in tutto il paese. Secondo questa teoria, quasi 10.000 voli sarebbero stati sospesi sabato, lo stesso giorno in cui è stata convocata a Pechino una conferenza chiave sulla difesa nazionale e la riforma militare.

 

Vari esperti hanno negato che possa esservi stato un golpe.

 

Il corrispondente della rivista tedesca Der Spiegel ha fatto un giro per Pechino per fotografare la città e canzonare chi crede al colpo di Palazzo contro Xi.

 

Secondo India Today, la notizia sulla cancellazione di migliaia di voli non sarebbe corretta.

 

Insomma, non è possibile dare credito alla voce, ma forse non è possibile nemmeno negarla.

 

Come riportato da Renovatio 21, tra purghe di alti papaveri, sta per celebrarsi il 20° Congresso del PCC, quello che dovrebbe assegnare a Xi ancora più poteri, segnando una ri-trasformazione della Cina, che da Mao (dove il sistema esaltava il leader e il culto della personalità) era passata a Deng (che invece credo il sistema di multipli «oligarchi» che tirano le fila del PCC) e che ora potrebbe tornare a Mao-Xi, che del grande timoniere ha iniziato a copiare pure le camicette.

 

Xi ha una fronda interna, formata da pezzi grossi ed ex presidenti, chiamata anche la «fazione di Shanghai». Molto casualmente, Shanghai è la città che ha subito da Xi il lockdown più folle mai visto, con 26 milioni di persone chiuse in casa ad urlare mentre vengono deportati i loro cari e i loro animali domestici sono giustiziati in strada, mentre robocani e droni pattugliano cieli e strade.

 

Come sa il lettore di Renovatio 21, contro Xi si è ora schierato apertamente anche George Soros, forse arrivato alla sua ultima battaglia: detronizzare lo Jinpingo e vincere nel complesso intrigo di poteri finanziari occidentali che ora si stanno combattendo su terra cinese.

 

 

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Cina

Le «purghe» di Xi Jinping fanno un’altra vittima eccellente

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Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di AsiaNews. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

 

Condanna per l’ex vice ministro della Sicurezza Sun Lijun. Accusato di corruzione, ma soprattutto di capeggiare una fazione «sleale» verso il presidente cinese. Xi puntella il proprio potere alla vigilia del 20° Congresso del Partito comunista. In Cina non esiste più la leadership «collettiva» voluta da Deng Xiaoping.

 

 

Un tribunale ha condannato al carcere l’ex vice ministro della Sicurezza pubblica Sun Lijun «per aver danneggiato in modo serio l’unità del Partito». Lo ha reso noti oggi l’agenzia di stampa governativa Xinhua, sottolineando che la condanna a morte nei suoi confronti è sospesa per due anni, passati i quali la pena si tramuterà in ergastolo.

 

Il verdetto per il 53enne Sun arriva alla vigilia del 20° Congresso del Partito comunista cinese, che con ogni probabilità darà a Xi Jinping un nuovo mandato al potere, considerato senza precedenti.

 

Non è insolito per il regime cinese comminare condanne nel periodo che precede grandi eventi: un modo per ammonire i critici della leadership.

 

In via ufficiale le imputazioni per Sun sono di aver dato e ricevuto mazzette per 646 milioni di yuan (93 milioni di euro), manipolato il mercato azionario e di possedere senza permesso due armi da fuoco. L’accusa vera, alimentata dai media di Stato, è però di essere a capo di una cerchia di dirigenti politici «sleali» verso Xi.

 

Di questo presunto gruppo di oppositori farebbero parte anche l’ex ministro della Giustizia Fu Zhenghua e tre ex capi della polizia di Shanghai, Chongqing e della provincia dello Shanxi. Nei giorni scorsi tutti hanno ricevuto condanne a lunghi periodi di detenzione.

 

Si tratta di persone in origine alleate di Xi, usate per la sua campagna anticorruzione contro «tigri e mosche». Soprattutto Fu, responsabile delle indagini che hanno portato all’incarcerazione di Zhou Yongkang, l’ex zar della sicurezza visto da Xi come un nemico interno.

 

Analisti osservano che la più grande abilità di Xi è quella di saper puntellare il proprio potere, indebolendo le fazioni avversarie dentro il Partito ed eliminando potenziali concorrenti interni.

 

Dalla sua nomina a segretario generale del PCC e presidente della nazione nel 2012, Xi è riuscito a concentrare il potere nelle proprie mani. Una mossa contraria ai dettami di Deng Xiaoping, il padre delle aperture economiche della Cina negli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso.

 

Come notato dal sinologo Willy Lam su China Brief, Deng ha voluto sostituire la leadership «unica» di stampo maoista con quella «collettiva» dei membri del Comitato permanente del Politburo: un modo per prevenire fenomeni come il culto della personalità e l’eccessivo accumulo di potere nelle mani di un «uomo forte».

 

 

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Immagine da AsiaNews

 

 

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Cina

Immagini del terremoto di Taiwan

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Un potente terremoto ha colpito la parte meridionale orientale di Taiwan sabato sera, facendo cadere oggetti dagli scaffali dei negozi, facendo crollare una casa e interrompendo il servizio ferroviario sull’isola

 

La Central News Agency di Taiwan ha affermato che il terremoto di magnitudo 6,4 è stato centrato a nord della contea di Taitung, sulla costa orientale dell’isola.

 

Non ci sono state segnalazioni immediate di morti, secondo quanto riportato dai media.

 

Ha parzialmente fatto crollare una casa disabitata nella contea di Hualien, a circa 165 chilometri (100 miglia) a nord lungo la costa, senza causare vittime. I treni che collegano Hualien e Taitung sono stati temporaneamente sospesi e altri cinque servizi ferroviari ad alta velocità cancellati fino all’esecuzione dei controlli di sicurezza, ha affermato l’amministrazione delle ferrovie di Taiwan.

 

I sistemi della metropolitana nella capitale, Taipei e nella città meridionale di Kaohsiung sono stati temporaneamente sospesi.

 

Come noto, il Paese è un punto di tensione internazionale, tra le aperte minacce di invasione da parte della Repubblica Popolare Cinese e le manovre della flotta militare americana nell’area.

 

Taipei aveva vissuto una enigmatica falsa emergenza invasione, propalato dai media, pochi mesi fa.

 

Diverse clip sono apparse in rete riprendendo gli effetti del terremoto.

 

 


 

 

 


 

 

Immagine da Twitter

 

 

 

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