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Mons. Viganò: Meditazione nella Festa dei Sette Dolori della Beata Vergine Maria

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Renovatio 21 pubblica questo scritto di Monsignor Carlo Maria Viganò.

 

MEDITAZIONE

nella Festa dei Sette Dolori della Beata Vergine Maria

15 Settembre 2022

 

 

Juxta crucem tecum stare

Et me tibi sociare

in planctu desidero.

 

In questo giorno solenne, nel quale la Chiesa celebra la Beatissima Vergine Maria Addolorata, la mia meditazione avrà come oggetto i Sette Dolori, che nell’iconografia sacra vediamo simboleggiati da sette spade che trafiggono il Cuore Immacolato della Madonna.

 

Li vorrei contemplare nella loro relazione con gli eventi della Chiesa, di cui Nostra Signora è Madre e Regina. Non solo: Ella è figura della Chiesa, e tutto ciò che diciamo della Madre di Dio, possiamo in qualche modo applicarlo alla Sposa dell’Agnello.

 

Questo vale tanto per i trionfi e le glorie di entrambe, quanto per i loro dolori e la partecipazione alla Passione redentrice di Cristo.

 

 

I. Nostra Signora nel tempio ascolta la profezia di Simeone

Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori. E anche a te una spada trafiggerà l’anima (Lc 2, 34-35).

 

Sono le parole di Simeone alla Vergine, nelle quali è annunciata la Passione redentrice del divino Salvatore e la corredenzione della Sua santissima Madre. Ma esse valgono anche per la Chiesa, che è qui per la rovina e la risurrezione di molti, e segno di contraddizione. Anch’essa partecipa nel Corpo Mistico a «ciò che manca ai patimenti di Cristo» (Col 1, 24), nuovo Israele, lumen ad revelationem gentium, città posta sul monte, nuova Gerusalemme. 

 

Per questo anche noi, figli della Chiesa, sentiamo trafiggerci l’anima nel vedere la Sposa dell’Agnello, destinata ad essere Domina gentium, salire il suo Calvario, respinta come il Verbo eterno da coloro che camminano nelle tenebre: et mundus eum non cognovit (Gv 1, 10), et sui eum non receperunt (Gv 1, 11).

 

E se alla Madre di Dio fu risparmiato l’oltraggio al quale non volle sottrarsi Nostro Signore, era nondimeno opportuno che il Corpo fosse flagellato e umiliato dal nuovo Sinedrio, come lo fu il suo Capo. 

 

Quis est homo, qui non fleret,

Matrem Christi si videret

in tanto supplicio?

 

 

II. La fuga in Egitto

Dinanzi alla persecuzione di Erode, la Vergine e San Giuseppe fuggono in Egitto, per mettere in salvo il Bambino Gesù. Abbandonano tutto, lasciano la loro casa e l’attività, i parenti e gli amici, per custodire il Signore e sottrarlo alla furia omicida di Erode.

 

Immaginiamo il dolore della Madonna, nel vedere minacciata la vita del Suo Figlio. Immaginiamo la preoccupazione di San Giuseppe, esule in terra straniera, in mezzo ai pagani, solo con la Sposa e Gesù Bambino. 

 

Anche noi, come i Cristiani perseguitati, siamo costretti all’esilio, alla fuga, alle mille incognite di doverci allontanare dalla nostra casa e dai nostri cari per porre in salvo il Sacerdozio e la Santa Messa, tramite i quali il Signore perpetua il Suo Sacrificio.

 

Ci troviamo a dover fuggire addirittura dalle chiese, dai monasteri, dai seminari: perché un nuovo Erode cerca di eliminare quel segno di contraddizione che lo accusa, e che vorrebbe sostituire con una religione umana, ecumenica, ecologista e panteista; un Cristianesimo senza Cristo, un Sacerdozio senz’anima soprannaturale, una Messa senza sacrificio.

 

Questa spada che trafigge il Sacratissimo Cuore di Gesù e il Cuore Immacolato di Maria trapassa anche il nostro. Ma come la fuga in Egitto fu relativamente breve, così sarà anche la nostra; aspettiamo che l’angelo ci ripeta le parole che rivolse a San Giuseppe: Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e va’ nel paese d’Israele; perché sono morti coloro che insidiavano la vita del bambino (Mt 2, 19-20).

 

Tui Nati vulnerati,

tam dignati pro me pati,

pœnas mecum divide

 

 

III. Il ritrovamento di Nostro Signore nel tempio

Dopo essersi recati a Gerusalemme per celebrare la Pasqua, la Vergine e San Giuseppe si uniscono alla carovana per tornare a casa, ma si accorgono che Gesù non è né con loro, né con i loro parenti. Lo cercano per tre giorni, tornando a Gerusalemme, e Lo trovano nel tempio, con i dottori della Legge, intento a schiudere le profezie messianiche dell’Antico Testamento e a rivelarSi loro

 

Quale tormento devono aver provato Maria e Giuseppe, nel temere di aver smarrito Colui del Quale l’Arcangelo Gabriele aveva detto: «Sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine» (Lc 1, 32-33).

 

Grande dev’essere stata la gioia nel ritrovare il giovinetto Gesù nel tempio, ma in quei tre giorni di angoscia senza il proprio Figlio accanto – Lui ch’era sempre stato subditus illis (Lc 2, 51) – tutti i più atroci timori devono averli consumati.

 

Dinanzi a queste reazioni così umane, così vere, noi dovremmo chiederci quale sia il nostro atteggiamento quando, con il peccato, perdiamo anche noi Gesù, che si allontana da noi non per seguire la propria vocazione, ma perché abbiamo sporcato e colmato di sozzure la dimora della nostra anima. 

 

Guardando alla situazione presente in cui versa la Chiesa, potremmo chiederci – con le parole della «profezia» del Venerabile Pontefice Pio XII che ripetono quelle di Maria di Magdala (Gv 20, 13) – «dove Lo hanno messo?», quando entrando in una chiesa cerchiamo invano un segno della Presenza Reale, una lampada rossa accesa vicino al Tabernacolo.

 

Ci chiediamo «dove Lo hanno messo?» anche quando, assistendo ai riti riformati, vediamo esaltata la figura del «presidente dell’assemblea», il ruolo della zelatrice del tempio che legge la preghiera dei fedeli, la suora senza velo che distribuisce con ostentazione la Comunione; ma non vi troviamo alcuno spazio, alcuna centralità, alcuna attenzione al Dio Incarnato, al Re dei re, al divino Redentore presente sotto i veli eucaristici.

 

Chiediamo «dove Lo hanno messo?» quando entrando nella chiesa in cui sino a ieri ci era garantita la celebrazione in rito antico, vi ritroviamo la tavola protestante, e la sede del celebrante posta dinanzi al Tabernacolo vuoto. «Angosciati Ti cercavamo» (Lc 2, 48).

 

Dov’è dunque il Signore? Nel tempio. In una chiesetta clandestina, in una cappella privata, su un altare di fortuna allestito in una soffitta o in un granaio. Dove Nostro Signore ama stare: con coloro che aprono il cuore e la mente alla Sua Parola, lasciandosi sanare da Lui, permettendoGli di guarirci dalla cecità dell’anima che ci impedisce di vederLo.

 

«Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?» (Lc 2, 49). Quando non troviamo Nostro Signore, e ci abbandoniamo all’angoscia e alla disperazione, dobbiamo tornare sui nostri passi, andare a cercarLo dove Egli ci aspetta. 

 

Fac, ut ardeat cor meum

in amando Christum Deum,

ut sibi complaceam.

 

 

IV. Nostra Signora incontra Gesù che porta la Croce

V. Nostra Signora ai piedi della Croce

VI. Nostra Signora assiste alla crocifissione e morte di Gesù

Ecco un altro Dolore della Vergine e della Chiesa: la vista di Nostro Signore flagellato, coronato di spine, caricato della Croce, fatto oggetto di insulti, schiaffi e sputi.

 

L’Uomo dei Dolori da una parte; la Mater dolorosa dall’altra. Una Madre in cui la consapevolezza della divinità del Figlio, custodita gelosamente sin dal Fiat, strazia il Suo Cuore contemplando il Re dei Giudei ucciso proprio da loro, sobillati dai Sommi Sacerdoti e dagli Scribi del popolo, complice pavida l’autorità imperiale: «Il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine» (Lc 1, 32-33).

 

Ecco il trono di Davide, ecco il regno sulla casa di Giacobbe: il Padre che accetta l’offerta del Figlio, nell’amore dello Spirito Santo, per restaurare l’ordine infranto dal peccato di Adamo ed espiare la colpa infinita del nostro Progenitore. Regnavit a ligno Deus, cantiamo nel Vexilla Regis. Ed è proprio dalla Croce che Cristo regna, coronato di spine. 

 

Ma se il capro espiatorio che veniva simbolicamente caricato delle colpe e dei peccati del popolo era fatto oggetto di disprezzo e inviato a morire fuori delle mura di Gerusalemme, quale destino poteva attendere Colui di cui quel capro era figura, se non prendere su di Sé i peccati del mondo per lavarli nel proprio Sangue, fuori dalle mura di Gerusalemme, sul Calvario?

 

Il dolore della Madre di Dio nel vedere il proprio Figlio oltraggiato e condotto a morte come un criminale Le valse il titolo di Corredentrice: «Così ella soffrì e quasi morì con il Figlio suo sofferente e morente, così rinunciò per la salvezza degli uomini ai suoi diritti di madre su questo Figlio e lo immolò per placare la divina giustizia, sicché si può dire, a ragione, che ella abbia redento con Cristo il genere umano» (Benedetto Pp XV, Inter sodalicia). 

 

Anche la Chiesa, ad iniziare proprio ai piedi della Croce con la Vergine e San Giovanni, ebbe a soffrire enormi dolori nel contemplare la Passione del suo Signore. Anche noi, suoi figli nel Battesimo per grazia di Dio, abbiamo il cuore trafitto nel vedere come è trattato dai Suoi stessi ministri Gesù Sacramentato, come è considerato quasi un ospite ingombrante, che toglie visibilità agli egocentrici della actuosa participatio e ai fanatici del dialogo ecumenico.

 

Ci sentiamo strappare il cuore quando sentiamo i più alti esponenti della Gerarchia negare la divinità di Cristo, la Sua Presenza nel Santissimo Sacramento, i quattro fini del Santo Sacrificio, la necessità della Chiesa per la salvezza eterna.

 

Perché in quegli errori, in quelle eresie, in quelle stolide menzogne leggiamo non solo la pavidità e la sordida cortigianeria verso i nemici di Cristo, ma quello stesso atteggiamento spezzante e ipocrita del Sinedrio, disposto a ricorrere all’autorità civile pur di mantenere un potere usurpato e amministrato contro il fine per cui Cristo lo ha istituito.

 

La perversione dell’autorità ecclesiastica è quanto di più atroce e straziante possa esistere, come se un figlio dovesse assistere all’adulterio della madre o al tradimento del padre. 

 

Cujus animam gementem,

contristatam et dolentem

pertransivit gladius.

 

 

VII. Nostra Signora riceve nelle sue braccia Gesù deposto dalla Croce

Colei che aveva portato in grembo e dato alla luce il Figlio dell’Altissimo nello squallore di una mangiatoia ma circondata dai cori degli Angeli, si trova a dover accogliere le morte membra del Salvatore, come custode della Vittima Immacolata.

 

Quale dev’essere stato il dolore sordo e cupo, nel reggere il cadavere adulto di quel Figlio che Ella aveva tante volte stretto a sé da bimbo e poi da fanciullo! Le membra abbandonate dalla vita saranno sembrate ancor più pesanti per Lei, che custodiva la Fede mentre tutti gli Apostoli erano fuggiti.

 

Mater intemerata, diciamo nell’invocazione delle Litanie: una Madre che non conosce timore, che è disposta a tutto per il proprio Figlio; una Madre che il mondo infernale del Nuovo Ordine odia di un odio inestinguibile, vedendo in Lei la forza invincibile della Carità, pronta a immolarsi per amore di Dio e del prossimo per amor Suo.

 

Questo mondo apostata cerca di cancellare la Mater intemerata corrompendo l’immagine stessa della maternità, facendo di colei che deve proteggere il proprio figlio la sua spietata assassina; rovesciando la Mater purissima con il peccato, l’immodestia e l’impurità; rendendo brutta e avvilendo la femminilità per togliere da ogni donna ciò che ricorda la Mater amabilis

 

Oggi la Chiesa soffre con l’Addolorata nell’essersi piegata alla mentalità secolarizzata, nell’esaltare una femminilità ribelle, che aborrisce la verginità, deride la santità coniugale, demolisce la famiglia e rivendica un distorto diritto all’uguaglianza dei sessi.

 

Oggi la Gerarchia tace i trionfi di Maria Santissima e rende culto alla Madre Terra, al sordido idolo infernale della Pachamama. Perché la Vergine e la Chiesa sono il più grande nemico di Satana; perché la Vergine e la Chiesa sono le custodi del piccolo gregge, riunito nel Cenacolo, per paura dei Giudei. 

 

Offriamo queste nostre sofferenze, unendole a quelle di tutta la Chiesa e di Maria Santissima Addolorata, perché la Maestà di Dio ci conceda il privilegio di assistere al trionfo della Chiesa, Corpo Mistico di Cristo, come dopo tre giorni risorse glorioso il suo Capo, mentre le guardie dormivano. Allora vedremo la Vergine Addolorata riprendere le vesti regali, per intonare l’eterno Magnificat.

 

Fac me cruce custodiri

morte Christi praemuniri,

confoveri gratia.

 

+ Carlo Maria Viganò

Arcivescovo

 

15 Settembre 2022

In festo Septem Dolorum B.M.V.

 

 

 

 

 

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Spirito

Monaca benedettina si consacra a Dio

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«Ecco! Ciò che desideravo, ora ce l’ho! Ciò che speravo, ora lo vedo!»

 

Indovinate, cari lettori, chi mi è apparso per dirmi questo? Un nuovo milionario che ha vinto alla lotteria? Un escursionista affamato davanti a una buona raclette in un rifugio di montagna? Un’anima beata in paradiso? Un’anima appena liberata dal purgatorio?

 

No. Si tratta piuttosto di una suora benedettina svizzera che si è appena consacrata definitivamente a Dio pronunciando la professione perpetua l’11 luglio.

 

Questa giovane donna, che dall’età di vent’anni viveva in un monastero di clausura molto rigida, coperta dalla testa ai piedi da un ampio abito nero in ogni stagione, trascorrendo gran parte delle sue giornate in preghiera. Questa giovane donna, dico, aveva appena promesso davanti a Dio e a una quindicina di persone riunite per l’occasione di rimanere per sempre nel suo chiostro, di sottomettersi a una stretta obbedienza e di lavorare risolutamente per Cristo.

 

Ebbene, dopo tutto ciò, ho sentito con le mie orecchie suor Annuntiata Wuilloud cantare con la sua collega americana, suor Joan Hughes: «Ecco! Ciò che ho desiderato, già lo possiedo! Ciò che ho sperato, già lo vedo!» (Pontificale Romano).

 

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È possibile trovare sulla Terra qualcosa di più sublime?

 

Una giovane donna rinuncia a quasi ogni libertà, al matrimonio e alla famiglia, al guadagno, alle vacanze, ecc. E con la sua voce limpida, con un volto sereno e leggermente sorridente, celebra in un canto la felicità suprema che vi trova.

 

Questa è follia per il nostro mondo, e per una parte di noi stessi, ammettiamolo: è un monito efficace, un esempio vivente e un invito pressante a rileggere e rivivere le parole di Nostro Signore: «Chi lascerà case, fratelli, sorelle, padre, madre, figli o campi per amor mio, riceverà cento volte tanto e erediterà la vita eterna» (Mt 19,29).

 

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Queste suore ci ricordano che il paradiso esiste; sembrano già vederlo. Ci ricordano che questa terra e i suoi beni sono effimeri. Se ne distaccano con un sorriso. E senza dire una parola, ci invitano a imitarle, ciascuno secondo le circostanze della propria vita e nella ricerca della vera felicità che solo Cristo può donarci.

 

Cari lettori, viviamo in un mondo che ci predica che la libertà è la capacità di fare tutto ciò che vogliamo in qualsiasi momento, di poter seguire ogni attrazione e desiderio senza divieti né restrizioni.

 

Le nostre suore benedettine hanno osato il contrario: si sono liberate dalla tirannia delle tentazioni e dei desideri, e hanno sacrificato a Cristo ciò che il mondo aveva da offrire loro. E poi, davanti ai nostri occhi stupiti e commossi, al culmine della loro volontaria dedizione, queste donne hanno rivelato chi sono veramente e cosa le rende così affascinanti: «Io sono la sposa di Colui che gli angeli servono e la cui bellezza è ammirata dal sole e dalla luna». Queste donne sono spose!

 

Sia benedetto il Signore per questa scena di rara magnificenza, e ci conceda di seguire, al nostro lento passo, la processione di queste vergini che portano le loro lampade ardenti, affinché anche noi un giorno possiamo entrare nella sala dell’eterno banchetto dello Sposo.

 

Don Marc-Antoine Moulin

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

 

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 Immagine da FSSPX.News

 

 

 

 

 

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Arte

Patti Smith avrebbe dato in adozione sua figlia con la promessa che non fosse cresciuta cattolica. Ora è accolta dal papa

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Ecco servite le immagini che tutti giornali, giornaloni, giornaletti si aspettano: Patti Smith in Vaticano, va a trovare il papa, che sarebbe puro suo concittadino chicagoano. Sono quelle notizie per le quali dovremmo provare stupore, curiosità, forse – pensano i padroni del discorso – perfino gioia.   È, crediamo, quello che spera il gesuita Antonio Spadaro, già sostenitore di pellicole che esaltano l’apostasia invece del martirio (il terrificente Silenzio di Martino Scorsese) ed autore di pensieri come «Gesù appare come fosse accecato dal nazionalismo e dal rigorismo teologico», che a dir il vero credevamo per qualche ragione messo da parte dallo stesso Bergoglio che lo aveva dapprima innalzato (lo ha fatto con tanti).  

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«Quando quella porta si è aperta è successo qualcosa… una scintilla non priva di “siparietti”, ma anche un senso di profonda commozione e di una missione in questo mondo difficile. Due americani, due di Chicago, due figure altissime che sono voci di speranza per un mondo diviso: la “sacerdotessa” del rock Patti Smith come viene chiamata, e il Santo Padre papa Leone. Una lunga udienza che è stata come una conversazione tra due persone che si scoprono vecchi amici e condividono ricordi fatti di parole e musica, di sogni, visioni e speranze di ieri e di oggi».   Il post del gesuita, tra il melenso e il pretenzioso (con qualche immancabile segno inquietante, come l’uso della parola «sacerdotessa») rappresenta, con probabilità, il più grande spreco neuronale della settimana. Ma va così.   Lo Spadaro, un tempo definito lo «spin doctor» del papa precedente, continua spindoctorare con immagini e didascalie zuccherose sino all’insulino-resistenza.   Per chi, come il lettore di Renovatio 21, intuisce che vi sono – sempre – dinamiche profonde in gioco, potrebbe scattare un senso di fastidio. Ancora di più se poi ci si ricorda di alcune cose – ma sappiamo che i giornali sono fatti, appunto, non per rammentare, ma per dimenticare.   Ad esempio, dovrebbe essere chiaro a tutti che non si tratta della prima volta che la «madrina del punk» (la chiamano così: ma a noi sembra che la sua musica sopravvalutata e scadente nulla abbia a che fare col genere) si reca in Vaticano. Con evidenza i suoi sponsores vaticani continuano a riscaldare la ministra. Forse perché le sue canzonette ebeti sono legate alla loro vita di religiosi mezzi ribelli, preti un po’ pentiti e sicuramente rovinati dalle chitarre del Concilio Vaticano II.   Noi in effetti la ricordiamo in piazza San Pietro a stringere la mano di papa Francesco fresco di elezione. L’americana, ci era rimasto impresso, aveva questa espressione caprina… Eccola invitata a suonare al concerto di Natale in Vaticano nel 2014. Un altro invito a suonare nella città-Stato nel 2021.   Nel frattempo, l’incompatibilità dell’anziana rocker con la morale cattolica era stata reiterata: nel 2018 aveva dichiarato alla stampa che «salvare la vita delle giovani donne è più importante di qualsiasi ideologia». Sapete cosa significa: la trita convinzione, profusa a piene mani da radicali e dai loro omologhi dagli anni Settanta (e che mai hanno sentito il bisogno di aggiornare), secondo cui l’aborto legale, che uccide i bambini non ancora nati, «salvi la vita» delle madri impedendo loro di morire praticando figlicidi autonomamente.

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Non solo, nel 2022, l’ugola vegliarda definì «terribile» l’annullamento della sentenza Roe v. Wade (cioè la fine dell’aborto concepito come diritto federale americano) da parte della Corte Suprema degli Stati Uniti, affermando che le aveva spezzato il cuore.   Ma che importa. Oggi i monsignori pattismittisti impenitenti ci ricicciano la vecchia perfino al padiglione della Biennale di Venezia, quella attaccata dall’Europa per la presenza del Padiglione russo, che sta lì dal 1914. Capiamoci: il Vaticano, il Paese che può rivendicare il più grande ruolo nella Storia dell’Arte, con capolavori seminati nei secoli ovunque, alla Biennale Internazionale dell’Arte mostra… Patti Smith. È, sì, davvero disperante.   Vanno spese due parole sulle interazioni tra la Smith e il cattolicesimo, perché ce ne sono state, e sono spesso problematiche, quando non spaventose.   Innanzitutto, la Smith non è, come forse pensano i più, una lapsa. Non è una delle usuali ragazze cresciute nell’America cattolica che ad una certa perdono la strada, divenendo attrici, pornostar, cantanti o altre pizie della società della dissoluzione. La famiglia della Smith è… testimone di Geova.   L’attrazione per concetti cattolici apparrebbe, quindi, in qualche modo indotta da preferenze estetiche. Scrivono che si sarebbe interessata della storia dei Santi, in particolare a San Francesco, concepito come santo ambientalista – eccerto. La vedete, anche nella foto sopra, con un bel Tau francescano al collo.   Tuttavia in queste ore è un altro il riferimento, a dire il vero inquietante, che qualche giornale ha riconosciuto. La Smith avrebbe salutato Leone dicendo «hi, hi», «ciao, ciao». Si tratta di un’espressionr che aveva usato nell’oscura canzone che dava il titolo ad uno dei suoi album più noti, Wave. «Hi, hi» era l’apertura di un dialogo immaginato tra la cantante e Giovanni Paolo I, Albino Luciani, il cui papato era durato pochissimo, quanto la registrazione del disco, e che era morto quando il pezzo, angosciante, fu inciso.   Insomma, la Smith parla al papa vivo come quando parlava al papa morto.  

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Riferimenti li possiamo trovare anche altrove, come nella canzone Dancing Barefoot, qualcuno definita come un «incantesimo». La canzone dice di essere dedicata alle donne, in particolare all’amante di Amedeo Modigliani, Jeanne Hébuterne (1898-1922), che si suicidò all’ottavo mese di gravidanza appena due giorni dopo la scomparsa di Modigliani.   Ebbene la canzone termina con un pezzo recitativo, le cui ultime parole sono «blessed among women», «benedetta fra le donne». Lasciamo al lettore interrogarsi su tale riferimento mariano calato in questo contesto raccapricciante.     In realtà, l’ambiente da cui proviene la Smith è molto più raccapricciante di così. In molti dimenticano che la sua carriera era partita assieme a quella del suo compagno, il fotografo Robert Mapplethorpe (1946-1989), con cui, dice, ha condiviso anni di amore e povertà a Nuova York alla fine dei Sessanta.   Mapplethorpe era cresciuto in una famiglia cattolica all’interno di una parrocchia neoeboracena. Divenuto artista dapprima vendendo bigiotteria a tema religioso, era inserito, con la sua girlfriend, in quel milieu culturale dove spopolava la «Factory» di Andy Warhol. Si racconta che lui e la Smith si considerassero «muse» l’uno dell’altra.

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Più avanti, come fotografo, vi fu la svolta. I suoi scatti lo rendono, ancora oggi, famosissimo, ma a guardarli ci si chiede cosa c’entri Patti con lui, visto che si tratta di foto che non è nemmeno possibile definire «omoerotiche»: sono foto di pornografia omosessuale anche violentissima (al punto, in un episodio famoso, che la polizia britannica chiese lo strappo di alcune pagine di un suo libro in una biblioteca), immagini invero rivoltanti che, scrivono antisetticamente le storie dell’arte e pure l’enciclopedia online, «documentano ed esaminano la sottocultura BDSM gay maschile di New York City tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta».   Per chi non lo sapesse, il BDSM sta per «bondage, discipline, dominance and submission, sadomasochism», ossia la sottocultura organizzata attorno alla perversione del sadomasochismo. In pratica, il moroso della Smith – che non disdegnava di autofotografarsi con i cornetti, talvolta pure con corna di capro o simili – contribuì più di chiunque altro allo sdoganamento, con la scusa dell’arte, della parafilia più indegna e violenta, oggi bellamente accettata dalla società e interamente visibile nei gay pride: prima che per le strade della vostra città, omosessuali al guinzaglio erano finiti nelle mostre e nei cataloghi di Mapplethorpe.   Il quale non è che si limitasse a fare foto. Nel suo libro di memorie Taking Woodstock (poi divenuto pellicola per la regia di Ang Lee), lo scrittore gay Elliot Tiber racconta di un incontro in cui Robert Mapplethorpe lo prelevò in una sauna di Nuova York e lo portò in un loft per un rapporto sessuale sadomasochista sotto una bandiera nazista con la svastica. L’estetica hitlerista, lo sappiamo, eccita non poco alcuni omosessuali, specie quelli con certe pulsioni di degrado e dissoluzione.   La vulgata vuole che, una volta che Mapplethorpe capì il suo orientamento, il rapporto amoroso con la Smith cessò, tramutandosi in una amicizia durata sino alla sua morte nel 1989, causata, non un dettaglio scioccante, dall’AIDS. Nella sua autobiografia Just Kids, la Smith sostiene che inizialmente nutriva l’idea romantica di poterlo salvare dalla sua attrazione per gli uomini, e di essere stato emotivamente sopraffatta quando lui le rivelò la sua omosessualità e si unì alla comunità gay. Non si capisce allora, ma questi siamo noi, come possa aver continuato l’amicizia, anche quando, vista la sua arte, era chiaro quale strada terrificante il ragazzo stesse imboccando.   Tuttavia, è un altro il dettaglio che può colpire, e non siamo in grado di giudicarne la veridicità, perché comparso in una biografia non autorizzata apparsa a fine anni Novanta. In Patti Smith: An Unauthorized Biography l’autore Victor Bockris scrive della prima figlia avuta a vent’anni in Pennsylvania dalla cantante, poco prima di trasferirsi a Nuova York e conoscere Mapplethorpe.   Secondo il libro, «nonostante le dichiarazioni successive di Patti secondo cui avrebbe avuto un parto cesareo (e una grande cicatrice a provarlo), ha detto ad almeno un’amica intima che ha avuto una nascita vaginale regolare. Indipendemente dal metodo di parto, Patti ha aderito al suo piano di dare in adozione la bambina, con il solo caveat che non dovesse essere cresciuta cattolica».   Fermo restando che siamo, sinceramente, grati a Patti di non aver ucciso la sua primogenita, non possiamo non restare sconvolti da questa informazione, che ripetiamo non sappiamo verificare, la vediamo solo riportata in questa biografia non autorizzata. Perché l’esclusione del cattolicesimo? È molto controintuitivo: la Smit, ripetiamo, non era una ragazza fuggita dall’ambiente cattolico, era una Testimone di Geova… E in un altro caso famoso, quello dell’adozione di Steve Jobs, i giovani genitori biologici, si ricorda, avevano chiesto il contrario – che i genitori adottivi del futuro inventore di Apple fossero cattolici, desiderio che fu poi disatteso.   Non sappiamo dire di più di questa strana storia, se non rimanere affranti davanti a questa ennesima iniezione di Patti Smith nel cuore della cristianità.   Non c’è chiarezza. Non appare nessun pentimento rispetto a nulla, eppure il romano pontefice è lì a stringerle la mano, sorriderle, concederle tempo: cioè a rilanciare, presso i fedeli cattolici, il messaggio artistico ed esistenziale di Patti Smith.   Non siamo distanti, notiamo, da altri casi, alcuni dei quali allignano persino nel governo, di signore che hanno fatto cose indicibili negli anni Settanta e poi sono state cooptate dalle strutture ecclesiastiche e cattopolitiche senza che vi sia stata una minima storia di conversione.   E quindi, il quadretto è chiaro: dentro le Patti Smith, fuori i cattolici, fuori la FSSPX, con terrorismo nelle diocesi e nelle parrocchie, dove la scorsa settimana sono state fatte, in varie parti d’Italia, omelie che annunziavano la scomunica per cui i fedeli che frequentano la Fraternità – cioè, per coloro che, più che ascoltare Patti Smith, desiderano di restare cattolici.   Siamo all’inversione assoluta, con punte di parodia e di satanismo piuttosto evidenti.   Questa è Roma oggi. Questo è ciò contro cui combatteremo fino a che non sarà riportato l’ordine di Nostro Signore.   Roberto Dal Bosco  

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Epidemie

Mons. Viganò: Vaticano complice di Fauci

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L’arcivescovo Carlo Maria Viganò ha rilasciato su X un suo commento sul caso del dottor Anthony Fauci, plenipotenziario statunitense delle restrizioni COVID durante l’anno pandemico. Il Fauci ha avuto influenza non solo nel contesto americano ma in quello mondiale.

 

Il prelato lombardo ricorda, in particolare, quanto concretamente il Vaticano abbia agito all’unisono con i dittatori della psicopandemia, onorando e fiancheggiando il Fauci.

 

«Il 6 maggio 2021, mentre il mondo intero era ancora sotto il giogo della dittatura sanitaria, la Santa Sede ospitava – sotto l’egida del Pontificio Consiglio della Cultura – una Conferenza intitolata “Exploring the Mind, Body & Soul. Unite to Prevent & Unite to Cure”» ricorda Viganò. «Ad aprire i lavori non era un teologo, non un pastore, non un difensore della legge naturale. Era Anthony Fauci. Accanto a lui Deepak Chopra, Chelsea Clinton… e, nel programma, i vertici di Pfizer e Moderna».


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«La stessa Santa Sede che avrebbe dovuto alzare la voce contro la menzogna, contro la sperimentazione di massa, contro la sospensione dei diritti fondamentali, collaborò attivamente con gli architetti di quella che è stata – e resta – una delle più grandi operazioni di controllo sociale e di frode sanitaria della storia contemporanea: un vero e proprio crimine contro l’umanità» continua Sua Eccellenza.

 

«Non possono dire che non sapevano. Non possono dire che non erano stati avvertiti. io stesso denunciai sin dal maggio del 2020 la frode pandemica e per ben due volte scrissi alla Congregazione per la Dottrina della Fede, per mettere in guardia contro l’adesione acritica a una narrativa pseudo-scientifica che contraddiceva non solo la prudenza, ma i principi non negoziabili della morale cattolica. Fui ignorato e ostracizzato. Come lo furono tanti altri».

 

«L’evento del maggio 2021 non è stata una “semplice conferenza”. È stata una manifestazione pubblica di complicità. La Santa Sede non si è limitata a tacere: ha offerto la propria autorità morale e la propria immagine a coloro che, in nome della “salute”, hanno imposto limitazioni delle libertà fondamentali, discriminazioni, ricatti e soprattutto sieri sperimentali che hanno procurato la morte a milioni di persone: una vera e propria ecatombe ancora in atto per i danni causati da quei sieri» tuona l’arcivescovo.

 

«Bergoglio – che passerà alla storia come responsabile dello sterminio pianificato di milioni di persone – se n’è andato al suo destino, ma molti dei suoi più stretti collaboratori sono ancora al loro posto. Prevost ha assecondato la narrazione della farsa-pandemica promuovendo mascherine, distanziamento sociale e vaccinazioni di massa. Se oggi Leone continuasse a sostenere la narrazione mainstream, proprio quando la frode sanitaria è ormai ufficialmente riconosciuta, non farebbe che confermare la continuità con Bergoglio anche in questo».

 

«Chi tace di fronte al crimine, o peggio lo legittima con il proprio consenso, se ne rende corresponsabile. Che questo non sia dimenticato. Che resti scritto» conclude il già nunzio apostolico negli USA.

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Va detto come sin da subito monsignor Viganò ha veduto in Fauci il chiaro esecutore del folle piano di sottomissione mondialista chiamato «pandemia COVID».

 

Lo scorso settembre, difendendo l’avvocato tedesco imprigionato, il monsignore scriveva che «non è l’avvocato Fuellmich che dovrebbe essere in prigione, ma coloro che hanno commesso il più grande crimine contro l’umanità: Anthony Fauci, Bill Gates, Klaus Schwab, George Soros, Ursula von der Leyen, Albert Bourla, e tutti i loro complici ed emissari, soprattutto quelli che ricoprono cariche istituzionali»

 

Nell’aprile 2021, denunziando la conferenza, Viganò scrisse «del famigerato Anthony Fauci, i cui scandalosi conflitti di interesse non hanno impedito che si impadronisse della gestione della pandemia negli Stati Uniti», concludendo che «la Santa Sede si è fatta serva del Nuovo Ordine Mondiale, del globalismo massonico, della religione del vaccino».

 

Come riportato da Renovatio 21, vi è stato un rapporto diretto tra il Vaticano e la Big Pharma del siero mRNA, realizzato in incontri multipli, fino ad un certo punto segreti, tra il papa e il CEO del colosso. Il papato bergogliano impose draconianamente a tutti i residenti in Vaticano la dose di vaccino genico sperimentale, minacciando (e ottenendo) l’espulsione di coloro che vi si opponevano.

 

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