Spirito
Mons. Viganò, la Chiesa e l’intronazione dell’«arcivescova» anglicana: «Leone abbraccia l’eresia ecumenista»
L’arcivescovo Carlo Maria Viganò ha affidato al social network X un commento riguardo all’intronazione della prima «arcivescovessa» di Canterbury Sarah Mullally e alle relative assicurazioni di «dialogo» proferite da papa Leone XIV.
«Leone abbraccia l’eresia ecumenista solennemente condannata da Pio XI nella Mortalium Animos, trattando la Comunione Anglicana – i cui “ordini sacri” furono dichiarati assolutamente nulli da Leone XIII nell’Apostolicæ Curæ – come “Chiesa sorella” con cui “camminare insieme” in virtù di un battesimo comune, senza esigere la conversione all’unica vera Chiesa Cattolica Apostolica Romana» scrive monsignore.
«Tale irenismo modernista, che elogia il dialogo ARCIC (Anglican-Roman Catholic International Commission) e invoca una “testimonianza comune” senza affermare l’unicità cattolica, dissolve il dogma “Extra Ecclesiam nulla salus” e riduce l’unità voluta da Nostro Signore a un compromesso sentimentale. Non stupisce che le “autorevolissime fonti magisteriali” con cui Leone legittima l’ecumenismo siano il Vaticano II e i papi conciliari. Non uno dei Papi precedenti il Concilio avrebbe mai osato pensare e scrivere simili orrori».
«Il saluto a una “arcivescovessa” aggrava infine lo scandalo, violando il Magistero immutabile che esclude la possibilità di un sacerdozio femminile e conferma la totale invalidità di ogni pretesa ordinazione anglicana» continua l’arcivescovom che si chiede: «ma se “san” Paolo VI è in paradiso, dove si trova il Martire San Thomas Becket?».
Le parole di Sua Eccellenza sono accompagnate da un agghiacciante video di performance danzerecce durante l’intronazione della nuova «monsignora» cantuariense.
Leone abbraccia l’eresia ecumenista solennemente condannata da Pio XI nella Mortalium Animos, trattando la Comunione Anglicana – i cui “ordini sacri” furono dichiarati assolutamente nulli da Leone XIII nell’Apostolicæ Curæ – come “Chiesa sorella” con cui “camminare insieme” in… pic.twitter.com/JBlf3BA28P
— Arcivescovo Carlo Maria Viganò (@CarloMVigano) March 26, 2026
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Come riportato da Renovatio 21, l’elezione di una donna ai vertici della Chiesa d’Inghilterra ha portato a tensioni al limite dello scisma del ramo africano degli anglicani, che si sono riuniti poche settimane fa per eleggere un leader «rivale» dell’«arcivescova». Il clero della Global Fellowship of Confessing Anglicans (GAFCON), che da subito aveva dato segni di insofferenza se non di insubordinazione patente, si è riunito ad Abuja, in Nigeria.
Si tratta, per quanto sottaciuto, di un vero e proprio scisma.
NOW – Dame Sarah Mullally is officially “enthroned” as the Archbishop of Canterbury, head of the Church of England, becoming the first woman to take the role in 1,400 years. pic.twitter.com/0ww1mIRIT3
— Disclose.tv (@disclosetv) March 25, 2026
Dame Sarah Mullally is installed as the Archbishop of Canterbury in a ceremony at Canterbury Cathedral.
She is the first woman to lead the Church of England.https://t.co/PAiZ4D1jU3
📺 Sky 501, Virgin 602, Freeview 233 and YouTube pic.twitter.com/jmn2MEU5dd
— Sky News (@SkyNews) March 25, 2026
Dame Sarah Elisabeth Mullally arrives to be Enthroned as the 106th Archbishop of Canterbury pic.twitter.com/toPaH1ylD6
— Imperial Material ♚ (@implmaterial) March 25, 2026
L’elezione della Mullally, che ha espresso posizioni pro-aborto e pro-omotransessualismo, ha aggravato la frattura tra l’ala conservatrice e quella progressista della Chiesa anglicana. Tuttavia, la GAFCON aveva già respinto la guida del precedente arcivescovo di Canterbury, Giustino Welby, nel 2023 a causa della sua proposta di benedire le coppie dello stesso sesso.
Come riportato da Renovatio 21, la comunione anglicana ha già visto a causa dell’elezione di una donna ad arcivescovo del Galles una rottura nelle sue pendici africane. In una conferenza a Kigali di mesi fa, a seguito della nomina della «vescova» Cherry Wann ad arcivescovo del Galles, è stato concluso che «Poiché il Signore non benedice le unioni tra persone dello stesso sesso, è pastoralmente fuorviante e blasfemo formulare preghiere che invocano la benedizione nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo».
Mons. Viganò aveva già attaccato mesi fa i rapporti tra Roma e la Chiesa d’Inghilterra a seguito dell’incontro dei loro sommi vertici, cioè papa Leone e re Carlo. «Le due autorità supreme delle proprie rispettive “chiese” si riconoscono entrambe nell’ideologia ambiententalista e neomalthusiana del World Economic Forum e dell’Agenda 2030, ed è su questa nuova religione che è impostato il dialogo tra sinodali e anglicani» aveva detto monsignore.
«A confermare la sua continuità con l’ecumenismo conciliare, Leone offrirà a Carlo un “seggio” (con la targa “Ut unum sint”) nella Basilica di San Paolo fuori le Mura, già teatro dell’indizione del Vaticano II e da allora tempio dell’ecumenismo indifferentista conciliare e sinodale».
«La Fede Cattolica è la grande assente, e non a caso: sarebbe imbarazzante per Leone ricordare i Martiri cattolici massacrati dal monarca poligamo, a cominciare da John Fisher e Thomas More. Immaginate Papa Clemente VII che offre uno scranno in una Basilica Papale a Enrico VIII…» conclude Viganò, ricordando la storica nequizia anticristiana della malvagia monarchia britannica.
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Immagine screenshot da Twitter
Spirito
35 anni fa, l’arcivescovo Lefebvre raccomandò la sua anima a Dio
Ricovero ospedaliero e intervento chirurgico
Tuttavia, non riuscì ad andare oltre Bourg-en-Bresse. Nel cuore della notte, verso le 4 del mattino, nella sua stanza d’albergo, svegliò il suo autista, Rémy Borgeat. «Non mi sento bene», disse; «torniamo in Svizzera». E così, su sua stessa richiesta, la mattina del 9 marzo fu ricoverato d’urgenza all’ospedale di Martigny, il cui direttore, il signor Jo Grenon, era amico di Écône. Fu affidato alle cure del reparto di chirurgia e gli fu assegnata la stanza 213. Oltre le montagne si estendevano il Passo del Forclaz e la Francia; e non lontano, il Passo del Gran San Bernardo, l’Italia e Roma. Il prelato mantenne la calma, pur provando dolore: «Sento come un fuoco che mi brucia nell’addome e sale verso il petto». Padre Simoulin gli portò la Santa Comunione, che avrebbe continuato a ricevere fino al giorno dell’intervento. La ringraziò dicendo: «Vi ho fatto perdere i Vespri… ma avete compiuto un atto di carità. Mi state portando il miglior medico. Nessun altro può darmi niente di più di quello che mi state dando voi». Ammira il crocifisso che è stato portato per il piccolo altare allestito nella sua stanza: «Aiuta a sopportare la sofferenza». Gli antidolorifici contribuirono ad alleviare le sue sofferenze e venne nutrito per via endovenosa. Scherzando, disse alle infermiere: «Avete fatto un buon affare con me: pago il prezzo intero e non mi date nemmeno da mangiare!». «Era inoltre molto paziente e i medici dovevano rimproverarlo perché parlasse del suo dolore. Le infermiere lo trovavano molto mite ed eccezionalmente discreto; non usava mai il campanello per richiamare l’attenzione. Non voleva disturbare gli altri. Era un po’ preoccupato per le conseguenze di un’operazione, ma allo stesso tempo era rassegnato e fiducioso. Diverse volte disse: «Ho finito il mio lavoro e non posso fare altro. Non mi resta altro che pregare e soffrire».Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
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Morte dolorosa
«Fino all’ultimo, l’Arcivescovo non ha avuto il minimo dubbio di aver fatto la cosa giusta». «E, vedremo, la sua fine fu, come la sua vita, incentrata e rafforzata da una fede semplice, discreta e modesta. Sembra che non ci siano stati messaggi spirituali o ” ultime parole”. Fece alcune osservazioni apparentemente comuni o “persino maliziose, sebbene non cattive”, la cui importanza sarebbe apparsa chiara solo in seguito, soprattutto per coloro che conoscevano poco o per nulla l’arcivescovo Lefebvre e che non riuscivano a immaginare come fosse morto, non avendolo mai visto in vita». Domenica 24 marzo, primo giorno della Settimana Santa, le condizioni del paziente peggiorarono improvvisamente. Venerdì aveva chiesto l’orologio e l’apparecchio acustico (segno che si sentiva meglio) e sabato si era pensato di riportarlo in camera il giorno successivo. Ma domenica la speranza lasciò il posto alla preoccupazione: l’Arcivescovo aveva la febbre altissima e il cardiologo decise di ricoverarlo in terapia intensiva. Era agitato e sofferente e parlava incessantemente, ma a causa della maschera per l’ossigeno era difficile capirlo. Tuttavia, Jo Grenon riuscì a dire: «Siamo tutti suoi piccoli figli». Quando Grenon lo lasciò, l’Arcivescovo gli sorrise e gli porse la mano per salutarlo. Quando padre Simoulin gli disse che suo fratello, Michel Lefebvre, era arrivato, sorrise il più possibile e la gioia gli illuminò il volto. Verso le 19:00, il Rettore di Écône tornò in ospedale, ma appena entrato in terapia intensiva, udì il suono terrificante di forti gemiti, che si udivano sopra i rumori provenienti dalle apparecchiature vicine; il suono era ulteriormente amplificato dalla maschera per l’ossigeno. L’Arcivescovo era completamente esausto e non riusciva a parlare, ma capì tutto ciò che il sacerdote gli disse: «Vostra Grazia, il ritiro era per predicare a noi… state predicando in un modo che non avevamo previsto!». L’Arcivescovo sorrise. «Alcuni fedeli del Vallese, compresi gli autisti, stanno seguendo il ritiro con noi». E l’Arcivescovo sorrise di nuovo. «Allora il sacerdote notò il crocifisso della stanza e fece un commento di lode all’ospedale e al suo buon direttore, che poneva ogni paziente sotto la protezione del Redentore. Molto lentamente l’Arcivescovo girò la testa verso sinistra, dove il sacerdote indicava; poi chiuse dolcemente gli occhi». «Un sorriso… uno sguardo al Crocifisso… queste furono le ultime parole dell’arcivescovo Lefebvre. Un sorriso… per ringraziare, per rassicurare, per incoraggiare gli altri ad avere la stessa serenità, un sorriso di carità e attenzione verso gli altri, nell’abnegazione. Uno sguardo al crocifisso, l’ultimo gesto consapevole che i suoi figli lo videro compiere: lo sguardo del fedele e del sacerdote adorante». «Verso le 23:30, l’ospedale ha chiamato Écône: Arcivescovo. Lefebvre ha appena avuto un arresto cardiaco ed è in rianimazione. Padre Simoulin e padre Laroche hanno trovato l’Arcivescovo che respirava con grande difficoltà: i suoi occhi erano fissi e vitrei. Gli era stato praticato un massaggio cardiaco e doveva aver subito un’embolia polmonare». «Mentre padre Laroche tornava al seminario per svegliare la comunità e condurla in cappella a pregare, padre Simoulin rimaneva con l’Arcivescovo, che faceva sforzi dolorosi per respirare; era come l’agonia del Crocifisso. Col passare del tempo, il suo volto si solcava sempre più di dolori, mentre i valori sui monitor diminuivano a poco a poco». Verso le 2:30 del mattino , il suo declino accelerò e il respiro si fece più lento, mentre il dolore continuava a segnargli la fronte. Poco a poco tutto si placò. Verso le 3:15 del mattino , il prete disse all’infermiera: «La sua anima attende una sola cosa: lasciare questo corpo sofferente ed essere con Dio». «Credo che l’anima se ne stia andando», disse l’infermiera, che poi si allontanò. «Padre Simoulin iniziò le preghiere per i moribondi. “Proprio nel momento in cui terminai”, disse, “erano quasi le 3:20 del mattino e il Superiore Generale, padre Schmidberger, fu ricoverato in terapia intensiva. Il battito cardiaco era sceso a 00, ma si sentiva ancora un respiro: era l’Arcivescovo o la macchina? Offrii il Rituale a padre Schmidberger, che riprese le preghiere in expiratione“». «Alcuni ultimi lampi di dolore attraversarono il volto dell’Arcivescovo, poi, verso le 3:25 del mattino , la sofferenza cessò del tutto ed egli ritrovò la pace. Il Superiore Generale chiuse quindi gli occhi dell’amato padre». «Era lunedì della Settimana Santa, il 25 marzo, festa dell’Annunciazione della Beata Vergine Maria, il giorno in cui il Cielo sorrise alla terra e la speranza rinacque nelle anime; il giorno dell’Incarnazione del Figlio di Dio e dell’ordinazione sacerdotale di Gesù Cristo come Sommo Sacerdote. In questo giorno, l’anima di Marcel Lefebvre fu giudicata». «A Lille, quindici anni prima, aveva detto: “Quando mi troverò davanti al mio Giudice, non voglio che Egli possa dirmi: ‘Anche tu hai lasciato che la Chiesa venisse distrutta”». «E così, quel 25 marzo 1991, quando Dio gli chiese cosa avesse fatto con la grazia del suo sacerdozio e del suo episcopato, cosa avrebbe potuto rispondere, questo vecchio soldato della Fede, questo vescovo che aveva restaurato il sacerdozio cattolico?» «Signore, ecco, ho trasmesso tutto ciò che potevo trasmettere: la fede cattolica, il sacerdozio cattolico e anche l’episcopato cattolico. Tu mi hai dato tutto questo, e tutto questo l’ho trasmesso affinché la Chiesa potesse continuare.» «Il vostro grande Apostolo disse: Tradidi quod et accepi, e come lui ho voluto dire: “Tradidi quod et accepi“, ho trasmesso ciò che ho ricevuto. Tutto ciò che ho ricevuto, l’ho trasmesso.»Aiuta Renovatio 21
Non c’è amore più grande di quello che ha l’uomo
«Le spoglie del fedele guerriero furono solennemente riportate a Écône. Rivestite con paramenti pontificali, furono esposte nella cappella di Notre-Dame-des-Champs. La folla si recò sul posto per tutta la settimana; persino il nunzio e il vescovo Schwery di Sion vennero a benedire il corpo di colui che il Papa aveva dichiarato scomunicato», «La salma fu vegliata giorno e notte da lunedì al martedì di Pasqua. L’Arcivescovo ricevette l’ultima benedizione la mattina del 2 aprile, dopodiché la bara fu chiusa. Su di essa fu apposta una targa recante lo stemma dell’Arcivescovo e le parole che egli aveva chiesto di incidere: Tradidi quod et accepi». «Lentamente, l’Arcivescovo fu portato sulle spalle dei suoi sacerdoti e attraversò la folla di ventimila fedeli che si erano radunati per il funerale. Fu portato lungo il campo antistante Écône, lungo il quale aveva spesso compiuto processioni per impartire la grazia del sacerdozio. Giunse quindi alla “basilica di tela” in fondo al campo, dove si sarebbero svolte la Messa e l’Assoluzione Pontificia». «Il tempo era freddo e grigio; il sole splendeva solo sul lato opposto della valle. Improvvisamente, nel bel mezzo della cerimonia, illuminò con la sua luce l’immensa folla di amici della Fraternità Sacerdotale San Pio X. Un calore si diffuse. Poi, quando la salma fu riportata su per il campo verso il cielo azzurro e al suo ultimo luogo di riposo a Écône, ventimila anime sentirono nel loro cuore che lì la vita si spegneva e continuava. Questo era anche il sentimento nei cuori dei suoi figli sacerdoti, ognuno con una piccola candela accesa nella luce abbagliante riflessa dalle scogliere dietro Écône. La tradizione era viva». In un libro di condoglianze, uno dei «cattolici comuni» che seguivano la Tradizione della Chiesa grazie all’arcivescovo Lefebvre, scrisse queste poche righe: «Grazie per essere intervenuto, per aver salvato il sacerdozio, per essere stato il nostro portabandiera e per esserti offerto in sacrificio per salvare il tuo popolo». «Sì, ha amato la Chiesa con tutto il cuore, fino ai limiti dell’amore stesso: in finem dilexit . Non ha forse dimostrato il più grande amore possibile? Ha amato più di molti, quest’uomo che fino alla fine ha creduto nella carità che Dio ha per noi». Da Marcel Lefebvre: la biografia del vescovo Bernard Tissier de Mallerais. Testimonianza della signora Guy Toulemonde (nata Marie-Thérèse Lefebvre), sorella minore e figlioccia del fondatore della Fraternità Sacerdotale San Pio X: «Voleva fare la volontà di Dio; voleva fare ciò che Dio si aspettava da lui. Questo è assolutamente certo. Ricordo che un giorno, mentre si trovava ad affrontare grandi difficoltà con Roma, gli chiesi: “Ma senti, quando te ne sarai andato, cosa succederà? Ci sarà qualcuno a prendere il tuo posto? Che ne sarà della Fraternità?”» Rispose: «Niente di speciale, è molto semplice. Se la Società è di Dio, continuerà a esistere; se non è di Dio, si estinguerà. Tutto qui. Sarà ciò che il buon Dio vorrà. Quanto a me, non mi preoccupa minimamente». E, in effetti, sono convinta che questo fosse veramente il suo desiderio: che la Società facesse ciò che Dio voleva che facesse, e che lui stesso facesse altrettanto. Articolo previamente apparso su FSSPX.NewsIscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Spirito
Giurisdizione inseparabile?
Tra le critiche teologiche rivolte alle prossime consacrazioni episcopali, alcune provengono da figure di spicco, ma non è sempre così. Qua e là, anche alcuni contributori meno noti offrono le proprie argomentazioni per entrare nel dibattito.
Ad esempio, Jean Bouër, editorialista di Politique Magazine, contesta la «delicata» argomentazione della Fraternità secondo cui i poteri dell’Ordine sacro e la giurisdizione sono separabili e che è quindi possibile consacrare i vescovi senza conferire loro la giurisdizione. Al contrario, per il giornalista è un dato di fatto che «quando un vescovo viene consacrato, gli viene sempre assegnata una giurisdizione» (1).
Ne è prova il fatto che quando viene consacrato un vescovo senza una vera e propria diocesi, come un nunzio o un vescovo ausiliare, gli viene sempre assegnata una diocesi «in partibus infidelium», cioè «nelle terre degli infedeli». Si tratta spesso di ex diocesi cadute in mani musulmane nel corso della storia. Un vescovo di questo tipo viene quindi definito vescovo «titolare».
Infatti, è così che lo stesso mons. Lefebvre fu nominato successivamente vescovo titolare di Anthedon (2) (1947-1948), poi arcivescovo titolare di Arcadiopolis (3) (1948-1955) e infine arcivescovo titolare di Synnada dal 1962 (4) in poi; tre diocesi situate nell’attuale Turchia. Ciò dimostrerebbe quindi la necessità di concedere la giurisdizione ai vescovi, anche in caso di diocesi vacanti.
Ma il cronista fraintende la ragione di questa consuetudine. Il Dizionario di Teologia Cattolica (5) ne fornisce due: 1. Preservare la memoria di alcune sedi episcopali un tempo fiorenti; 2. Mantenere i vescovi a disposizione del Sommo Pontefice che lo assistano nel ministero apostolico. In nessun caso è necessario che il vescovo stesso abbia giurisdizione. Al contrario, lo stesso dizionario afferma chiaramente che i vescovi titolari sono «privati di ogni uso ed esercizio della giurisdizione episcopale propria del loro titolo».
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Un’opera fondamentale di diritto canonico, lo Ius canonicum di Wernz e Vidal, presenta i vescovi titolari, al contrario, come esempio della separabilità tra ordine e giurisdizione:
«Le due gerarchie [di ordine e giurisdizione] sono realmente e concretamente distinte, tanto che si può esistere in una senza esistere nell’altra [La nota a piè di pagina indica: “ad esempio, un vescovo titolare; un laico eletto alla dignità di Romano Pontefice”]. In effetti, ciascuno di questi poteri o gerarchie possiede un’origine e un’esistenza distinte e indipendenti, proprietà completamente diverse e fini prossimi totalmente distinti».
Non sorprende quindi che, secondo la costante dottrina della Chiesa e dei teologi, esista una doppia gerarchia ben definita: quella dell’ordine e quella della giurisdizione. Cfr. Concilio di Trento, Sessione VII, Canoni 4 e 7 (6).
In breve, Politique Magazine farebbe bene a non cercare di diventare Theologie Magazine.
NOTE
1) Politique Magazine, articolo «Roma-Ecône: ti amo, non ti amo?» 18 marzo 2026.
2) Mons. Lefebvre era stato appena nominato Vicariato Apostolico di Dakar, che non era ancora una diocesi.
3) Fu poi nominato Delegato Apostolico. Data l’importanza di questa carica, gli fu conferito il titolo di arcivescovo anziché un semplice titolo episcopale. Tale titolo cessò quando, nel 1955, Dakar fu ufficialmente eretta ad arcidiocesi e mons. Lefebvre ne divenne il primo arcivescovo.
4) Quando fu eletto Superiore della Congregazione dello Spirito Santo.
5)Articolo «Vescovo», col. 1705.
6) Wernz e Vidal, Ius canonicum, vol. 2, p. 51.
Immagine di Jim, the Photographer e Stv26 via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0); immagine modificata
Occulto
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