Connettiti con Renovato 21

Pensiero

Mons. Viganò: il Natale del Re Bambino e la sua Signoria sulla Chiesa e sulle Nazioni

Pubblicato

il

Renovatio 21 pubblica questo testo di Monsignor Carlo Maria Viganò.

 

 

 

 

 

DESIDERATUS CUNCTIS GENTIBUS

L’Incarnazione del Verbo di Dio inaugura la Signoria di Cristo sulla Chiesa e sulle Nazioni. 

 

Discite justitiam moniti, et non temnere divos.

Venditit hic auro patriam, dominumque potentem 

imposuit, fixit leges pretio atque refixit;

hic thalamum invasit natæ vetitosque hymenæos;

ausi omnes immane nefas ausoque potiti.

 

Æn., VI, 620-624

 

I. Premessa

La dottrina della Regalità di Cristo costituisce un discrimen tra la Chiesa Cattolica e la «chiesa conciliare», anzi esso è il punto di separazione tra ortodossia cattolica e eterodossia neomodernista, perché i seguaci del laicismo e del secolarismo liberale non possono accettare che la Signoria di Nostro Signore si estenda alla sfera civile sottraendola all’arbitrio dei potenti o alla volontà della massa manipolabile.

 

Eppure, l’idea stessa che l’autorità abbia il proprio fondamento in un principio trascendente non è nata con il Cristianesimo, ma fa parte della nostra eredità greco-romana.

 

La stessa parola greca ἱεραρχία indica la «amministrazione delle cose sacre» da un lato, ma anche il «sacro potere» dell’autorità, dove gli impegni connessi ad essa costituiscono significativamente una λειτουργία, un ufficio pubblico di cui si fa carico lo Stato.

 

Similmente, la negazione di questo principio è appannaggio del pensiero ereticale e dell’ideologia massonica. La laicità dello Stato costituisce la principale rivendicazione della Rivoluzione Francese a cui il Protestantesimo ha fornito le basi teologiche, mutatesi poi in errore filosofico con il liberalismo e con il materialismo ateo. 

 

Questa visione di un tutto coerente e armonioso che attraversa lo scorrere del tempo e valica i confini dello spazio, conducendo l’umanità alla pienezza della Rivelazione di Cristo fu propria di quella Civiltà che oggi si vuole rimossa e cancellata in nome di una distopia che è disumana perché intrinsecamente empia, in quanto originata dall’inestinguibile odio dell’Avversario, eternamente privato del sommo Bene a causa del proprio orgoglio e della ribellione alla Volontà di Dio. 

 

Non stupisce che i nostri contemporanei non riescano a comprendere le ragioni della crisi presente: essi si sono lasciati defraudare del patrimonio di saggezza e memoria costituitosi nel corso della Storia grazie all’intervento pedagogico della Provvidenza, che ha inscritto nel cuore di ogni uomo i principi eterni che devono orientare ogni aspetto della loro vita

 

Questa mirabile παιδεία ha consentito che popoli lontani da Dio e immersi nelle tenebre del paganesimo potessero purtuttavia predisporsi con mezzi naturali all’irrompere della dimensione soprannaturale nella Storia, all’avvento di Cristo, nel Quale tutto si ricapitola e si mostra come parte del κόσμος divino

 

Quando Augusto ordinò la pubblicazione dell’Eneide – che Virgilio aveva disposto nel proprio testamento di distruggere, considerandola incompleta – era da poco iniziata la pax romana in tutto l’Impero; una pax concessa al mondo per accogliere l’Incarnazione del Figlio di Dio e strappare l’umanità alla schiavitù di Satana.

 

Di quella pace solenne e sacra echeggiano ancor oggi le grandiose parole del Martirologio Romano, che ascolteremo ancora una volta la mattina della Vigilia di Natale: 

 

Ab urbe Roma condita anno septingentesimo quinquagesimo secundo, anno imperii Octaviani Augusti quadragesimo secundo, toto orbe in pace composito… Jesus Christus aeternus Deus aeternique patris Filius, mundum volens adventu suo piissimo consecrare, de Spiritu Sancto conceptus, …in Betlhem Judæ nascitur ex Maria Virgine factus homo.

 

Solo quarant’anni prima della Nascita del Salvatore, Virgilio ebbe modo di frequentare i figli di Erode venuti a studiare a Roma: fu da loro che egli conobbe le profezie messianiche dell’Antico Testamento e l’annuncio dell’imminente nascita del Puer cantato nella Egloga IV: 

 

Jam redit et Virgo, redeunt Saturna regna,

jam nova progenies cœlo demittitur alto. 

Tu modo nascenti Puero, quo ferrea primum

desinet, ac toto surget gens aurea mundo,

casta fave Lucina: tuus jam regnat Apollo. (1)

 

e che Dante fa ricordare a Stazio nel Purgatorio (XXII, 70-72): 

 

Secol si rinova;

torna giustizia e primo tempo umano,

e progenie scende da ciel nova.

 

In questa attesa trepidante dell’avvento di Cristo, Augusto salva dalla distruzione il poema virgiliano, scorgendo in esso quell’anelito ad un mondo in cui viga la pace, dopo un secolo di guerre civili. Egli vide in Enea il modello di chi si riconosce pius in quanto rispettoso del volere divino e dei vincoli che ne derivano verso la Patria e la famiglia, inserito dalla Provvidenza nelle vicende contingenti della Storia, partecipe della volontà di Dio fissata nell’eternità. 

 

Possiamo facilmente comprendere per quale motivo l’anima di una persona retta e onesta, ancorché privata della Fede, potesse sentirsi mossa a un nobile destino, dinanzi al quale tacciono gli dei falsi e menzogneri, rimane muta la Sibilla e si ritira l’Oracolo dell’Aracœli.

 

Scorgiamo allora nel fatofas in latino – il richiamo al verbo fari, che significa «parlare» e rimanda al Verbo di Dio, alla Parola eterna pronunciata dal Padre. Il Cristiano rimane ammirato da tanta paterna bontà, da questa mano provvidente che accompagna l’umanità che vaga nelle tenebre verso la Luce di Cristo, Redentore del genere umano. 

 

Vi è, in questa visione della Storia e dell’intervento di Dio in essa, qualcosa di ineffabile che commuove e sprona al Bene, che risveglia negli animi la speranza di atti eroici, di ideali per cui combattere e dare la vita. 

 

Fu su questa perfetta composizione di temporale ed eterno, di natura e Grazia, che il mondo poté accogliere e riconoscere il Messia promesso, il Principe della pace, il Rex pacificus vincitore del peccato e della morte, il Desideratus cunctis gentibus.

 

Dal Cenacolo alle catacombe, dalle comunità dei primi Cristiani alle basiliche romane convertite al culto del vero Dio, si leva la preghiera che il Signore insegnò agli Apostoli: adveniat regnum tuum, fiat voluntas tua sicut in cœlo et in terra.

 

Così un Impero pagano divenne culla della Cristianità, e con le proprie leggi e la propria influenza civile e sociale rese possibile la diffusione del Vangelo e la conversione delle anime a Cristo.

 

Anime semplici, certamente; ma anche anime di persone erudite, di nobili romani, di funzionari imperiali, di diplomatici e intellettuali, che riuscivano a vedersi – come il pius Æneas – coinvolti in un piano provvidenziale, chiamati a dare un senso a quelle virtù civiche, a quell’anelito alla giustizia e alla pace che senza la Redenzione sarebbe rimasto incompleto e sterile. 

 

 

II. Il ruolo «provvidenziale» dello Stato

L’economia della Salvezza, in questa visione «medievale» e cristiana degli eventi, riconosce ai singoli individui il privilegio di essere essi stessi parte di questo grande piano della divina Provvidenza: una actuosa participatio – mi si perdoni il prestito di una locuzione cara ai Novatori – dell’uomo all’intervento di Dio nella Storia, in cui la libertà di ciascuno si trova dinanzi alla scelta morale, e quindi determinante per il suo destino eterno, tra Bene e Male, tra il conformarsi alla volontà di Dio – fiat voluntas tua – e il seguire la propria – non serviam – disobbedendoGli. 

 

Tuttavia, proprio nell’adesione dei singoli all’azione della Provvidenza, comprendiamo come la società terrena, che da questi individui è composta, assuma a sua volta un ruolo nel piano di Dio, consentendo che le azioni dei suoi membri siano indirizzate con maggiore efficacia dall’autorità dei governanti verso il bonum commune che li unisce nel perseguimento del medesimo fine. 

 

Lo Stato, come società perfetta – ossia che possiede in sé tutti i mezzi necessari al perseguimento del quid unum perficiendum – riveste quindi una funzione propria, principalmente ordinata al bene dei cittadini, alla tutela dei loro legittimi interessi, alla protezione della Patria dai nemici esterni e interni, al mantenimento dell’ordine sociale.

 

Va da sé che, facendo esperienza dei tentativi e dei fallimenti di chi ci ha preceduto – secondo la visione eminentemente cristiana di Giambattista Vico – i popoli civilizzati abbiano saputo cogliere l’importanza dello studio della Storia, consentendo un reale progresso e riconoscendo la validità del pensiero aristotelico-tomista proprio perché sviluppatosi sulla base della conoscenza della realtà e non sulla creazione di teorie filosofiche astratte. 

 

Troviamo questa visione di buon governo emblematicamente rappresentata negli affreschi di Ambrogio Lorenzetti del Palazzo Pubblico di Siena, a conferma della profonda religiosità della società medievale; una religiosità dell’istituzione, certo, ma che era condivisa e fatta propria da coloro che, rivestiti di funzioni pubbliche, consideravano il proprio ruolo come espressione coerente con l’ordine divino – il κόσμος, appunto – impresso dal Creatore al corpo sociale. 

 

Di questo ruolo storico dell’Impero Romano abbiamo un esempio nell’Eneide (VI, 850-853): 

 

Tu regere imperio populos Romane memento 

hæ tibi erunt artes, pacisque imponere morem, 

parcere subjectis et debellare superbos.

 

Fu la consapevolezza di questa missione provvidenziale che rese grande Roma; fu il tradimento di questo compito a causa della corruzione dei costumi a decretarne la caduta.

 

 

III. Il concetto di laicità e la secolarizzazione del potere

Né sarebbe stato possibile altrimenti, dal momento che il concetto di «laicità dello Stato» era del tutto impensabile tanto per i governanti quanto per i sudditi delle Nazioni occidentali di qualsiasi epoca precedente la Pseudoriforma protestante.

 

Solo a partire dal tardo Rinascimento la teorizzazione dell’ateismo consentì di formulare un pensiero filosofico che sottraesse il singolo individuo al dovere di riconoscere e rendere culto pubblico alla divinità; e fu con l’Illuminismo che i principi massonici conobbero una diffusione tramite la secolarizzazione forzata della società civile successiva alla Rivoluzione Francese, al rovesciamento delle Monarchie di diritto divino e alla feroce persecuzione contro la Chiesa Cattolica. 

 

Oggi il mondo contemporaneo considera un merito rivendicare la propria laicità, mentre nel mondo greco-romano la ribellione agli dei era considerata marchio di empietà e segno di rivolta verso lo Stato, la cui autorità era espressione di un potere sancito e ratificato dall’alto.

 

Discite justitiam moniti, et non temnere divos, ammonisce Flegias, precipitato nel Tartaro e condannato a gridare senza tregua questo avvertimento (Æn., VI, 620). La cultura classica che abbiamo ereditato quale premessa naturale alla diffusione del Cristianesimo, e che il Medioevo riconobbe e valorizzò, si basa quindi sul dovere di non spregiar gli dei, mostrando come l’assenza di religio sia causa della rovina della Nazione, dal tradimento della Patria all’instaurazione della tirannide, dal promulgare o abolire le leggi per interesse economico al violare i più sacri precetti del vivere civile. (2)

 

A dimostrazione di quanto fossero fondati questi timori, possiamo contemplare le macerie della società contemporanea, capace di legittimare orrori inauditi quali l’uccisione degli innocenti nel ventre materno, la corruzione dei bambini con la teoria gender e la sessualizzazione dell’infanzia, il loro utilizzo negli infernali rituali della lobby pedofila, i cui infami componenti ricoprono ruoli di potere e che nessuno, sinora, osa processare e condannare.

 

Il mondo contemporaneo è governato da una setta di servi del demonio, votati al male e alla morte: chiudere gli occhi dinanzi a simili mostruosità rende quanti tacciono colpevolmente complici di quegli orrendi crimini che gridano vendetta al cospetto di Dio.

 

 

IV. La sacralità dell’autorità

Fino alla Rivoluzione Francese i governanti trovavano la propria legittimazione nell’esercizio dell’autorità in nome di Dio, e con essa i governati vedevano tutelati i propri diritti contro gli abusi del potere, dal momento che tutto il corpo sociale era gerarchicamente ordinato sotto la suprema potestà dell’unico Signore, riconosciuto come Rex tremendæ majestatis proprio perché Giudice anche dei Re e dei Principi, dei Papi e dei Prelati. Corone, tiare e mitrie costellano le raffigurazioni dell’inferno nei Giudizi Universali delle nostre chiese. 

 

Questa sacralità dell’autorità non è un concetto aggiunto successivamente ad un potere nato originariamente come neutrale. Al contrario, ogni potestà si è sempre riferita alla divinità, tanto in Israele quanto nelle nazioni pagane, per poi acquisire nel mondo occidentale la pienezza dell’investitura soprannaturale con l’avvento del Cristianesimo e il suo riconoscimento come Religione di Stato ad opera dell’Imperatore Teodosio.

 

Così l’Imperatore d’Oriente era Cæsar in una Corte che a Bisanzio parlava in latino; lo Czar delle Russie e quello dei Bulgari erano parimenti Cesari, per poi giungere al Sacro Romano Impero, il cui ultimo Sovrano, il Beato Carlo d’Asburgo, venne spodestato dalla Massoneria con la Prima Guerra Mondiale. 

 

L’educazione dei futuri sovrani, della nobiltà e del Clero era tenuta nella massima considerazione, e non si limitava a fornire un’istruzione intellettuale e pratica, ma prevedeva necessariamente una specifica formazione morale e spirituale che assicurasse solidi principi, abitudine alla disciplina, capacità di dominare le proprie passioni, pratica delle virtù di governo.

 

Un intero sistema sociale rendeva chi esercitava l’autorità consapevole della propria responsabilità dinanzi a Cristo Re, unico detentore della Signoria temporale e spirituale che i Suoi Ministri in terra dovevano esercitare in forma rigorosamente vicaria.

 

Per questo motivo, come avvenne ad esempio nel caso di Federico II di Svevia, la superiorità dell’Autorità spirituale della Chiesa su quella temporale dei Sovrani consentiva al Romano Pontefice di sciogliere dal vincolo di obbedienza i sudditi di un Re che abusasse del proprio potere. 

 

V. La secolarizzazione estesa a qualsiasi autorità

Alla secolarizzazione dell’autorità civile ha fatto più recentemente seguito quella dell’autorità religiosa, che con il Concilio Vaticano II è stata significativamente spogliata – non solo esteriormente – della propria sacralità a beneficio di una visione profana (e rivoluzionaria) in cui il potere ecclesiastico proviene dal basso, in forza del solo Battesimo, e viene delegato dal «popolo sacerdotale» ai suoi rappresentati, ai quali sono conferiti compiti di presidenza, al pari di quanto avviene nelle sette calviniste. 

 

Il paradosso è qui ancor più evidente, perché porta all’interno della Chiesa – snaturandola – le dinamiche tollerabili in una società civile che non riconosce diritti alla vera Religione, finendo al contempo per legittimarle col farle proprie.

 

In quest’ottica, le gravissime deviazioni oggi propagandate dal Sinodo sulla Sinodalità in chiave democratica e parlamentarista non sono che la messa in pratica dei principi teorizzati dal Concilio, per il quale la laicità – ossia la rottura del legame tra l’autorità terrena e la sua legittimazione soprannaturale – avrebbe dovuto estendersi a qualsiasi società umana, escludendo parimenti qualsiasi tentazione «teocratica» come obsoleta e inopportuna. 

 

A questo processo, inevitabilmente, non fu estranea alcuna autorità, da quella del paterfamilias a quella del maestro, da quella del magistrato a quella dell’ufficiale: il dovere di chi vi era sottoposto di obbedirvi e di chi la esercitava di amministrarla con saggezza e prudenza richiamavano la divina paternità di Dio e come tali dovevano essere delegittimati, poiché la ribellione è anzitutto contro l’autorità di Dio Padre.

 

Il Sessantotto non fu che una propaggine della Rivoluzione, in cui ciò che per utilitarismo o convenienza il liberalismo aveva conservato per garantirsi un minimo di ordine sociale venne infine demolito, portando le Nazioni occidentali all’anarchia. 

 

 

VI. L’azione eversiva delle società segrete

La setta infame, consapevole della potenza dell’alleanza tra Trono e Altare, tramò nell’ombra per corrompere i governanti e attirare la nobiltà nei propri ranghi, iniziando dalla dinastia capetingia.

 

In realtà, già nei Principati tedeschi con l’eresia protestante e poi nell’Inghilterra di Enrico VIII con lo scisma anglicano erano attive conventicole di iniziati di matrice gnostica avversi al Papato e ai legittimi Sovrani ad esso fedeli.

 

È comunque certo e documentato che la Rivoluzione costituì lo strumento principale con cui le società segrete colpirono le Nazioni cattoliche per strapparle alla Fede ed asservirle ai propri scopi ideologici ed economici, e ovunque la Massoneria riuscì ad agire ricorse sempre agli stessi strumenti e alla stessa propaganda, per ottenere la secolarizzazione delle Istituzioni pubbliche, la cancellazione della Religione di Stato, l’abolizione dei privilegi ecclesiastici e dell’insegnamento cattolico, la legittimazione del divorzio, la depenalizzazione dell’adulterio, la diffusione della pornografia e delle altre forme di vizio.

 

Perché quel mondo cristiano in ogni aspetto del vivere quotidiano doveva essere cancellato e sostituito da una società empia, irreligiosa, dedita all’appagamento dei piaceri più bassi, irridente verso la virtù, l’onestà, la rettitudine: sono le «conquiste» dell’ideologia liberale, ciò che l’anticlericalismo più abbietto considera «progresso» e «libertà».

 

Le innumerevoli condanne del Magistero nei confronti delle sette segrete erano ampiamente giustificate dalla minaccia che incombeva sulla pace delle Nazioni e sulla salvezza eterna delle anime. Finché la Chiesa ebbe nell’autorità civile un valido alleato, l’azione della Massoneria procedette a rilento e fu costretta a dissimulare i propri intenti criminali. 

 

Fu solo con la corruzione dell’autorità ecclesiastica, perseguita con paziente opera di infiltrazione e portata a compimento dalla fine dell’Ottocento grazie al Modernismo, che la Massoneria poté contare sulla complicità di chierici ribelli e fornicatori, traviati nell’intelletto e nella volontà, e perciò facilmente asservibili e ricattabili.

 

Le loro carriere nei ranghi della Chiesa, fermate dalla lungimirante vigilanza di San Pio X, ripresero tranquillamente negli ultimi anni del Pontificato di Pio XII allora infermo, e conobbero una spinta sotto Giovanni XXIII, probabilmente membro egli stesso di una Loggia ecclesiastica. Ancora una volta vediamo come la corruzione dei singoli sia strumentale alla dissoluzione dell’istituzione cui essi appartengono. 

 

 

VII. La Rivoluzione in campo civile, sociale ed economico

La Rivoluzione iniziata in Francia nel 1789 ebbe le medesime modalità di attuazione: prima la corruzione dell’aristocrazia e del Clero; poi l’azione delle società segrete infiltrate ovunque; quindi la propaganda mediatica contro la Monarchia e la Chiesa, e parallelamente l’organizzazione e il finanziamento di moti e proteste di piazza per aizzare il popolo, impoverito e oberato di tasse a causa delle speculazioni dell’alta finanza internazionale e della inadeguatezza della risposta dello Stato alle mutazioni del sistema economico europeo.

 

Anche in quel caso la leva principale che consentì alla teoria eversiva della Massoneria di tradursi in vera e propria rivoluzione fu rappresentato dalla classe che maggiormente aveva interesse ad appropriarsi dei beni dei nobili e della Chiesa, non solo per mettere in vendita un patrimonio inestimabile di immobili, arredi e opere d’arte, ma anche per trasformare radicalmente il tessuto socioeconomico tradizionale, ad iniziare dallo sfruttamento dei latifondi, sino ad allora lasciati per lo più produrre secondo ritmi naturali e sistemi arcaici.

 

Infatti, dopo la Rivoluzione Francese, abbiamo avuto la Prima Rivoluzione Industriale, che con l’invenzione del motore a vapore e la meccanizzazione della produzione ha imposto le migrazioni di massa dei braccianti e dei contadini dai campi alle metropoli per convertirli in manodopera a basso costo, dopo averli privati della possibilità di avere mezzi di sostentamento autonomi e indotti alla miseria con nuove tasse e imposte.

 

Tutto l’Ottocento è una conferma che la matrice ideologica della Rivoluzione si fonda su un’eresia dottrinale intrinsecamente legata al profitto economico e al dominio finanziario. 

 

La Seconda Rivoluzione Industriale ebbe luogo nel periodo compreso tra il Congresso di Parigi (1856) e quello di Berlino (1878), coinvolgendo principalmente l’Europa, gli Stati Uniti e il Giappone in nuovi, forzati progressi tecnologici quali l’elettricità e la produzione di massa; la Terza iniziò negli anni Cinquanta e si estese a Cina e India, e riguardò principalmente l’innovazione tecnologica, informatica e telematica, per poi allargarsi alla new economy, alla green economy, al controllo delle informazioni.

 

Ciò avrebbe dovuto creare un clima culturale di fiducia neopositivista nelle possibilità della scienza e della tecnica di provvedere al benessere materiale dell’umanità; l’azione di manipolazione delle masse diede ampio spazio all’immaginazione di ciò che la società sarebbe potuta diventare, suggestionandola con il tema cinematografico della fantascienza. 

 

Con l’anno 2011 inizia infine la Quarta Rivoluzione Industriale, che consiste nella crescente compenetrazione tra mondo fisico, digitale e biologico. È una somma dei progressi in intelligenza artificiale (IA), robotica, Internet delle Cose (IoT), stampa 3D, ingegneria genetica, computer quantistici ed altre tecnologie.

 

Teorizzatore di questo processo distopico è il famigerato Klaus Schwab, fondatore e direttore esecutivo del World Economic Forum.

 

 

VIII. La secolarizzazione dell’autorità premessa del totalitarismo

Separare artificialmente l’armonia e la complementarietà gerarchica tra autorità spirituale e autorità temporale fu un’operazione sciagurata che creò la premessa, ogniqualvolta venne realizzata, alla tirannide o all’anarchia.

 

Il motivo è sin troppo evidente: Cristo è Re tanto della Chiesa quanto delle Nazioni, perché ogni autorità viene da Dio (Rom 13, 1). Negare che i governanti abbiano il dovere di sottomettersi alla Signoria di Cristo è un errore gravissimo, perché senza la Legge morale lo Stato può imporre la propria volontà prescindendo dalla volontà di Dio, e quindi sovvertendo il κόσμος divino della Civitas Dei per sostituirvi l’arbitrio e il χάος infernale della civitas diaboli

 

Oggi le Nazioni occidentali sono ostaggio di potentati che non rispondono né a Dio né al popolo delle loro decisioni, perché non traggono la propria legittimazione né dall’alto né dal basso.

 

Il colpo di stato che è stato preparato e compiuto dalla lobby eversiva del World Economic Forum ha di fatto spodestato i governi della propria indipendenza da pressioni esterne e gli Stati della propria sovranità. Ma questo processo dissolutorio è ormai scoperto per l’arroganza con cui i satrapi del Nuovo Ordine Mondiale – tutto è nuovo, quando riguarda loro, e tutto è vecchio quando è da abbattere – hanno rivelato i loro piani, credendosi ormai prossimi alla vittoria definitiva. Al punto che anche intellettuali non certo tacciabili di conservatorismo iniziano a denunciare le intollerabili ingerenze di Klaus Schwab e dei suoi minion nel governo delle Nazioni.

 

Alcuni giorni fa il prof. Franco Cardini ha dichiarato: «Le forze che gestiscono economia e finanza ora scelgono, corrompono e determinano la classe politica, che così diventa un comitato d’affari» (qui). E sappiamo bene che dietro questo «comitato d’affari» si perseguono scopi di cieco profitto ai danni dell’economia degli Stati, ma anche inquietanti progetti di controllo capillare della popolazione, di depopolamento forzato, di cronicizzazione delle patologie in vista della privatizzazione totale dei servizi pubblici.

 

La mentalità che presiede a questo Great Reset è la stessa che animava i borghesi e gli usurai dei secoli scorsi, preoccupati di sfruttare i latifondi che la nobiltà e il Clero non consideravano come fonte di lucro. 

 

Lo aborro perché è cristiano e ancor più perché ha la goffa semplicità di prestare denaro gratis, e così fa diminuire i frutti che si potrebbero ottenere. (3)

 

Per costoro l’umanità è un fastidioso impaccio che occorre razionalizzare e rendere strumentale al perseguimento dei propri scopi criminali e la Morale cristiana un odioso intralcio all’instaurazione di un governo in mano alla finanza: se questo è oggi possibile, è perché non vi è alcun riferimento morale trascendente che ponga un freno ai loro deliri, né un potere che sfugga a questo vile asservimento a interessi privati. E qui comprendiamo come la situazione presente sia essenzialmente una crisi dell’autorità, al di là della comprensione dei singoli circa la minaccia rappresentata dal colpo di stato globale dell’élite usuraia. 

 

 

IX. Il Natale di Cristo

 

La Nascita del Salvatore ha rappresentato l’irruzione dell’eternità nel tempo e nella Storia, con l’Incarnazione della Seconda Persona della Santissima Trinità nel grembo virginale di Maria Santissima. Nella persona di Nostro Signore, vero Dio e vero uomo, si somma l’autorità di Dio a quella del discendente della stirpe regale di Davide, e la Redenzione del genere umano mediante il Sacrificio della Croce ripristina nell’economia della Grazia l’ordine divino infranto dal peccato originale ispirato dal Serpente. 

 

Il Re Bambino, adagiato nella mangiatoia, si mostra all’adorazione dei pastori e dei Magi avvolto in fasce, com’era prerogativa dei sovrani: et hoc vobis signum (Lc 2, 6). (4)

 

Egli muove le stelle e viene onorato dagli Angeli, ma sceglie come trono il presepe, come reggia terrena la povera capanna di Betlemme, così come sul Golgota – e nella visione dell’Apocalisse – è la Croce ad essere trono di gloria. Nostro Signore riceve l’omaggio dei saggi d’Oriente in riconoscimento dei titoli di Re, Sacerdote e Profeta; ma già deve fuggire da chi vede in Lui una minaccia al proprio potere. Stolto e crudele Erode, che non comprende che non eripit mortalia, qui regna dat cœlestia. (5)

 

Stolti e crudeli i potenti di oggi, che nella strage di milioni di innocenti – una strage compiuta sui loro corpi e sulle loro anime – vogliono consolidare la propria tirannide di morte, e che nella schiavitù dei popoli rinnovano la propria ribellione al Re dei re e al Signore dei governanti, che quelle anime ha redento col proprio Sangue. 

 

Ma è nell’umile affermazione della propria Signoria che il Bambino di Betlemme manifesta la divinità del Figlio di Dio nell’unione ipostatica dell’Uomo-Dio. Una divinità che unisce l’onnipotenza del Pantocratore alla fragilità del lattante, il tremendo giudizio del sommo Giudice al vagito del neonato, l’eternità immutabile del Verbo di Dio al silenzio dell’infante, lo splendore della gloria della Maestà divina con lo squallore di un ricovero per animali nella gelida notte della Palestina. 

 

In questa apparente contraddizione che unisce mirabilmente divinità e umanità, potenza e debolezza, ricchezza e povertà troviamo anche l’insegnamento che tutti noi, e soprattutto coloro che sono costituiti in autorità, dobbiamo trarre per la nostra vita spirituale e per la nostra stessa sopravvivenza. 

 

Anche il Sovrano, il Principe, il Pontefice, il Vescovo, il magistrato, l’insegnante, il medico e il padre godono di un potere che attinge alla sfera dell’eternità, alla divina Regalità del Figlio di Dio, perché nell’esercizio della loro autorità essi agiscono in nome di Colui che la legittima finché rimane fedele a ciò per cui essa è stata voluta.

 

Chi ascolta voi, ascolta Me. E chi disprezza Me disprezza Colui che mi ha mandato (Lc 10, 16).

 

Per questo obbedire all’autorità civile ed ecclesiastica significa obbedire a Dio, nell’ordine gerarchico che Egli ha decretato. Per questo disobbedire a chi abusa della propria autorità è altrettanto doveroso, per salvaguardare quell’ordine che ha il proprio centro in Dio, e non nel potere terreno che ne è vicario. Altrimenti si finisce per adorare il potente, per prestargli l’ossequio cui egli ha diritto solo in quanto a sua volta sottomesso a Dio. Oggi invece l’ossequio a chi ricopre incarichi di potere non solo non ha alcun vincolo di doverosa subordinazione a Cristo Re e Pontefice, ma anzi Gli è nemico. E dove la presunta sovranità popolare propagandata dalla chimera della democrazia si è rivelata un colossale inganno ai danni di quel popolo che non ha nessuno cui appellarsi per veder tutelati i propri diritti.

 

D’altra parte, quali «diritti» potrebbe rivendicare chi ha tollerato di lasciarli usurpare a Dio?

 

Come potremmo stupirci che il potere si muti in tirannide, quando accettiamo che esso non abbia più alcun legame con il trascendente, unica garanzia di giustizia per il povero, l’esule, l’orfano e la vedova?

 

 

X.Instaurare omnia in Christo

L’apparente trionfo dei malvagi – dai criminali del World Economic Forum agli eretici del «cammino sinodale» – ci pone dinanzi alla cruda realtà del Male, destinato sì alla sconfitta finale, ma anche permesso dalla Provvidenza come strumento di castigo per l’umanità traviata.

 

Perché la povertà, le epidemie, la miseria indotta da crisi pianificate, le guerre spietate mosse da interessi economici, la corruzione dei costumi, la strage degli innocenti riconosciuta come un «diritto umano», la dissoluzione della famiglia, la rovina dell’autorità, la dissoluzione della civiltà, l’imbarbarimento della cultura e dell’arte, l’annichilimento di ogni slancio verso la virtù e il Bene sono solo necessarie conseguenze di un tradimento compiuto gradualmente ma sempre nella medesima direzione e la premessa al peggio che dovrà venire: il disprezzo di Dio, la sfida sciagurata del non serviam nei confronti della Maestà divina, tanto più spietata e furiosa quanto maggiore è la presunzione satanica di poter vincere una battaglia da cui Satana uscirà eternamente sconfitto. 

 

Dormi, o Fanciul; non piangere;

dormi, o Fanciul celeste:

sovra il tuo capo stridere

non osin le tempeste,

use sull’empia terra,

come cavalli in guerra,

correr davanti a Te. (6)

 

Ricapitolare in Cristo tutte le cose (Ef 1, 10), significa ricomporre l’ordine infranto dal peccato, tanto nell’ordine naturale quanto in quello soprannaturale, tanto nella sfera privata quanto in quella pubblica, restituendo la Corona regale al Re dei re, al Quale in un delirio di ὕβρις la Rivoluzione l’ha sottratta; ed ancor prima restituendo la triplice Corona al Sommo Pontefice, strappata con l’ideologia del Vaticano II e con l’apostasia di questo «pontificato». 

 

Papi e Re, Prelati e governanti delle Nazioni, fedeli della Chiesa e cittadini degli Stati devono tornare, in una palingenesi mossa dalla Grazia, a Cristo, a Cristo Re e Pontefice, all’unico Vindice dei veri diritti del Suo popolo, all’unico Protettore dei deboli e degli oppressi, all’unico Vincitore della morte e del peccato. E in questo cammino di ritorno a Cristo, sarà l’umiltà a guidarci nel saper ripercorrere a ritroso, la comoda via della perdizione che abbiamo intrapreso abbandonando la via verso il Calvario segnataci dal Signore. Una via che Egli ha percorso per primo, e sulla quale ci accompagna tramite la Grazia dei Sacramenti, che conduce alla Croce come unica premessa per la gloria della Resurrezione. 

 

Chi crede che continuando su questo percorso sia possibile cambiare le cose; che si possa porre un limite all’ideologia di morte e di peccato del Nuovo Ordine Mondiale; che si possa impedire agli empi di diffondere gli orrori della pedofilia, della perversione, della cancellazione dei sessi, dell’uccisione dei bambini, dei deboli e degli anziani si illude.

 

Se il mondo è diventato un inferno grazie alla Rivoluzione, esso potrà tornare ad essere meno malvagio e mortifero solo con un’azione controrivoluzionaria. Se la Gerarchia è diventata un ricettacolo di eretici, di corrotti e di fornicatori grazie al Vaticano II e alla liturgia riformata, essa potrà tornare ad essere immagine della Gerusalemme celeste solo tornando a ciò che gli Apostoli, i Padri e i Dottori, i Santi, i Papi e i Vescovi hanno fatto fino a prima del Concilio. Proseguire sulla via della perdizione conduce, appunto, alla perdizione: la differenza sta solo nella velocità della corsa verso l’abisso. 

 

Quanto prima ciascuno di noi saprà rinforzare la propria appartenenza a Cristo, tanto prima inizierà il ritorno della società al suo Signore. E questa appartenenza incondizionata a un Dio che si è incarnato per redimerci deve avvenire iniziando dall’umile adorazione del Re Bambino, ai piedi della mangiatoia, assieme ai pastori e ai Magi. 

 

Dormi, o Celeste: i popoli

chi nato sia non sanno;

ma il dì verrà che nobile

retaggio tuo saranno;

che in quell’umil riposo,

che nella polve ascoso,

conosceranno il Re. (7)

 

Venga dunque, per tutti noi, il benedetto momento in cui, toccati dalla Grazia e mossi dalla salutare visione dell’inferno in terra che va preparandosi se assisteremo inerti all’instaurazione della distopia globalista, riconosciamo il Re.

 

E in cui, riconosciutoLo, possiamo combattere sotto le Sue sante insegne insieme alla terribile Vincitrice di Satana – l’Immacolata – la battaglia epocale contro il Nemico del genere umano.

 

Sarà una creatura, una Donna, una Vergine, una Madre a schiacciare il capo dell’antico Serpente, e con esso quello dei suoi maledetti seguaci.

 

E così sia. 

 

 

+ Carlo Maria Viganò

Arcivescovo

 

 

17 Dicembre 2022

Sabbato Quattuor Temporum Adventus

 

 

NOTE

1) La Vergine ormai torna, tornano i regni di Saturno,

già una nuova stirpe scende dall’alto dei cieli.

Tu, pura Lucina, sii propizia al Fanciullo che sta per nascere, 

per il Quale per la prima volta finirà il periodo delle guerre 

e sorgerà l’età dell’oro; già il tuo Apollo regna sul trono.

Virgilio, Egloga IV, 6-10.

2) Ecco l’esempio mio!

Ama giustizia e non spregiar gli dei!

Vendé questi la Patria e fier tiranno

ai cittadini impose; altri le leggi

fece e disfece a prezzo; quello il letto

invase della figlia a sconce nozze:

empie cose ad osar tutti fur pronti

e dell’audacia consumar l’estremo!

3) W. Shakespeare, Il mercante di Venezia, Atto I, Scena III, Shylock, a parte.

4)  Si veda a tal proposito lo studio esegetico di Mons. Francesco Spadafora, in Dizionario biblico, Studium, 1963.

5) Inno Crudelis Herodes per i Vespri dell’Epifania.

6) A. Manzoni, Il Natale, versi 99-105.

7) A. Manzoni, Il Natale, versi 106, 112.

 

Continua a leggere

Pensiero

Maldini, povera Italia

Pubblicato

il

Da

Siamo un Paese vittima dell’odio e del risentimento nei confronti di chi cerca un piano culturale superiore, in qualsiasi campo, compreso quello sportivo. Una vendetta verso coloro che riescono a emergere, verso chi fa quel qualcosa in più che lo eleva dal mare di mediocrità massificata in cui gran parte del Belpaese è immerso.

 

Il caso Maldini, ultimamente onnipresente sulle pagine di tutti i giornali nazionali – sportivi e non – mi ha fatto tornare alla mente quell’odio atavico dell’italiano medio per chi, per cultura o capacità, riesce a spiccare. Paolo Maldini è uno dei nostri calciatori più rispettati e conosciuti a livello internazionale, e vanta un palmares e una carriera da giocatore del Milan che pochissimi altri al mondo possono solo vagamente sognare.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

Si è letto di tutto in questi giorni sul toto-CT della Nazionale italiana di calcio. Pare che Maldini – affiancato dal sempreverde Leonardo – esponendo un piano per rilanciare l’esanime struttura calcistica italiota, sia stato messo tempestivamente da parte in favore di quello che di fatto è uno status quo inscalfibile: il neopresidente FIGC Malagò ha imposto il nome di Roberto Mancini, il quale fuggì dall’Italia dopo l’amara esclusione dai Mondiali attratto da dorate sirene arabeggianti. Una sorta di mossa di badogliana memoria.

 

Dopo aver sondato il terreno sfoggiando profili d’immagine per la piazza quali Pep Guardiola e Carletto Ancelotti, Paolino e Leo hanno annunciato di volere il «maestro» Andrea Pirlo alla guida della selezione azzurra.

 

Nome che, giustamente, ha fatto storcere il naso ai più, in quanto il curriculum del bresciano come coach è poca cosa rispetto alle figure sopracitate, compreso lo stesso Mancini. Non dobbiamo dimenticarci che Luis de la Fuente, fresco campione del mondo con la Spagna, e Lionel Scaloni, vice campione del mondo con l’Argentina e campione del mondo con l’albiceleste nel 2022, al momento del loro approdo sulle panchine delle rispettive nazionali avevano un modesto curriculum da coach.

 

Per rimanere a casa nostra, Enzo Bearzot e Azeglio Vicini, non erano certo mister blasonati prima di dirigere la Nazionale (il primo campione del mondo nel 1982 e il secondo ci ha portato a un passo dal sogno a Italia Novanta).

 

Pirlo è stato fatto fuori dal palazzo e prontamente bollato come «filorusso», per suoi legami commerciali con una società di scommesse sportive che parla la lingua di Dostoevskij, Fonbet.

 

È bastata questa scusa per mandare in aria il piano Maldini e timbrare quello già probabilmente preconfezionato del presidente Malagò. Il marchio di «filorusso» è ancor oggi sinonimo di emarginazione da qualsivoglia dibattito. Un po’ come l’etichetta di «no-vax», tirata da sempre fuori per impallinare persone apparentemente scomode al sistema e metterle ai margini.

 

Vale la pena leggere l’articolo de La Gazzetta dello Sport per comprendere da dove arriva il fuoco amico.

 

«Fonbet è infatti una società russa e la Russia come noto è un Paese da cui l’Italia ha preso le distanze dopo l’attacco all’Ucraina. «Chi fa o ha fatto propaganda per la Russia dopo il 2022 non dovrebbe ricoprire cariche nazionali», ha commentato il leader di Azione, Carlo Calenda, scrive la Gazza.

 

«Dopo l’ennesima disfatta e un’altra qualificazione mondiale mancata, il calcio italiano avrebbe avuto bisogno di una rivoluzione culturale, etica e gestionale. La scelta di Andrea Pirlo – ha postato su X la vicepresidente del Parlamento europeo, Pina Picierno – va nella direzione opposta. Pirlo è stato un campione straordinario. Da allenatore, fin qui, ha mostrato ben poco. E c’è un tema che non può essere liquidato come irrilevante».

 

«Non interessa se Pirlo sia filorusso o meno. Conta ciò che ha scelto di fare: prestare, liberamente e ripetutamente, il proprio prestigio a un’operazione di normalizzazione del regime di Putin, partecipando a iniziative sfruttate dalla propaganda del Cremlino mentre l’Ucraina veniva bombardata. Per questo la scelta di Pirlo è stata un grave errore. E la scelta della FIGC lo è ancora di più. Non il piano B di Guardiola. Il piano Z del calcio italiano».

Sostieni Renovatio 21

Arriva poi il deputato di +Europa, Benedetto Della Vedova: «Pirlo pochi mesi fa ha fatto una scelta per me incomprensibile e sbagliata, quella di diventare ambasciatore nel mondo di Fonbet, prima agenzia di scommesse in Russia. Il settore delle scommesse non è colpito dalle sanzioni europee, ma questo non toglie che un personaggio pubblico della levatura di Andrea Pirlo dovrebbe riflettere sul significato pubblico di scelte private e di affari».

 

«Personalmente mi auguro che il nuovo CTdella Nazionale senta l’esigenza di rescindere il contratto con Fonbet, anche considerando la posizione attuale dell’Italia nei confronti della Russia. Anzi, voglio pensare che lo abbia già fatto».

 

Arriva quindi anche Mauro Berruto, responsabile Sport nella segreteria del Partito Democratico ed ex CT della nazionale maschile di pallavolo: «i auguro con tutto il cuore che se Pirlo fosse scelto come ct la prima cosa che farà sarà quella di risolvere questo imbarazzo rinunciando a questo suo ruolo. Parla a un movimento, a un mondo, ha un ruolo istituzionale che richiede una modalità di esecuzione esemplare».

 

C’è da aggiungere, come sottolineato da Sky TG24, che «un eventuale incarico come commissario tecnico degli Azzurri avrebbe posto infatti un evidente problema di compatibilità con il contratto sottoscritto con un operatore di scommesse», ma sarebbe bastato semplicemente risolvere quel contratto e avrebbe potuto serenamente allenare.

 

Sul piano etico il discorso potrebbe anche reggere, ma basta aprire un qualsivoglia sito per vedere calciatori che prestano liberamente il proprio volto ad agenzie di scommesse. C’è di più: due dei nostri big azzurri, quali Sandro Tonali e Nicolò Fagioli, sono stati travolti da un giro di scommesse clandestine con pesanti sanzioni comminate ad entrambi. La moralità e l’etica vengono spesso tirate per la giacchetta a seconda delle convenienze e degli interessi del momento.

 

Evidenzio inoltre che l’etica e la moralità nel calcio sono da sempre patinate e a tratti fortemente ipocrite. Come ha sottolineato il giornalista Giorgio Terruzzi proprio su Renovatio 21, il calcio è l’antitesi della correttezza: «non ho interesse per uno sport che tratta i simulatori come normali, che tratta gente che protesta con l’arbitro come normale, oppure gli allenatori che fanno continuamente queste scene a bordo campo inutili. Aggiungo anche che i rapporti tra alcuni uomini di calcio e gli ultras mi fanno schifo». 

 

«È uno sport che non si modernizza. Se un presidente fosse veramente evoluto, ogni suo giocatore che prende un’ammonizione per proteste dovrebbe pagare cinquecento mila euro di multa, vedrai poi che non succede più. Ognuno che simula, cento mila euro di multa. Ma purtroppo ciò non accade».

Iscriviti al canale Telegram

Questo direttivo della FIGC, che oggi vuole moralizzare oltremodo tacciando Andrea Pirlo come sgradito per un discorso d’immagine, forse un piccolo esame di coscienza dovrebbe farselo.

 

L’intervento del giornalista Paolo Bargiggia sui suoi canali social va più al fondo della questione. «Il progetto di Maldini e Leonardo era un progetto veramente profondo che avrebbe potuto forse con pazienza cambiare il calcio italiano. Chi lo ha visto, chi ha capito come sarebbe andato, dava fastidio. A chi dava fastidio? Dava fastidio soprattutto ai club di serie A, alle persone che muovono più le fila, De Laurentiis, Marotta e poi si è aggiunto Cairo, il presidente del Torino. Dava fastidio alla Lega e anche all’Assocalciatori, guarda caso i due grandi elettori di Giovanni Malagò alla presidenza della Federcalcio. Perché dava fastidio direte voi? Perché andava a spostare i privilegi, lo status quo, la gestione delle convocazioni, dei raduni, dei giovani… avrebbe in pratica smosso un sistema incrostato da anni, marcio, ma di potere e di finanza che contraddistingue tutto il calcio italiano e i suoi apparati».

 

«Il progetto era molto buono, quantomeno era un progetto abbastanza sostanzioso visto che qui non se ne fanno da oltre dieci anni. Poi esce il nome di Pirlo. Si scatenano le penne armate; cominciano a scrivere contro Pirlo un po’ tutti i giornali, ma in particolare il Corriere della Sera e La Gazzetta dello Sport. Hanno attaccato Pirlo […] per attaccare Maldini e Leonardo e attaccare quel progetto e metterli nella condizione di andarsene. Perché questo fuoco di fila si è scatenato in particolare sul Corriere della Sera e sulla Gazzetta? L’editore di questi due giornali è Urbano Cairo, […] perché essendo un presidente di un club di serie A, ha i suoi interessi o la sua volontà a fare convergenza di opinioni. Malagò per non far partire Maldini e Leonardo ha aperto all’ingaggio di Thiago Motta, perché era la seconda scelta di Maldini e Leonardo. Maldini e Leonardo bene hanno fatto, capito qual è l’aria impestata, capito che il calcio italiano non vuole cambiare, capito che è un ambiente pericolosissimo e scivoloso, se ne sono andati. Malagò […] avrebbe dovuto tenere il punto e prendere Pirlo. Malagò è ostaggio dei suoi grandi elettori». 

 

Si ha la netta sensazione che Paolo Maldini sia stato prontamente messo da parte perché la sua idea era troppo a lungo termine, con una visione di rifondazione del sistema orientata al dopodomani e non al domani del «tutto e subito». Mi pare abbia alzato lo sguardo a qualcosa di serio, di programmato con uno scadenzario che con molta probabilità avrebbe richiesto più tappe e più tempo; basta osservare i risultati della Nazionale e il livello del campionato di Serie A per capire che viviamo un tempo di arretratezza, di mediocrità, di crisi economica, di crisi d’identità e di consapevolezza.

 

Invece c’è uno sport ideologico praticato da troppe persone: quello del discredito, dell’autocommiserazione e della vacua autocritica fine a se stessa. Molti italiani pare godano nel piangersi addosso e nel sentirsi masochisticamente inferiori agli altri. Un malcostume le cui radici andrebbero ricercate a qualche decennio fa. Lascio ai sociologi volenterosi questa palla avvelenata.

 

Questo perenne clima svalutante si riverbera nello sport, tant’è che molti campioni nostrani sono stati, e sono, oggetto di pareri da bar che tendono a svilire e infangare l’immagine di tali fuoriclasse.

Aiuta Renovatio 21

Andando indietro di pochi anni, ricordo il campionissimo di ciclismo Marco Pantani: tutti lo hanno applaudito dopo le prodezze eterne dell’estate 1998, per poi crocifiggerlo ed etichettarlo come dopato dopo il blitz notturno al Giro d’Italia dell’anno successivo.

 

Penso infine alle due fazioni create da Valentino Rossi, leggenda del motociclismo: una sequela di tifosi accaniti contro uno stuolo di detrattori altrettanto feroci.

 

Oggi c’è il tennista Jannik Sinner che sta facendo numeri assoluti in una disciplina sportiva che per troppi anni è stata nell’ombra a livello internazionale, rinvigorendo fortemente un sistema che oggi richiama numerosissimi giovani. Sinner stesso è tacciato di non essere italiano per via delle sue origini altoatesine, della sua freddezza caratteriale, della residenza a Montecarlo per non pagare le draconiane gabelle di Stato e persino per non aver partecipato ad alcuni tornei.

 

Con questo non dico che tutti dobbiamo o dovremmo tifare i nostri sportivi, ma quantomeno evitare di affossarli gratuitamente, anche perché tengono alto il nome del nostro Paese con risultati e prestigio riconosciuti in tutto il mondo.

 

Concludo tornando a Maldini. Non c’è da stupirsi per ciò che è avvenuto, perché sembra proprio che l’elevazione culturale di questa povera Italia non esista più. La politica stessa – a cui andrebbe attribuito questo compito, di concerto con le altre istituzioni – ha svuotato il suo respiro culturale a favore di gretti clientelismi. Il calcio, che è lo sport più nazional-popolare che abbiamo, è lo specchio perfetto delle storture italiane che pervadono ogni ganglio della nostra società e della nostra quotidianità.

 

Francesco Rondolini

 

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


Immagine screenshot da YouTube

 

Continua a leggere

Geopolitica

Le bande degli stupratori pakistani e oltre. Intervista video al direttore di Renovatio 21

Pubblicato

il

Da

Il direttore di Renovatio 21 Roberto Dal Bosco è stato intervistato sulla questione delle grooming gang dalla trasmissione YouTube «Spunti di Riflessione» condotta dal giornalista Paolo Arigotti.   Nell’intervista è stato spiegato il fenomeno delle ghenghe degli stupratori pedofili pakistani che tormentano l’Inghilterra e il Galles analizzandone storia e morfologia, discutendo se si tratti di un fenomeno organico e decentrato o, per pura ipotesi, di qualcosa che ha una regia altrove.   Nel video si discute inoltre la posizione del Pakistan, Stato islamico terzomondiale e potenza atomica, negli equilibri sociali britannici e pure in quelli geopolitici mondiali.   Inoltre si è parlato della natura degli atti di violenza sessuale, e il ruolo sociomilitare degli stupri nei conflitti contemporanei, con similiarità di elementi tra i fatti britannici ed episodi rivoltanti usciti dalle cronache di Gaza.

Sostieni Renovatio 21

«Lo stupro non è solo la sottomissione di un membro del gruppo avversario, ma è anche il danno che fai all’intero insieme: una volta che hai stuprato ripetutamente sei andato ad interrompere il tessuto sociale contro cui combatti (…) rimandi in società un elemento grandemente traumatizzato» dichiara il direttore.   «Ciò fa parte di una tendenza sempre più chiara, vista anche in politica, che è quella della disumanizzazione dell’avversario (…) l’effetto politico militare della disumanizzazione del nemico è quello di rendere sacrificabile l’intero suo gruppo sociale».   «Questo non riguarda più solo temi militari ed etnici (…) la disumanizzazione dell’avversario riguardano la nostra società: se io ritengo che l’altro non è un essere umano, io posso eliminarlo. Se io ritengo – l’espressione tedesca è lebensunwertes leben – che un bambino anche alle ultime settimane di gravidanza non è davvero vivo perché non ancora nato, lo posso uccidere, eliminare, prima che nasca. Un vecchio che non è in grado di vivere da solo, può essere eliminato» sostiene il Dal Bosco.   «È una cultura, questa, che chiamo Necrocultura (Giovanni Paolo II la chiamava Cultura della Morte) che si  è impadronita del mondo moderno, si è impadronita del mondo. Per cui la svalutazione della vita umana e della sua dignità è visibile in guerra ma soprattutto in pace».   «Questa trasformazione della società in senso di morte sta succedendo. E le sue manifestazioni sono di tutti i tipi: criminali, militari, geopolitiche, bioetiche, politiche in senso stretto, sociali. Ovunque è visibile che la barriera della dignità umana sta cadendo o è già caduta in alcuni del caso del tutto».   «Ciò rende possibile non solo uccidere la gente, ma ancora prima sfruttarla, stuprarla, farla lavorare senza pagarla nulla. Finché ti servono. Finché non arrivano i robot» conclude il direttore di Renovatio 21.   «È un grande disegno in cui è visibile la volontà di rendere l’uomo sacrificabile. Che significa, essenzialmente, tornare ai sacrifici umani. A ciò che precedeva la civiltà cristiana, dove invece l’uomo è ad immagine di Dio, e Dio si fa uomo».  

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21
Immagine screenshot da YouTube   
   
Continua a leggere

Pensiero

Arriva la «scomunica marinata»?

Pubblicato

il

Da

Nel momento in cui il Vaticano bombarda 600 mila e più persone con lo scomunicone anti-FSSPX, diviene naturale rifugiarsi nei sonetti di Giuseppe Gioacchino Belli (1791-1863), che da romano vero conoscitore della Città der papa non poteva non aver trattato il tema nella sua poesia in vernacolo romanesco.

 

Havvi, ad esempio, Er cedolone der vicario, sonetto scritto il 22 aprile 1834, che bene illustra la minaccia di scomunica e le pene per chi trattiene i beni ecclesiastici. Si parla di un «cedolone», cioè un manifesto pubblico, affisso a Roma. Il cedolone era un avviso ufficiale del vicario del papa che imponeva, pena la scomunica, la restituzione dei beni di un sacerdote defunto. La scomuniica è quindi qui intesa come strumento di pressione burocratica e poliziesca.

 

La scummunica è uguale ar marfrancese,
Che tte penetra l’osse a la sordina,
E tte manna a fà fotte in men d’un mese.

 

Chi ssarà ll’animaccia ggiacubbina
Che nnun ridìi le cose che ss’è pprese,
Doppo der cedolon de stammatina?

 

Notare come, con sprezzo totale, il Belli paragona la scomunica al «marfrancese» – cioè alla sifilide – una malattia che agisce «a la sordina» (di nascosto) consumando da dentro l’individuo: il poeta vuole qui parlarci della devastante azione dello Stato Pontificio sulla vita interiore dei cittadini posti sotto la minaccia di essere scomunicati. «Animaccia ggiacubbina», era l’etichetta usata per indicare chiunque si opponesse all’autorità ecclesiastica, che oggi che li giacobini sono al comando dello Stato pontificio, suona buffissima.

 

L’espressione «sta ffresco» evidenzia la rassegnazione del popolo di fronte alla potenza ecclesiastica dotata della superarma scomunicante, il cui effatto megatonico sull’animo umano è ancora brandito con sicumera dal (già) Sant’Uffizio.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

Evvi poi un ulteriore sonetto del Belli riguardo al tema della scomunica. Si tratta di quello intitolato, appunto, La scummunica, scritto il 25 agosto 1825.

 

La scummunica inzomma è una parola
Che ddisce er Papa, e appena Iddio l’ha intesa,
L’ubbidissce ar momento, e vve conzola
Cór cacciàvve dar gremmo de la Cchiesa.

 

Abbasta una scummunica, una sola,
Pe’ sbattezzavve; e gguai chi sse l’è ppresa!
Pò vvenì Ggesucristo co’ la stola
A bbenedillo, bbutta via la spesa.

 

Domenica er Curato l’ha spiegata,
E ha detto: “Iddio ne guardi, si pprennete
La scummunica nata e mmarinata.

 

Un libbro, un c…., un scappellotto a un prete,
Un sputo, una scorreggia, una pissciata
Ve pò scummunicà cquanno volete.„

 

Nelle prime quartine si satireggia sul paradosso teologico: le gerarchie universali sono invertite: il papa comanda e Dio esegue cecamente. La scomunica diventa una formula magica o un atto burocratico a cui persino Nostro Signore deve «ubbidire al momento». Nemmeno Gesù Cristo in persona, scendendo sulla terra con tanto di paramento liturgico, avrebbe il potere di annullare la scomunica del papa. La grazia divina viene così sottomessa alla burocrazia eclesiastica.

 

Interessante l’elenco, messo in bocca ad un parroco durante l’omelia domenicale, dei motivi per cui si può essere scomunicati: leggere un «libbro» proibito, aggredire un sacerdote («un scappellotto a un prete»), così come atti di volgarità corporale: uno sputo, un peto, una minzione («una pissciata»). La lista grottesca serve ad indicare come all’epoca (solo all’epoca?) la Chiesa utilizzasse l’arma della scomunica in modo indiscriminato: la scomunica serviva a punire sia il dissenso intellettuale sia, volendo, i comportamenti triviali, riducendo un grave provvedimento spirituale ad uno strumento di sottomissione politica continua.

 

Tra i peccati qui listati non vi è, curiosamente, la consacrazione dei vescovi senza mandato.

Aiuta Renovatio 21

Vi è poi da rivelare al lettore cosa il poeta intenda con «scummunica nata e marinata»: si tratta di come il popolano, soggetto enunciante della poesia bellica, capisce l’espressione «scomunica Maranathà», ossia la scomunica usque Dominus veniet (tradotto letteralmente: «fino a quando verrà il Signore»), la forma estrema e permanente di sanzione religiosa utilizzata storicamente dalla Chiesa cattolica, inflitta per colpe considerate talmente gravi da non poter essere perdonate da nessuna autorità umana terrena. La rimozione della scomunica veniva rimandata direttamente al Giudizio Universale, lasciando il verdetto finale a Dio, con il colpevole colpevole escluso in modo perpetuo dalla comunità dei fedeli e dai sacramenti – una scappatoia di perdonanza terrena, dicono dalla regia, da qualche parte c’era comunque.

 

La scomunica Maranathà veniva riservata a reati eccezionali, come le eresie ostinate, le profanazioni estreme o i gravi crimini contro la figura del papa. Si trattava di una scomunica che poteva prevedere anche un preciso cerimoniale di maledizione, sempre presente nel pontificale romano, benché caduto in disuso praticamente già nell’età moderna, con rare eccezioni.

 

Interessante pure ricordare come, in epoca pre-codiciale – cioè antecedente al Codice di Diritto Canonico (Codex Iuris Canonici), promulgato nel 1917 da Papa Benedetto XV – chi ordinava vescovi senza mandato pontificio veniva semplicemente sospeso fino a dispensa – di fatto, ‘na bazecola. Anzi, la scomunica per la consacrazione illecita di vescovi è perfino successiva, è stata introdotta da Pio XII in risposta alle ingerenze del regime comunista in Cina, che oggi invece, nella Chiesa invertita, ordina i vescovi che gli pare senza incorrere in scomunica e ricevendo poco dopo, dopo un mezzo silenzio di qualche ora, la ratifica del Sacro Palazzo.

 

A questo punto ci chiediamo quanto vescovi, sacerdoti e fedeli FSSPX siano andati vicini alla scomunica marinata. La quale, sì, è sparita con l’arrivo del Codice, ma col Fernandezzo non si sa mai, magari resuscita pure quella per far danno ai mostri tradizionalisti.

 

Il cardinale orgasmologo infatti, in punta di diritto positivo assoluto, potrebbe usare le parole del sonetto belliano Li soprani der monno vecchio (21 gennaio 1831), rese immortali dal Marchese del Grillo del democristiano Alberto Sordi.

 

C’era una vorta un Re cche ddar palazzo
Mannò ffora a li popoli st’editto:
“Io sò io, e vvoi nun zete un cazzo,
Sori vassalli bbuggiaroni, e zzitto.”

 

Eccoci che torniamo alla grande saggezza del poeta vernacolare, che visse i suoi 72 anni sotto sei papi, descrivendo una città sordida e in abbandono, di plebi tra le più incolte d’Italia, dove il papa era anche temuto, ha scritto un critico, «come capo della fatiscente società del putrido Stato pontificio».

 

I tempi sono cambiati, o forse, nella Rroma eterna e nelle sue cloache umane, no.

 

Anvedi.

 

Roberto Dal Bosco

 

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


Immagine di Dipietroff via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International

 

Continua a leggere

Più popolari