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Mons. Viganò: considerazioni a proposito dell’attuale situazione politica in Italia

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Renovatio 21 pubblica questo scritto di Monsignor Carlo Maria Viganò. Le opinioni degli scritti pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

 

 

 

CONSIDERAZIONI

a proposito dell’attuale situazione politica in Italia

 

 

Il nuovo quadro politico che emerge dalle recenti Elezioni conferma quel comune sentire dell’elettorato che alcuni avevano saputo cogliere con anticipo.

 

Dopo due anni di inquietanti violazioni dei diritti più elementari, e dopo due governi che hanno dimostrato di obbedire agli ordini di entità sovranazionali contro gli interessi dell’Italia e degli Italiani, il voto che ha portato al governo il cosiddetto Centrodestra guidato da Fratelli d’Italia ha inequivocabilmente espresso una precisa linea politica, che va ben oltre le modeste proposte del programma dei partiti della coalizione. 

 

Ciò è evidente anzitutto dal fatto che all’interno di questa alleanza vi sia stata una redistribuzione del consenso a favore di quel partito che è stato ritenuto istintivamente meritevole del voto in quanto unico partito di opposizione. Un’opposizione molto moderata, ma pur sempre un’opposizione, più nella percezione del cittadino medio che nella realtà. 

 

I cosiddetti partiti «antisistema», parcellizzati e convinti di poter superare lo sbarramento del 3% e poter così sedere in Parlamento, contano in totale circa un milione di votanti. Ciò è dovuto sia alla decisione non casuale del Governo dimissionario di convocare i Comizi elettorali in piena estate; sia alla scarsissima visibilità loro accordata dai media mainstream; sia alla scarsa presa del loro programma, la cui credibilità e realizzabilità è sembrata poco convinta e destinata quindi alla dispersione del voto. 

 

Un altro convitato di pietra è il partito astensionista, che si attesta intorno al 36%, ma che vede al proprio interno differenti e opposte motivazioni difficilmente riconducibili a un generico «dissenso».

 

È quindi del tutto fuori luogo, a mio avviso, voler connotare politicamente l’astensione, attribuendosene la rappresentatività in fantomatici partiti del non-voto, proprio perché la scelta di non recarsi alle urne implica anche la scelta di non avere alcuna rappresentanza politica.

 

Di sicuro buona parte degli astenuti esprime la volontà di non accettare di prender parte a una partita, per così dire, in cui le regole sono decise da altri. Ma a questi vanno sommati anche coloro che non votano per banale disinteresse, o più semplicemente – e mi pare questo il caso della maggioranza – perché sono disgustati da una classe politica che si è rivelata indegna e corrotta oltre ogni dire.

 

In questo Fratelli d’Italia si è in parte salvato perché ha avuto la cautela di rimanere all’opposizione, spesso inerte o complice, ma almeno ufficialmente fuori dal governo Draghi. 

 

Non si è invece salvato il Partito Democratico, emblema di quella sinistra radical chic mai abbastanza esecrata, e che ha sostituito la lotta di classe contro il padronato con la lotta tra poveri alimentata dall’élite globalista.

 

I Dem italiani hanno unito il peggio del collettivismo comunista con il peggio del liberalismo consumista, in nome di un’agenda che privilegia la lobby dell’alta finanza usando emergenze pandemiche, energetiche e belliche col solo scopo di distruggere il tessuto sociale tradizionale.

 

Non che gli altri partiti presenti assieme al PD nell’ultimo governo fossero migliori: la batosta subita alle Elezioni da Lega, Forza Italia e altri partiti minori è direttamente proporzionale al tradimento del loro elettorato. E se l’inconsistenza assoluta di Di Maio è stata definitivamente sancita dalla mancata rielezione, è chiaro che Conte ha potuto beneficiare dell’incentivo del reddito di cittadinanza (…)

 

Molti dei voti persi dal PD si sono riversati in Fratelli d’Italia, e ciò conferma ulteriormente le aspettative di chi ha scelto la Destra di Giorgia Meloni non per quello che è, ma per quello che può essere; non per quello che ha detto di fare, ma per quello che tutti si aspettano effettivamente faccia.

 

Una Meloni che difenda quei sani principi di base della convivenza civile, pallidamente ispirati alla Dottrina Sociale della Chiesa, ma cui gli Italiani non sono disposti a rinunciare: tutela della famiglia naturale, rispetto della vita, sicurezza e lotta all’immigrazione clandestina, fine dell’indottrinamento gender e LGBTQ+ per i minori, libertà di impresa, presenza dello Stato negli asset strategici, maggior peso in Europa e – volesse il Cielo! – l’uscita dall’euro e il ritorno alla sovranità nazionale.

 

Insomma, ci si aspetta che la Meloni si comporti come la leader di un partito di Destra moderata, tendenzialmente conservatore, moderatamente sovranista. Nulla di estremo – certamente non estrema destra – a dispetto dei proclami allarmistici della Sinistra; ma almeno non allineato a un atlantismo prono alla NATO né all’europeismo suicida che ha contraddistinto l’azione del governo Draghi, né votato per furore ideologico alla distruzione della civiltà, della cultura, della religione e dell’identità del popolo italiano.

 

Secondo alcuni osservatori i nuovi movimenti – deliberatamente o semplicemente lasciandosi usare dal sistema – hanno costituito una opposizione fittizia, facendo loro preferire la logica del «turarsi il naso» votando per Fratelli d’Italia.

 

Le opposizioni fittizie, in verità, sono due: una interna al sistema, atlantista e europeista, e una esterna e divisa in vari partiti, nominalmente antieuropeista e antiatlantista, ma composta da personaggi con un passato a dir poco incoerente con i nuovi programmi.

 

Molti candidati di questi movimenti antisistema erano certamente persone oneste, in gran parte homines novi, ma è innegabile che la loro presenza non è riuscita a convincere più di tanto chi considera urgente non solo dare un segnale di forte scontento, ma vedere questo scontento tradursi nel breve termine in azioni di governo incisive e determinate, che pongano rimedio ai disastri delle due precedenti legislature.

 

Lega e Forza Italia hanno avuto un’emorragia di elettori significativa, a mio parere motivata dall’appiattimento dei loro leader e delle figure di spicco sulla narrazione pandemica e sulla crisi ucraina: Salvini e Berlusconi hanno deciso di obbedire all’Unione Europea, all’OMS, alla NATO e ai diktat dei loro manovratori del World Economic Forum. Una scelta scellerata, come si è visto, severamente punita dagli elettori; ma che rimane in gran parte condivisa anche da Giorgia Meloni, membro dell’Aspen Institute (…) e dichiaratamente atlantista e europeista. 

 

In sostanza, lo scollamento tra elettori ed eletti, tra cittadini e classe politica si è riproposto in forma «di desiderio», per così dire, attribuendo a Fratelli d’Italia un ruolo che il partito stesso ha dichiarato da settimane di non volersi assumere, dal momento che non intende mettere in discussione né le politiche dell’Unione Europea né le mire della NATO e del deep state americano.

 

È come se l’Italiano medio avesse deciso di votare la Meloni nonostante sia dichiaratamente in continuità con l’agenda Draghi, quasi a forzarle la mano perché – in forza di una maggioranza schiacciante – prenda coraggio e compia quei passi che fino alla vigilia delle Elezioni prometteva di non compiere. E come ci sono alcuni che temono che la Meloni si comporti «da fascista» e che per questo gridano all’emergenza democratica minacciando l’espatrio, così ci sono molti – di sicuro tutti gli elettori di Fratelli d’Italia – che sperano e pregano che agisca da Italiana, da patriota, da cristiana.

 

E che sapranno passar sopra al fatto che, per arrivare a Palazzo Chigi, abbia dato rassicurazioni che in realtà potrebbe smentire nei fatti. È da vedere se la prima donna Presidente del Consiglio saprà distinguersi dai suoi predecessori o se preferirà inchinarsi al deep state e proseguire nel tradimento degli Italiani. 

 

D’altra parte, se il voto democratico deve sancire chi rappresenta la volontà del popolo sovrano, la stessa Meloni non potrà non tener conto del fatto che i suoi elettori pretendono da lei scelte radicali, e che considerano la sua moderazione pre-elettorale semplicemente come una mossa strategica per rassicurare «i mercati».

 

Scelte che anche molti nella Lega e in Forza Italia vedrebbero di buon occhio, al di là dello zelo vaccinista o guerrafondaio di questo o quel parlamentare o governatore. 

 

Le stesse parole di resipiscenza di Salvini a proposito dell’approvazione dei lockdown e dell’obbligo vaccinale, a pochi giorni dal voto, tradiscono la consapevolezza che il suicidio deliberato di questi partiti da parte dei loro leader è stato mal digerito dalla base.

 

Altrettanto avviene in Fratelli d’Italia, dove la posizione della Meloni sull’invio di armi in Ucraina e sulle sanzioni alla Federazione Russa non è condivisa da una parte del partito, sia perché palesemente autolesionista, sia perché basata sul falso presupposto che gli interlocutori internazionali rimarranno gli stessi, senza significativi avvicendamenti.

 

Non è assolutamente certo che Joe Biden superi le elezioni di medio termine, né che le indagini del Procuratore Generale Durham non coinvolgano Biden e la sua famiglia, assieme ai politici Dem, negli scandali ormai emersi anche nel mainstream americano. E non è certo che la politica interventista dell’Unione Europea e della NATO in Ucraina rimanga immutata, dinanzi all’evidenza dei ripetuti bombardamenti di Zelenskij sui civili del Donbass e delle regioni russofone, alla vittoria dei referendum di annessione alla Russia e alla totale disastrosità delle sanzioni per i Paesi europei.

 

Infine, la contiguità dell’amministrazione Biden con Kiev potrebbe determinare cambiamenti a catena, laddove Biden vedesse ulteriormente eroso il già precario consenso elettorale di cui gode, facendo venir meno il supporto al governo fantoccio voluto da Victoria Nuland e di conseguenza consentendo trattative di pace sinora pervicacemente ostacolate da Washington.

 

E visto il peso politico del Presidente Trump e la sua dichiarata ostilità al deep state americano, un accordo pacificatore sarebbe certamente più vicino e duraturo quando dovesse tornare alla Casa Bianca. 

 

Sappiamo che non è dote dei politici odierni l’onorare gli impegni assunti con l’elettorato. Nondimeno, possiamo ragionevolmente pensare che la prossima Presidente del Consiglio vorrà rivedere le proprie posizioni filoatlantiste e europeiste, tornando ad assumere quel ruolo di vera alternativa di Destra all’egemonia dell’ordoliberismo e della sinistra woke?

 

In questo caso sarebbero gli elettori a trarne beneficio, e coloro che si vedessero «traditi» non avrebbero alcun titolo per rivendicare la violazione dei patti di sottomissione dell’Italia alla Commissione Europea, dal momento che non avevano alcun titolo prima per stipularli.

 

Il «tradimento» dei poteri ostili all’Italia sarebbe un’azione virtuosa, poiché ripristinerebbe la sovranità usurpata dall’élite; viceversa, obbedire all’élite e non perseguire gli interessi della Nazione costituirebbe un tradimento del nuovo Governo nei confronti dei suoi elettori.

 

Se dall’élite ci si può aspettare un’azione di boicottaggio verso l’Italia (spread, tassi di interesse, revoca dei fondi del PNRR, commissariamento), dal popolo tradito per l’ennesima volta, in condizioni di crescente povertà e di deliberata persecuzione dell’impresa e del lavoro, c’è da temere le barricate e la protesta dettata dall’esasperazione, di cui vediamo avvisagli anche in altri Paesi.

 

Nella valutazione dei costi e dei benefici voglio sperare che il Governo Meloni non vorrà rendersi complice di questa operazione eversiva ai danni del Paese.

 

Difficile credere che l’oligarchia finanziaria non abbia messo in conto questa eventualità. Più facile ritenere che sia stato proprio per gestire l’exit strategy e contenere il danno tanto sul fronte della frode pandemica e vaccinale, quanto sul fronte del Great Reset, della transizione digitale e dell’emergenza green fortissimamente volute dal World Economic Forum (per motivi ideologici) e dalla Cina (per ragioni economiche). 

 

Mi pare che da più parti si stia prendendo consapevolezza del gravissimo colpo di Stato in atto da parte di poteri sovranazionali, in grado di interferire pesantemente con l’attività dei governi e degli enti internazionali.

 

Il mondo dell’impresa e del lavoro sta comprendendo l’azione deliberata di distruzione del tessuto economico nazionale realizzata prima con la COVID e poi con la guerra in Ucraina. Ogni decisione, ogni norma, ogni decreto assunti da Draghi con o senza il voto parlamentare sono stati scelti per ottenere il maggior danno possibile per i cittadini, per le aziende, per i dipendenti, per i pensionati, per gli studenti.

 

Ciò che avrebbe evitato morti, ospedali pieni, aziende chiuse e l’aumento dei disoccupati è stato scientificamente escluso, compiendo l’azione più devastante e in palese contrasto con gli scopi annunciati.

 

Oggi vediamo migliaia di aziende energivore destinate alla sospensione della produzione o al fallimento perché il dimissionario Governo Draghi non intende porre un freno alla scandalosa speculazione dell’ENI sul prezzo dell’energia che pure paga a prezzi dieci volte inferiori.

 

Si lascia regnare incontrastato il mercato, sicché la borsa di Amsterdam può distruggere l’economia delle nazioni, arricchire spropositatamente le multinazionali e fare gli interessi dell’élite che preme per l’instaurazione di una dittatura tecnologica conforme all’Agenda 2030 delle Nazioni Unite. Agenda che, oggi, è oggetto di indottrinamento scolastico sin dalle primarie e che vincola i finanziamenti del PNRR a riforme e nuovi tagli di spesa insostenibili.

 

Se la narrazione globalista inizia a dare segni di cedimento, specialmente nei ceti che normalmente sono più influenzabili dal mainstream, probabilmente chi detiene il potere – il potere vero, intendo – si è già preparato al prossimo scenario, e sta organizzandosi a sacrificare quei capri espiatori che, inevitabilmente, sarà la folla a voler vedere ai ceppi.

 

Si toglierà così di mezzo quei complici scomodi e non più utili, appagando la sete di giustizia del popolo e mostrandosi addirittura come salvatore e moralizzatore. Vittime designate saranno con ogni evidenza i più zelanti apostoli della psicopandemia, le virostar in conflitto di interessi, alcuni esponenti istituzionali e forse qualche «filantropo», con la cui condanna l’élite eliminerebbe anche un fastidioso concorrente.

 

E non è escluso che lo stesso Bergoglio, testimonial dei sieri genici e gran sacerdote del globalismo neopagano, cada vittima dell’esecrazione dei Cattolici, stanchi di essere trattati come nemici, allo stesso modo di come i cittadini sono esasperati dall’ostilità dei loro governanti. 

 

Giorgia Meloni è, per il momento, un premier in potenza. Lo è per quanti si aspettano che Fratelli d’Italia sia la voce di quel dissenso vero e motivato verso l’intera classe politica, e che in quanto tale agisca con forza e determinazione, senza lasciarsi intimidire.

 

È un premier in potenza per quanti hanno voluto accordarle quella fiducia che altri hanno più volte deluso e tradito. Il loro è un gesto irrazionale, mosso dalla preoccupazione crescente per le sorti della Nazione e dalla persuasione che una maggioranza schiacciante in Parlamento possa dare sicurezza d’azione al nuovo Governo per compiere scelte forti, per le quali otterrà appoggio e sostegno dall’elettorato, a cui deve rispondere in quanto espressione della volontà popolare.

 

È un premier in potenza perché i due Primi Ministri precedenti erano tutto fuorché leader (…). Se davvero Giorgia Meloni vuole essere premier, ed esserlo in atto e non solo in potenza, deve anzitutto tener testa a chi, non eletto da nessuno, si permette di dare patenti di presentabilità politica a capi di governo democraticamente eletti, quando si trova per primo in gravissimi conflitti di interesse, ad iniziare dagli sms di Ursula con Bourla, per continuare con l’appartenenza dei leader mondiali al WEF e concludere con il coinvolgimento di Biden nel finanziamento dei biolaboratori della NASA in Ucraina e negli affari della principale azienda energetica di Kiev. 

 

L’Italia è una Nazione che può risollevarsi, come ha sempre fatto in passato, se saprà ritrovare l’orgoglio della propria identità, della propria storia, del proprio destino nei piani della Provvidenza.

 

Da decenni gli Italiani subiscono decisioni prese altrove, dalle quali non hanno ricevuto altro che danni e umiliazioni.

 

È giunto il momento di alzare la testa, di rifiutare con sdegno quella resilienza che ci vuole disposti a subire le percosse senza reagire. Il mondo distopico del globalismo va respinto e combattuto non solo per noi, ma per i nostri figli, ai quali ciascuno di noi vuole lasciare un futuro sereno, solide prospettive economiche per costruire una famiglia senza sentirsi emarginato o criminalizzato perché non accetta di rassegnarsi a piani eversivi decisi da chi vuole farci mangiare insetti e costringerci alla schiavitù col solo intento di renderci poveri e controllarci in ogni aspetto della vita quotidiana. 

 

Ma questo – lo dico come Pastore, rivolgendomi in particolare ai Cattolici – sarà possibile solo se gli Italiani riconosceranno che la giustizia, la pace e la prosperità di una Nazione si possono ottenere dove regna Cristo, dove la Sua legge è osservata, dove il bene comune è anteposto al profitto personale e alla sete di potere.

 

Torniamo al Signore, e il Signore saprà ricompensare la nostra fedeltà. Torniamo con fiducia a Maria Santissima, nostra Madre celeste, ed Ella intercederà per la nostra cara Italia presso Suo Figlio. 

 

 

+ Carlo Maria Viganò

Arcivescovo, Nunzio Apostolico

 

 

 

27 Settembre 2022

Ss. Cosmæ et Damiani, Martyrum

 

 

 

 

Renovatio 21 pubblica questo scritto per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

 

 

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Eutanasia

La festa della morte in Veneto

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Come tutti sanno, mercoledì 2 settembre, vigilia della festa di San Gregorio Magno, il Consiglio regionale veneto ha approvato la legge sul «suicidio medicalmente assistito».

 

Come tutti sanno, a favore hanno votato 32 consiglieri, in 14 si sono opposti e cinque si sono voltati dall’altra parte. Come tutti sanno, il Veneto è la prima regione del centrodestra a munirsi di una legge del genere, la quarta in assoluto dopo Emilia Romagna, Toscana e Sardegna, i cui presidenti si sono congratulati alla grande.

 

C’è proprio di che far festa. Lo Stato mette a disposizione del richiedente il farewell kit e l’assistenza medica per fuggire da questa valle di lacrime, per poi finire – sst, non si dice.

 

Il punto è il trionfo della libertà senza se e senza ma. No, non quella di avere delle cure: per una TAC occorrono sempre sei mesi-un anno; porti pazienza, signora.

 

La libertà di cui si parla è quella di farla finita, andarsene, sciò, raus. Per troppo tempo si è aspettato. Intanto che si procedeva con i tira e molla, si legge, ben quattro candidati al suicidio sono morti. Scandaloso, no? Roba da chiodi. Ora però è finalmente sancito il primato della libertà di morire. «Decidi di decedere» poteva essere un bello slogan. I radicali hanno preferito il banale «Liberi fino alla fine». De gustibus.

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Ma liberi de che? Mettiamoci per un istante nei panni dei promotori, e di chi ha appoggiato l’iniziativa, e di chi l’ha votata, e di chi giubila a prosecco. Passata la sbornia, non c’è di che stare allegri.

 

Il suicidio è approvato, lodato, facilitato; si può dire incentivato? D’accordo.

 

Ma la legge soffre pur sempre, come di una tara congenita, dell’impronta asfittica dei radicali, il loro essere grigi, burocratici, conformisti, piatti e privi di fantasia. Non c’è scampo: al netto della retorica fatta di boati e giochi verbali, l’anima del radicale è quella di un impiegato di concetto.

 

Occorre infatti avvertire che a chi desidera farsi tirare le cuoia dalla Regione Veneto, la legge prevede solo una modalità: l’estinzione via farmaco. La morte viene somministrata in un letto, in un lettino, in una barella, in una poltrona, al massimo su una sedia; insomma, da sdraiati o da seduti. Prima di sgocciolare il veleno in vena, è contemplato che il morituro venga sedato e intontisca, così che non si accorga della vita che sfugge e non gli venga l’uzzolo di avere imbarazzanti ripensamenti, non si dice di pentimenti, in extremis, validi per l’aldilà.

 

Nella testa dei radicali, che come le radici affonda nella gleba, questa è la dipartita che ognuno desidera. «La morte migliore è quella nel sonno»: il mantra così volentieri ripetuto dall’uomo medio per l’eco che fa nel vuoto della zucca, e in fondo l’emblema stesso della nostra civiltà occidentale in agonia.

 

Ma ecco una dissonanza: se così non fosse? Se il candidato al trapasso avesse un’idea diversa da quella della morte in pantofole? Se volesse lasciare una traccia, un monito, fare della propria scomparsa un suggello, uno spettacolo, un’esperienza indimenticabile?

 

Non è impossibile. Un morituro che ne ha fatte un po’ troppe in passato potrebbe voler morire espiando alla Damiens, l’attentatore di Luigi XV. Fissato su una tavola, le braccia e le gambe legate con catene a quattro possenti cavalli incitati al galoppo in quattro direzioni opposte, così da squartarlo e farlo a brani. E che! Il suicida non sarebbe forse libero di chiedere, o meglio di esigere che la Regione gli metta a disposizione, anziché una mezza cartuccia di infermiere, quattro destrieri frisoni?

 

E che pensare degli appassionati delle rievocazioni storiche e della ghigliottina, tanto per rimanere in Francia? La premurosa Regione non dovrebbe adoperarsi per realizzare con venete operose maestranze, o alla peggio acquistare nel mercato dell’usato il drastico marchingegno? Se i costi si rivelassero eccessivi, e non spuntasse il solito mecenate, si potrebbe tutt’al più sollecitare un contributo del richiedente, diciamo un ticket.

 

Un apicultore potrebbe volersene andare affogato in un barile di miele: la dolce morte. Un veneto-spagnolo, volendo omaggiare i suoi avi, forse gradirebbe essere incornato da un toro alle cinque del pomeriggio, spaccate. Dopo essere stato il protagonista di tanti incubi, il lancio senza paracadute avrebbe probabilmente qualche suggestione catartica per l’ex della Folgore. Siamo davvero certi che non ci sia qualche ricco che non ambisca a fare la fine di Crasso, cioè farsi versare in gola una colata d’oro fuso?

 

Ecco, niente di tutto questo può essere fatto. I radicali e la politica non sono riusciti ad andare oltre il sanitario con la mutria, il veleno endovena e le babbucce. E questa sarebbe libertà? In realtà l’autodeterminazione è qui conculcata e avvilita, e la Regione viene meno ai suoi doveri.

 

Questa mordacchia non può non deludere i fans del boia di Stato. E c’è dell’altro.

 

Prendiamo Luca Zaia, il grande sponsor della legge regionale. Leggere l’intervista pubblicata il giorno dopo il fattaccio è istruttivo. Gli argomenti sono malfermi sulle gambe, le risposte non sono proprio a fuoco, c’è qualche eccesso, qualche azzardo, si capisce che il buon uomo le sballa, è più volenteroso che strutturato. Vi è qualcosa nelle sue parole che ricorda lo zio Peppo quando torna dalla sagra del paese. A ben pensarci, quello ci guarda nella fotografia a corredo dell’articolo, dove l’ex governatore è ritratto sorridente e col pollicione in su, è lo zio Peppo sputato.

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E qui si arriva al motivo di insoddisfazione di base, quello che unisce noi e loro: la scadente qualità di come ci si occupa della cosa pubblica. Dall’intervista, si tolgano il troppo e il vano: non rimane nulla.

 

Essa tuttavia rispecchia alla perfezione il mood del nostro Paese nell’epoca presente. Le parole dell’ex governatore, più o meno, si possono infatti trovare sulle labbra di tutti.

 

«Quando senti di certe sofferenze, per carità: meglio darci un taglio e via», dice il salumiere, sferrando il colpo per staccare la fiorentina. Incalza la contessa dagli occhialoni scuri: «la Chiesa fa il suo mestieve, ma lo Stato deve esseve laico». «Io sono cattolico e non lo farei», borbotta l’appuntato, «però non posso importi il mio punto di vista». «Ognuno è libero di fare quel che gli pare, basta che mi lasci in pace», dice il tassista passando col rosso. «Se dovesse capitare a me, vorrei che mi si staccasse la spina», confida il vecchio impiantista al figlio che lo ascolta attento e, ad ogni buon conto, lo registra di nascosto con il cellulare.

 

È un’infilata di luoghi comuni, le idées reçues del nostro tempo che soppiantano quelle di Flaubert senza smettere per un istante di essere delle bêtises, delle fesserie.
A questo punto potrebbe sostenersi che i politici, nel bene e nel male, si sono dimostrati una volta tanto in sintonia con il popolo e ne hanno espresso la volontà. Anche.

 

Ma per impostare il fatto in modo più corretto occorrerebbe piuttosto ammettere che l’italiano ha i governanti che si merita. La pochezza di chi decide sulla vita e sulla morte offre la misura della nostra decadenza.

 

E qui cade a fagiolo San Gregorio Magno, a cui si accennava all’inizio. «Se l’ira di Dio ci dà i superiori che meritiamo, impariamo dal loro modo d’agire quello che dobbiamo pensare di noi», osservava. «Perché il cuore dei governanti viene disposto secondo che meritano i sudditi».

 

Però c’è un altro aspetto da considerare, ancora più preoccupante.

 

L’approvazione della legge regionale attesta soprattutto che la mano di Dio si sta ritraendo dal nostro Paese. Le evidenze sono ormai dovunque, non vale la pena neppure di parlarne. È sufficiente scorrere le statistiche. Quel che è successo in Veneto, e presto succederà dappertutto, è un segno della Vita che si allontana dall’Italia.

 

E allontanandosi la Vita, che cosa si pretende che ne prenda il posto?

 

Massimo Zanetti

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Cremazione

Le ceneri di Guccini. Con benedizione cardinalizia

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Mettiamo le mani avanti: non siamo mai stati nel novero degli estimatori di Francesco Guccini.   Nel periodo d’oro del cantautorato italiano altri erano i nostri riferimenti. Guccini no: ci dispiaceva la plumbea appartenenza politica, e più di tutto una certa monotonia del timbro e il modo enfatico e pesante di cantare, per il quale le canzoni sembravano composte da una sola nota martellata e ribattuta, anche se poi non era vero.   Naturalmente qualche suo pezzo lo si conosceva pure noi. Il repertorio di turpiloquio dell’Avvelenata era troppo ghiotto perché non lo si mandasse a memoria. È noto che il nostro non la considerasse un capolavoro, e pare che la ripudiasse addirittura: a riprova che gli artisti sono in genere pessimi critici.   Rammentiamo poi vivamente i grevi scongiuri a cui ci si abbandonava non appena si sentiva intonare In morte di S.F.. Nonostante l’ala del tempo sia passata anche su di noi, ancora oggi ne subiremmo la cupa suggestione, l’impulso a scaricarne la jella nel modo più maschio e triviale. Per la verità, bn pochi amavano sentirla, soprattutto in automobile, motivo per il quale ne ricordiamo solo l’inizio e la fine.    Sul rimanente, si conosceva qualcosa de La locomotiva, qualcosa di più de Il pensionato, e poco altro.   Uno dei problemi delle canzoni di Guccini, tra l’altro, è che si era costretti a cantarle come Guccini: cioè con un pronunciato sforzo di gola, calcando tutto e fingendo di pesare più di novanta chili. Fatica improba, che come tutto risultato dava quello, davvero non esaltante, di avvicinarsi all’imitazione che ne fece Fiorello in Come mai degli 883.     

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Se non possiamo essere considerati degli estimatori, non possiamo però essere inclusi nella schiera dei detrattori. Guccini ha percorso la sua lunga vita senza il nostro affetto ma anche senza la nostra ostilità. Era come avere per condomino della scala B un apprezzato cultore di letteratura occitanica, che si saluta per le scale ma non si frequenta.    Osservatori distanti, certo più indifferenti che curiosi, ci troviamo forse in posizione privilegiata per valutare l’alluvione di parole spese e scritte post mortem sull’Omero di Pàvana. Posata la polvere, possiamo dire che non ci ha sorpreso quasi niente.   Erano da immaginarsi, per esempio, le paginate e paginate di encomio, lo sbrodolo agiografico, la commozione, i ricordi evocati in coro, spalla contro spalla, da chi lo ha conosciuto o semplicemente ascoltato in gioventù.   È un fatto: ogni generazione desidera celebrare sé stessa, e l’occasione migliore per farlo è indubbiamente un funerale. Davanti al capobandiera che se ne va, piccolo o grande che sia, i superstiti provano il bisogno di stringere l’asta e di gridare a sé stessi, nonché al mondo, di essere ancora in vita.   Alla notizia si è infatti radunata, da oriente a occidente, la moltitudine che l’esistenza, le inclinazioni e i travagli avevano diviso e sparpagliato. I vincenti e i perdenti, gli sciupati, gli ambiziosi, le promesse mantenute, le promesse mancate, gli umiliati, i talentuosi, i gregari: ognuno con la sua magagna ha frugato in volto il vicino in cerca di antichi bagliori e ha scoperto l’orgoglio di appartenere a una sola generazione.   E giù a dire quanto sono stati e sono ancora oggi belli e generosi, e soprattutto unici e irripetibili.   Cose già viste. Al loro tempo – magari con qualche riscontro in più – l’hanno proclamato i risorgimentali al funerale del Carducci; i fiumani, dinanzi alla bara del Vate; e via via sdrucciolando fino ai battistiani prePanella alla morte di Battisti, ai patiti del birignao-carioca alle esequie della Vanoni.   Giacché si è accennato al Carducci e al D’Annunzio, era ovvio che anche il Guccini venisse subito incoronato «poeta». Per settimane gli articoli hanno traboccato di citazioni a casaccio, anche su temi su cui il nostro non ha mai detto nulla. Dietro di esse, in controluce, si potevano intravedere vecchi vinili girare su giradischi addormentati, mentre sessantenni fanno i piatti canticchiando Cirano. Da qui a invocare che i versi del poeta (tipo: «la ragazza dietro al banco mescolava/birra chiara e sevenàp») irrompano nelle antologie scolastiche è un passo. Poesia, poesia!   Nessuna meraviglia anche in questo caso.

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Com’è risaputo, gli italiani della loro poesia non ne sanno una beata. Il bagaglio da stiva regolamentare ospita in genere quattro endecasillabi imposti nelle scuole dell’obbligo e sei o sette nomi che, per ausilio mnemonico, ritornano nella toponomastica cittadina – e via andare.   Ammettiamolo: da noi la poesia forse si studia, ma non si legge. Non se ne conoscono né le leggi né il lessico, non la si comprende e non la si gusta. Non si sa manco che cos’è. Per dirla in una parola, la poesia italiana, come dire ottocento anni filati, non se la fila nessuno.   Del resto, l’italiano ne fa allegramente a meno e campa lo stesso. Per chi vuole, al fabbisogno – così come un po’ a tutto ciò che attiene alla sfera ludico-artistica – ci pensano gli americani. Non è un caso se il poeta più letto (in traduzione) sia Emily Dickinson. Dicono che i suoi versi (in originale) siano anche i più tatuati sugli avambracci delle signore.   Se si hanno meno pretese, poi, ci sono i cantanti: per certuni sono i soli veri poeti. Il monte Elicona, un tempo più esclusivo della Trilaterale, ormai rigurgita di menestrelli italiani. Oggi si aggiunge il Guccini. E viva l’Italia.   Abbiamo pure appreso che il nostro era un uomo buono. D’accordo, de mortuis nihil nisi bonum, ma sia pur da lontano siamo portati a crederlo. Da giovane il Guccini sembrava un orso con il naso, poi invecchiando un orso in maglione con la zip: è difficile farsi un’idea diversa da quella del burbero di buon cuore. E chissà, pensiamo, quante preghiere di zie, prozie, nonni, bisnonni e trisavoli, nell’arco di secoli, sono salite e poi scese, a gocce, a rivoli, affinché ottanta e passa anni fa il piccolo Francesco, nel ricevere la vita, ricevesse in dote anche questa piccola perla che in fondo è una disposizione naturale, un bonus senza merito come l’occhio azzurro o l’alta statura.   Certo, le preghiere non sono riuscite a far sì che diventasse un cristiano, un cattolico. Per quello occorre il concorso del libero arbitrio, e qui il Guccini ha toppato.   Agnostico dichiarato e ribadito, come tanti, come tanti ha civettato con l’idea dell’Ente superiore senza arrivare mai al dunque. Se la parola Dio ha fatto talora capolino nelle sue canzoni, magari per dire che è morto, il nome di Gesù Cristo è rimasto oggetto di uno strano pudore. E forse è stato meglio così: almeno per quelli ai quali, come a noi, non piacciono i paciughi.   Già, perché il nostro ha abbracciato senza riserve tutte le più scontate battaglie della modernità: divorzio, aborto, unioni civili, eutanasia. Ossia, la borghesissima marcia che ha strappato gli italiani al loro retroterra per gettarli avanti a pedate verso un progresso fatto di solitudini, paura e vuoto. Francesco Guccini, tanto per capirci, ha preso perfino la tessera del partito radicale, il movimento più filisteo mai visto sulla faccia della terra.

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A noi però fanno un po’ pena quelli che a dispetto di tutto cercano di farne un credente malgré lui, un cattolico fuori menù, descrivendolo come di una persona «in ricerca», di un’anima naturaliter cristiana. Un agnostico «possibilista», che «non ha mai smesso di chiedere e ascoltare», un cultore del dubbio: insomma, un cardinal Martini. E verrebbe voglia di dire loro: ma non provate vergogna?   È come quando i periodici cattolici, sul finale di intervista, domandano all’ateo di successo se crede in Dio, sperando nel contentino del «Sì, ma». «Sì, ma non in modo tradizionale»; «Sì, ma non mi riconosco nei dogmi»; «Sì, ma la Chiesa deve cambiare/ venire incontro/essere povera/aprire alle diversità/ai divorziati/alle coppie omo»; «Sì, ma la mia fede è intima, non gridata». E ancora, per gradire: «Parlo spesso con Dio, magari per rimproverarlo»; «L’ho sentito vicino nella malattia del mio cane»; «Mi è di molto conforto leggere le parole di papa Francesco».   Questo vi basta? Siete dei poveracci.   Non sappiamo quanto nel Guccini ardesse la sete d’assoluto, quanto abbia chiesto e quanto abbia raccolto. Sono conteggi che lasciamo all’Onnipotente, che li sa fare.   Per quello che ne possiamo capire noi, ci sembra che sia stato di inequivocabile coerenza in vita e in morte. Si stava ancora grattando il violino che è stata data la notizia che il funerale sarebbe stato laico. Qualche discorso, una benedizione dell’amico cardinale e poi via all’inceneritore.   Forse Dio non l’avrà trovato, ma ha trovato lo Zuppi.   Anche questo non sorprende.   Avv. Renzo Magalozzi

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Civiltà

Chi sono i fabiani?

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Renovatio 21 pubblica l’intervento apparso su X del pensatore conservatore polacco Krzysztof Szczawinski, matematico e filosofo, già trader di derivati, protagonista in rete di numerose riflessioni sullo stato delle cose da un punto di vista storico, filosofico, politico. Lo Szczawinski aveva trattato la Fabian Society tra i gruppi di controllo globale in un precedente intervento. L’analisi è, in superficie, buona, tuttavia impressiona l’assenza totale di una menzione della religione nella costruzione della Civiltà occidentale. Di qui qualche ingenuità, come quella di ritenere, in un finale che fa scendere la catena, la Dichiarazione dei diritti e Winstone Churchill un apice della nostra storia (!).

 

 

(…) La Fabian Society fu fondata a Londra nel 1884. Prende il nome da Quinto Fabio Massimo, il generale romano famoso per aver sconfitto Annibale non con uno scontro diretto, ma con pazienza, logoramento e la lenta disfatta del nemico. Il nome fu scelto deliberatamente. Era la strategia. Il loro emblema era un lupo travestito da agnello. Lo scelsero loro stessi.

 

Vale la pena soffermarsi un attimo su questo: un’organizzazione che scelse come proprio simbolo l’immagine di un intento predatorio mascherato da apparenza innocua – l’inganno come principio fondante, metodo operativo, ciò di cui andavano più fieri. Non imposto dai critici. Scelto autonomamente. Ne erano orgogliosi. La strategia era semplice e devastante: non assaltare le istituzioni. Infiltrarsi al loro interno.

 

Infiltrarsi – per usare le loro parole – gradualmente, pazientemente, nel corso delle generazioni, collocando persone formate secondo i principi fabiani in posizioni di influenza nel governo, nel mondo accademico, nei media e nella pubblica amministrazione, fino a quando le istituzioni non produrranno risultati fabiani senza che nessuno debba annunciare una rivoluzione.

 

La rivoluzione avverrà, ma lentamente, in modo invisibile, burocratico e democratico. Quando qualcuno se ne accorgerà, le istituzioni saranno già cambiate.

 

 

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Fondarono la London School of Economics nel 1895, l’istituzione che ha formato generazioni di politici, funzionari pubblici, economisti e giornalisti in tutto il Commonwealth e oltre. Furono determinanti nella creazione del Partito Laburista nel 1900. Diedero forma alla BBC. Progettarono lo stato sociale britannico.

 

George Bernard Shaw, H.G. Wells, Tony Blair, Gordon Brown, Keir Starmer: l’elenco dei fabiani che hanno plasmato la politica britannica e globale non è una nota a piè di pagina. È la storia della sinistra del ventesimo secolo, raccontata senza mezzi termini.

 

Starmer non è un caso fortuito né un’evoluzione del Partito Laburista. Egli rappresenta l’espressione attuale di un progetto in corso da centoquaranta anni: paziente, istituzionale e pienamente coerente con la strategia originaria.

 

La Fabian Society è la lunga marcia di Gramsci attraverso le istituzioni, ma inglese, quindi meglio vestita e meglio finanziata, e con cinquant’anni di anticipo. Gramsci teorizzò ciò che i fabiani stavano già facendo. I fabiani ne furono i praticanti.

 

La Scuola di Francoforte fornì la filosofia. La Fabian Society fornì il modello operativo. E la teoria francese fornì il confezionamento culturale. Tre progetti, origini diverse, destinazione identica: lo smantellamento delle fondamenta della civiltà occidentale attraverso la paziente occupazione delle sue istituzioni.

 

Ciò che rende il modello fabiano più pericoloso del socialismo rivoluzionario è proprio la sua fluidità. La rivoluzione è visibile. Si possono indicare le barricate. L’approccio fabiano non produce barricate: solo programmi di studio che cambiano gradualmente, linee editoriali che si modificano sottilmente, linee guida per la pubblica amministrazione riviste progressivamente e una successione di riforme apparentemente ragionevoli che, singolarmente, sembrano modeste, ma che nel loro insieme trasformano ogni cosa.

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Il lupo travestito da pecora non è solo un predatore mascherato, ma un predatore che ha imparato a parlare la lingua delle pecore, ad adottarne i modi, a mostrare preoccupazione per il loro benessere e a riscrivere gradualmente le regole del gregge dall’interno

 

Quando ve ne accorgete, il lupo è già nella stanza da decenni. Ha indossato le vesti di pecora così a lungo che alcuni si sono dimenticati che non lo era. L’inganno non è stato casuale. Era il metodo. Il lupo travestito da pecora è obłuda [termine polacco traducibile con l’italiano «doppiezza», ndt] con una strategia a lungo termine. Zakłamanie [«inganno», ndt] con un piano centenario. La menzogna sistemica con un think tank e un patrimonio.

 

Sono stati pazienti. Sono stati deliberati. Sono stati efficaci. E la civiltà che ha prodotto la Magna Carta, la Dichiarazione dei Diritti e Churchill se n’è accorta a malapena, finché non è stato troppo tardi.

 

Krzysztof Szczawinski

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