Spirito
Mons. Schneider: l’infiltrazione della massoneria è responsabile della crisi nella Chiesa
Il vescovo Athanasius Schneider, vescovo ausiliare di Astana, in Kazakistan, ha parlato in un’intervista pubblicata venerdì dei mali della massoneria e della sua profonda infiltrazione nella Chiesa sin dal Concilio Vaticano II.
Durante un’intervista sul canale YouTube Adrian Milag TV, trasmessa pubblicamente il 22 maggio, il vescovo Schneider, parlando del suo libro Credo: Compendio della fede cattolica, ha affermato di aver incluso un capitolo sulla Massoneria perché è uno dei principali mali moderni che non viene affrontato nel Catechismo ufficiale della Chiesa. Il vescovo ha poi sottolineato che la Massoneria è una forma di gnosticismo e relativismo che si è profondamente infiltrata nella Chiesa sin dal Concilio Vaticano II, soprattutto attraverso l’ecumenismo, il dialogo interreligioso e la riorientazione «antropocentrica» della liturgia.
«Questa è una delle sette più pericolose e delle sette pseudo-religiose segrete, che è una forma di (gnosticismo)», ha detto il vescovo. «Nei livelli più alti (della Massoneria), si avvicina sempre di più al culto di Satana… e il dogma fondamentale della Massoneria è il relativismo, (credono) che “non c’è verità nella religione, tutte le religioni sono uguali e ognuno può scegliere il proprio dio”».
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
«Il secondo dogma è l’antropocentrismo, secondo il quale l’uomo deve essere al centro di tutto, non Dio», ha aggiunto.
Monsignor Schneider ha poi approfondito le ragioni per cui i massoni si sono infiltrati nella Chiesa.
«Il più grande ostacolo all’ideologia della Massoneria è Gesù Cristo, il Dio incarnato», ha affermato Sua Eccellenza. «Questo è in totale contrasto con l’intero edificio spirituale della Massoneria. Pertanto, la vera e piena fede cattolica… è considerata dai massoni il più grande antagonismo».
«Pertanto, fin dall’inizio la Massoneria ha avuto come obiettivo quello di emarginare la fede cattolica e di combatterla», ha aggiunto. «E ora sono passati a un’altra tattica, davvero demoniaca, per combattere direttamente la fede cattolica: hanno iniziato a infiltrarsi nella Chiesa per corromperla con le loro idee di relativismo, naturalismo, antropocentrismo… questa è la radice dell’attuale crisi della Chiesa sin dal Concilio Vaticano II».
Il prelato kazako-tedesco ha sottolineato che, pur non affermando che la massoneria sia direttamente responsabile della crisi nella Chiesa, le somiglianze con l’ideologia massonica sin dal Concilio sono «davvero sorprendenti», soprattutto per quanto riguarda l’ecumenismo, il dialogo interreligioso e la centralità dell’uomo nella liturgia.
«La crisi che dura da 60 anni, a partire dal Concilio, è il primato del relativismo, attraverso il cosiddetto ecumenismo e il dialogo interreligioso. Gesù Cristo è privato della sua unicità rispetto alle altre religioni», ha affermato.
«Il secondo fenomeno all’interno della Chiesa cattolica dal Concilio è quello di mettere l’uomo al centro della liturgia… e Cristo viene messo in un angolo, di lato, persino nelle chiese. La Santa Eucaristia… il Cristo vivente, il Dio vivente incarnato, viene messo in un angolo e il sacerdote si mette sulla sua sedia, al centro», ha aggiunto. «Questo è così antropocentrico, e il modo di celebrare la Santa Messa rivolti verso il popolo come in un cerchio chiuso… l’altare non è (più) un altare. No, è un tavolo, e al centro c’è il sacerdote (non più) Cristo. Dicono in teoria, sì, ma non in pratica».
«Questa è dunque un’altra caratteristica fondamentale della crisi della Chiesa cattolica, che è anche, lo ripeto, una caratteristica dell’ideologia massonica. Vale a dire che “il primato deve essere dato alla natura della vita terrena, alle realtà terrene”, a scapito della verità eterna, a scapito della grazia della vita spirituale in grazia con Dio, e questa è la nostra crisi. Dobbiamo tornare a Cristo… Lui deve essere il centro» ha continuato il vescovo.
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Immagine screenshot da YouTube
Spirito
Satana crede in Roma?
Sostieni Renovatio 21
Perché Roma parla di scisma solo in relazione a Econe?
L’autore pone immediatamente la domanda: «ci si potrebbe chiedere perché Roma pronunci la parola “scisma” con tanta solennità quando guarda a Ecône, e la tenga accuratamente per sé quando è testimone di tutta questa variegata e colorata serie di rotture dottrinali, liturgiche, morali e sacramentali che, per decenni, sono entrate nella Chiesa ufficiale dalla porta principale». Un passaggio del testo riguarda la recente accoglienza in Vaticano di Sarah Mullally, una donna che ricopre la carica di «arcivescovo di Canterbury». Pedro Gomez Carrizo scrive: «l’Arcivescovo di Canterbury è stata accolta in Vaticano con il rispetto dovuto a una dignità ecclesiastica e portata in preghiera comune sotto un tetto apostolico. Nessuna breve nota ha ritenuto opportuno ricordare che Leone XIII dichiarò in Apostolicae curae la nullità delle ordinazioni anglicane, e che a questa nullità si aggiunge ora, in una sorta di sfida teatrale, il fatto che lei sia una donna. Con la massima naturalezza, una figura che la dottrina cattolica non può considerare vescovo in alcun modo viene trattata pubblicamente da Roma come se lo fosse; e la piacevole coreografia della scena comunica al mondo tanto l’approvazione quanto la asciutta nota di Fernandez esprime la disapprovazione». Pedro Gomez Carrizo la spiega così: «È uno scisma “selettivo”: per Pachamama c’era l’inculturazione; per Lutero, una memoria riconciliata; per le benedizioni ambigue, il discernimento pastorale; per le nomine episcopali all’ombra del Partito Comunista Cinese, il realismo diplomatico; per il raffreddamento della mariologia, una sensibilità ecumenica; per le liturgie delle fiere di paese, la creatività comunitaria. Per la Tradizione, invece, il Codice riappare miracolosamente». L’autore prosegue descrivendo quella che considera una profonda contraddizione nella Chiesa odierna: «improvvisamente, dal volto sorridente della Chiesa sinodale – fluida, dialogica, ecumenica, ospitale verso ogni estraneità e comprensione fino all’esaurimento verso ogni deviazione – emerge la severa smorfia di condanna: il Dicastero per la Dottrina della Fede, guidato dall’ineffabile cardinale, riscopre la solennità dell’antico Sant’Uffizio per mettere in guardia dallo scisma coloro che conservano la liturgia romana, la morale cattolica e la dottrina appresa da intere generazioni di fedeli». Pedro Gomez Carrizo non vuole soffermarsi sulla figura del cardinale Fernandez, che rappresenta solo una parte del problema: «lasciamo da parte Víctor Manuel Fernandez, perché il cardinale romanziere, il censore fuorviato delle deviazioni, è solo il germe di una malattia interiore. La sua continua guida del Dicastero per la Dottrina della Fede esprime uno dei più dolorosi capovolgimenti dell’era post-conciliare: un Sant’Uffizio rinnovato, ora dedito alla persecuzione della Tradizione. Chi vigila sui custodi quando perdono il discernimento elementare che permette di distinguere l’amico dal nemico della fede?»Aiuta Renovatio 21
Quando Roma cominciò a temere la Tradizione più dell’eresia?
Pedro Gomez Carrizo introduce quindi una riflessione più ampia sul Concilio Vaticano II e sull’aggiornamento: «Vargas Llosa mise in bocca a Zavalita questa famosa domanda: “A che punto il Perù si è disgregato?”. Una domanda simile comincia a porsi anche per il cattolico del nostro tempo: a che punto Roma ha iniziato a sentirsi più a disagio con la Tradizione che con l’eresia? La risposta non ha una data precisa, ma ha una parola fondamentale, una parola d’ordine e un segno di riconoscimento di un’epoca: aggiornamento». Egli paragona il Concilio Vaticano II ai grandi concili dogmatici della storia: «il Vaticano II presenta un’anomalia storica raramente affrontata: mentre i grandi concili nacquero per definire la fede contro gli errori che ne minacciavano l’integrità – Nicea contro Ario; Trento contro la rivoluzione protestante; Vaticano I contro l’assalto del razionalismo, del liberalismo e delle nuove forme di protesta moderna – il Vaticano II finì per adattarsi a un mondo già colonizzato dall’eresia. Il modernismo regnava nelle università, nei seminari, nell’esegesi, nella teologia morale e nell’immaginazione pastorale di tanti ecclesiastici che sognavano una Chiesa “riconciliata con il mondo” da allora, ha regnato anche in Vaticano». Pedro Gomez Carrizo ricorda la condanna del Modernismo da parte di San Pio X: «Ora, il Modernismo, nonostante la natura amichevole del termine e le sue connotazioni positive, è proprio ciò che San Pio X identificò come la sintesi di tutte le eresie. In altre parole: qualcosa di molto grave. Così grave che Papa Paolo VI, dopo aver aperto le porte e le finestre del Vaticano al Modernismo, si rese conto che “il fumo di Satana” era entrato nella Santa Chiesa».Sostieni Renovatio 21
Satana non è una metafora
Il punto cruciale arriva quando Pedro Gomez Carrizo rifiuta qualsiasi interpretazione simbolica del diavolo: «E qui non parliamo di Satana come metafora. Parliamo di Satana come realtà personale, intelligente e attiva, nemico di Dio e delle anime. La fede cattolica perde la sua forza quando riduce il diavolo a un simbolo psicologico o a una reliquia letteraria di tempi creduloni». Egli ricorda diversi episodi scritturali: «Cristo fu tentato da Satana nel deserto; Giuda, seduto alla mensa del Signore, cedette alla sua influenza fino al punto di commettere tradimento; Pietro udì dalle labbra stesse di Cristo quel terribile ‘Vattene via da me, Satana!’ quando cercò di dissuadere il Signore dalla via della croce; e questo stesso Pietro fu avvertito che Satana gli aveva chiesto di vagliarlo come il grano. La Scrittura non colloca l’azione diabolica ai margini pittoreschi della religione, ma al cuore stesso del dramma della salvezza, dove si decide tra fedeltà e tradimento». Pedro Gomez Carrizo anticipa la solita obiezione: «come potrebbe il Nemico infiltrarsi nella Chiesa, la Sposa di Cristo?» Egli replica immediatamente: «Una risposta ponderata inizia distinguendo ciò che Dio ha promesso da ciò che non ha mai promesso. Cristo ha promesso che le porte dell’inferno non avrebbero prevalso contro la Sua Chiesa; questa promessa assicura l’indefettibilità della Sposa, la permanenza della fede, l’efficacia dei sacramenti e la vittoria finale di Cristo sulle potenze avverse. Ma Cristo non ha mai promesso pastori impeccabili, dicasteri immuni, seminari incorruttibili, liturgisti ispirati, teologi docili o cardinali edificanti. L’indefettibile santità della Chiesa è coesistita, fin dai tempi di Giuda, con la terribile possibilità di tradimento all’interno delle sue stesse mura visibili». La conclusione dell’articolo è senza dubbio il passaggio più incisivo: «In realtà, la promessa di Cristo presuppone un assalto: se le porte dell’inferno non prevarranno, sarà perché certamente ci proveranno. L’immagine sarebbe priva di significato se la Chiesa fosse posta sotto una cupola di vetro, preservata da ogni infiltrazione e corruzione interna. San Paolo parlò del mysterium iniquitatis, mise in guardia contro i falsi apostoli e avvertì i sacerdoti di Efeso che dopo la sua partenza sarebbero entrati lupi rapaci e che uomini si sarebbero levati tra di loro per trascinare discepoli dietro di sé. “Tra di voi”, dice l’Apostolo». L’autore prosegue: «la storia della Chiesa conferma questo insegnamento. Ario era un sacerdote; Nestorio era il Patriarca di Costantinopoli; Onorio era il papa; i prelati rinascimentali trasformarono la Curia in una corte mondana; e i moderni capi ecclesiastici hanno distrutto dai loro pulpiti ciò che martiri e confessori avevano difeso con il loro sangue. Nulla di tutto ciò distrugge la Chiesa, ma tutto ciò rivela il vero campo di battaglia. La Sposa rimane santa attraverso il suo Capo, che è Cristo – non il suo vicario – attraverso l’assistenza dello Spirito Santo e attraverso la fedeltà di coloro che, spesso da umili origini, continuano a credere in ciò che la Chiesa ha ricevuto. Le sue membra visibili possono contaminarla agli occhi degli uomini, renderla irriconoscibile per un certo tempo, trasformare le sue strutture in strumenti di confusione e le sue parole più venerabili in alibi per l’apostasia pratica». Segue quindi quest’ultima riflessione, che dà pieno significato al titolo dell’articolo: «sì, l’infiltrazione diabolica nella Chiesa non è solo possibile: è prevedibile per chiunque creda veramente nella Chiesa. Satana non perde tempo dove non c’è nulla di decisivo in gioco. Il suo interesse naturale è rivolto all’altare, al confessionale, al seminario, all’episcopato, alla liturgia, alla dottrina, alla formazione dei bambini, alla nomina dei pastori e persino al linguaggio con cui si nominano peccato e grazia». Pedro Gomez Carrizo conclude con un’immagine particolarmente suggestiva: «se una merceria commette un errore, venderà bottoni scadenti. Se Roma commette un errore, può disorientare le anime. Il Nemico conosce la differenza». Articolo previamente apparso su FSSPX.NewsIscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Spirito
Consacrazioni episcopali: ciò che don Pagliarani ha detto ai membri della Fraternità San Pio X
La preparazione dei cuori alle consacrazioni episcopali
Comunicato ai fedeli e agli amici della Fraternità Sacerdotale San Pio X
Cari fedeli e amici,
Nel contesto della preparazione alle consacrazioni episcopali previste a Écône il prossimo 1° luglio, desideriamo mettere eccezionalmente a vostra disposizione un editoriale che il Signor Superiore Generale ha indirizzato, lo scorso 7 marzo, ai membri della Fraternità.
Questo testo non torna sulla questione delle consacrazioni in sé, ma si propone di ricordare lo spirito con cui devono essere preparate e vissute: spirito di fede, di carità, di fiducia soprannaturale e di amore per la Chiesa. Perché non basta illuminare la propria intelligenza, se allo stesso tempo non ci si dispone con il cuore.
Pertanto, a poche settimane da questa cerimonia così importante per tutta la Chiesa, ci è sembrato opportuno condividere queste riflessioni con i fedeli e gli amici della Fraternità, affinché tutti possano unirsi più profondamente a questa preparazione nella preghiera, nel sacrificio e nella pace interiore.
Vi si troverà in particolare un invito a mantenere, nelle circostanze attuali, uno sguardo profondamente soprannaturale, uno spirito di dolcezza e di forza, e una carità animata da una vera preoccupazione per il bene delle anime e della Chiesa.
Augurandovi una buona lettura, vi ringraziamo di continuare a portare queste intenzioni nelle vostre preghiere, sotto lo sguardo di Nostra Signora Mediatrice di tutte le grazie.
Don Foucauld le Roux
Segretario generale
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Editoriale ai membri della Fraternità
Et nos credidimus caritati.
«E noi abbiamo creduto alla carità.»
1 Gv 4,16
Cari confratelli e membri della Fraternità,
è con grande piacere che, dopo l’annuncio pubblico delle consacrazioni e dopo tutta una serie di spiegazioni, posso finalmente rivolgermi a voi in modo più personale. Desidero condividere con voi alcuni consigli per aiutarci nella nostra preparazione morale e spirituale come membri della Fraternità. È questa preparazione che ci permetterà, a nostra volta, di accompagnare bene i fedeli.
La necessità e il contesto delle consacrazioni
Non mancano certo gli argomenti apologetici: si tratta di preservare la fede e tutti i mezzi necessari per trasmetterla e farla vivere nelle anime. Se già nel 1988 si poteva parlare di uno stato di necessità, questa necessità è purtroppo ancora più evidente nel 2026. Ciò spiega perché la decisione della Fraternità susciti una comprensione che va ben oltre i suoi confini.
Una constatazione positiva accompagna questa situazione: l’annuncio dello scorso 2 febbraio non ha lasciato nessuno indifferente nella Chiesa. Quasi tutti si sentono coinvolti e avvertono il dovere di esprimere la propria approvazione o disapprovazione. Questo è provvidenziale, perché a volte le parole, le prese di posizione e le dichiarazioni non bastano più. Devono essere accompagnate da atti significativi che la Provvidenza possa usare per scuotere le coscienze e la Chiesa stessa. Credo fermamente che la Provvidenza sia all’opera nel dibattito attuale.
La prudenza soprannaturale
Quanto a noi, dobbiamo essere in grado di guardare un po’ dall’alto questo dibattito, pur rimanendovi pienamente coinvolti. La decisione di procedere alle consacrazioni episcopali deve essere guidata innanzitutto dalla prudenza soprannaturale. Questa prudenza non riguarda solo coloro che prendono questa decisione, ma anche coloro che la accolgono e la seguono. In altre parole, la posta in gioco è così importante che ogni membro della Fraternità deve poter, al proprio livello, comprendere e assumersi personalmente questa decisione davanti a Dio.
Sostieni Renovatio 21
La carità
Ma la gravità di questa decisione è tale che non può essere guidata dalla sola prudenza soprannaturale. Affinché questa decisione sia ben compresa e spiegata come si deve, cioè dalle cause più alte, sub specie æternitatis – alla luce dell’eternità –, è fondamentale chiedere allo Spirito Santo di concederci la sua saggezza. Ora, non dobbiamo dimenticare che la vera saggezza, quella che deve guidarci in questa scelta eccezionale, è figlia della carità. Solo la virtù della carità può darci una certa connaturalità con Nostro Signore e, di conseguenza, renderci capaci di percepire la realtà un po’ alla maniera di Dio. È solo a questa condizione che possiamo averne una giusta valutazione.
Abbiamo già detto e ripetuto che la ragione che fonda la decisione di procedere alle consacrazioni episcopali è la salvezza delle anime. Non bisogna vederci una semplice formula retorica né una semplice giustificazione di ordine canonico. Questa ragione di carità verso le anime e la Chiesa è quella che, in definitiva, deve veramente preparare le nostre anime e quelle dei fedeli alla cerimonia del 1° luglio.
A volte, quando si parla di carità, alcuni hanno la sensazione che si ceda a una forma di debolezza o, almeno, che si mescoli una certa sdolcinatezza all’autentica professione della fede cattolica. Una tale sensibilità è incompatibile con lo spirito di Mons. Lefebvre, con quello della Fraternità, e ancor più con lo spirito della Redenzione: la forza di Nostro Signore nella sua Passione e sulla croce non è altro che la misura della sua carità.
È con questa stessa carità che, ora più che mai, dobbiamo amare le anime e la Chiesa, anche se i suoi rappresentanti ufficiali dovessero – ancora una volta – dichiararci scomunicati e scismatici: «Vi ho detto queste cose, affinché non vi scandalizziate. Vi scacceranno dalle sinagoghe, e verrà l’ora in cui chiunque vi farà morire crederà di rendere omaggio a Dio. E vi tratteranno così perché non conoscono né il Padre né me. Vi ho detto queste cose affinché, quando sarà giunta l’ora, vi ricordiate che ve le ho dette» (Gv 16,1-4).
La prova definitiva che siamo nella verità sarà la nostra capacità di mantenere questo spirito di carità, qualunque cosa accada e verso tutti senza distinzione.
Aiuta Renovatio 21
In cosa consiste concretamente questa carità?
Si tratta innanzitutto di non cadere mai nell’amarezza: se certamente abbiamo il dovere di fare tutto il possibile per giustificare e spiegare le ragioni profonde delle consacrazioni, ciò deve avvenire con fermezza, ma mai con amarezza, né lasciando trasparire un accenno di zelo amaro. Naturalmente, si può cadere nell’amarezza per eccesso di zelo, ma anche perché avremmo preferito una certa data, un certo candidato, o che le cose andassero diversamente. Qualunque sia la causa materiale dell’amarezza, il rimedio è sempre lo stesso: caritas patiens est – la carità è paziente.
Nei confronti dei nostri interlocutori, chiunque essi siano, che ci capiscano o meno, dobbiamo sempre testimoniare la bontà. Quando non c’è comprensione di fronte a noi, quando non c’è nemmeno la disponibilità ad ascoltare il nostro discorso e a coglierne le ragioni, è molto facile, umanamente parlando, cadere nel rancore. Caritas benigna est – la carità è benevola.
Dobbiamo sempre ricordarci che se la Provvidenza ci ha concesso la misericordia di darci un po’ di luce, di permetterci di conservare la Tradizione della Chiesa e di prendere i mezzi per difenderla, ciò corrisponde a una grazia eccezionale che non abbiamo meritato. Questa consapevolezza deve condizionare interamente il nostro atteggiamento. Se le consacrazioni rappresentano una grazia per tutta la Fraternità – grazia per la quale dobbiamo sin d’ora ringraziare la Provvidenza –, questa gioia profondamente soprannaturale non deve confondersi con un trionfalismo fuori luogo, come se si trattasse di una vittoria umana che attribuiremmo a noi stessi, il che ne diminuirebbe inevitabilmente il valore intrinseco. Caritas non agit perperam, non inflatur – la carità non è avventata, non si gonfia d’orgoglio.
Seguendo l’esempio di monsignor Lefebvre, in tutto ciò che facciamo non dobbiamo cercare il nostro interesse personale né la sopravvivenza di un’opera personale, ma il bene delle anime e della Chiesa. La Fraternità non è altro che un mezzo per rimanere fedeli alla Chiesa. Se oggi adottiamo mezzi eccezionali per preservare la fede, il santo sacrificio della Messa e il sacerdozio, è perché vogliamo che un giorno tutta la Chiesa e ogni anima, senza distinzione, possano liberamente beneficiarne. Tutto questo appartiene alla Chiesa e noi ne siamo solo i custodi. Non chiediamo nulla per noi stessi: la nostra unica ricompensa sarà quella di vedere un giorno tutta la Chiesa riappropriarsi della sua Tradizione. Caritas non quærit quæ sua sunt – la carità non cerca i propri interessi.
Se dobbiamo dispiegare tutti i nostri sforzi per difendere bene i sacramenti – e la Fraternità dispone già, a tal fine, di un intero «arsenale» –, se una santa ira è più che mai necessaria di fronte alle terribili deviazioni che scuotono la Chiesa, non dobbiamo tuttavia manifestare né disprezzo né irritazione nelle nostre spiegazioni nei confronti dei nostri interlocutori, e soprattutto non nei confronti della gerarchia della Chiesa. Bisogna saper rimanere fermi e miti allo stesso tempo. Ma ciò è possibile solo con l’aiuto di Nostro Signore. Caritas non irritatur – la carità non si irrita per nulla.
Se venissimo dichiarati scomunicati e scismatici, ciò non significherebbe che cerchiamo una tale sanzione né che ne gioiamo, poiché sarebbe oggettivamente ingiusta. Una cosa è rallegrarsi di avere una nuova umiliazione da offrire a Dio; un’altra sarebbe rallegrarsi, in uno spirito di sfida, di un male e di un’ingiustizia oggettiva, che provoca scandalo per l’intera Chiesa. Caritas non gaudet super iniquitatem – la carità non si rallegra dell’ingiustizia.
Se invece, nella Chiesa, c’è una parte consistente che accoglie positivamente e sostiene la decisione della Fraternità, se le consacrazioni diventano l’occasione provvidenziale di un rinnovato coraggio ed entusiasmo sia all’interno che all’esterno della Fraternità, non possiamo che rallegrarcene, come Dio stesso può rallegrarsene. Caritas congaudet veritati – la carità si rallegra della verità.
Nessuno meglio di san Paolo ha saputo riassumere in quattro parole il programma dei quattro mesi che ci separano dalle ordinazioni e la forza che deve caratterizzare la nostra carità: omnia suffert, omnia credit, omnia sperat, omnia sustinet – sopporta tutto, crede tutto, spera tutto, sopporta tutto.
Questo vale per il momento presente e per sempre: caritas numquam excidit – la carità non finirà mai.
Iscriviti al canale Telegram ![]()
L’esempio della Santissima Vergine Maria
Ora più che mai, il Cuore Immacolato di Maria deve essere il rifugio della Fraternità e il modello di ciascuno di noi. Nessuno meglio di lei ha avuto il senso delle anime e il senso della Chiesa. È per amore delle anime e per amore della Chiesa che ha accettato di offrire il proprio Figlio sul Calvario. La sua volontà era una cosa sola con quella dell’Eterno e Sommo Sacerdote, proprio nel momento in cui questi si offriva al Padre come vittima di espiazione. Sono questa carità e questo dolore incommensurabili che hanno fatto di Nostra Signora la Corredentrice del genere umano e che le hanno dato una gloria unica nel tempo e nell’eternità.
Eppure, nonostante tutto ciò che quel Cuore Immacolato, trafitto da una spada di dolore, ha potuto soffrire, mai la minima amarezza né il minimo risentimento hanno offuscato, nemmeno per un solo istante, lo splendore della sua carità, anche nei confronti di coloro che avevano messo a morte il suo divino Figlio. Così come non ha esitato un solo istante nel compiere il sacrificio fino in fondo, così la sua carità verso i peccatori non ha mai vacillato. Mistero insondabile di forza, di dolcezza e di amore.
È con questi sentimenti e con questa carità che dobbiamo preparare la cerimonia del 1° luglio e impegnarci a preparare ad essa tutti i fedeli di cui siamo responsabili.
Dio vi benedica!
Menzingen, 7 marzo, nella festa di san Tommaso d’Aquino
Don Davide Pagliarani
Superiore generale
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Spirito
Liturgia con clowni alla «Giornata del cattolici»
Visualizza questo post su Instagram
Sostieni Renovatio 21
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
-



Pensiero2 settimane faLa scomunica dei bambini
-



Misteri2 settimane faI 5 punti salienti dei dossier UFO appena desecretati
-



Animali2 settimane faNuovo scontro legale nella massoneria italiana. Ex gran maestro scrive ad un cane
-



Sport e Marzialistica2 settimane faRenovatio 21 intervista Gian Carlo Minardi
-



Pensiero2 settimane faPalantir e monopolio dell’AI: la democrazia è l’Ancien Régime
-



Spirito1 settimana faFSSPX, dichiarazione di Fede cattolica rivolta a papa Leone XIV
-



Immigrazione6 giorni faIl pattern della strage di Modena: jihad, psicosi, anarco-tirannia
-



Sorveglianza1 settimana faRe Carlo annuncia che il governo britannico introdurrà l’identità digitale












