Ambiente
Mistica della grandine con chicchi grandi come uova. Nell’anno del Signore 1190
Stanotte potrebbe tornare la grandine. Se avete il garage, metteteci la macchina badando a non dimenticarvela fuori, per automatismo. Se non ce lo avete, trovate una qualche tettoia per riparare l’automobile.
Chi scrive viene da una settimana infernale – causa grandine e distruzione dell’automobile. Ero per lavoro in Toscana, con la macchina di altri. Partiti a mezzanotte per tornare a casa, cominciavo a vedere lontani bagliori in cielo già sull’appennino. Flash continui, che però, dapprima, sembravan riguardare terre lontane.
Ad un certo punto, in autostrada a notte fonda ci trovammo davanti questo spettacolo incredibili, fulmini che si ripetevano senza requie, assumendo le forme più inedite, uno, per un microsecondo, mi è apparso mentre scendeva e poi risaliva, come una specie di U seghettata – subito seguito da un altro, e un altro ancora.
Mentre la macchina avanzava, diveniva sempre più forte la certezza fantozziana che la tempesta avesse colpito proprio… casa mia. Nemmeno nell’ultimo tratto di strada avevo trovato pioggia, ma potevo vederne gli effetti: un odore di acquazzone che filtrava attraverso l’aria condizionata in riciclo, rami, foglie e erbe di ogni tipo in mezzo alla strada deserta.
E poi, infine, il parcheggio dove avevo lasciato la mia auto: vetri ovunque, automobili massacrate, ammaccature e perfino pezzi di carrozzeria bucati o divelti. Il mio parabrezza era andato: crepe immani su tutta la superficie, multa assicurata da parte delle forze dell’ordine se mi vedono così. La superficie esterna dell’auto butterata come nemmeno la Luna dopo miliardi di anni di asteroidi beccati per proteggere la Terra. Pezzi di plastica frantumati. Un disastro.
Tuttavia, nella malasorte, almeno il lunotto era stato risparmiato: tutte le altre auto della zona l’hanno avuto esploso, perché – ho scoperto – nel parabrezza mettono tra i vetri uno strato di plastica di modo che non si spacchi, dietro invece no, quindi se colpito con forza, salta e basta. Ecco che l’intero paesino si contraddistingue d’un tratto per un fiero simbolo pubblico: il sacco della spazzatura incollato con lo scotch a coprire il vetro posteriore disintegrato o il finestrino laterale andato.
L’indomani il delirio è diventato logistico e merceologico – dove reperire il parabrezza? Dove trovare una carrozzeria non stracarica di miei simili che me lo monti? Entrambe le domande hanno richiesto ore di sacrificio, con avventure telefoniche e sfasciacarrozzistiche, situazione in cui vedevo come me erano in migliaia, di tutte le razze possibile – anche perché le grandi aziende specializzate nel cambio vetri chiedono cifre semplicemente irricevibili.
E poi c’era l’amaro pensiero: quella notte, la prima della grandina, era stato colpito solo quel comune e quello limitrofo, già noto per essere probabile terra di origine della famiglia Putin (che come cognome lì abbonda, coma accentato diversamente: Putìn), dove infatti lo scrivente anni fa voleva organizzare una conferenza sull’argomento, cosa che oggi sarebbe sistematicamente impossibile, ma per la quale, come sa il lettore, lo stesso Putin mi aveva dato la sua benedizione in sogno.
In pratica, aveva grandinato solo nel comune dove sta il fondatore di Renovatio 21 e in quello da cui proviene Putin: quelli attorno niente. Sì, di primo acchito, c’era da meditarci su…
In verità, quella grandine, che tutti giurano essere stata grande al punto da coprire il palmo della mano, nelle notti successive ha sconvolto molte altre zone: Padova, Treviso, Milano, Monza, la Romagna Cremona, Verona. Insomma, la nuvola fantozzesca della grandine grossa non era solo per il nucleo geografico renovatista e putiniano, era per tutti.
La dimensione non locale ha fatto scaldare i motori ai professionisti dell’opinione pubblica: la supergrandine è dovuta, ovvio, al cambiamento climatico – come l’alluvione in Romagna, come i fuochi della Sicilia e della Grecia. Insomma, il colpevole era l’essere umano.
Il papa Francesco I, che è di fatto un ufficio stampa i comunicati della della Necrocultura mondialista (è stato messo lì per quello) ci si è buttato subito.
«Questi eventi atmosferici evidenziano la necessità di porre in atto sforzi coraggiosi e lungimiranti per affrontare la sfida dei cambiamenti climatici e proteggere responsabilmente il creato, prendendosi cura della casa comune» si legge nel messaggio papale inviato al cardinale presidente della CEI Matteo Zuppi, il papabile che piace ai massoni già noto per il tortellino filoislamico e i giretti a vuoto chez-Zelens’kyj.
È importante ripeterlo: mai ci sono state grandinate come questa. Mai e poi mai. È il clima fuori controllo, a causa dell’uomo che vuole lavorare, spostarsi, scaldarsi, riprodursi. È il peccato dello sviluppo umano, prima del quale il mondo viveva una fase edenica dove la grandine non faceva danno alcuno.
No?
In realtà, non è esattamente così. A Verona, città colpita proprio ieri da un ulteriore round di grandine, chi considera la zona nei secoli ne sa qualcosa.
Bisogna fare riferimento ad un libro vecchio di secoli, la Cronica della Città di Verona, scritta da tale Pier Zagata ed ampliata da tale Giambattista Biancolini (1697- 1780) per essere poi continuata da tale Jacopo Rizzoni.
Quivi troviamo annotazioni interessanti riguardo ai fenomeni celesti: «l’anno 1017 aparve una Cometa più mirabile del solito in modo de una trave grandissima, & durò per quatro mesi». Romantico assai, e non badate alle doppie e alla forma in generale, perché sapete che se l’Italia è un’espressione geografica, l’italiano è sempre stato un’astrazione linguistica.
La Cronica, tuttavia, è ancora più precisa riguardo gli eventi metereologici.
Per esempio: «L’anno del 1030 del mese de Luio vene una tempesta grandissima tal che le vigne e le seminade furono destructe, unde per tri anni seguitò una fame carestia tanto grande, che i cani e i rati furono manzadi da li homeni».
Fermi tutti, pausa, stop, time-out. Come come? Al di là dei «fenomeni estremi» del meteo che rovinavano i raccolti già un millennio fa, che è il centro della nostra discussione, consentiteci una breve digressione: com’è ‘sta storia dei veronesi che si mangiano i cani e pure i topi? Avete presente il millennio dei vicentini perculati in quanto «magnagati»? È uno scherzo che ancora oggi è avvolto nel mistero è ha svariate spiegazioni storiche, alcune letteralistiche, altre di tipo bellico-campanilistico (uno sfottò nato nella guerra con Padova, dove peraltro già nel XII secolo usavano armi geoingegneristiche).
E quindi adesso scopriamo che, per mille anni, avremmo potuto apostrofare i veronesi come magnacan (con bizzarro rimando anche al loro boss storico, Cangrande della Scala) e magari pure magnazorzi, magnamoreje, magnapantegane? (La lingua veneta ha diverse parole per definire le morfologie dei roditori).
Scaligeri divoratori di Fido? I veronesi, causa grandine, ridotti a cinesi, coreani qualsiasi?
Mettiamo da parte lo shock storico-antropologico e andiamo oltre nella nostra Cronica veronese. Scopriamo che altri episodi di meteorologia devastatrice hanno avuto luogo nei secoli bui, quando non c’erano le automobili né gli attivisti di Ultima Generazione, né le industrie né i Verdi tedeschi con le loro carestie antirusse.
«L’anno 1190 circa il dicto anno tante pioze, tone, sagite & tempeste furono quanto mai fusse per il passado per aricordo de homo, perché come ovi cum quatro cantoni cascavano dal Cielo insieme cum la pioza, le vigne li arbori & le biave furono destructe & molti homeni furono morti, & furono visti in questo tempo corvi & molti oseli volar per l’aire, li quali protavano in el becho carboni accesi & accendevano il focho in le case».
Tralasciando per un altro approfondimento il tema degli uccelli piromani, che è quanto mai di stringente attualità, invitiamo a leggere bene: già otto secoli fa, alle grandinate seguiva la frase «mai vista una cosa così».
E, soprattutto, ecco il dettaglio che ci riporta ad oggi: chicchi di grandine grandi come uova. Nel 1190.
Non è che ci sia molto da dire, anche perché ci siamo rotti di mostrare dipinti vecchi di secoli con l’acqua alta a Venezia, o parlare dell’«anno senza estate», il 1816, quando l’Europa fu climaticamente, alimentarmente, politicamente sconvolta in seguito, con estrema probabilità, all’esplosione di un vulcano indonesiano Tambora, che l’anno prima si produsse nella più potente eruzione vulcanica mai registrata dalla storia.
Vogliamo, stavolta, dire altro. Vogliamo osare. Vogliamo parlare della dimensione metafisica della grandine, una cosa che dovrebbe essere compito di Bergoglio e dei preti, ma non possono, al contrario, devono togliere la trascendenza ad ogni fenomeno, rompere l’incanto del mondo, e incolpare i figli di Dio dei mali del pianeta che, teoricamente, lo stesso Dio ha creato per loro.
La grandine viene per le bestemmie e le blasfemie degli uomini? Lo potrebbe pensare San Giovanni Crisostomo (344-407): «per la bestemmia vengono sulla Terra le guerre, le carestie, i terremoti, le pestilenze. Il bestemmiatore attira il castigo di Dio su se stesso, sulla sua famiglia e sulla società».
Le bestemmie e la grandine sono unite anche nell’Apocalisse dell’Apocalisse di San Giovanni: «E cadde dal cielo sugli uomini una grandine enorme, con chicchi del peso di circa un talento; gli uomini bestemmiarono Dio a causa della grandine; perché era un terribile flagello» (Apocalisse 16, 21).
La parola grandine appare in 30 versetti della Scrittura. Nell’Esodo, Dio fa cadere la grandine sugli egiziani:
«Ecco, domani verso quest’ora, io farò cadere una grandine così forte che non ce ne fu mai di simile in Egitto, dal giorno della sua fondazione, fino ad oggi. Or dunque, fa’ mettere al riparo il tuo bestiame e tutto quello che hai nei campi. La grandine cadrà su tutta la gente, su tutti gli animali, che si troveranno nei campi e che non saranno stati raccolti in casa, ed essi moriranno» (Esodo 9, 18-19).
«Io metterò il diritto per livella, e la giustizia per piombino; la grandine spazzerà via il rifugio di menzogna, e le acque inonderanno il vostro riparo» (Isaia 28, 17)
«Perciò così parla il Signore, Dio: “Io, nel mio furore, farò scatenare un vento tempestoso, nella mia ira farò cadere una pioggia scrosciante, e nella mia indignazione, delle pietre di grandine sterminatrice». (Ezechiele 13, 13)
«Verrò in giudizio contro di lui, con la peste e con il sangue; farò piovere torrenti di pioggia e grandine, fuoco e zolfo, su di lui, sulle sue schiere
e sui popoli numerosi che saranno con lui». (Ezechiele 38, 22)
La Bibbia ci parla quindi della grandine come castigo.
La grandine ha già colpito, come punizione divina, la società che si è ribellata a Dio? Lo dice un antico testo che parla di violente grandini sulla Francia rivoluzionaria, proprio intorno al 1789.
«Un fenomeno particolare doveva cadere sulla Francia soltanto, ove già cominciava a muggire e fumare orrendamente il Mongibello, che era per iscuotere o incendiare tanta parte d’Europa» scrive il presbitero Antonio Riccardi (1788-1844) nel suo saggio storico I flagelli di Dio (1844). «Una grandine cadde a percuoterla così straordinaria, che si può dire non essere mai avvenuta in paese alcuna una caduta di grandine o più funesta n’ suoi effetti, o più rimarcabile nelle sue circostanze di quella che cadde sulla Francia nel 19789»
Segue descrizione del martire Pietro Tessier (1766-1794) in una relazione scritta nel 1790, prima di trovare il martirio per ghigliottina ad Angiers quattro anni dopo: «la bufera cominciò al mezzo giorno della Francia la mattina del 13 luglio 1789, traversò in poche ore tutta la lunghezza del regno (…) La grandine fu preceduta da una profonda oscurità, che si estese molto al di là dei paesi battuti dalla grandine. (…) In ogni luogo colpito dalla grandine la sua durata non fu che di 7 a 8 minuti. I grani non avevano tutti la medesima forma: gli uni erano rotondi, altri lunghi e armati di punta, i più grossi pesavano mezza libbra».
Cioè: la grandine attacca la Francia alla viglia della presa della Bastiglia. Nientemeno.
«Dall’anno 1789, conchiude lo storico Hardion, entriamo in quella fatale epoca, che il cielo e la natura sembravano aver pronosticato cogli antecedenti castighi di un dio irato: scoppiò allora la francese rivoluzione» continua Riccardi.
La Bibbia parla della grandine come qualcosa che Iddio può dirigere, utilizzando la mano di Mosè («Il Signore disse a Mosè: “Stendi la tua mano verso il cielo e cada grandine su tutto il paese d’Egitto, sulla gente, sugli animali e sopra ogni erba dei campi, nel paese d’Egitto”. Mosè stese il suo bastone verso il cielo e il Signore mandò tuoni e grandine, e un fuoco si avventò sulla terra; il Signore fece piovere grandine sul paese d’Egitto», Esodo, 9, 22-23), un concetto ripreso anche nel Salmo 148: «Lodate il Signore dal fondo della terra, voi mostri marini e oceani tutti, fuoco e grandine, neve e nebbia, vento impetuoso che esegui i suoi ordini».
Tuttavia la grandine fatta discendere per via mistica potrebbe essere legata ad un’attività altrettanto nefasta: la magia nera.
Attenzione, non lo dice una bigotta credenza catto-biblica: è un caposaldo di certe storie del buddismo tibetano, religione globalismo-compatibile, al punto da essere considerata, ad un certo punto, come possibile candidata per assurgere a religione mondiale – più o meno un pensiero che ho espresso in un libro pubblicato oramai tanti anni addietro.
Conoscerete la storia di Milarepa, figura con echi francescani, al punto che la regista Liliana Cavani, che sul santo umbro fece ben due pellicole, decenni fa vi dedicò un intero film.
Milarepa (1051-1135), poeta e maestro della scuola Kagyu del culto tibetano, è considerato una sorta di santo del buddismo himalayano.
Ebbene, Milarepa aveva cominciato la sua carriera come stregone, come utilizzatore indefesso della magia nera, con la quale, come descritto anche nel romanzo breve dedicatogli da Eric-Emanuel Schmitt, faceva cadere la grandine sui campi dei suoi avversari.
Nel testo della Vita di Milarepa la faccenda è descritta in profondità.
«Tu imparerai e fino alla perfezione la magia, l’affatturamento, e [il far cadere] la grandine, queste tre! Dello zio e della zia che vengono primi, della gente del posto, dei vicini, di tutti coloro che hanno fatto del male a noi, madre e figli, desidero la punizione della progenie fino alla nona generazione, dalla radice. Vedremo se ti riuscirà» viene detto a Milarepa dalla madre, ad occhio e croce uno di quei tipi per cui esistono certi epiteti.
(Cito dalla versione stampata dalla UTET, ma esiste, ovviamente, anche la preziosa edizione Adelphi.)
Una volta che il figlio riesce ad imparare da un lama la tecnica esoterica – «la magia che invia la grandine dirigendo il dito» –, uccidendo pure trentacinque persone, la madre gli manda una lettera: «Perciò ora fai cadere una grandine così abbondante che arrivi fino al nono strato [dei muri delle case]. In questo modo saranno esauditi tutti i desideri della tua vecchia madre».
Milarepa, che in seguito molto si sarebbe pentito del dolore inflitto ai villaggi cui distruggeva il raccolto uccidendo nel processo qualche abitante, disponeva davvero di una infallibile arma metereologica, capace di geoingegnerizzare al volo intere vallate.
«Si era formata un’unica massa scura quando, in un solo attimo, la grandine cadde fino al terzo strato dei muri delle case e senza lasciare dietro di sé nella valle neppure un singolo chicco di grano. Le alture si erano trasformate in dirupi e torrenti».
Pensiamo: esiste oggi la magia nera della grandine di Milarepa? Possibile, tuttavia, se è vero l’aforismo di Arthur C. Clarke per cui «qualsiasi tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia» possiamo dire che maghi metereologici sono al lavoro da decenni nel nostro mondo moderno, in ispecie negli ultimi tempi, coi soldoni di Gates e Soros e magari pure il bollino ONU.
Armi climatiche, come abbiamo scritto, sono già realtà in Cina e negli USA, e hanno una storia, nemmeno troppo occulta, che va avanti almeno da settanta anni. Non entriamo nemmeno nel discorso, che abbiamo trattato altre volte. È solo per accennare al fatto che, sì, c’è anche quella possibilità.
Ma torniamo alla mistica punitiva del chicco di ghiaccio, al castigo grandinato, etc. Quello che per Bergoglio è risolvibile con la differenziata malthusiana.
Ci rimane da capire se, per una volta, possiamo fare nostra, certo remixando, un’espressione attribuita satiricamente a Mazzini, quindi ad un ipermassone per noi inavvicinabile: «Piove governo ladro!».
Possiamo dire oggi, invece, «Grandina, papato infame»?
Roberto Dal Bosco
Ambiente
Documento sui «cambiamenti climatici»: «l’Eucarestia come scuola ecologica»
Un ampio documento diffuso dalla Commissione Teologica Internazionale, dal titolo «Prendersi cura della nostra Casa comune – Una risposta responsabile e fraterna al Dio trinitario», definisce il Santo Sacrificio della Messa una «scuola ecologica».
All’interno del testo, datato 2 settembre e incentrato sulle tematiche ambientali, sulla «conversione ecologica» e sul cosiddetto «cambiamenti climatici», la Commissione Teologica riserva un intero paragrafo — il numero 108 del Capitolo 2 — alla descrizione della Messa e della Santa Eucaristia come «scuola ecologica». Pur riconoscendo, in questo passaggio, che il fine ultimo della Messa resta la glorificazione di Dio, il documento sembra ridimensionarne il significato, presentando la Messa e il Santissimo Sacramento soprattutto come strumenti per «prendersi cura del creato».
Il documento scrive: «Dall’Eucaristia si sprigiona una spiritualità capace di sostenere e incoraggiare la conversione ecologica che abbiamo così urgentemente bisogno di intraprendere come famiglia umana (cf. LS 236). In essa riconosciamo nella natura i doni di Dio. L’intelligenza si apre alla diafanità di Dio nella creazione. La natura rivela la sua intrinseca dimensione epifanica».
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Il testo prosegue: «L’Eucaristia è banchetto di comunione, tavola comune da condividere. Per questo edifica la comunità. Non è possibile celebrare l’Eucaristia e non preoccuparsi dei poveri».
Al punto 99 del documento vi è un attacco preciso all’antropocentrismo, definito predatorio: «Senz’altro l’antropocentrismo predatorio, che considera l’umanità come padrona assoluta di tutto il creato, con ius utendi et abutendi, deve essere chiaramente rifiutato dai cristiani». Non è chiarissimo a cosa si stia riferendo il testo vaticano, che prova a spiegare: «seguendo la logica immanente che lo anima, l’antropocentrismo predatorio porta con sé una dinamica di violenza e sfruttamento, poiché non è regolato dal rispetto per l’altro (la natura) né per gli altri (il prossimo) né per l’Altro (Dio Creatore), finendo per sfigurare l’immagine di Dio impressa nell’essere umano ed espressa nelle relazioni in cui vive, imprigionandolo nella tristezza di una coscienza isolata (EG 2). Si saccheggiano e si sacrificano vite, e con esse il futuro di molte altre vite, a partire dalla soddisfazione indiscriminata del proprio egoismo autocentrato».
Viene proposta tuttavia una soluzione di sapore intellettualoide. Contro l’antropocentrismo predatorio, «Papa Francesco ha proposto la formula dell’«antropocentrismo situato» per descrivere il modo in cui l’umanità si relaziona con il resto del creato secondo il disegno di Dio (LD 67); aspetto ripreso da Papa Leone XIV».
Fin dai primi mesi del proprio pontificato, Papa Leone XIV ha più volte ribadito l’importanza delle questioni ambientali, arrivando ad autorizzare, a pochi mesi dall’elezione, la celebrazione della «Messa per la cura del creato». In occasione della prima Messa dedicata a questo tema, Leone XIV dichiarò che «il mondo sta bruciando», sottolineando quella che a suo giudizio rappresenta la necessità di una «conversione» per quanti non avvertono ancora «l’urgenza di prendersi cura della nostra casa comune».
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Non era poi mancato il momento ultra-cringe dove, dinanzi a funzionari transnazionali, Arnoldo Schwarzenegger e hawaiani cantanti a caso, il romano pontefice aveva benedetto un blocco di ghiaccio della Groenlandia, che immaginiamo sia arrivato in Italia, in bicicletta, o su un tappeto volante offerto dal dialogo interreligioso.
Il papato precedente si era distinto per l’ecologismo parossistico diffuso senza requie al pari dell’immigrazionismo più vile. Renovatio 21 aveva definito l’agenda bergogliana «eco-maoismo», con sessioni di indottrinamento ecofascista su bimbi piccoli da tutto il mondo condotte dallo stesso pontefice gesuita in Aula Paolo VI.
Si arrivò alla bizzarria di veder citata nella Laudate Deum pensatrice ecofemminista (e ciber-genderista) Donna Haraway, che parlava del futuro come dello Cthulhucene, un’era di morte devastata da veri mostri, dove dissolvere la famiglia e coltivare i rapporti con gli animali.
L’ecomania vaticana, con evidenza, non è morta col l’argentino. In questi giorni Leone ha inaugurato il secondo «Tempo del Creato» del proprio pontificato, celebrando una nuova Messa dedicata alla «Cura del Creato».
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
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Morti di caldo, morti di inciviltà
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Ambiente
Navi da guerra naziste affondate riemergono nel Danubio per l’ondata di caldo
Diverse navi da guerra tedesche affondate durante la Seconda Guerra Mondiale, sono riemerse nel Danubio a causa di una forte ondata di calore e di una prolungata siccità. Le imbarcazioni sono diventate visibili quando il livello dell’acqua del secondo fiume più lungo d’Europa ha raggiunto minimi storici.
Foto e video pubblicati sui social media mostravano enormi relitti di navi adagiati nell’acqua e su un banco di sabbia in mezzo al canale vicino al villaggio di Prahovo, in Serbia.
In un altro luogo, il relitto di una nave mercantile ungherese affondata nel 1937 è riemerso nei pressi del villaggio croato di Opatovac.
Secondo la Banca europea per gli investimenti, circa 200 imbarcazioni potrebbero giacere sul fondo del Danubio. Il trasporto fluviale è quasi completamente bloccato a causa del basso livello dell’acqua, secondo il Ministero dei Trasporti ungherese.
🇷🇸🇭🇷 A sunken German flotilla has surfaced in Serbia due to the shallowing of the Danube, Reuters reports.
The rusting hulks of the German flotilla, sunk in 1944 during the retreat before the Red Army, are reportedly posing a threat to shipping. pic.twitter.com/WwacLDGlgC
— Маrina Wolf (@volkova_ma57183) August 1, 2026
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Come riportato da Renovatio 21, anche il primo ministro ungherese Peter Magyar ha affermato che la centrale nucleare di Paks, che copre quasi la metà del fabbisogno elettrico dell’Ungheria, potrebbe rimanere chiusa per settimane a causa dell’insufficiente livello dell’acqua.
A Budapest, la scorsa settimana, è stato ritrovato un proiettile di artiglieria tedesco della Seconda Guerra Mondiale vicino al Ponte Margherita, una delle principali arterie stradali della città. Il ritrovamento ha comportato brevi chiusure di sicurezza per consentire l’intervento di una squadra di artificieri. L’autorità meteorologica nazionale ungherese ha inoltre segnalato un livello minimo record di 23 cm nel Danubio che attraversa la città. Il precedente minimo storico, registrato nel 2018, era di 33 cm.
Nella Bulgaria settentrionale, il prosciugamento di un fiume ha portato alla luce quelli che si ritiene essere i resti di un mammut. Le ossa sono state ritrovate da un abitante del villaggio di Ryahovo. Nikolay Nenov, direttore di un museo di storia regionale nella vicina città di Ruse, ha definito la scoperta «di grande importanza per la scienza».
Secondo l’agenzia Associated Press, nei prossimi giorni il livello del Danubio dovrebbe scendere ulteriormente, senza previsioni di piogge significative e con temperature che dovrebbero superare i 38 gradi Celsius nella regione.
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Immagine screenshot da Twitter
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