Sorveglianza
Migliaia di persone in India sono state «uccise» all’anagrafe da un algoritmo
Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di AsiaNews. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.
Un algoritmo usato dal governo dello stato indiano dell’Haryana per semplificare le richieste dei cittadini riguardanti il welfare, ha erroneamente indicato diverse migliaia di persone, soprattutto anziani, come morte. Questi cittadini non ricevono più le loro pensioni e non possono accedere ai servizi, finché non dimostrano di essere vivi
Un algoritmo sviluppato dal governo dello stato indiano di Haryana – nell’India settentrionale – per verificare se le persone possano avere o meno accesso ai servizi di welfare e alle pensioni, ha «ucciso» diversi suoi abitanti. Sono infatti migliaia gli abitanti dichiarati erroneamente morti dal sistema operativo e che stanno facendo di tutto per dimostrare che sono ancora vivi. Perché non stanno ricevendo la pensione né possono aver alcun servizio primario.
Tra le «vittime» dell’algoritmo c’è il 102enne Dhuli Chand, che ha organizzato un finto corteo nuziale solo per dimostrare ai funzionari della sua città, di essere vivo.
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Durante il corteo infatti sedeva su un carro con in mano un cartello che diceva, nel dialetto locale, «thara foofa zinda hai», ovvero “sono ancora vivo”. L’anziano ha dovuto organizzare questa elaborata esibizione dopo che sei mesi prima aveva improvvisamente smesso di ricevere la sua pensione mensile di circa 2.750 rupie perché era stato dichiarato «morto» nei registri del governo.
L’intoppo burocratico per lui e per quasi 300 mila residenti dello stato, si è verificato dopo che Haryana ha iniziato a utilizzare il Family Identity Data Repository un database per determinare l’ammissibilità delle richieste al welfare dello Stato.
«Siamo andati agli uffici distrettuali almeno 10 volte, di cui cinque volte anche lui Chand», ha detto il nipote Naresh. «Anche dopo diversi tentativi di correggere questa anomalia negli uffici governativi e dopo aver presentato una denuncia formale, non è successo nulla».
Secondo i dati – non ufficialmente riconosciuti dal governo della regione – sono circa 277.115 i cittadini anziani e 52.479 le donne vedove che sono stati dichiarati morti e hanno perso la pensione o l’indennità, da quando l’algoritmo è stato introdotto nel 2020.
I funzionari statali insistono sul fatto che il programma rimane uno strumento efficace nell’elaborazione delle richieste di welfare: «Questo sistema sta facilitando e migliorando la fornitura di servizi ai beneficiari e prevenendo perdite attraverso l’uso dell’intelligenza artificiale e dell’apprendimento automatico», ha detto Sofia Dahiya, segretaria del Dipartimento informazioni sulle risorse per i cittadini dello stato.
Dopo che il «corteo nuziale» di Chand ha fatto notizia, migliaia di persone hanno affollato gli uffici distrettuali del dipartimento di assistenza sociale dell’Haryana. In risposta, il governo ha aperto uffici reclami in tutto l’Haryana. Il primo ministro dell’Haryana Manohar Lal Khattar ha aggiunto che a 44 mila su 63 mila beneficiari le cui pensioni sono state sospese per errore, sono stati successivamente rimborsati.
Khattar afferma che da allora il governo ha corretto la maggior parte dei documenti errati. Ma stando ai resoconti delle indagini giornalistiche locali, sono migliaia ancora i cittadini senza servizi e pensioni.
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Ecco il lockdown per l’afa
Titolo de La Repubblica: «Chiusi in casa per l’afa: per i più piccoli è un nuovo lockdown».
Eccoci qua, ci risiamo. Il linguaggio del rotocalco turbomondialista ormai è sempre lo stesso: pare quasi godere nell’invocare qualsiasi proibizione, così da poter mettere a tutta pagina la parolina tanto cara ai chiusuristi in tempo pandemico: lockdown.
Siccome è caldo, fin troppo, e questo cambiamento climatico sembra non darci pace, le politiche green – predatorie per i nostri portafogli e distruttrici di interi settori socioeconomici – non sembrano sortire effetti. Così si ricorre ancora una volta al «chiusurismo». State a casa, non uscite nelle ore diurne più calde, anzi meglio non uscire proprio con la luce del sole; al massimo una passeggiatina appena dopo cena e poi di nuovo in casa, perché si potrebbe incappare in gente poco raccomandabile e pericolosa dopo una certa ora, in ispecie nelle grandi città.
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Ecco che anche in estate la nostra cara socialità sembra andare a farsi benedire, proprio nella stagione in cui si dovrebbe stare all’aperto, nei parchi, in piscina, al lago o al mare. Invece no: costretti a stare in città e per giunta chiusi in casa. Mi si obietterà che per andare al mare – o al fresco della montagna, che sia – ci vogliono i soldi e troppe famiglie vivono sotto la soglia di povertà.
Lo stesso sistema che vi chiede di rimanere segregati in casa è il medesimo che ha eroso, pezzo dopo pezzo, il vostro potere d’acquisto e ha fatto calare i vostri stipendi; ma, al contempo, per rabbonirvi, vi ha illuso di poter acquistare qualsiasi bene di consumo con delle semplici rate che, ahinoi, vanno a pesare sempre di più sulle già martoriate buste paga.
Leggiamo su La Repubblica: «Non uscire nelle ore centrali. Non fare attività fisica con l’afa. Stare lontani da sole. Tenere chiusi vetri e persiane. Un passo indietro dopo l’altro, le regole contro il caldo hanno riportato di nuovo bambini e adolescenti per buona parte del tempo in casa. Al netto dei periodi di mare o montagna, l’estate con le temperature che lambiscono i 40 gradi ripropone alle famiglie alcuni dei problemi che credevamo superati con lo sfumare del COVID». Una dolce segregazione per il nostro bene.
Qualche mese fa, in un comune calabrese, abbiamo visto il lockdown adolescenziale pensato per proteggere i quattordicenni che girano in maniera incontrollata per tutta la notte cercando di aggredire i loro coetanei o arrecare danno alle strutture balneari.
Oltralpe si sono già portati avanti e hanno fatto un deciso upgrade alla chiusura, ossia il «lockdown maranza»: un’intera comunità francese costretta agli arresti domiciliari a causa di un’infezione esterna, che non è un virus stavolta, ma la violenza anarco-tirannica delle bande di giovani immigrati.
Come riportato da Renovatio 21, un nuovo studio rivela che lo stress causato dai lockdown dovuti al COVID-19 ha provocato cambiamenti duraturi nel cervello degli adolescenti. Lo studio ha scoperto che la pandemia ha avuto effetti a lungo termine sugli adolescenti e sui sistemi biologici dei loro corpi correlati allo stress.
Le restrizioni sociali hanno già causato cambiamenti significativi nello sviluppo dei bambini di età pari o inferiore a sei anni, ritardando l’acquisizione di un’abilità sociale fondamentale.
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Numerosi studi che abbiamo riportato su Renovatio 21, suggeriscono che i lockdown e le altre misure adottate per prevenire la diffusione del COVID-19 hanno causato danni gravi e potenzialmente irreversibili ai bambini in età prescolare. Reiterare isolamento ai nostri figli diventa un pericolo concreto per la loro crescita, il loro sviluppo e soprattutto va a ledere la loro socialità, che è linfa vitale per la loro crescita.
Ecco, guardiamoci bene dall’invocare, per qualsiasi problema, questo tipo di soluzione, che non è assolutamente risolutiva, bensì dannosa.
È chiedere troppo se vogliamo soluzioni concrete che non siano punizioni agli ignari cittadini?
È chiedere troppo, per i cittadini, sentirsi liberi e protetti dallo Stato?
Il quale Stato, parrebbe, non vuole più assumersi alcuna responsabilità.
Francesco Rondolini
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Immagine screenshot da YouTube
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