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Immigrazione

Menarono a Cicalone. L’anarco-tirannide sempre più spudorata

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Simone Cicalone, conosciuto anche come Cicalone Simone, è un personaggio internet oramai molto popolare. Accento romano, mento importante, corporatura solida e occhi grandi, il ragazzo è decisamente non antipatico. Più di 700 mila follower su YouTube e 1.400 video caricati: tanto lavoro, tanto seguito.

 

Ex pugilatore, conoscitore delle arti marziali, si è fatto notare negli anni per i suoi video sui social, tra cui la serie «Scuola di botte», in cui si faceva beffe delle tecniche insegnate da alcune scuole di arti marziali e difesa personale – come quelle dei discepoli dell’israeliana Krav Maga, definiti dal Cicalone come «krav maghi» – che non hanno efficacia se trasposte in situazioni di violenza in strada.

 

Il Cicalone negli anni ha ampliato il format arrivando a fare lunghi video in cui gira per le zone più malfamate di alcune città – Roma, Firenze, Milano, Mestre – per mostrarne il degrado e la pericolosità. Va da sé che quello che ciò che va ad incontrare scortato spesso da altri ragazzotti, magari professionisti di qualche combat sport) è, spessissime volte, la prevalenza di orde straniere a comandare intere zone urbane.

 

La CGIL poco tempo fa ha attaccato aspramente le «ronde» cicaloniane, che invece sono difese da esponenti del partito di governo FdI.

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Lo youtuber ieri sarebbe stato oggetto di quello che definisce «un’agguato» presso la linea A della metro di Roma, luogo infestato da borseggiatori e bande di sudamericani e quindi teatro di vari illuminanti video cicaloneschi.

 

«Cicalone e gli altri componenti del suo gruppo stavano per iniziare le loro riprese quando sarebbe scattata l’aggressione» ricostruisce Il Fatto Quotidiano. Sul posto è intervenuta la polizia per la segnalazione di una rissa. A quanto ricostruito dagli agenti, i borseggiatori coinvolti sarebbero tre e una di loro, una donna, è stata portata in ospedale in codice giallo».

 

Anche Cicalone e la sua videoperatrice sarebbero poi andati al Pronto Soccorso. L’uomo avrebbe detto di essersi fatto male a «naso, ginocchio e collo».

 

Testimone della scena sarebbe stata la parlamentare M5S Marianna Ricciardi, che si era data appuntamento con Cicalone per «esprimere il mio punto di vista» sulla attività del boxeur youtuber «e su un problema che esaspera i cittadini, quello della sicurezza nelle metropolitane di Roma che anch’io utilizzo».

 

L’onorevole grillina dice di essersi trovata dinanzi ad una «una scena da far west»: «davanti ai miei occhi i ragazzi sono stati aggrediti da un gruppo di borseggiatori che si erano evidentemente organizzati e che hanno picchiato anche la videomaker rompendo la videocamera» è il virgolettato de Il Fatto.

 

«Ad aggredire Cicalone sarebbe stato un gruppo di almeno dieci persone. Gli agenti, intervenuti con diverse pattuglie, sono riusciti a fermare due uomini, mentre le donne sono riuscite a scappare» scrive Open.

 

«Mentre noi stiamo qua – spiega il popolare ex pugile – questi sono tornati a rubare in metropolitana», sottolineando che «il “servizio” sulla metro è stata una vera e propria imboscata. Uno c’ha attirato da una parte, picchiandosi in faccia da solo, e poi sono usciti fuori come funghi», racconta Cicalone.

 

 

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La notizia potrebbe essere davvero interessante perché indice di un ragionamento più profondo che i gruppi criminali stranieri, anche quelli più micrologici, stanno facendo riguardo la realtà italiana.

 

È facile pensare che qualcuno nel commando Cicalone lo conoscesse. I ragazzi sanno su YouTube, difficile non imbattersi su un personaggio come lui che parla di strada e che, visto il successo di pubblico, magari è pure premiato dall’algoritmo.

 

E quindi, stando alla prospettiva proposta, se si trattasse davvero di «un’imboscata» come dice lui, e non di una rissa nata estemporaneamente, saremmo di fronte ad una dichiarazione precisa fatta da una banda: questo è il nostro territorio, lo devono vedere tutti. Deve essere noto al pubblico, a tutti sempre.

 

Da una parte, ci sarebbe un salto criminologico non da poco: una volta i criminali zonali facevano il possibile per non apparire pubblicamente, per non dimostrare il loro possesso di un dato territorio. Era il tempo in cui il nome dei ras del quartiere non veniva fatto ad alta voce, e quando questo veniva beccato magari poi entrava ed usciva dalla questura con un giornale in faccia.

 

Ora, invece, il crimine avrebbe perso il pudore. I social media hanno elevato alla massima potenza la questione del narcisismo criminale, assai visibile anche nei video di trapper tra pistole, droga e soldi in contanti. Più ancora dei gansta rapper afroamericani, i cantanti italiani (cioè, per lo più nordafricani) della trap esibiscono direttamente la loro contiguità con il crimine.

 

In pratica, se avesse ragione Cicalone, ci sarebbe un piccolo gruppo che avrebbe detto a lui, al suo pubblico, all’Italia, allo Stato italiano questa è casa nostra. Se si fosse trattato di un agguato programmato si tratterebbe di un segnale precisa: qui facciamo quello che vogliamo, anche al di fuori della legge.

 

Saremmo quindi, pienamente, nel concetto di no-go zone, ossia un’area metropolitana dove lo Stato ha cessato di avere davvero potere, in barba alla sua Costituzione, in barba al concetto stesso di Stato (che non può, non deve, tollerare altro potere, altro monopolio della violenza, all’interno del suo territorio: era quello che un tempo si diceva della lotta alla mafia) in barba ai diritti dei cittadini, in barba alla loro sicurezza.

 

È quanto accaduto a Peschiera del Garda due anni fa, quando migliaia e migliaia di ragazzini stranieri invasero la cittadina lacustre dove – tra caos e molestie – rivendicarono apertamente che quella non era più Italia. È ancora drammatico vedere le immagini delle cariche dei celerini, in inferiorità numerica schiacciate, filmate dai giovani immigrati tra schiamazzi e risate.

 

È quanto visibile a Milano, a Berlino, a Colonia, a Lione in ogni città durante capodanni e mondiali di calcio: immigrati che devastano, molestano (la taharrush gamea, nome arabo per la pratica della molestia di massa ai danni della donna) senza freno alcuno, senza temere alcuna ritorsione.

 

L’atteggiamento della no-go zone rivendicata dal crimine non è nuova, anche da un punto di vista mediatico. Si rimane basiti nel vedere come negli anni il giustiziere anti-degrado di Striscia la Notizia, il campione di bike trial Vittorio Brumotti, invece di provocare un fuggi-fuggi generale quando si presente in qualche piazza di spaccio si ritrova spesso circondato, e anche lui menato, da personaggi che sanno perfettamente di chi si tratta, e sono infastiditi da tanta intraprendenza civica.

 

Ecco che vediamo spacciatori che prima insultano, poi aggrediscono il giornalista-ciclista dinanzi alle telecamere, senza nessun pudore residuo. Anche lì, stanno dicendo: questa zona è nostra, lasciaci commettere reati in pace, diciamolo pure a tutto il mondo.

 

Difficile non credere che tale sicumera dei balordi derivi direttamente dalla percezione che essi hanno dello Stato e delle sue punizioni. Se le forze dell’ordine non intervengono, se mi prendo e mi rilasciano subito, forse vuol dire che posso farlo, specie nella zona dove lo faccio sempre: se interessasse loro fermarmi, saprebbero anche dove trovarmi. No?

 

Era la drammatica visione che uscì qualche mese fa da un agghiacciante servizio sempre di Striscia la notizia sulle borseggiatrici degli autobus milanesi: fermata dall’inviato, la ragazza diceva: lasciami in pace, cosa ti interessa se rubo, non interessa nemmeno alla polizia…

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La spudoratezza del criminale, crediamo, è un ingrediente necessario della configurazione sociopolitica in caricamento, che su queste pagine abbiamo chiamato «anarco-tirannia». Il concetto fu al volgere del millennio dall’americano Samuel Todd Francis (1947-2005), che descrisse la crescente condizione dello Stato moderno che regola tirannicamente o oppressivamente la vita dei cittadini – tasse, multe, burocrazia – tuttavia non può, o meglio non vuole, proteggere gli stessi rispettando le leggi fondamentali.

 

Facciamo spesso l’esempio della rivolta etnica delle banlieue francesi della scorsa estate come l’esempio più evidente (con più di un miliardo di euro di danni, ma nessuna vera repressione dei perpetratori). Parimenti, vediamo tutta la cifra dell’anarco-tirannide nel pazzesco, tragico video in cui il poliziotto a Mannheim attacca il connazionale che stava tentando di fermare un immigrato armato di coltello. Il poliziotto viene quindi pugnalato e ucciso.

 

Abbiamo visto l’anarco-tirannia anche nella tragedia di Udine di pochi giorni fa, con la morte del giapponese (ma cresciuto in Italia, tifosissimo dell’Udinese) Shinpei Tominaga, ucciso gratuitamente mentre si trovava fuori con gli amici.

 

Da notare che l’anarco-tirannia non prevede per l’onesto cittadino la medesima libertà: se il criminale è lasciato libero di devastare una zona della città con ogni sorta di crimine anche violento e rimanere più o meno impunito, il contribuente continua ad essere inseguito dal fisco, dalle multe, da imposizioni di ogni sorta (ricordate le mascherine? Il green pass?), pena punizioni dure.

 

Impossibile non capire che è questa la realtà che l’oligarcato ha in mente per la società, dove gli individui pensanti devono essere tenuti impegnati a tentare di sopravvivere per unirsi e reclamare maggiore distribuzione della ricchezza.

 

Impossibile non comprendere che l’immissione di milioni di immigrati in ogni Paese occidentale sia parte del piano di caricamento della società anarco-tirannica, quella dove, come scritto dal conte Coudenove-Kalergi, la massa meticcia sarà resa docile e manipolabile. Il tabù piazzato sopra ogni discorso della sostituzione etnica – che epperò è dinanzi ai nostri occhi – è tutto qui.

 

Infine, visto che pare che in questo episodio si parla di gang non meglio specificata di latinos, vogliamo fare un appunto riguardo a parole che recentemente ci hanno colpito.

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Vogliamo ricordare, en passant, la scioccante dichiarazione – che citava anche l’Italia – fatta dal presidente del Salvador Nayib Bukele a Tucker Carlson appena dopo la cerimonia di giuramento come presidente del Paese.

 

Bukele ha parlato della cifra satanica di gang sudamericane, dove sarebbero attivi rituali di sacrificio umano, con tanto di uccisione cerimoniale di bambini.

 

Nel suo discorso il presidente salvadoriano ha ricordato che in particolare di MS-13, tra gli altri Paesi, ha una presenza anche in Italia. Di fatto, è noto il caso lombardo del 2015 del capotreno il cui braccio fu praticamente mozzato a colpi di machete.

 

«Ma man mano che l’organizzazione cresceva, sono diventati satanici. Hanno iniziato a fare rituali satanici» afferma il presidente Bukele. «Non so esattamente quando sia iniziato, ma era ben documentato. «Sono diventati un’organizzazione satanica. Ricordo il giornale che lo ha raccontato, è un giornale molto noto che ha fatto questa intervista con un membro di una gang in persona. (…) E il ragazzo a cui gli hanno chiesto quante persone aveva ucciso, aveva risposto “non ricordo. Non ricordano quanti. Probabilmente 10, 20”. Non se lo ricordava».

 

«Poi gli hanno chiesto e tu, qual è la tua posizione nella banda? Ha spiegato come è salito di posizione. “Ma ho lasciato la banda”, ha detto. Perché ha lasciato la banda? “beh, perché ero abituato a uccidere, ero abituato a uccidere le persone. Ma ho ucciso per il territorio. Ho ucciso per raccogliere soldi. Ho ucciso per estorsione. Ma poi sono arrivato in questa casa, e stavano per uccidere un bambino».

 

Lascia fare il gangster, e ti ritrovi davanti alla possibilità che dietro casa si consumino omicidi rituali demoniaci. Per la mafia nigeriana forse è già così, anche in Italia.

 

E quindi, c’è da fare un pensiero: l‘anarco-tirannia porta inevitabilmente alla satanizzazione della società.

 

Uno Stato che tollera al suo interno no-go zone di qualsiasi tipo finisce giocoforza ad ingenerare l’inversione della società, cioè la fine della civiltà cristiana, ciò l’avvento di un ordine sociale di matrice differente – di matrice, nei casi che vediamo, sempre più apertamente demoniaca.

 

Chi è in grado di comprendere la posta in gioco?

 

Chi è in grado di guardare i propri figli e non sentire timore e rabbia dinanzi alla prospettiva del Regno Sociale di Satana sempre più manifesto?

 

Roberto Dal Bosco

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Immigrazione

Dieci milioni di immigrati vivono in Ispagna. Il ministro goscista: «spero nella teoria della sostituzione»

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Nel Regno di Spagna più di 10 milioni di persone sono nate all’estero. Nonostante la crescita di un’ala destra, il governo del Regno ha intensificato ulteriormente le sue politiche favorevoli ai migranti. Lo riportano statistiche governative appena diffuse   Su una popolazione complessiva di 49,5 milioni di abitanti, oltre 10 milioni sono nati fuori dalla Spagna, come riportato dai dati pubblicati giovedì dall’Istituto Nazionale di Statistica (INE) spagnolo. Negli ultimi dieci anni la popolazione spagnola nata all’estero è quasi raddoppiata, mentre quella autoctona è diminuita di oltre 1 milione di unità a causa dei bassi tassi di natalità e dell’emigrazione.   I marocchini rappresentano il gruppo di immigrati più consistente, con 1,17 milioni di residenti in Spagna, seguiti da colombiani e venezuelani, rispettivamente con 980.000 e 690.000 persone; solo nell’ultimo anno sono giunti 144.600 colombiani, 94.000 venezuelani e 96.300 marocchini.

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In parallelo all’aumento dei flussi migratori, il partito Vox ha conosciuto un forte incremento di consensi, passando dal 2% nei sondaggi del 2018 all’attuale 18% secondo un dato aggregato elaborato da Politico. Vox detiene attualmente 33 seggi su 350 nel parlamento nazionale, ma ha raddoppiato i suoi seggi alle elezioni regionali in Estremadura a dicembre e in Aragona domenica.   Vox promuove l’espulsione di tutti gli immigrati irregolari e un inasprimento delle normative su immigrazione e cittadinanza. Lo scorso anno il partito ha diffuso un manifesto economico e abitativo in cui chiedeva la «reimmigrazione» degli immigrati legali incapaci di integrarsi nella società spagnola e la «deportazione di massa» di oltre un milione di immigrati irregolari ai quali il governo di sinistra spagnolo ha riconosciuto uno status legale.   Il governo non ha dato segni di voler cambiare direzione. Il mese scorso il primo ministro Pedro Sanchez ha annunciato la regolarizzazione di oltre mezzo milione di immigrati irregolari presenti in Spagna. La decisione è stata criticata dalla destra e ha suscitato perplessità anche tra i funzionari dell’UE a Bruxelles, i quali hanno avvertito che tale misura avrebbe di fatto garantito a questi migranti la libera circolazione nell’area Schengen, proprio mentre l’Unione Europea cerca di contenere gli ingressi.   Sanchez ha difeso la propria scelta in un editoriale sul New York Times, sostenendo che «l’Occidente ha bisogno dei migranti» per sostenere le proprie economie e che gli spagnoli hanno il «dovere morale» di trasformarsi in una «società accogliente e tollerante» nei confronti dei nuovi arrivati.

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L’eurodeputata Irene Montero, il cui partito Podemos fa parte della coalizione di governo con i socialisti di Sanchez, è andata ancora più avanti. «Spero nella “teoria della sostituzione”», ha dichiarato il mese scorso davanti a una folla di sostenitori. «Spero che possiamo ripulire questo Paese da fascisti e razzisti con i migranti».   Mercoledì il governo svizzero ha annunciato un approccio diverso alla crescente popolazione immigrata del Paese, decidendo di indire un referendum per stabilire se limitare la popolazione totale a 10 milioni. La proposta è stata avanzata dall’Unione Democratica di Centro (UDC), partito di destra, che denuncia un’«esplosione demografica» responsabile dell’aumento dei prezzi delle case, della pressione sui servizi pubblici e del generale peggioramento del tenore di vita.   Se la popolazione attuale di 9,1 milioni dovesse avvicinarsi ai 10 milioni, l’UDC propone il divieto di nuovi ingressi, inclusi i richiedenti asilo e i familiari dei residenti stranieri.

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Immigrazione

La Gran Bretagna «colonizzata dagli immigrati»: parla l’industriale padrone del Manchester United

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Il magnate britannico dell’industria chimica Jim Ratcliffe ha attribuito le difficoltà economiche della Gran Bretagna al forte aumento dell’immigrazione, sostenendo che il Paese «è colonizzato dagli immigrati». Le sue dichiarazioni hanno provocato le critiche del primo ministro Keir Starmer.

 

In un’intervista concessa mercoledì a Sky News, il 73enne fondatore e amministratore delegato del gruppo chimico INEOS, nonché comproprietario del Manchester United, ha dichiarato: «Non si può avere un’economia con 9 milioni di persone che percepiscono sussidi e un’enorme quantità di immigrati in arrivo».

 

«Il Regno Unito è davvero colonizzato dagli immigrati, non è vero? La popolazione era di 58 milioni nel 2020, ora è di 70 milioni. Sono 12 milioni di persone in più», ha aggiunto Ratcliffe.

 

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I dati ufficiali indicano tuttavia che la popolazione del Paese aveva già superato i 58 milioni nel 1995 e aveva raggiunto i 66 milioni nel 2020. Il premier Starmer ha chiesto a Ratcliffe di scusarsi per i suoi commenti, definiti «offensivi e sbagliati», e ha difeso la Gran Bretagna come «un Paese orgoglioso, tollerante e diversificato».

 

Il Ratcliffe, settima persona più ricca della Gran Bretagna con un patrimonio stimato in 17,05 miliardi di sterline (circa 19,5 miliardi di euro), ha acquisito una partecipazione nel Manchester United nel febbraio 2024 e nel 2021 ha donato 100 milioni di sterline all’Università di Oxford per istituire un centro di ricerca sulle resistenze antimicrobiche.

 

Sostenitore della Brexit, oggi è residente fiscale a Monaco. In passato ha descritto l’immigrazione di massa come un peso per i servizi sociali. Sebbene abbia appoggiato Starmer alle elezioni del 2024, ha espresso apprezzamento anche per Nigel Farage, leader del partito anti-immigrazione Reform UK, che sta registrando una crescente popolarità tra gli elettori.

 

La linea pro-immigrazione del governo Starmer ha recentemente subito un contraccolpo. Il videogioco narrativo finanziato dallo Stato intitolato Pathways, pensato per prevenire la radicalizzazione tra gli adolescenti, ha finito per suscitare empatia verso la sua antagonista: una ragazza dark dai capelli viola, anti-immigrazione, di nome Amelia. I detrattori hanno criticato il progetto sostenendo che non si limita a scoraggiare le proteste contro l’immigrazione, ma mette in guardia anche dall’indagare sugli effetti dell’immigrazione stessa, un’attività che considerano un legittimo esercizio di cittadinanza attiva.

 

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Immigrazione

Svezia anti-maranza: repressione dei sicari minorenni

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Il governo svedese ha annunciato l’intenzione di ridurre l’età minima della responsabilità penale da 15 a 13 anni, con l’obiettivo di contrastare il crescente fenomeno dell’impiego di minori da parte delle gang per eseguire reati gravi.   Le misure, presentate ufficialmente questa settimana, intendono affrontare il problema della cosiddetta «violenza come servizio» (VaaS), pratica attraverso cui la criminalità organizzata recluta adolescenti per compiere aggressioni, attentati e omicidi su commissione. Attualmente, in Svezia, i minori sotto i 15 anni non possono essere incarcerati e vengono affidati ai servizi sociali anche in caso di gravi reati.   Nelle comunicazioni ufficiali non c’è, ovviamente, indicazione sulla natura etnica degli adolescenti interessati, tuttavia ci sentiamo di considerarla come un’ulteriore ordinanza anti-maranza attuata con discrezione in giro per l’Europa.   Come riportato da Renovatio 21, cosiddetti «lockdown maranza» si stanno registrando presso municipalità in Francia ma anche – con la maschera di «lockdown adolescenziali» anche in Italia.

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Il ministro della Giustizia svedese Gunnar Strömmer ha dichiarato durante una conferenza stampa che lo scorso anno 52 persone sotto i 15 anni sono finite sotto procedimento per omicidio o pianificazione di omicidio. Ha sottolineato che, nonostante il calo generale dei reati giovanili, i crimini violenti commessi da minorenni sono in netto aumento.   Secondo il governo, la proposta rappresenta un equilibrio tra la tutela della sicurezza pubblica, un maggiore ristoro per le vittime e la possibilità di sottrarre i giovani alla spirale criminale.   La modifica sarebbe temporanea: entrerebbe in vigore a luglio e avrebbe una durata di cinque anni, con la possibilità di riportare l’età minima a 15 anni al termine del periodo. In caso di approvazione, i minori di età compresa tra i 13 e i 15 anni continuerebbero a ricevere pene detentive più miti rispetto agli adulti. Tra gli oppositori figurano i funzionari del sistema penitenziario svedese e l’organizzazione per i diritti dei minori BRIS, che considerano il provvedimento controproducente: ritengono che aumenterebbe il tasso di recidiva e spingerebbe le gang a reclutare bambini ancora più piccoli.   Il governo di centrodestra guidato dal primo ministro Ulf Kristersson è salito al potere nel 2022 promettendo di porre fine alle guerre tra bande, che talvolta colpiscono anche innocenti passanti. I ministri subiscono forti pressioni dal partito anti-immigrazione Democratici Svedesi, che sostiene l’esecutivo in parlamento senza farne parte. Le prossime elezioni generali in Svezia sono previste per settembre.   Lo scorso aprile la Svezia ha promosso la creazione di una task force di polizia coordinata da Europol contro le reti VaaS. Ne fanno parte, oltre alla Svezia, Belgio, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Islanda, Paesi Bassi e Norvegia.   Come riportato da Renovatio 21, era emerso mesi fa il caso di «Uberkills», un servizio basato su Telegram dove si poteva «acquistare» in Francia violenze ed omicidi, anche senza passare dal Dark Web.

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