Connettiti con Renovato 21

Geopolitica

L’occupazione militare israeliana della Siria meridionale sarà permanente

Pubblicato

il

Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha annunciato l’occupazione indefinita della regione meridionale della Siria da parte delle forze di Difesa israeliane (IDF)

 

«L’IDF rimarrà sulla cima del monte Hermon e nella zona di sicurezza necessaria per proteggere gli insediamenti del Golan e della Galilea dalle minacce incombenti dalla parte siriana, come principale lezione degli eventi del 7 ottobre», ha annunciato martedì il capo del dicastero militare dello Stato Giudaico.

 

Israele conferma così che la presenza militare nel territorio conquistato nel sud della Siria è di fatto un’occupazione permanente, il che probabilmente porterà all’annessione. L’esercito israeliano si era mosso rapidamente oltre l’occupazione delle alture del Golan in seguito alla destituzione dell’ex presidente siriano Bashar al-Assad, avvenuta l’8 dicembre. Da allora ha continuato a espandersi, citando nuove «minacce».

Sostieni Renovatio 21

Negli ultimi mesi, carri armati e unità terrestri delle IDF sono stati avvistati a sole dodici miglia dalla periferia di Damasco, anche dopo che centinaia di raid aerei hanno distrutto le ex basi dell’esercito arabo siriano, le sue attrezzature e le sue unità di difesa antiaerea dopo il rovesciamento del governo.

 

Katz ha fatto riferimento a presunte «minacce» provenienti dalle parti siriane, tra cui occasionali razzi lanciati da gruppi o località sconosciute.

 

Nel frattempo, il ministro degli Esteri siriano Asaad al-Shaibani, del regime del jihadista al-Jolani (che ora vuole farsi chiamare al-Sharaa), ha attaccato Israele per il suo perseguimento di obiettivi «espansionistici e partizionisti».

 

È stato riportato che alcuni ministri israeliani falchi hanno addirittura chiesto apertamente la cattura e l’occupazione di Damasco da parte di Israele. È il caso del ministro del patrimonio culturale Amichai Eliyahu. «Se volete la sovranità, allora gridate», aveva detto al pubblico di una manifestazione di un movimento politico giovanile. «Vogliamo la Giudea e la Samaria [cioè la Cisgiordania, ndr]? Vogliamo la Siria? Vogliamo il Libano? Vogliamo Gaza?». «Sì» era stata la risposta della folla ad ogni territorio nominato. «Allora dobbiamo gridarlo», aveva replicato Eliyahu, noto anche per la sua apertura alla possibilità di nuclearizzare la Striscia di Gaza.

 

L’Elyahu aveva altresì promesso mesi fa che «tutta Gaza sarà ebraica».

 

La strategia a lungo termine di Israele è nota fin dagli anni Ottanta con il nome di «Piano Yinon» (1982). Redatto da Oded Yinon, ex funzionario del ministero degli Esteri israeliano, il piano prevedeva «la dissoluzione della Siria (…) in distretti di minoranze etniche e religiose» come «obiettivo primario di Israele sul fronte orientale nel lungo periodo (…) La Siria si disintegrerà in diversi stati, secondo la sua struttura etnica e religiosa».

 

Il piano Yinon sosteneva che la sicurezza e il dominio di Israele dipendevano dalla dissoluzione degli Stati arabi in entità settarie ed etniche più piccole, tra cui drusi, alawiti, curdi, maroniti, copti e altri. La strategia degli Stati Uniti nella regione è sempre sembrata procedere di pari passo con questo, anche se il più potente sostenitore di Israele non lo ha detto esplicitamente.

 

«Gli Stati Uniti preferiscono una Siria controllata e divisa – sufficientemente debole da potersi piegare ma non completamente al collasso – dove poter mantenere la propria influenza senza innescare una più ampia instabilità regionale» scrive il quotidiano arabo Middle East Eye. «Israele, al contrario, è più disposto a tollerare, o addirittura fomentare, il caos se ciò significa eliminare definitivamente la Siria come potenziale minaccia, soprattutto avendo già annesso le alture siriane del Golan».

 

«Ciò è attualmente evidente nel modo in cui Israele si è precipitato nella Siria meridionale con la dubbia scusa di voler proteggere la minoranza drusa. I commentatori l’hanno paragonato al “divide et impera“, con alcuni drusi che hanno addirittura chiesto l’assorbimento delle loro comunità in Israele».

 

Come riportato da Renovatio 21, la strategia del caos siriano come «benefico per Israele» è stata confermata mesi da dall’ex capo della Direzione dell’Intelligence Militare israeliana Tamir Hayman in un’intervista alla Radio dell’esercito israeliano.

Iscriviti al canale Telegram

Civili drusi sono stati recentemente giustiziati da forze affiliate al governo siriano. «Continueremo a proteggere i drusi anche in Siria», ha dichiarato Katz, senza menzionare i numerosi cristiani perseguitati nella stessa regione. Le chiese del governatorato di Suwaida hanno recentemente subito bombardamenti incendiari e attacchi da parte di jihadisti affiliati al governo.

 

Ciò avviene mentre gli Stati Uniti continuano a spingere per il riconoscimento degli Accordi di Abramo e la normalizzazione dei rapporti tra Siria e Israele. Ma questo è avvenuto solo dopo Assad, e mentre la Siria è al suo punto più debole nella storia recente e non ha alcuna potenza aerea degna di nota, anche la Turchia ha cercato di aumentare la propria influenza, ma come sostenitore diretto del nuovo regime sunnita – con tanto di operazioni di disturbo elettronico dei caccia israeliani dediti a colpire obiettivi anche vicino al palazzo presidenziale siriano.

 

Come riportato da Renovatio 21, la scorsa settimana era stato riportato che Siria ed Israele stavano tenendo colloqui inediti a Parigi, mediati dagli Stati Uniti. Due mesi fa al-Jolani aveva lasciato capire che potrebbe rinunciare alla rivendicazione di sovranità del Paese sulle alture del Golan occupate da Israele in cambio della normalizzazione dei rapporti con lo Stato Ebraico.

 

Come riportato da Renovatio 21, una presenza militare indefinita in Siria era stata ventilata da Israele ancora sei mesi fa.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


Immagine di IDF Spokesperson’s Unit via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported

Continua a leggere

Geopolitica

I servizi israeliani evacuano il figlio di Netanyahu da Miami: «grave minaccia»

Pubblicato

il

Da

L’agenzia di sicurezza israeliana Shin Bet ha reso noto che Yair, primogenito del premier Benjamin Netanyahu, è stato trasferito in segreto dagli Stati Uniti a causa di una «grave minaccia» alla sua vita.   La notizia arriva a pochi giorni dalle parole dello stesso Netanyahu, espresse in un’intervista telefonica al Canale 14 israeliano, secondo cui l’Iran avrebbe «tentato di assassinare» uno dei suoi figli, senza indicare quale né fornire particolari sul presunto piano.   Lo Shin Bet ha dichiarato sabato in un comunicato: «C’era una minaccia significativa contro Yair Netanyahu e, alla luce di ciò e dopo un’attenta valutazione, è stata presa la decisione di prelevarlo d’urgenza insieme alla sua scorta e di riportarlo in Israele», omettendo però la natura della minaccia e il momento esatto dell’operazione.   Mercoledì una fonte anonima delle forze dell’ordine statunitensi ha riferito al canale TV americano Newsmax che i servizi segreti israeliani avrebbero individuato un piano ai danni di Yair nel dicembre dell’anno precedente. Canale 12 ha aggiunto che, per portare a termine l’operazione, lo Shin Bet ha riassegnato gli agenti che all’epoca proteggevano il presidente Isaac Herzog a New York.   Secondo le accuse, agenti iraniani avrebbero sorvegliato la sua residenza e i suoi spostamenti. Yair, che da anni viveva negli Stati Uniti con uno controverso stile di vita fatto di agio, ha ricevuto l’ordine di partire subito ed è rientrato in Israele, a quanto pare senza nemmeno ritirare i propri effetti personali.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

La sua lunga permanenza all’estero ha suscitato perplessità in patria, soprattutto dopo l’attacco di Hamas dell’ottobre 2023, perché molti si chiedevano perché restasse oltreoceano mentre centinaia di migliaia di riservisti venivano richiamati per un’operazione militare di rappresaglia a Gaza.   A luglio la moglie di Netanyahu, Sara, e i loro due figli hanno ottenuto una protezione estesa a carico dei contribuenti, alimentando ulteriori polemiche pubbliche e politiche.   La vicenda emerge mentre la coalizione di Netanyahu affronta una campagna elettorale difficile per la rielezione, dopo la guerra in stallo con l’Iran. Il conflitto è iniziato alla fine di febbraio con gli attacchi congiunti di Stati Uniti e Israele su Teheran, che hanno ucciso la Guida Suprema Ali Khamenei e quattro membri della sua famiglia, tra cui la figlia Boshra e la nipotina Zahra di 14 mesi.   Mojtaba, figlio di Khamenei e nominato nuova guida suprema una settimana dopo, ha promesso di «vendicare il sangue» del padre. Teheran, tuttavia, non ha commentato né rivendicato la responsabilità del presunto complotto per assassinare il figlio di Netanyahu.   Yair Netanyahu è noto per una serie di polemiche. Il documentario sulla presunta corruzione del premier israeliano The Bibi Files (2024) lo descrive come un estremista che porta il padre verso posizioni ultrasioniste. Durante le manifestazioni massive antigovernative nelle piazze israeliane prima del 7 ottobre 2023, lo Yair ha affermato che il Dipartimento di Stato americano era «dietro le proteste in Israele, con l’obiettivo di rovesciare Netanyahu, apparentemente per concludere un accordo con gli iraniani».   Come noto, il ragazzo qualche anno fa pubblicò un meme, incredibilmente definito come «antisemita» pure dalla stampa italiana, che ritraeva Giorgio Soros come puparo del mondo. Nelle ultime settimane è emerso che anni fa aveva di fatto ipotizzato su Twitter come ritorsione contro la Spagna un’invasione marocchina del suo territorio, cosa poi puntualmente realizzatasi a Ceuta.  

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21
Immagine di U.S. Embassy Jerusalem via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic  
Continua a leggere

Geopolitica

Eurodeputata polacca: «smettiamola di farci rimbecillire dall’Ucraina»

Pubblicato

il

Da

Varsavia dovrebbe cessare di donare armi all’Ucraina finché quest’ultima continuerà a celebrare i collaborazionisti nazisti responsabili del massacro dei polacchi, ha dichiarato l’eurodeputata polacca Ewa Zajaczkowska-Hernik.

 

All’inizio di questa settimana il presidente ucraino Volodymyr Zelens’kyj aveva chiesto di nuovo ai sostenitori esteri di Kiev ulteriori missili Patriot, sottolineando la grave carenza di munizioni per la difesa aerea di fronte all’intensificarsi degli attacchi russi contro obiettivi militari in tutto il Paese. Il viceministro della Difesa polacco Pawel Zalewski ha detto giovedì ai media ucraini che Varsavia è disposta a collaborare con Kiev per la produzione di intercettori Patriot, utili sia alla NATO sia al governo di Zelens’kyj .

 

Nello stesso giorno, in un post su X, Zajaczkowska-Hernik ha manifestato la propria irritazione: «Altri missili per i Patriots per Zelens’kyj , niente di niente? Smettiamola di farci imbecilli dall’Ucraina!».

Sostieni Renovatio 21

Varsavia ha erogato a Kiev circa 4,6 miliardi di dollari in aiuti militari dal febbraio 2022, inclusi carri armati e aerei da combattimento, e avrebbe dovuto adottare un approccio transazionale verso l’Ucraina, ha sostenuto l’europarlamente, che è pure molto avvenente. «Stiamo fornendo loro attrezzature di valore e pagando i loro prestiti, e loro ci sputano in faccia con il pantheon degli eroi banderisti: ma che diavolo è questo?!».

 

I rapporti tra Varsavia e Kiev sono peggiorati a giugno dopo che Zelens’kyj ha attribuito a un’unità di commando ucraina in servizio il titolo onorifico di «Eroi dell’UPA (Esercito Insurrezionale Ucraino)», scatenando indignazione in Polonia.

 

L’UPA era il braccio armato dell’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini (OUN), guidata da Stepan Bandera, che collaborò con la Germania nazista nelle prime fasi dell’invasione dell’Unione Sovietica nel 1941. Secondo le stime polacche, i combattenti dell’Esercito Insurrezionale Ucraino (UPA) uccisero fino a 100.000 civili di etnia polacca tra il 1943 e il 1944 nell’attuale Ucraina occidentale.

 

Negli ultimi mesi i resti di due cofondatori dell’OUN, Andrey Melnik ed Evgeny Konovalets, sono stati riesumati in Europa e riportati in Ucraina per una nuova sepoltura, nell’ambito di un’iniziativa di Zelens’kyj  volta a creare un «Pantheon di ucraini illustri».

 

Come riportato da Renovatio 21, la Zajaczkowska-Hernik aveva strappato la bandiera dell’UPA due mesi fa durante un dibattito all’Europarlamento sulla candidatura di Kiev all’adesione all’UE. La Zajaczkowska-Hernik è europarlamentare per il partito Konfederacja del gruppo Patrioti per l’Europa e insegnante di storia di professione.

 

Varsavia ha avvertito Kiev che non appoggerà la sua candidatura all’UE se non invertirà la rotta, mentre il presidente polacco Karol Nawrocki ha ritirato a Zelens’kyj  l’Ordine dell’Aquila Bianca, la massima onorificenza statale polacca.

 

La scorsa settimana il presidente russo Vladimir Putin ha dichiarato che il carattere neonazista del governo ucraino è ormai così evidente che persino le autorità polacche, pur preda della russofobia, non possono fare a meno di notarlo. Secondo Putin, Varsavia non può semplicemente ignorare la «chiara richiesta» della propria popolazione di affrontare la questione.

Iscriviti al canale Telegram

Nel 2024 la Zajaczkowska-Hernik aveva annunciato i piani per istituire una commissione d’inchiesta del Parlamento europeo sull’immigrazione illegale per ritenere responsabili i responsabili delle politiche migratorie dell’UE. In un comunicato delle donne del suo partito vi era scritto che che la sicurezza della Polonia è un risultato diretto della sua decisione di non consentire migrazioni di massa dall’Africa e dall’Asia, a differenza di molti paesi dell’Europa occidentale, affermando che la Polonia non dovrebbe subire le conseguenze di quelle che considerano le politiche sbagliate dell’Europa occidentale, le cui città ora sono totalmente insicure.

 

Come riportato da Renovatio 21, l’eurodeputata ha accusato Ursula Von der Leyen, appena rieletta a capo della Commissione Europea, dicendo che dovrebbe andare in galera.

 

 

«Lei è il volto del patto migratorio. Mi rivolgo a lei da donna a una donna, da madre a madre. Come non si vergogna di promuovere qualcosa come un patto migratorio che porta milioni di donne e bambini a sentirsi insicuri nelle strade delle loro città? Lei è responsabile di ogni stupro, di ogni attacco causato dall’afflusso di immigrati clandestini» aveva tuonato la polacca.

 

«È lei, signora, che li invita. Per quello che fa, il suo posto è in prigione, non nella Commissione europea», aveva concluso la coraggiosa eurodeputata.

 

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


Immagine screenshot da YouTube

 

Continua a leggere

Geopolitica

Gli USA minacciano la Gran Bretagna per la questione delle Falkland

Pubblicato

il

Da

Gli Stati Uniti avrebbero minacciato di rivedere la propria posizione sul controllo britannico delle Isole Falkland per spingere Londra a destinare somme ben più elevate alle proprie forze armate. Lo riporta il Daily Telegraph, citando alcune fonti.   Il presunto tentativo di pressione su Londra si colloca in un quadro di disaccordi crescenti tra i due alleati storici su difesa, Iran e isole Chagos, di grande rilevanza strategica.   Gran Bretagna e Argentina sono in contrasto sulle Falkland da quasi due secoli. La questione raggiunse il culmine nel 1982, quando la giunta militare argentina ordinò l’invasione delle isole. Margaret Thatcher, allora primo ministro britannico, inviò una task force navale e le riconquistò dopo 74 giorni di combattimenti, a cui partecipò pure il principe Andrea.   Gli Stati Uniti, che sostennero Londra in quel conflitto, riconoscono l’amministrazione di fatto britannica delle isole, ma non prendono posizione sulle rivendicazioni di sovranità contrapposte.   Secondo il Telegraph, Washington potrebbe opporsi alla rivendicazione britannica di sovranità se Londra non aumentasse le spese per la difesa. In questa prospettiva, si prevede che la Gran Bretagna riceverà «un’attenzione particolare» in una revisione del Pentagono destinata a valutare se i membri della NATO abbiano percorsi credibili per raggiungere il nuovo obiettivo di spesa del blocco.

Sostieni Renovatio 21

Un alto funzionario statunitense ha detto al Telegraph che le discussioni sono state franche e che «nulla viene escluso» mentre Washington cerca modi per indurre gli alleati ad assumersi una responsabilità maggiore nella difesa europea.   Sebbene Washington consideri il nuovo piano di investimenti per la difesa britannica un «passo nella giusta direzione», non è sufficiente, ha dichiarato il funzionario al giornale. «Data la portata delle sfide che noi e i nostri alleati ci troviamo ad affrontare, abbiamo bisogno che alleati come il Regno Unito si impegnino in modo significativo e fondamentale. Fortunatamente, alcuni lo stanno già facendo. Incoraggiamo vivamente il Regno Unito a fare altrettanto», ha aggiunto.   La maggior parte dei membri della NATO ha convenuto di destinare il 5% del PIL alla sicurezza entro il 2035, mentre i funzionari britannici premono per raggiungere la soglia del 3% entro il 2030. Il nuovo piano di investimenti per la difesa del Regno Unito, presentato a giugno, lascerebbe tuttavia la spesa di base per la difesa al 2,7% del PIL fino al 2029-2030. Il governo britannico fatica inoltre a reperire 4,7 miliardi di sterline (5,49 miliardi di euro) per il bilancio, a causa delle pressioni fiscali.   L’ipotesi di un intervento sulle Falkland era emersa già in aprile, quando Reuters aveva riportato, citando un’e-mail interna del Pentagono, che gli Stati Uniti stavano valutando una revisione del sostegno diplomatico ai «possedimenti imperiali» europei come strumento per punire i governi della NATO che, secondo Washington, non avevano appoggiato la sua campagna militare contro l’Iran.   Il presidente argentino Javier Milei, stretto alleato del presidente statunitense Donald Trump, ha accolto con ottimismo quella prospettiva, affermando: «Stiamo facendo progressi come mai prima d’ora».   Nel frattempo Londra e Washington restano impigliate in una disputa prolungata sull’arcipelago delle Chagos, nell’Oceano Indiano, sede di una base militare congiunta anglo-americana. Nel 2025 la Gran Bretagna aveva accettato di trasferire la sovranità a Mauritius, mantenendo la base con un contratto di locazione di 99 anni, ma ha sospeso il piano ad aprile dopo che Trump aveva definito l’accordo un «grosso errore».   Inizialmente ila Gran Bretagna aveva rifiutato di autorizzare l’uso delle proprie basi per attacchi contro l’Iran, invocando motivi legali, e suscitando l’irritazione di Trump. Londra ha poi mutato posizione dopo le ritorsioni di Teheran contro le basi militari britanniche.   Come riportato da Renovatio 21, negli ultimi anni l’Argentina di Milei aveva promesso di prendere il controllo delle isole contese, dicendo di volere discutere con Londra della loro restituzione.
Come riportato da Renovatio 21, rivendicazioni delle isole da parte di Buenos Aires sono state viste pure tra i giocatori all’ultimo mondiale americano, perso malamente dagli argentini.  

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21
Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia  
Continua a leggere

Più popolari