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L’importanza di Ambrogio oggi: omelia di mons. Viganò nella festa del santo patrono di Milano

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Renovatio 21 pubblica l’omelia dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò per la festa di Sant’Ambrogio.

 

DOCTOR OPTIME

Omelia nella festa di Sant’Ambrogio Vescovo, Confessore e Dottore della Chiesa

 

Il 7 Dicembre la divina Liturgia ricorda l’anniversario della Consacrazione Episcopale di Sant’Ambrogio, Patrono di Milano, Confessore della Fede, Dottore e Padre della Chiesa. Nell’anno 374 dell’era di Cristo, mille seicentocinquant’anni fa, il figlio di una importante famiglia senatoria, educato nelle migliori scuole di Roma e divenuto il più alto magistrato imperiale dell’Italia del Nord; amico di altri Santi tra cui Agostino da Ippona, allora insegnante di Retorica a Milano e poi da lui convertito dal paganesimo, riceveva la Sacra Unzione.

 

Le vicende che portarono questo eminente personaggio politico sulla Cattedra di Milano ci lasciano, per la mentalità odierna, certamente stupiti. Egli venne acclamato Vescovo dal popolo mentre, come consularis cercava di imporre una tregua alla lotta tra Cattolici e ariani, parlando ai fedeli riuniti. Essendo ancora pagano e non avendo intenzione di accettare la nomina, cercò invano più volte la fuga, finendo con l’accettare la volontà di Dio.

 

Nell’arco di pochi giorni ricevette il Battesimo, la Cresima e tutti gli Ordini Sacri. Potremmo dire che nulla delle doti richieste per ricoprire la carica civile andò perduto nel passaggio allo stato ecclesiastico; al contrario, vediamo nella sua tempra e nell’indole combattiva nella lotta contro gli eretici l’impronta del magistrato romano onesto, virtuoso, integerrimo.

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Il suo impegno per sovvenire alle necessità della Chiesa di Milano e massimamente dei poveri non gli impedì di svolgere un ruolo importante nella scena politica: è grazie all’influenza di Sant’Ambrogio sull’Imperatore Teodosio I se nel 380 il Cristianesimo fu proclamato Religione di Stato. Quarantasette anni prima Costantino, con l’Editto di Milano, l’aveva reso religio licita, ma con l’Editto di Tessalonica l’autorità terrena si riconosceva vicaria della Regalità di Cristo.

 

Occorsero millequattrocento anni perché la Rivoluzione giungesse a spezzare l’unità tra Stato e Chiesa; e millecinquecento anni perché una Gerarchia asservita al nemico introducesse la blasfema laicità dello Stato nella Chiesa, usando un Concilio Ecumenico come strumento eversivo per imporre ai fedeli gli errori di cui oggi vediamo le terribili conseguenze. 

 

Grande promotore del culto divino, Sant’Ambrogio codificò la Liturgia che da lui prende il nome, componendo almeno diciotto inni – tra cui Nunc sancte nobis Spiritus; Rector potens verax Deus; Jesu corona virginum; Aeterne rerum conditor – che il Rito tradizionale ha custodito attraverso i secoli.

 

Nemico implacabile del paganesimo e dell’arianesimo, Ambrogio fu fautore del Primato petrino, contro quegli eretici – ad esempio Palladio – che consideravano il Vescovo di Roma al pari degli altri Vescovi. La sua predicazione si articolò in opere apologetiche, dogmatiche, morali e ascetiche di tale erudizione da includere Ambrogio nell’elenco dei Dottori e dei Padri della Chiesa.

 

Fu proprio ascoltando Sant’Ambrogio predicare che Agostino d’Ippona, allora maestro di Retorica a Milano e ancora catecumeno, si persuase a ricevere il Battesimo, che il Vescovo gli impartì personalmente.

 

Non mancò di imporre una severa penitenza pubblica all’Imperatore, che nel 390 aveva ordinato il massacro di migliaia di abitanti di Tessalonica: Teodosio accolse la punizione di Ambrogio e venne riconciliato nel giorno di Natale dello stesso anno.

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Una figura come quella di Sant’Ambrogio oggi verrebbe additata dal Clero conciliare e sinodale come «divisiva», e probabilmente meriterebbe le grottesche scomuniche di chi egli certamente combatterebbe.

 

Immaginate, cari fratelli, se l’Arcivescovo di Milano – che pure compare nella medesima Cronotassi di Sant’Ambrogio – oserebbe mai compiere incursioni nelle chiese degli eretici per occuparle e restituirle al culto cattolico. Immaginatelo imporre una pubblica penitenza non dico al Presidente della Repubblica, ma anche solo al Sindaco Sala.

 

Immaginatelo difendere il Papato Romano contro Bergoglio, che lo vuole riformulare in chiave sinodale ed ecumenica. Immaginatelo predicare agli eretici, parlare da pari a pari con i potenti, dedicarsi ai poveri e ai bisognosi senza trascurare la preghiera e lo studio. In realtà nessuno di noi riesce nemmeno con la fantasia a concepire negli attuali Vescovi la forza, l’ardore, la virilità e la convinzione di un Sant’Ambrogio, di un Sant’Agostino, Sant’Ireneo solo per citarne alcuni.

 

Eppure, ai loro tempi, questi testimoni della Fede non erano così diversi uno dall’altro, ed è stato così per secoli, pensiamo a San Carlo Borromeo, al Beato Ildefonso Schuster… e fermiamoci lì. Da Montini in poi, anche se con un ritmo più lento, la Chiesa Ambrosiana ha compiuto la stessa mutazione della Chiesa Romana, trasformandosi in ciò che tutti i Vescovi di Milano e di ogni parte del mondo avevano sempre condannato. 

 

Ma se un Sant’Ambrogio, un San Carlo Borromeo o un Beato Ildefonso Schuster potevano considerarsi figli della medesima Chiesa sotto le stesse Sante Chiavi, cos’è accaduto da un certo punto in poi, da rendere impensabile e addirittura deplorevole distruggere i simulacri pagani e le statue degl’idoli, o scacciare gli eretici a colpi di flagello e scudiscio? Qualcuno penserà: Ecco che Monsignor Viganò ricomincia con il Vaticano II… e in realtà sappiamo tutti che il punto di non ritorno della Rivoluzione è stato il Concilio.

 

Questa assise ha potuto avere la sua valenza rivoluzionaria perché già da tempo la Gerarchia Cattolica era stata infiltrata e progressivamente occupata – con le solite modalità cui ricorre la Massoneria – da quinte colonne che dovevano operare la distruzione della Chiesa dall’intero, usurpando l’autorità con la frode. In questa azione eversiva delle Logge si vede la mente diabolica dell’Avversario.

 

Ma vi è una ragione più profonda, più semplice e allo stesso tempo più grave, che spiega la crisi che affligge la Chiesa Cattolica: la perdita della Fede, della Speranza e della Carità da parte del Clero e in particolare dei Vescovi e degli stessi Papi conciliari. La roccia della Fede si è progressivamente mutata in una palude di errori, perché alla Verità oggettiva di Dio, alla Divina Rivelazione che si esprime nei Dogmi di Fede è stata sostituita l’esperienza personale rendendo antropocentrico ciò che deve essere ontologicamente teocentrico, cristocentrico.

 

Senza conoscere ed abbracciare Dio nella Sua Verità, per come Egli è e per come Si è rivelato a noi, non è possibile amarLo: chi cade in questo inganno diabolico finisce per amare e preferire l’idea che si è fatto di Dio perdendo ogni soprannaturale afflato.

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Alcuni tra voi, cari fratelli, si stanno preparando a servire il Signore nell’Ordine Sacro. Altri sono già chierici e sacerdoti. Ad altri il Signore parlerà a suo tempo, per spronarli a rispondere alla Vocazione. La formazione dottrinale e morale è certamente importante, perché costituisce le fondamenta su cui erigere l’edificio della vostra personale santificazione. Ma il cuore, l’anima della santità – e questo vale per laici e chierici – è l’amore di Dio, Dio stesso, che è Carità infinita.

 

Imparate ad amare Nostro Signore e in Lui il vostro prossimo.

 

Imparate a vivere di Dio, a cibarvi di Lui, a cercare solo la Sua gloria conformandovi alla Sua santa Volontà. Imparate ad amarLo per come Egli Si è rivelato, e come la Santa Chiesa ci insegna. La Carità si fonda infatti sulla verità della Fede, e chi non possiede l’integrità della Fede non è capace di amare soprannaturalmente.

 

Imparate ad amare la Croce, compendio al massimo grado della Carità divina. Imparate ad amare i vostri nemici, perché volendo il loro vero bene saprete trovare il modo per attrarli a Dio e strapparli alla schiavitù del demonio.

 

Imparate ad amare il Signore come Lo amò Sant’Ambrogio, e le virtù di Sant’Ambrogio splenderanno anche in voi, dal momento che la loro fonte è la medesima: Nostro Signore Gesù Cristo, del Quale tra poche settimane celebreremo il Santissimo Natale.

 

+ Carlo Maria Viganò

Arcivescovo

 

7 Dicembre 2024

Sancti Ambrosii Episcopi, Confessoris, 

Ecclesiæ Doctoris et Mediolanensis Patroni

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Spirito

La Chiesa cattolica in Germania mira a mettere i laici «allo stesso livello» dei vescovi: possibile scisma?

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Papa Leone XIV la settimana scorsa ha incontrato il suo nunzio apostolico per la Germania, per l’arcivescovo croato Nikola Eterovic, incombe la possibilità concreta di uno scisma con la Chiesa cattolica in Germania. Lo riporta Il Giornale.   In praica, si sostiene che la Chiesa tedesca voglia mettere i laici tedeschi sullo stesso piano dei vescovi e lasciare loro il controllo del denaro, secondo quanto riportato da  Il Giornale.   «Si tratta di un progetto, già approvato dal potentissimo Comitato centrale dei cattolici tedeschi, che farà nascere un organo permanente in cui i laici saranno equiparati ai vescovi. Questa Conferenza sinodale avrà potere decisionale e potrà introdurre modifiche alla dottrina a colpi di maggioranza, costringendo chi è in dissenso a fornire una motivazione pubblica. Inoltre, la Conferenza si impossesserà della gestione delle risorse finanziarie della ricchissima Chiesa tedesca».

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La preoccupazione della Santa Sede per quella che molti interpretano come una traiettoria verso lo scisma si estende ben oltre i confini nazionali della Germania.   Il Giornale ipotizza che la Chiesa tedesca vorrebbe innescare un contagio che si diffonderebbe nel resto della Chiesa cattolica romana.   Un documento inedito mostra che nel 2021 Benedetto XVI contattò il cardinale Reinhard Marx, allora capo della Conferenza episcopale tedesca e principale promotore del «Cammino sinodale» in Germania, per esprimere la sua «grande preoccupazione» per il processo sinodale in Germania.   «Fonti vaticane ci confermano che negli ultimi anni Ratzinger era molto scettico sull’andazzo preso dalla Chiesa tedesca ed era convinto che “questo Cammino farà male e finirà male se non viene fermato”», scrive il quotidiano milanese. Il cardinale Reinhard «Marx ignorò l’appello del Papa emerito che poi, qualche mese più tardi, venne screditato pesantemente in patria a causa di un rapporto sugli abusi commissionato proprio dall’arcidiocesi di Monaco, senza venire difeso dal suo successore in carica».   «Ora tocca a Leone XIV. Un assist gli arriva dalla relazione del cardinale Mario Grech al concistoro in cui si legge che «spetta sempre al vescovo di Roma se necessario sospendere il processo sinodale» prosegue il quotidiano che fu di Montanelli e Berlusconi. «Prevost condivide le perplessità di Benedetto XVI, ma se non avrà la forza di dire no al progetto di Conferenza Sinodale, il rischio è che la slavina tedesca possa diventare per la Chiesa universale una valanga chiamata scisma».   «Prevost condivide le preoccupazioni di Benedetto XVI», ha detto Spuntoni, che ha avvertito che se Papa Leone «non avrà la forza di dire di no al progetto della Conferenza sinodale, c’è il rischio che la valanga tedesca possa trasformarsi in uno scisma per la Chiesa universale».   Il Cammino sinodale è un progetto di riforma eterodosso lanciato dalla Conferenza episcopale tedesca e dal Comitato centrale dei cattolici tedeschi nel dicembre 2019, ricorda LifeSite.   Entro il 2023, la stragrande maggioranza dei membri del Cammino sinodale, tra cui più di due terzi dei vescovi tedeschi, ha votato a favore di documenti eretici che chiedevano il diaconato delle donne , la «benedizioni»delle unioni omosessuali e persino sacerdoti «transgender» in un testo pieno di ideologia di genere.   Il cardinale Gerhard Müller, già presidente della Congregazione per la Dottrina della Fede (CDF), all’epoca criticò duramente l’eretico Cammino sinodale tedesco, affermando che era peggio di uno scisma e definendolo una variante della «cultura woke materialista e nichilista» che ha abbandonato «l’essenza stessa del cristianesimo».   Müller ha spiegato in un’intervista alla rivista conservatrice tedesca Tichys Einblicke che, mentre la Chiesa ortodossa scismatica ha mantenuto la sua attenzione su Cristo, il Cammino sinodale in Germania ha abbandonato «l’essenza stessa del cristianesimo … a favore della sua trasformazione in una variante della cultura woke materialista e nichilista dell’auto-redenzione e dell’auto-creazione dell’uomo».   «Invece della parola di Dio nella Sacra Scrittura e nella Tradizione della Chiesa, ci si riferisce ad “autorità” come Michel Foucault, Judith Butler, Helmut Kentler o Yuval Harari», ha continuato il porporato germanico.   Il cardinale tedesco ha inoltre affermato che la «cultura woke», rappresentata anche nel Cammino Sinodale, conduce l’umanità ulteriormente verso l’autodistruzione. Alla radice di questo problema Müller individua una «antropologia sbagliata che fa del matrimonio tra uomo e donna una variante arbitraria della libido egocentrica».

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I sostenitori del «Cammino sinodale» tedesco sono «propagandisti di una Chiesa secolarizzata che si è allontanata da Cristo, che vogliono scacciare le violazioni dell’antropologia naturale e rivelata e della morale sessuale distruggendola», ha scritto il cardinale Müller s nel 2022.   «L’obiettivo principale dell’intera campagna è la preservazione del cristianesimo come religione civile dello Stato laico e della società nel suo complesso, in gran parte agnostica e indifferente alla religione», ha affermato Müller. «Pertanto, ci si propone al “mondo moderno” – qualunque cosa si voglia intendere – come un’organizzazione religiosa e di servizi sociali utile dal punto di vista socio-psicologico».   «Si pretende che la Chiesa non sia stata fondata da Dio per essere il sacramento della salvezza per il mondo in Cristo (Lumen gentium 1; 48; Gaudium et spes 45), che quindi non debba in alcun modo legittimarsi davanti agli atei per quanto riguarda la sua convenienza per lo stato sociale o per un paradiso terrestre di carattere socialista (modello di società cinese rossa) e capitalista (Great Reset entro il 2030)», ha dichiarato il fedele cardinale tedesco.

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Papa Leone nomina il nuovo arcivescovo di Città del Capo che considerava l’aggiunta di un rito pagano alla liturgia

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Papa Leone XIV ha nominato il vescovo Sithembele Anton Sipuka arcivescovo di Città del Capo, in Sudafrica, dopo che il prelato in precedenza ha guidato un importante organismo ecumenico progressista e si è battuto per l’inculturazione liturgica di un rito pagano locale. Lo riporta LifeSiteNews.

 

Il 9 gennaio, papa Leone ha nominato Sipuka arcivescovo di Città del Capo, dopo i suoi anni di servizio come vescovo di Mthatha, presidente della Conferenza Episcopale Cattolica dell’Africa meridionale dal 2019 al 2025 e presidente del Consiglio delle Chiese sudafricano dal 2024.

 

Nell’ottobre 2024, monsignor Sipuka è stato eletto presidente del Consiglio delle Chiese sudafricano (SACC), diventando il primo cattolico – e il primo vescovo cattolico – a ricoprire tale carica. Il SACC è un organismo ecumenico che riunisce un’ampia gamma di confessioni cristiane in Sudafrica e vanta una lunga storia pubblica che risale all’era anti-apartheid.

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Il SACC è storicamente associato all’attivismo di sinistra e tra i suoi leader più noti a livello internazionale c’era l’arcivescovo anglicano pro-LGBT Desmond Tutu. L’elezione di Sipuka ha segnato un momento significativo per il consiglio, dato che la sua presidenza era stata precedentemente ricoperta da non cattolici.

 

Il 22 giugno 2025, monsignor Sipuka tenne un’omelia in qualità di presidente della SACC durante un servizio di preghiera ecumenico chiamato «Giornata nazionale di preghiera per la guarigione e la riconciliazione», tenutosi presso la Grace Bible Church di Soweto, una congregazione protestante.

 

Secondo monsignor Sipuka, le divisioni tra cristiani sono dovute al fatto che «i muri divisori che a noi sembrano così permanenti non lo sono per Dio», poiché «le categorie che definiscono i nostri conflitti – noi e loro, dentro e fuori, meritevoli e immeritevoli – sono costruzioni umane, non decreti divini».

 

Inoltre, Sipuka sembrava ridurre la nozione cristiana di redenzione a un significato sociologico di liberazione: «la tua liberazione è legata alla liberazione del tuo prossimo. Il tuo benessere è connesso al benessere del tuo nemico». Il prelato sudafrico ha anche usato il cristianesimo per giustificare gli ideali politici socialisti: «non può esserci riconciliazione senza trasformazione. La vera riconciliazione richiede un cambiamento strutturale: la trasformazione della nostra economia affinché la ricchezza sia condivisa in modo più equo».

 

Il 3 luglio 2025, Papa Leone XIV aveva nominato monsignor Sipuka membro del Dicastero vaticano per il dialogo interreligioso.

 

Nel gennaio 2023, mentre era presidente della Conferenza episcopale cattolica dell’Africa meridionale, Sipuka ha rilasciato un’intervista a Radio Veritas, poi ripresa da ACI Africa. In quell’intervista, ha riflettuto sui precedenti tentativi di inculturazione nella liturgia cattolica in Sudafrica, in particolare quelli avvenuti negli anni Ottanta.

 

L’inculturazione liturgica mira a introdurre nel rito cattolico romano elementi tratti da culture religiose locali, estranee e talvolta più antiche della tradizione cristiana. Tali rituali sono spesso legati a superstizioni o pratiche politeistiche, basate sulla convinzione che ogni cultura possa essere espressione di adorazione verso Dio.

 

Tuttavia, la liturgia cattolica non appartiene alle culture ma alla Chiesa, ed è rivolta non all’uomo ma a Dio. Di conseguenza, è in grado di comunicare la grazia a ogni essere umano, indipendentemente dal contesto storico o geografico, perché il cuore umano – fatto per accogliere Dio – è sempre lo stesso ovunque. Pertanto, la liturgia non può essere rimodellata da usanze o credenze locali senza rischiare di perdere la sua vera natura.

 

«L’inculturazione in termini di liturgia era più forte negli anni Ottanta, poi si è fermata», si è lamentato Sipuka nell’intervista. «Stiamo facendo liturgia come se fosse inculturata da quelle esperienze, non si è sviluppata».

 

«Cerchiamo di comprenderlo nel suo contesto tradizionale, in modo da poter vedere come integrarlo con la fede. Il principio è che, nella cultura, ci sono molte cose buone; quindi, non riteniamo che nulla di culturale debba essere scartato».

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In particolare, monsignor Sipuka sembrava interessato a fondere la liturgia cattolica con il rito locale dell’ubungoma, una pratica spirituale tradizionale sudafricana in cui una persona diventa un guaritore o un indovino attraverso la canalizzazione degli antenati.

 

«Ora ci stiamo occupando dell’ubungoma», ha detto monsignor Sipuka. «Speriamo di completare la ricerca entro la fine di quest’anno e poi, auspicabilmente, entro l’anno prossimo potremo forse dare qualche indicazione», ha concluso.

 

Da tempo i teologi sudafricani cercano di reinterpretare questa pratica pagana nel tentativo di conciliarla con la teologia cattolica, ad esempio rileggendo la vocazione del profeta Geremia come un’esperienza collegabile all’ubungoma.

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Il vescovo olandese Mutsaerts condanna la teologia progressista come «pericolo dall’interno» della Chiesa

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Il vescovo olandese Robertus Gerardus Leonia Maria Mutsaerts ha criticato la teologia progressista definendola un grande «pericolo che viene dall’interno» per la Chiesa cattolica. Lo riporta LifeSite.   In un articolo sul suo blog pubblicato all’inizio di gennaio, il vescovo ausiliare della diocesi di ‘s-Hertogenbosch ha citato l’autore cattolico Hilaire Belloc, il quale ha scritto di non temere «’i barbari alle porte’, ma piuttosto il pericolo che viene dall’interno».   «Vorrei ora rivolgermi ai teologi liberali e ai credenti. Non per accusarli, ma per invitarli a riconsiderare la propria posizione», ha scritto Mutsaerts, aggiungendo: «se Belloc avesse ragione, e se ci parlasse oggi, potrebbe dire: il cristianesimo in Europa non è minacciato solo dalla secolarizzazione, ma da una teologia che non si fida più del proprio nucleo».

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Il prelato neerlandese osservato che in Germania il problema non sono le minacce esterne, ma gli stessi vescovi tedeschi, che «hanno pubblicato un documento (Segen gibt der Liebe Kraft) che offre linee guida pastorali per i sacerdoti e gli operatori pastorali per la benedizione delle coppie che vivono relazioni che la Chiesa definisce “disordinate”».   «I processi sinodali tedeschi hanno già adottato documenti che propugnano una riconsiderazione dell’insegnamento sull’omosessualità, uno spazio per la diversità di genere e l’inclusione delle persone trans e intersessuali, e discussioni sul celibato. Il tutto sotto le mentite spoglie della cura pastorale».   Monsignor Mutsaerts ha sottolineato che «nella teologia cattolica, l’azione pastorale non può mai essere separata dalla verità».   «La Chiesa distingue tra ordine morale oggettivo (ciò che è buono o peccaminoso) e colpa soggettiva (quanto è personalmente responsabile qualcuno)», e quindi «non può dichiarare moralmente buono qualcosa che ha sempre considerato intrinsecamente disordinato».   Il vescovo ha affermato che è importante ricordare la distinzione operata dalla Chiesa tra peccato e peccatore.   «Pensate alle celebri parole di Agostino: odia il peccato, ama il peccatore», ha affermato. «Se giustifichi il peccato, stai guidando il peccatore ancora più verso l’abisso».   «Questo è il massimo dell’antipastoralità. Se le situazioni peccaminose vengono strutturalmente benedette senza un linguaggio chiaro sulla conversione, la croce, l’ascetismo o la crescita morale, allora il peccato viene banalizzato e ridotto a ‘imperfezione’. Può sembrare pastorale, ma dove non c’è più peccato, non c’è più nemmeno motivo di conversione, e il sacrificio di Gesù sulla croce viene dichiarato superfluo. E ogni benedizione diventa priva di significato».   «L’amore senza verità è senza amore», ha affermato.   Il vescovo olandese ha lanciato un avvertimento: se i cristiani si conformassero allo spirito dei tempi, diventerebbero laicisti:   «Ma cosa succede quando vescovi, sacerdoti e teologi sono così impegnati a difendere il cristianesimo che l’ambiente laico non si offende più per le sue opinioni contrarie? Non hanno forse smesso di difendere il cristianesimo? Quando la risurrezione di Gesù si riduce a “la storia continua” invece che all’effettiva risurrezione di Gesù dalla tomba; quando Gesù non è più il Salvatore, ma principalmente un esempio morale; quando il peccato è sostituito da una “rottura” senza colpa e la grazia da un’affermazione senza conversione? Ciò che rimane è un quasi-cristianesimo vago, educato e rispettabile in cui nulla è in gioco e che non differisce in alcun modo dalle opinioni laiche».

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Il vescovo ha concluso che «quando il cristianesimo si adatta troppo allo spirito dei tempi, perde proprio ciò che lo rende rilevante».   «La teologia progressista sottolinea giustamente la dignità umana, ma spesso si scontra con il peccato radicale – non come fallimento morale, ma come distorsione esistenziale», ha osservato il vescovo. «Ciò che rimane è un cristianesimo che non salva più le persone, ma si limita ad accompagnarle. Verso l’abisso».   «Forse la vera sfida per la teologia liberale oggi è questa: 1. Osiamo credere di nuovo che il cristianesimo è vero, non solo prezioso? 2. Osiamo accettare che il Vangelo ci giudichi prima di liberarci? 3. Osiamo parlare di nuovo di conversione, sacrificio, redenzione – senza scusarci? Non perché i barbari siano alle porte, ma perché la Chiesa rischia di svuotarsi».   «Belloc non temeva i barbari alle porte, ma la civiltà che aveva dimenticato la propria anima» ha ricordato il monsignore.

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