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L’esercito israeliano ha ricevuto l’ordine di fermare l’offensiva nella città di Gaza
I leader politici israeliani hanno disposto la sospensione dell’offensiva delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) su Gaza City, iniziata a settembre.
Secondo la Radio dell’Esercito Israeliano e l’emittente pubblica Kan, la decisione è stata presa in seguito all’appello del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che ha esortato lo Stato Ebraico a fermare gli attacchi contro l’enclave, nell’ambito del suo piano per porre fine al conflitto e ottenere la liberazione degli ostaggi ancora detenuti da Hamas.
Secondo il piano di Trump, Hamas dovrà rilasciare tutti gli ostaggi rimanenti entro 72 ore dalla cessazione delle operazioni militari israeliane a Gaza e dal ritiro delle truppe «secondo la linea concordata».
Sia Israele che Hamas hanno espresso la loro disponibilità a uno scambio di prigionieri, ma Gerusalemme Ovest non ha ancora risposto ufficialmente alla richiesta di Trump di interrompere gli attacchi su Gaza.
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Sabato, la Radio dell’Esercito ha riferito che gli Stati Uniti hanno chiesto a Israele di ridurre al minimo le operazioni a Gaza, con le truppe sul campo limitate a manovre difensive.
In un comunicato pubblicato sabato su X, l’esercito israeliano ha dichiarato che l’area a Nord di Wadi Gaza, che include la devastata Gaza City, è ancora considerata «una pericolosa zona di combattimento» e ha invitato i residenti a spostarsi verso Sud, aggiungendo che le forze israeliane continuano a circondare Gaza City e che «tentativi di ritornarvi comportano un rischio significativo».
Gli attacchi aerei su Gaza sono proseguiti sabato mattina, ma, secondo Al Jazeera, «sono stati notevolmente meno intensi». Almeno 20 persone sono state uccise dagli attacchi israeliani nell’enclave dall’alba.
Secondo Kan, i negoziati tra funzionari israeliani e statunitensi sul piano di Trump dovrebbero iniziare a breve.
Il piano di pace di Trump prevede, in particolare, il rilascio di 250 prigionieri palestinesi condannati all’ergastolo e di 1.700 detenuti dopo il 7 ottobre 2023.
Dopo gli scambi, a Gaza sarà istituito un governo di transizione apolitico, svincolato da Hamas, con l’obiettivo di trasformare la regione in «una zona deradicalizzata e priva di terrorismo, che non rappresenti una minaccia per i suoi vicini».
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Immagine di IDF Spokesperson’s Unit via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported
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Dirigente transessuale del New York Times accusata di maltrattamenti di minori prima di essere uccisa
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I tempi di consegna del petrolio saudita in Asia potrebbero raddoppiare
Diversi media organi di stampa ripreso i dati più recenti dell’Associazione degli Armatori Giapponesi, secondo cui la chiusura dello Stretto di Bab el-Mandeb, nel Mar Rosso, alle navi saudite potrebbe allungare di oltre 2,5 volte i tempi di consegna del petrolio saudita in Asia. Lo slittamento segue il controllo da parte degli Houthi dell’intera costa del Mar Rosso.
Yahya Saree, portavoce militare degli Houthi, ha dichiarato venerdì in un comunicato che «la navigazione marittima è sicura per tutte le compagnie, ad eccezione delle navi saudite», come riferito da NPR il 12 settembre.
Prima del blocco, la rotta tradizionale attraverso lo Stretto di Ormuzzo richiedeva circa 40 giorni andata e ritorno. L’alternativa del Mar Rosso — il greggio saudita viene portato via terra fino alla costa e poi imbarcato su petroliera attraverso Bab el-Mandeb — richiede circa 40-50 giorni andata e ritorno. L’unica via rimasta passa dal Canale di Suez e circumnaviga il Capo di Buona Speranza, all’estremità meridionale dell’Africa: il viaggio andata e ritorno richiederebbe almeno 100 giorni. Inoltre le petroliere più grandi sono troppo ingombranti per transitare dal Canale di Suez.
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Allungare un viaggio andata e ritorno da 40 a 100 giorni non solo ritarda le consegne, ma riduce drasticamente il numero di viaggi annuali di una petroliera da circa nove a meno di quattro, raddoppiando di fatto il numero di navi necessarie per spostare lo stesso volume di greggio. La deviazione di rotta si traduce così in uno shock sui prezzi: la capacità delle petroliere non può crescere in tempi brevi, quindi quando i giorni di navigazione salgono di colpo salgono anche le tariffe di trasporto, e quei costi finiscono nel prezzo finale del greggio anziché nel prezzo di riferimento. I margini di raffinazione assorbono il primo colpo e l’onere aggiuntivo si scarica poi sull’intero mercato.
Viaggi più lunghi costringono inoltre gli acquirenti a tenere scorte più consistenti: una raffineria che lavora su un ciclo di 100 giorni deve impegnarsi ad acquistare con oltre tre mesi di anticipo, invece di poter aggiustare gli ordini in poche settimane, come riporta Business Upturn.
Prima dell’attuale conflitto tra Stati Uniti e Iran, il Giappone dipendeva per il 95% del proprio fabbisogno di greggio da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, secondo Reuters del 4 marzo 2026; ora quella dipendenza si è spostata in larga misura verso Stati Uniti e Messico.
Prima del conflitto, circa il 25% del commercio mondiale di petrolio via mare, il 19% del GNL e fino al 30% dei fertilizzanti azotati scambiati a livello internazionale passavano dallo Stretto ormusino. Un aumento di 2,5 volte dei tempi di transito per queste risorse essenziali avrebbe evidentemente effetti gravi e dirompenti sulle catene di approvvigionamento globali.
Come riportato da Renovatio 21, la Corea del Sud, un altro Paese estrmo-orientale gravemente danneggiato nelle forniture di idrocarburi dalla chiusura dello Stretto ermesino, sta pensando di partecipare all’azione militare statunitense, ricevendo in risposta un duro ammonimento dalla Repubblica Islamica dell’Iran, che come noto è in grandi rapporti con la Corea del Nord.
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Immagine di Reading Tom via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic
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Profanazione in una cappella di Bari
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