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Protesta

Le proteste degli agricoltori si diffondono in tutta Europa

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Le proteste degli agricoltori si stanno ampliando in Portogallo, stanno iniziando le proteste in Irlanda e verso la fine di febbraio sono previste azioni regionali da parte degli agricoltori in Spagna, continuando i blocchi autostradali e portuali in Francia, Belgio, Germania e Italia, scrive EIRN.

 

I blocchi delle strade di accesso ai porti di Wilhelmshaven e Bremerhaven nel nord-ovest vengono mantenuti; ci sono stati anche blocchi dei porti interni lungo il fiume Reno.

 

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A Bruxelles, dove gli agricoltori hanno utilizzato 1.300 trattori davanti all’edificio in cui si riuniva il Consiglio europeo, sono state sollevate numerose richieste di cambiamenti nella politica agricola dell’UE. Il Coordinamento europeo Via Campesina portava striscioni contro l’accordo di libero scambio tra UE e Mercosur, attualmente in negoziazione.

 

 

Nel frattempo protesta dalla Germania sembra aver contaminato anche l’Olanda e l’Irlanda.

 

 

 

 

 


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Gli agricoltori si oppongono da tempo all’accordo commerciale con il blocco economico sudamericano, che secondo loro li porrebbe in una posizione di svantaggio competitivo, aprendo la porta a un’ondata di importazioni agricole più economiche che non soddisfano gli stessi standard ambientali dei prodotti europei.

 

Per placare il malcontento degli agricoltori, il presidente francese Emmanuel Macron ha incontrato la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen a margine del vertice del 1° febbraio. Ha promesso di prendere posizione contro il Mercosur.

 

Guillaume Van Binst, membro della Federazione dei giovani agricoltori (FJA), ha dichiarato a Euractiv che dagli anni ’90 le politiche dell’UE hanno costretto gli agricoltori europei «a competere con altri tipi di agricoltura che hanno requisiti molto inferiori, producono a costi inferiori e penetrano nel mercato europeo»

 

Sono state quindi avanzate richieste per l’abolizione dei piani più aggressivi del Green Deal dell’UE: «le ambizioni ambientali non sono accompagnate da budget sufficienti per premiare gli agricoltori», ha affermato Van Binst.

 

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Per quanto riguarda il Portogallo, dall’inizio di giovedì mattina, primo febbraio, gli agricoltori vicino a Elvas, vicino al confine con la Spagna, hanno bloccato l’autostrada A6 con trattori e automobili. L’autostrada collega l’area metropolitana di Lisbona con Bajadoz in Spagna.

 

 

Vicino a Mogadouro, nell’estremo nord-est, hanno rallentato il traffico a passo d’uomo sull’autostrada IC5 con il loro convoglio di veicoli agricoli, imponendo blocchi anche nel centro e nel sud del paese.

 

Dietro questo c’è il Movimento Civil de Agricultores (Movimento civile degli agricoltori), che si dichiara apartitico. Nel suo appello con lo slogan «La nostra fine significa la vostra fame», dichiara che gli agricoltori portoghesi sono «uniti e pronti» a «difendersi dall’attacco permanente alla sostenibilità, alla sovranità alimentare e alla vita rurale».

 

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Le richieste includono la reintroduzione dei sussidi, l’adattamento delle normative ambientali alle condizioni locali e la revisione del piano strategico per la politica agricola comune, che mira ad attuare gli obiettivi della politica agricola dell’UE in Portogallo entro il 2027. Le preoccupazioni dei manifestanti sono condivise anche dalle grandi organizzazioni agricole. L’associazione degli agricoltori CNA, che sostiene le aziende agricole a conduzione familiare, ha annunciato le proprie azioni regionali.

Nonostante i diversi contesti, le proteste in Europa hanno una cosa in comune: «il reddito degli agricoltori, il denaro che gli agricoltori lasciano per sopravvivere dopo il raccolto».

 

Nonostante i sussidi, «lo strangolamento finanziario della stragrande maggioranza degli agricoltori, soprattutto di quelli piccoli e medi” è una realtà ovunque, si legge in una nota. La situazione è aggravata dalla “dittatura degli acquirenti all’ingrosso sostenuti dal governo”.

 

In Francia e Germania, nel tentativo di sottolineare il loro impegno a continuare la protesta nonostante le promesse di aiuti governativi di Parigi e Berlino, il 1° febbraio gli agricoltori dell’Alsazia e del Baden hanno iniziato a bloccare lo svincolo autostradale di Neuchâtel in un’azione congiunta, coinvolgendo 400 trattori in questo blocco alla frontiera franco-tedesca.

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Protesta

Proteste in Bolivia contro la crisi del costo della vita

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Lunedì, a La Paz, capitale amministrativa della Bolivia, si sono verificati scontri tra la polizia antisommossa e i manifestanti antigovernativi. Le imponenti proteste, scatenate dall’aumento del costo della vita e dalla carenza di carburante, si sono trasformate in richieste di dimissioni del presidente boliviano Rodrigo Paz, a soli sei mesi dal suo insediamento.   Paz, un conservatore centrista del Partito Cristiano Democratico, ha abolito i sussidi sui carburanti in vigore da decenni che avevano prosciugato le riserve valutarie della Bolivia, ma finora non è riuscito a stabilizzare le forniture di carburante. Migliaia di agricoltori, minatori, insegnanti, operai e attivisti indigeni protestano da settimane contro l’aumento del costo della vita, la stagnazione dei salari, l’instabilità economica e i presunti piani di privatizzazione delle aziende statali.   I filmati mostravano la polizia antisommossa che sparava gas lacrimogeni mentre i manifestanti lanciavano oggetti, petardi ed esplosivi artigianali vicino agli edifici governativi. Il video riprendeva anche degli arresti e un veicolo in fiamme.  

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Secondo quanto riportato dai media locali, più di 100 persone sono state arrestate durante i disordini di lunedì.   I sostenitori dell’ex presidente socialista boliviano Evo Morales si sono uniti alle proteste, sfilando per le principali strade e viali e chiedendo al governo di impedire quella che hanno definito un’ingerenza statunitense negli affari interni del paese.   «Gli Stati Uniti danno istruzioni a Rodrigo Paz, e Rodrigo Paz si serve della polizia militare per compiere massacri», ha dichiarato Feliciano Vegamonte, leader della Confederazione dei Lavoratori Contadini, durante la marcia, aggiungendo che «l’attuale presidente è stato lavato nel sangue dei popoli indigeni».   La crisi politica in Bolivia si è aggravata dopo i disordini del 2019, quando Morales è stato estromesso dal potere in seguito a elezioni contestate in cui si era assicurato un quarto mandato consecutivo, oggetto di forti polemiche. In precedenza, aveva perso di stretta misura un referendum sull’abolizione del limite di mandati, che all’epoca fissava a due il numero massimo di mandati sia per il presidente che per il vicepresidente.   Domenica, i sostenitori di Morales hanno occupato un aeroporto a Chimore per impedire il suo presunto arresto da parte di quelle che lui ha definito forze appoggiate dagli Stati Uniti. L’azione avrebbe portato all’arresto di 57 persone ed è avvenuta poco dopo che Morales aveva affermato che Washington stava pianificando di arrestarlo.   Ulteriori filmati hanno ripreso centinaia di manifestanti fedeli a Paz che lunedì sera hanno sfilato per La Paz, condannando le proteste antigovernative e chiedendo alle autorità di dichiarare lo stato di emergenza.

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Immigrazione

Oceanica manifestazione anti-immigrazione a Londra

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Una grande folla si è riversata nel centro di Londra per partecipare alla manifestazione anti-immigrazione denominata «Unite the Kingdom». Video e fotografie pubblicati sui social media sabato mostravano i manifestanti radunarsi nella capitale britannica diverse ore prima dell’inizio della marcia principale.

 

Secondola stampa locale, che citano fonti di polizia, si prevede la partecipazione di circa 50.000 persone. Il Guardian ha riferito che oltre 150.000 persone avevano preso parte alla precedente manifestazione «Unite the Kingdom» dello scorso settembre.

 

Gli organizzatori parlano invece di milioni di persone.

 

Il segno della Croce è stato ben visibile per tutto il corteo.

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Sui social media sono circolate notizie secondo cui la polizia avrebbe già effettuato almeno un arresto, fermando l’attivista di destra Ryan Bridge.

 

In vista dell’evento, organizzato da Tommy Robinson – attivista britannico anti-immigrazione il cui vero nome è Stephen Yaxley-Lennon –, il premier britannico Keir Starmer ha annunciato che a diversi attivisti e commentatori stranieri era stato negato l’ingresso nel Regno Unito. Secondo Downing Street, undici persone sono state bloccate perché la loro presenza era considerata «non favorevole al bene pubblico».

 

I giornali britannici hanno identificato tra loro l’eurodeputato polacco Dominik Tarczynski, la commentatrice politica olandese Eva Vlaardingerbroek (che vive in Italia ed era già stata bandita dal Regno mesi fa), il commentatore statunitense Joey Mannarino e l’influencer statunitense Valentina Gomez. Secondo quanto riportato, il ministero dell’Interno britannico avrebbe revocato le autorizzazioni elettroniche di viaggio rilasciate ad alcuni partecipanti prima del loro arrivo previsto in Gran Bretagna.

 

Starmer ha dichiarato giovedì che il governo non permetterà a nessuno di «diffondere odio nelle nostre strade», secondo quanto riportato dal governo britannico. Le restrizioni hanno suscitato critiche da parte dei sostenitori della marcia, che hanno accusato le autorità di tentare di reprimere il dissenso politico e limitare la partecipazione.

 

La polizia metropolitana ha fatto sapere che migliaia di agenti sono stati dispiegati in tutta Londra perché l’evento «Unite the Kingdom», una marcia filo-palestinese in commemorazione del giorno della Nakba e la finale di FA Cup si svolgevano nello stesso giorno.

 

Il Robinson ha affermato che la manifestazione intende essere una protesta contro l’immigrazione clandestina, i crimini con armi da taglio e quelli che definisce fallimenti del governo in materia di sicurezza delle frontiere e libertà di parola. Nei video promozionali dell’evento online, ha invitato i sostenitori a «unire il regno» e a recarsi a Londra per «far sentire la propria voce».

 

All’interno del gruppo sembra esservi polemica, in quanto il Robinson è percepito come anti-islamico e pro-Israele (bandiere con la stella di David si sono viste in testa al corteo), mentre una porzione dei manifestanti recava striscioni contro lo Stato Ebraico. Il Robinson è spesso accusato su Twitter di collaborare con Israele.

 

In bella vista anche bandiere dell’Iran dello shah.

 


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Protesta

Francia, vigili del fuoco contro polizia

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Centinaia di vigili del fuoco sono scesi in strada nella città francese di Lille per protestare contro stipendi insufficienti e condizioni di lavoro estenuanti. Durante il corteo, gli agenti di polizia intervenuti per contenerli sono stati colpiti con pugni, calci e spruzzati con getti di estintori.   Circa 600 pompieri hanno partecipato alla mobilitazione di giovedì, come riferito dai media transalpini. Dopo essersi riuniti in una caserma dei vigili del fuoco di Lille, hanno marciato in direzione della sede del Servizio Dipartimentale di Incendio e Soccorso (SDIS), accendendo razzi e dando fuoco a vari punti lungo il tragitto.   I rappresentanti sindacali denunciano che nella regione Nord della Francia mancano oltre 100 vigili del fuoco e che il personale in servizio a turni si trova a dover fronteggiare un carico di lavoro raddoppiato.   All’inizio, le unità di polizia antisommossa hanno abbassato gli scudi e consentito ai manifestanti di avvicinarsi alla struttura dello SDIS.   Successivamente, però, reparti in assetto antisommossa pesantemente equipaggiati hanno cercato di disperdere la folla, dopo che i pompieri avevano devastato l’atrio dell’edificio e appiccato roghi con pneumatici all’esterno.  

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I vigili del fuoco hanno reagito respingendo gli agenti con spintoni e colpi di pugno, obbligandoli a ripiegare in un parcheggio adiacente. Hanno quindi utilizzato estintori contro la polizia, e lo scontro è terminato solo quando gli agenti hanno impiegato lacrimogeni e manganelli per contenere la calca.   La manifestazione ha conseguito i suoi obiettivi principali. Poco dopo gli scontri, i dirigenti dello SDIS hanno incontrato i capi sindacali, impegnandosi ad assumere altri 50 vigili del fuoco.   «Sorprendentemente, hanno trovato un modo per risparmiare denaro e accedere ai finanziamenti necessari», ha affermato un segretario sindacale intervistato da Ici radio. «Ci è voluta una dimostrazione di forza per ottenere ciò che volevamo».  

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Quella di giovedì rappresenta l’ultima, in ordine di tempo, di una lunga serie di scioperi, cortei e disordini che stanno attraversando la Francia da mesi.   A settembre, centinaia di migliaia di cittadini sono scesi in piazza per opporsi ai previsti tagli di bilancio, in un contesto in cui il governo del premier Sébastien Lecornu è durato soltanto 14 ore prima di cadere. Lecornu ha poi costituito un secondo esecutivo il mese successivo, scatenando un’ulteriore ondata di proteste.   Il presidente Emmanuel Macron si trova sotto pressione con richieste di dimissioni per la sua difficoltà a garantire stabilità governativa e per aver spinto misure di austerità largamente respinte dall’opinione pubblica. Dopo la seconda ondata di manifestazioni in ottobre, il suo indice di gradimento è crollato al minimo storico dell’11%.  

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