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Geopolitica

Le forze russe intrappolano 2.000 soldati ucraini

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Il portavoce del ministero della Difesa russo, il tenente generale Igor Konashenkov, ha riferito mattina che le forze russe hanno completato l’accerchiamento di quattro battaglioni di truppe ucraine insieme a una formazione armata di Pravij Sektor e un gruppo di mercenari stranieri dentro e intorno alle comunità di Gorskoye e Zolotoye nel regione di Lugansk.

 

Gorskoye e Zolotoye si trovano entrambi a sud di Lisichansk sul lato meridionale del saliente che è ancorato a est da Severodonetsk.

 

Il gruppo ucraino è stato completamente isolato, ha sottolineato il generale.

 

In tutto, fino a 2.000 soldati ucraini sono rimasti intrappolati, ha detto Konashenkov, ha riferito l’agenzia russa TASS.

 

«Circa 1.800 militari, 120 nazisti del settore destro, fino a 80 mercenari stranieri e anche oltre 40 veicoli corazzati da combattimento e circa 80 pistole e mortai», ha detto, aggiungendo che 41 soldati ucraini si erano arresi volontariamente in quella zona nelle ultime 24 ore.

 

«Come dicono i prigionieri di guerra, il gruppo ucraino accerchiato è esausto e con meno del 40% del personale. Il comando militare ucraino superiore ha perso il comando e il controllo delle truppe. Le forniture di armi, munizioni, carburante e altro inventario sono state completamente sospese», ha affermato il portavoce militare russo.

 

Le truppe russe stanno stringendo la presa attorno alle comunità di Gorskoye e Zolotoye, infliggendo continuamente danni al nemico con la potenza di fuoco.

 

Le forze russe hanno ottenuto il controllo di metà della comunità di Zolotoye il 23 giugno, ha spiegato il generale.

 

Il governatore del regime di Kiev della regione di Lugansk, Serhiy Haidai, ha dichiarato oggi all’Associated Press che alle truppe ucraine è stato ordinato di lasciare Severodonetsk per posizioni meglio fortificate più indietro.

 

«Purtroppo, dovremo ritirare le nostre truppe da Severodonetsk», ha detto. «Non ha senso rimanere nelle posizioni distrutte e il numero di uccisi in azione è cresciuto».

 

 

 

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Cina

Paura COVID-19, Pechino dà un colpo alla Corea del Nord: no alla piena riapertura dei confini

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Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di AsiaNews. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

 

 

I cinesi non si fidano delle rassicurazioni nordcoreane sul contenimento della pandemia. Rimane chiusa la ferrovia Dandong-Sinuiju, da dove passa di solito il 70% del commercio tra le due parti. I cittadini cinesi trovati a commerciare con i nordcoreani devono pagare una multa fino a 43mila euro.

 

 

 

Il governo cinese non asseconda le richieste del regime di Kim Jong-un e non riapre il confine al commercio terrestre tra le province di Jilin e Liaoning e la Corea del Nord. La Cina è ancora minacciata da focolai di Covid-19 e teme che contatti diffusi con i nordcoreani possano aggravare la situazione.

 

Pyongyang sostiene di aver messo sotto controllo l’emergenza pandemica scoppiata a maggio. Le autorità di Pechino non si fiderebbero delle rassicurazioni che arrivano dai nordcoreani, e ciò nonostante Kim abbia ordinato misure draconiane sul modello di quelle cinesi per contenere la propagazione del coronavirus.

 

La Corea del Nord è isolata a livello internazionale, tranne che dalla Cina e in parte dalla Russia, sottoposta da anni a misure punitive decise dal Consiglio di sicurezza dell’ONU per il suo programma nucleare e missilistico. Il Paese è alle prese con una cronica crisi economica, che la recente ondata di infezioni da COVID-19 e una serie di alluvioni hanno reso ancor più profonda.

 

Il 90% del commercio nordcoreano dipende dagli scambi con la Cina. Secondo dati delle dogane cinesi, nei primi sei mesi dell’anno l’import-export bilaterale si è fermato a 333 milioni di euro: un calo del 73% rispetto allo stesso periodo del 2019 – prima della pandemia.

 

In condizioni normali il 70% degli scambi commerciali tra i due Paesi corrono lungo la ferrovia che collega Dandong in Cina e Sinuiju. Nikkei Asia rivela che Pyongyang ha chiesto la riapertura della tratta, ricevendo però il rifiuto cinese. Per prevenire la diffusione del COVID dalla Cina, il servizio era stato bloccato una prima volta nel gennaio 2020 su iniziativa nordcoreana; riattivato a gennaio di quest’anno, è stato bloccato di nuovo ad aprile.

 

Al momento l’unico passaggio aperto per il commercio sino-nordcoreano è quello di Nampo, porto della Corea del Nord sul Mar Giallo. Le navi cinesi vi attraccano di solito da Shanghai o Dalian.

 

A quanto riporta Daily NK, che cita una propria fonte sul versante cinese del confine, le autorità cinesi impongono multe fino a 300mila yuan (circa 43 mila euro) ai propri cittadini trovati a commerciare con i nordcoreani.

 

 

 

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Renovatio 21 offre questo articolo per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

 

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Geopolitica

Mosca avverte Washington: diplomazia vicina al «punto di non ritorno». Rottura delle relazioni in vista?

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Il governo russo ha messo in guardia gli Stati Uniti sul fatto che la diplomazia tra i due Paesi si sta avvicinando ad un punto di non ritorno, dopo il quale è possibile una rottura delle relazioni diplomatiche, ha dichiarato in un’intervista all’agenzia di Stato russa TASS Alexander Darchiev, direttore del dipartimento nordamericano del ministero degli Esteri russo.

 

TASS ha chiesto al diplomatico se si stesse valutando la possibilità di abbassare le relazioni diplomatiche tra Mosca e Washington.

 

«Non vorrei entrare in ipotetiche speculazioni su ciò che è possibile e ciò che non è possibile nell’attuale situazione turbolenta, quando gli occidentali guidati dagli Stati Uniti hanno calpestato il diritto internazionale e i tabù assoluti nella pratica diplomatica», ha affermato Darchiev.

 

«In questo contesto, vorrei citare l’iniziativa legislativa attualmente in discussione al Congresso per dichiarare la Russia uno “Stato sponsor del terrorismo”. Se approvata, significherebbe che Washington avrebbe attraversato il punto di non ritorno, con il più grave danno collaterale alle relazioni diplomatiche bilaterali, fino al loro abbassamento o addirittura alla loro rottura. La parte statunitense è stata avvertita», ha sottolineato Darchiev.

 

Come riportato da Renovatio 21, la settimana scorsa il Parlamento della Lettonia ha dichiarato la Russia uno Stato sponsor del terrorismo.

 

La mossa dei legislatori lèttoni sembra obbedire alle intimazioni del presidente ucraino Zelens’kyj, che ancora quattro mesi fa aveva «ordinato» agli USA di mettere la Russia nella lista degli Stati sponsores del terrorismo.

 

Si tratta, per il Paese che più di ogni altro ha contribuito per la distruzione dell’ISIS e il ritorno della pace nella Siria piagata dal fondamentalismo esportato poi in fiume di sangue riversatisi in tutto il mondo (Bataclan, Bruxelles…), di un insulto inaccettabile.

 

Come riportato da Renovatio 21, pochi giorni fa il senatore russo Andrej Klishas, ​​presidente della commissione per la legislazione costituzionale e la costruzione dello Stato del Consiglio della Federazione russa, ha risposto alla Lettonia chiedendo «misure economiche e politiche più dure».

 

«La Russia ha dato il contributo più significativo alla lotta al terrorismo, e sono coloro che hanno cercato di distruggere lo Stato di Iraq, Siria e Libia, innescando un’ondata di terrorismo in Medio Oriente, Nord Africa e nel resto del mondo, che dovrebbero essere designati come collaboratori del terrorismo» ha dichiarato Klishas.

 

I russi hanno una percezione opposta rispetto alla questione dei legami tra terrorismo e conflitto ucraino. Nei mesi passati l’Intelligence russa ha accusato gli Stati Uniti di addestrare militanti dell’ISIS in Siria per la guerra in Ucraina. Già a inizio conflitto si parlava di miliziani siriani e turchi diretti in Ucraina per vendicarsi dei russi.

 

È emerso altresì che armi mandate in Ucraina dagli occidentali sarebbero rispuntate tra i guerriglieri siriani a Idlib, zona infestata dal terrore fondamentalista.

 

Non è che quando i Paesi NATO e il loro personaggio a Kiev parlano di «sponsor del terrorismo» siano vittime di quel fenomeno psicologico – indagato dallo stesso Sigismondo Freud nelle sue Nuove osservazioni sulle neuropsicosi da difesa (1896) – chiamato «proiezione»?

 

 

 

 

Immagine di Andrew via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 2.0 Generic (CC BY-SA 2.0)

 

 

 

 

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Geopolitica

Un anno dal ritorno dei talebani: Paesi confinanti temono l’Islam radicale

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Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di AsiaNews. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

 

In Afghanistan dominano l’estremismo religioso e regole tribali. Le nazioni dell’area osservano con apprensione – e cercano di limitare – gli influssi dell’islam radicale. Guerra e armi dettano i tempi della politica, la crisi economica alimenta tensioni. Il controllo delle frontiere e la riapertura dei ponti sul confine uzbeko.

 

 

Il 15 agosto 2021 i talebani concludevano la riconquista di Kabul, dopo il precipitoso e convulso ritiro delle truppe Usa e il caos della fuga dall’aeroporto, con i bambini gettati dalle madri al di là delle reti di recinzione nelle braccia dei marines. Un anno dopo, le notizie dall’Afghanistan sono sempre più rare e oscure, al di là del ripristino della cappa di estremismo religioso e delle regole tribali.

 

I Paesi confinanti dell’Asia centrale, Tagikistan, Uzbekistan e Turkmenistan, ma anche Kazakistan e Kirghizistan poco lontani, vigilano con apprensione sui possibili influssi dell’islam radicale. In essi si cerca in tutti i modi di incoraggiare una pratica moderata della religione, compatibile con sistemi politici tutt’altro che stabili, affidati a una classe dirigente ex sovietica che ha prosperato per decenni sulla relativa stabilità della Russia da una parte, e delle forze armate occidentali dall’altra.

 

Ora i due argini sono crollati: la guerra e le armi tornano da entrambi i lati a dettare i tempi della politica e della vita sociale e la crisi economica suscita non poche tensioni sui territori, tra le diverse classi sociali e i gruppi etnici. Oltre alle posizioni di neutralità asimmetrica riguardo alla guerra russa in Ucraina, sono particolarmente importanti le relazioni che questi Paesi riescono a mantenere con la polveriera afghana.

 

In prima linea il Tagikistan non solo per ragioni geografiche – il suo confine con l’Afghanistan è quello più a rischio di penetrazione – ma anche per la composizione etnica, essendo i tagiki la principale minoranza in territorio afghano, non riconosciuta dal governo dominato dai pashtun.

 

L’Uzbekistan mantiene piuttosto una posizione di contenimento, essendo non solo il Paese più popoloso della zona (35 milioni di uzbeki, a fronte di 31 milioni di afghani) ma anche quello strategicamente decisivo per il transito delle merci tra Cina, India, Russia ed Europa. Anche per questo Taškent cerca di smussare il più possibile le tensioni con i talebani.

 

Un buon esempio di questo atteggiamento più costruttivo degli uzbeki è la situazione che si è creata a Termez, una piccola cittadina al confine, che si è trasformata nella «porta della vita» per milioni di afghani. Qui sono stati dislocati i magazzini con i carichi umanitari organizzati dall’ONU, da cui oltre un migliaio di tonnellate sono stati portati in Afghanistan, e ora vengono in parte inviati alle zone disastrate dell’Ucraina.

 

Un Paese senza sbocco sul mare, confinante con Stati altrettanto lontani dalle rive, si trasforma così in un canale su cui scorrono le speranze di profughi, sfollati e abbandonati.

 

L’Uzbekistan è anche il principale fornitore di energia per l’Afghanistan, che si preoccupa di pagarne i costi senza lasciare debiti in sospeso con Taškent. Nella stagione estiva, peraltro, Kabul si stacca dalla rete uzbeka per allacciarsi a quella del Tagikistan.

 

I territori uzbeki e afghani si sono spesso intrecciati, come le etnie dei due Paesi, nel succedersi delle dinastie dai tempi antichi e moderni.

 

Nel 1750 venne firmato uno storico «Accordo di amicizia» tra lo sceicco afghano Akhmad Durrani e quello di Bukhara Mohammad Murad Bek, che fissò il confine sul fiume Amu Darja.

 

In tempi passati i sovietici vi hanno costruito il Ponte dell’Amicizia, lungo 816 metri e rimasto a lungo inaccessibile per le vicende belliche degli ultimi 20 anni. La frontiera uzbeka rimane una delle più sorvegliate della zona, ma i ponti si stanno lentamente riaprendo.

 

 

 

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