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L’Agostino che Leone XIV non ha citato a Ippona

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Il sito InfoVaticana ha pubblicato un eccellente articolo sull’appropriazione fraudolenta della figura di Sant’Agostino nel contesto del dialogo interreligioso, chiarendo la situazione e difendendo il grande Dottore. Lo riproduciamo qui.

 

Dal velivolo, ancor prima di atterrare ad Algeri, Leone XIV lasciò cadere la frase che avrebbe strutturato l’intero racconto del suo viaggio: «San Agostino offre un ponte molto importante per il dialogo interreligioso perché è molto amato nella sua terra».

 

L’immagine era perfetta per il consumo immediato: il primo papa agostiniano della storia, che torna nella terra del vescovo di Ippona, tendendo ponti tra il cristianesimo e l’islam, tra l’Occidente e l’Africa, tra un presente convulso e un’antichità nobile e venerabile.

 

La stampa cattolica progressista lo accolse con entusiasmo. Analisti internazionali parlarono di gesto strategico, di tappa storica, di «nuovo epicentro del cattolicesimo». Tutto molto pulito, molto fotogenico, molto in linea con quanto ci si aspetta da un pontefice nel 2026.

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L’unico problema è Agostino.

Perché l’Agostino reale, quello che visse in quella terra, che scrisse in quella terra, che morì in quella terra mentre i Vandali assediavano Ippona, non era un costruttore di ponti interreligiosi. Era il polemista più formidabile che la storia della Chiesa latina abbia mai prodotto. Un uomo che dedicò decenni del suo episcopato non al dialogo blando, ma alla confutazione sistematica e senza concessioni di tutto ciò che considerava errore.

 

Si confrontò con manichei, donatisti, ariani, pelagiani, priscillianisti e scettici accademici. Presiedette concili, scrisse instancabilmente e polemizzò con chiunque fosse necessario in difesa dell’ortodossia. Non c’è nella sua opera un solo testo che possa essere ragionevolmente interpretato come un invito alla coesistenza teologica tra il cristianesimo e l’islam, tra le altre ragioni perché l’islam non esisteva ancora quando Agostino morì, nell’anno 430.

 

Questo conviene sottolinearlo perché c’è una tendenza, quando si tratta di appropriarsi retroattivamente dei grandi santi, a proiettare su di loro le sensibilità del presente. Agostino si presta male a quell’operazione. Philip Schaff, uno degli storici più rigorosi del dogma cristiano, scrisse che Agostino «è il Dottore della Chiesa per eccellenza», la cui attività si estese sull’ecclesiologia, la teologia sacramentale e la dottrina della grazia con una precisione che nessuno prima né immediatamente dopo raggiunse.

 

Quel Dottore non lasciò spazio all’ambiguità sulla verità rivelata. La cercò per anni, con autentica angoscia, e quando la trovò la difese con tutti gli strumenti disponibili: la ragione, la Scrittura, l’autorità conciliare, e quando fu necessario, la coercizione imperiale.

 

Quest’ultimo punto merita una sosta perché crea disagio. Nella Lettera 93, scritta nell’anno 408, Agostino confessa apertamente di aver cambiato idea sul metodo da impiegare con i donatisti, passando dalla persuasione intellettuale all’approvazione delle leggi coercitive dello Stato, proprio perché «l’inefficacia del dialogo» lo aveva convinto che serviva qualcos’altro. Il suo argomento era che la paura aveva fatto riflettere molti donatisti e li aveva resi «docili».

 

Lo stesso uomo che Leone XIV trasforma in simbolo del dialogo interreligioso fu il principale artefice dottrinale di ciò che gli storici chiamano la prima teorizzazione cristiana della coercizione religiosa legittima. Non gli si può rimproverare un anacronismo: era il V secolo, il contesto era uno scisma violento, i circumcellioni donatisti avevano attaccato e mutilato diversi vescovi cattolici. Ma nemmeno gli si può citare come modello dell’incontro amichevole tra fedi diverse senza falsificare la sua figura.

 

La paradosso è più profondo quando si esamina cosa faceva esattamente Agostino a Ippona. Allo scetticismo si confrontò come filosofo, al manicheismo e al pelagianismo come teologo, e al donatismo come vescovo. Tre fronti diversi, tre modi diversi di combattere l’errore. In tutti i casi, l’atteggiamento di fondo era lo stesso: la verità esiste, è conoscibile, e chi la possiede ha l’obbligo di difenderla.

 

Il relativismo teologico, la coesistenza pacifica tra verità contraddittorie, l’idea che ogni ricerca spirituale conduca allo stesso luogo, sarebbe sembrata ad Agostino non un gesto di apertura ma un tradimento di Cristo. Le Confessioni sono l’autobiografia di qualcuno che non trovò la pace nell’eclettismo, ma nella resa incondizionata a una verità specifica e irriducibile. «Ci hai fatto per te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposi in te»: non in una verità tra le altre, ma in te.

 

Il donatismo, l’eresia che occupò i migliori anni dell’episcopato agostiniano, fu l’ultimo episodio nelle controversie di Montano e Novato che avevano agitato la Chiesa fin dal II secolo, e il suo nucleo era la domanda sulla santità della Chiesa e la validità dei sacramenti amministrati da ministri indegni.

 

Agostino rispose costruendo un’ecclesiologia completa e coerente: la Chiesa visibile contiene grano e zizzania, la grazia non dipende dalla purezza del ministro ma da Cristo, l’unità è un bene irrinunciabile che giustifica misure drastiche contro lo scisma. Questo non è un ponte. È un muro dottrinale eretto con la precisione di un architetto.

 

Che quel muro sia oggi patrimonio di tutta la Chiesa, che abbia ispirato i Padri del Vaticano II e i grandi teologi medievali, è esattamente la ragione per cui Agostino importa. Non perché sia un interlocutore comodo, ma perché è un pensatore rigoroso.

 

Agostino distingueva 88 eresie nel suo trattato De Haeresibus, e le quattro con cui dovette principalmente lottare furono il manicheismo, il donatismo, il pelagianismo e l’arianesimo. Ognuna di quelle battaglie gli costò anni di scrittura, controversia pubblica e usura personale. Ognuna terminò con una vittoria dottrinale che fissò per sempre i limiti di ciò che la Chiesa può credere.

 

Il pelagianismo, che sosteneva che l’uomo può raggiungere la salvezza con i propri sforzi senza bisogno della grazia, fu condannato dal concilio dei vescovi africani nell’anno 418 e dal papa Zosimo, grazie in buona misura alla tenacia di Agostino. Non fu un processo di ascolto reciproco né di arricchimento reciproco: fu una condanna.

 

Niente di tutto questo significa che Leone XIV faccia male a peregrinare a Ippona. La visita ha un senso spirituale genuino: un agostiniano che torna nella terra del suo padre fondazionale, che prega sulle rovine dove quel padre predicò, che riconosce il debito della sua vita intera con quel pensiero.

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Questo è legittimo e ha una dignità propria. Il problema non è il viaggio. Il problema è l’operazione discorsiva che trasforma Agostino nel patrono del dialogo interreligioso con l’islam, quando l’unico islam che Agostino avrebbe conosciuto era quello arrivato decenni dopo la sua morte, e quando tutta la sua vita intellettuale ruotò intorno all’affermazione che c’è una verità, una Chiesa, un battesimo, una grazia, e che tutto ciò che se ne allontana merita confutazione, non cortesia diplomatica.

 

Gli analisti hanno segnalato che la Basilica di Sant’Agostino ad Annaba [antica Ippona Regia, ndt] attira ogni anno migliaia di visitatori, inclusi musulmani che provano una devozione propria verso il santo. Quel dato è reale ed è bello. Agostino appartiene in qualche modo a quella terra in modo che trascende i confini confessionali, e il fatto che ci siano musulmani che lo venerano dice qualcosa sulla qualità della sua figura umana.

 

Ma la venerazione popolare di un santo non è la stessa cosa della sua teologia. Si può ammirare Agostino senza leggere Agostino. Si può andare in pellegrinaggio alle sue rovine senza assumere ciò che lui difese. Leone XIV può fare entrambe le cose allo stesso tempo, e probabilmente lo fa. La domanda è se la Chiesa che lui dirige possa permettersi di continuare a citare Agostino come simbolo di apertura senza spiegare cosa Agostino pensasse realmente di dover aprire, e davanti a cosa si dovesse rimanere chiusi.

 

Nelle Confessioni c’è una frase che definisce meglio di qualsiasi altra cosa Agostino fosse e cosa cercasse: «Signore, tu ci hai fatto per te, e il nostro cuore è inquieto finché non riposi in te». Non nel dialogo. Non nell’incontro. Non nella ricerca indefinita. Nel riposo che viene solo dall’incontro con Cristo.

 

Quel cuore inquieto che trovò la pace non nella pluralità di cammini ma in uno solo è lo stesso cuore che poi passò decenni a dire agli altri che si sbagliavano, con tutta la carità del mondo, ma dicendoglielo.

 

Leone XIV ha ragione su una cosa: Agostino è molto amato nella sua terra. Ciò che non è sicuro è che quell’amore implichi accordo con ciò che Agostino insegnò.

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

 

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Immagine: Antonello da Messina (1430–1479), Sant’Agostino (1473), Palazzo Abatellis, Palermo.

Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

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Predicatore sostiene che l’arcivescovo di Malta avrebbe impedito ai sacerdoti di criticare l’Islam

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Un predicatore cristiano maltese ha affermato che i sacerdoti cattolici appoggiavano privatamente le sue critiche all’Islam, ma che sarebbero stati impediti di parlare pubblicamente dall’arcivescovo Charles Scicluna. Lo riporta LifeSite.   Il 12 maggio, il predicatore cristiano Jesrit Angel Camilleri ha dichiarato in un video pubblicato su Facebook dal Partito Conservatore maltese Ahwa Maltin che diversi sacerdoti cattolici locali lo avevano contattato privatamente per lodare la sua difesa pubblica del cristianesimo e la sua critica all’Islam. Allo stesso tempo, ha affermato che non potevano esprimersi apertamente perché monsignor Scicluna avrebbe proibito tali interventi.   Le dichiarazioni di Camilleri sono state poi riprese in un articolo pubblicato il 16 maggio da un blog locale, che ha collegato le accuse a precedenti controversie riguardanti il sostegno aperto dello Scicluna all’insegnamento religioso islamico nelle scuole maltesi.  

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«Numerosi sacerdoti cattolici mi hanno contattato privatamente», ha affermato Camilleri nel video. Ha aggiunto che questi sacerdoti «volevano parlare pubblicamente, ma sarebbero stati impediti dal farlo dall’arcivescovo».   Non è stata ancora prodotta alcuna prova indipendente a sostegno dell’affermazione secondo cui ai sacerdoti sarebbe stato formalmente ordinato di non esprimersi pubblicamente contro l’Islam.   Nell’aprile del 2017, monsignor Scicluna si è mostrato aperto all’insegnamento religioso musulmano nelle scuole statali e confessionali per gli studenti musulmani. All’epoca, l’Imam Mohammed El Sadi aveva proposto che gli alunni musulmani delle scuole statali potessero ricevere un’educazione religiosa islamica in modo paragonabile all’insegnamento religioso cattolico.   Secondo un articolo pubblicato da MaltaToday il 5 aprile 2017, Scicluna ha accolto favorevolmente la proposta, affermando che l’inclusività fa parte dell’etica della Chiesa cattolica. Il giornale ha riportato che la reazione dell’arcivescovo ha sorpreso persino El Sadi in persona.   «Sono rimasto sorpreso dalla sua nobile approvazione del diritto degli studenti musulmani a studiare l’Islam nelle scuole statali», ha dichiarato El Sadi a MaltaToday all’epoca. Ha anche affermato di essere rimasto «sbalordito» dalla disponibilità di Scicluna a prendere in considerazione l’istruzione islamica per gli studenti musulmani che frequentano le scuole confessionali.   Secondo MaltaToday, la proposta ha suscitato critiche tra alcuni genitori maltesi e amministratori di scuole cattoliche. I critici sostenevano che gli istituti scolastici cattolici dovrebbero rimanere incentrati sul cristianesimo piuttosto che facilitare l’insegnamento di altre religioni. La controversia si è intensificata dopo che una petizione online che chiedeva la rimozione di Scicluna avrebbe raccolto più di 2.000 firme in otto giorni.   Lo stesso articolo del 2017 affermava che l’allora ministro dell’Istruzione maltese, Evarist Bartolo, aveva «accolto con cautela» la proposta, sottolineando tuttavia che, «come nel caso dei corsi di religione cattolica o di etica, questi insegnamenti sull’Islam sarebbero stati riservati solo a coloro che ne avessero fatto esplicita richiesta e non sarebbero stati obbligatori per tutti gli studenti».   Il Bartolo ha inoltre affermato che qualsiasi programma di studi islamici richiederebbe l’approvazione del Ministero dell’Istruzione e dovrebbe essere conforme all’ordinamento costituzionale maltese, agli standard in materia di diritti umani e ai principi democratici.

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In seguito alla controversia, Scicluna ha risposto pubblicamente affermando che la sua proposta «non ha nulla a che fare con l’Islam». Nel tentativo, a quanto pare, di placare gli animi, il Times of Malta ha riportato che Scicluna «sarebbe favorevole all’istruzione religiosa dei bambini musulmani nelle scuole confessionali, considerandola sia una questione di libertà religiosa che un diritto umano».   Scicluna è arcivescovo di Malta dal 2015. Negli anni precedenti si era fatto conoscere a livello internazionale per il suo lavoro in Vaticano sulle indagini sugli abusi del clero, prima di tornare a Malta per guidare la Chiesa locale per volontà di papa Francesco. Il dibattito sull’Islam e sull’educazione religiosa a Malta si è intensificato durante gli anni 2010, in concomitanza con i cambiamenti demografici del Paese e l’aumento dei residenti stranieri, compresa la crescita delle comunità musulmane.   Malta è diventata meta di massicci flussi migratori provenienti dall’Africa e dal Medio Oriente, in quanto tappa intermedia nel percorso verso l’Europa continentale, in particolare Italia, Germania e Francia.   Come riportato da iRenovatio 21, nel 2024 l’arcivescovo maltese Scicluna offre una messa di anniversario per un gruppo LGBT.

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Immagine di Anton Zelenov via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International.  
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Il cardinale Eijk: «diversi cardinali e vescovi esprimeranno le loro obiezioni a Roma»

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Anche il cardinale olandese Willem Eijk ha espresso la sua contrarietà al rapporto finale del Gruppo di studio n. 9 del Sinodo sulla Sinodalità. In un articolo di opinione pubblicato il 14 maggio 2026 dal National Catholic Register, l’arcivescovo di Utrecht e primate dei Paesi Bassi afferma che questo documento non è semplicemente una riflessione pastorale, ma un attacco diretto alla dottrina morale cattolica.

 

Fin dalle prime righe del suo testo, il cardinale Eijk denuncia «una preoccupante rottura con il costante insegnamento morale della Chiesa cattolica». Afferma che, anche se «gli autori sostengono di non possedere ‘le competenze o, soprattutto, la necessaria autorizzazione ecclesiastica’ per affrontare in modo definitivo specifiche questioni morali, la metodologia e la struttura del rapporto minano sistematicamente la capacità della Chiesa di proclamare e applicare la propria dottrina morale».

 

Il cardinale ha subito aggiunto: «non si tratta semplicemente di una carenza tecnica, bensì di una contraddizione fondamentale con l’insegnamento cattolico che esige una risposta energica».

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«Gli atti omosessuali sono intrinsecamente sbagliati»

Il cardinale Eijk inizia denunciando il trattamento riservato alle relazioni omosessuali nella relazione sinodale. Il prelato sottolinea in particolare un passaggio in cui si afferma che un testimone «dichiara di aver scoperto che il peccato, alla sua radice, non consiste nella relazione di coppia omosessuale, ma nella mancanza di fede in un Dio che desidera la nostra realizzazione».

 

Il cardinale ha immediatamente denunciato tale affermazione: «il ragionamento di questo testimone è fondamentalmente errato. Gli atti omosessuali sono intrinsecamente malvagi: questa è una dottrina cattolica consolidata. Un cristiano credente che commette tali atti certamente manca di fede nella misura in cui non confida nella grazia di Dio, che gli permette di evitare il peccato. Ma questo non significa che il peccato risieda principalmente nella mancanza di fede piuttosto che nell’atto stesso, come suggerisce questo testimone».

 

Il cardinale si è poi concentrato sulla seconda testimonianza presentata nella relazione, quella di una persona che inizialmente si era rivolta a Courage International, un apostolato cattolico che aiuta le persone con tendenze omosessuali a vivere secondo la castità cristiana.

 

Secondo lui, il rapporto presenta questo apostolato in modo profondamente ingiusto: «il rapporto ritrae Courage in modo negativo, suggerendo che ‘separi fede e sessualità’ e affermando falsamente che offra terapie di conversione».

 

Il cardinale riassume quindi la logica della testimonianza scelta dagli autori: il testimone trova infine rifugio nelle comunità cristiane e presso sacerdoti che accolgono «persone rifiutate perché appartenenti alla comunità LGBT». L’implicazione ovvia è che questo secondo testimone, che vive una relazione omosessuale, lo fa con il sostegno e l’approvazione di questi sacerdoti e di queste comunità».

 

Il cardinale Eijk ritiene che il rapporto contribuisca direttamente alla normalizzazione delle unioni omosessuali nella vita ecclesiastica: «evidenziando tali testimonianze senza un commento dottrinale, il rapporto di fatto normalizza le relazioni omosessuali in un contesto ecclesiastico. Ciò rappresenta un chiaro tentativo di indebolire la proclamazione della dottrina morale cattolica».

 

«Una rottura radicale con la teologia morale cattolica»

Per il cardinale Eijk, il problema va ben oltre le questioni puramente sessuali. La sua principale critica riguarda il quadro metodologico complessivo adottato dagli autori del rapporto: «gli autori subordinano tutto alla descrizione di un “processo sinodale” incentrato sulle pratiche e sulle esperienze delle persone. Rifiutano esplicitamente ciò che definiscono “la proclamazione astratta e l’applicazione deduttiva di principi stabiliti in modo immutabile e rigido”. Al contrario, auspicano il mantenimento di “una feconda tensione tra quanto stabilito dalla dottrina della Chiesa, la sua prassi pastorale e le esperienze vissute”».

 

Il cardinale denuncia questo approccio: «Questo linguaggio appare pastorale e cristocentrico, ma cela una rottura radicale con la teologia morale cattolica».

 

Il cardinale critica poi l’uso che il rapporto fa delle parole di Cristo: «il sabato è stato fatto per l’uomo, non l’uomo per il sabato». Gli autori le usano per suggerire che le norme morali non sono assolute e che dovrebbero essere ammesse delle eccezioni in base alle circostanze individuali.

 

Il cardinale replicò con fermezza: «Questa è un’interpretazione fondamentalmente errata delle Scritture». Spiegò poi: «L’insegnamento di Gesù sul sabato riguardava la legge positiva divina, ovvero le norme rivelate nelle Scritture che non sono intrinsecamente assolute, se non quando coincidono con la legge naturale. Le leggi liturgiche ebraiche sono effettivamente scomparse nel Nuovo Testamento. Ma la legge morale riguardante il matrimonio e la sessualità è di natura completamente diversa».

 

Il cardinale spiega: «Queste norme derivano dal diritto naturale, che riflette le intenzioni di Dio nella creazione dell’umanità, del matrimonio e della sessualità stessa». Il cardinale ribadisce che «ogni atto che violi le intenzioni creative di Dio riguardo al matrimonio e alla sessualità è sempre inammissibile, senza eccezioni».

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«Un’ambiguità deliberata»

Il cardinale accusa gli autori del rapporto di aver deliberatamente creato confusione dottrinale. Cita in particolare questo passaggio del documento: «la verità universale dell’uomo, nella sua espressione storica, non può essere determinata una volta per tutte, ma si trova nelle forme concrete delle diverse culture, in un dialogo continuo». Il cardinale risponde categoricamente: «Questo è semplicemente falso».

 

Poi spiega: «Le intenzioni con cui Dio ha creato la persona umana nel contesto del matrimonio e della sessualità sono verità universali, stabilite una volta per tutte, che gli esseri umani possono conoscere spontaneamente attraverso la legge morale naturale e che si trovano nella Sacra Scrittura. San Paolo insegna che quando i Gentili «adempiono naturalmente i precetti della legge, essi, che non hanno la legge, sono legge a se stessi. Dimostrano che i precetti della legge sono scritti nei loro cuori» (Rom 2,14-15).

 

Il cardinale critica la nozione di «cura pastorale» utilizzata nella relazione. Gli autori cercano di evitare «un approccio orientato alla risoluzione dei problemi», rifiutano anche «una soluzione generalizzabile» e preferiscono «modalità concrete per avviare un processo attraverso l’ascolto».

 

Il cardinale ha quindi riassunto il loro approccio: «Questo rappresenta ‘andare oltre il modello teorico che deriva la prassi da una dottrina “preconfezionata”». Ha poi commentato duramente: «In altre parole, la relazione rifiuta l’applicazione della dottrina della Chiesa e della teologia morale classica nella cura pastorale e nella confessione».

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Un errore che ha avuto origine negli anni Sessanta

Il cardinale vede in questo approccio l’eredità diretta di un vecchio errore teologico: «Deriva da un persistente fraintendimento che ha afflitto la teologia pastorale fin dagli anni Sessanta: l’idea che la cura pastorale consista nel trovare compromessi tra l’insegnamento morale della Chiesa e la realtà concreta della vita delle persone. Questo approccio presuppone che la verità morale abbia un duplice statuto: da un lato, una verità dottrinale astratta, dall’altro, una verità esistenziale concreta, con priorità data a quest’ultima per consentire eccezioni alle norme universali».

 

Rifacendosi all’enciclica Veritatis Splendor (1993) di Giovanni Paolo II, che cercava di affrontare la crisi morale emersa negli anni Sessanta – l’epoca del Concilio Vaticano II e degli eventi del maggio ’68 – ma che purtroppo tentava di rifondare la morale cattolica in una nuova ed errata prospettiva personalista, il cardinale contrappone questo falso approccio pastorale, derivante da quel periodo, alla vera missione del pastore: «Il vero accompagnamento pastorale non cerca compromessi con la verità morale. Il pastore conduce le persone alla verità, che si trova in ultima analisi nella Persona di Gesù Cristo. Egli deve incoraggiare coloro che gli sono affidati a conformare le proprie azioni alla verità espressa nelle norme morali. Non c’è vera carità pastorale nell’oscurare la verità morale o nel suggerire che le norme universali ammettano eccezioni basate sulle circostanze individuali».

 

«Questa notizia deve essere categoricamente smentita»

In conclusione, il cardinale Eijk sostiene che le conseguenze del documento si estendono ben oltre le questioni sessuali: «il rapporto del Gruppo di Studio n. 9 contraddice radicalmente la dottrina morale cattolica e ne mina profondamente l’applicazione alla condotta morale. Relativizza la dottrina morale della Chiesa, con conseguenze che vanno ben oltre le questioni di sessualità e che riguardano persino la tutela della vita umana stessa. Questo rapporto deve essere fermamente confutato».

 

Infine, egli afferma che «i fedeli possono essere certi che numerosi cardinali e vescovi faranno conoscere le loro obiezioni al Magistero Romano. L’insegnamento della Chiesa non è né oscuro né soggetto a revisione tramite processi sinodali. È la verità che ci rende liberi».

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Prima messa pontificale tradizionale

La posizione del cardinale Eijk è accompagnata, nel prelato olandese, da un chiaro interesse per la liturgia tradizionale della Chiesa.

 

Il 15 marzo, l’Arcivescovo di Utrecht ha celebrato pubblicamente la prima Messa pontificale solenne nei Paesi Bassi secondo il rito romano tradizionale, nella Chiesa dell’Immacolata Concezione di Oss, in occasione della Domenica Laetare . Questa cerimonia, che ha attirato molti fedeli nonostante le critiche di alcuni media progressisti, è stata descritta dallo stesso cardinale come «un’esperienza impressionante e indimenticabile».

 

Il prelato ha sottolineato in particolare la massiccia presenza di giovani e famiglie, evidenziando anche l’importanza del silenzio liturgico, le numerose confessioni ascoltate in questa occasione, nonché l’orientamento del sacerdote verso Dio: «il sacerdote non celebra ‘dando le spalle al popolo’, ma rivolto verso l’altare e, di conseguenza, verso Cristo».

 

Il cardinale Eijk ha inoltre osservato un fenomeno che molti sacerdoti stanno riscontrando oggi in diversi paesi europei: il ritorno di alcuni giovani alla fede cattolica attraverso la liturgia tradizionale. «È sorprendente che un numero significativo di loro stia ritrovando la via verso Cristo e la sua Chiesa attraverso la Messa tridentina».

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

 

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Pensiero

Contro la Prima Comunione consumista

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La cerimonia della Prima Comunione oggi è diventata una festa dal sapore mondano e consumista. Famiglie, per lo più separate, gareggiano nello sfoggio di regali al pargolo che — non dimentichiamolo — fa il suo primo incontro con Cristo tramite la Santa Eucaristia. Forse i più oggi dimenticano il focus centrale di questa celebrazione, il cuore pulsante che è Cristo, la potenza spirituale di quella particola.   Sono sempre più reticente ad accettare inviti da parte di coetanei per festeggiare i figli che si apprestano a ricevere il Sacramento. Non ne ho più voglia; anzi, provo quasi disgusto nel vedere una moltitudine di regali sfarzosi quanto inutili, che questi ragazzini, già oltremodo viziati, ricevono senza apprezzare. È un esercizio di ostentazione messo in atto da nonni e parenti che vogliono, in qualche modo, dimostrarsi superiori alla «fazione» dell’altro coniuge.   In particolare, la battaglia più aspra si gioca nelle coppie separate: nessuno vuole essere da meno dell’altro e si tenta di colmare la vacuità indotta nel bambino dalla separazione — spesso egoistica — con doni che riflettono ricchezza materiale e non valori.

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Ricordo la mia Prima Comunione: era un’epoca già avviata al consumismo, ma ancora ancorata a quelle sane tradizioni secolari tramandate di generazione in generazione. Il regalo più bello, profondo e prezioso fu la poesia che mi dedicò mia zia Maria. Una donna illibata, timida e devota che ha sempre vissuto con noi e che, di fatto, ha cresciuto mio babbo mentre i miei nonni lavoravano tutto il giorno. La bontà e la riservata tenerezza della zia la elevano ai miei occhi a un’entità quasi divina e angelica, salita al cielo oltre venticinque anni fa.   Quella poesia, insieme ad altre che scrisse per me e per i miei genitori, è purtroppo andata perduta. Ricordo però la cura amanuense nel decorare quei fogli, dove erano impressi i versi semplici di una donna che non aveva terminato nemmeno le elementari, ma che erano carichi di amore, tenerezza e autentica cristianità.   Giorni fa, prendendo un caffè in un bar, sono stato fermato da una vicina di casa che non vedevo da anni: «Ciao Francesco, come stai? Ho una cosa da farti leggere che ho ritrovato da poco». Prende il telefono e mi mostra un testo scritto su un foglio di carta. Leggo e rimango di stucco. È una poesia di mia zia. Bene, essendo questa signora al tempo una ragazzina, la zia Maria, secondo le regole del buon vicinato, per la sua prima comunione volle farle un regalo. Il regalo fu questa poesia.   Cara Francesca è giunto il più bel giorno  in cui per te tutto sorride attorno e in questo giorno che ricorderai eternamente tu hai intorno a te tutti i parenti. Sono arrivati alle prime ore Per fare a te la scorta di onore. Giunta ai piedi del Santo altare Tu senti il cuore già palpitare. E quando nel tuo cuoricino Hai ricevuto Gesù Divino, una simil gioia hai mai provata e in estasi al ciel sei trasportata. E in un devoto raccoglimento L’hai certo fatto un proponimento, di essere buona ed obbediente, ai genitori ed ai parenti.  E le avrai detto mio buon Gesù In questo mio sforzo aiutami tu,  io non ti chiedo ricchezze e onori,  ma solo proteggi i miei genitori. Così vi prego Gesù e Maria, la mia preghiera esaudita sia». «Fiorin fiorello, vi prego qualche minuto d’intervallo che adesso farem volar qualche stornello. Fior d’ogni fiore, stamane ti facevan la scorta d’onore a te sposina del Signore. Fior di mughetti, facciamo auguri cordiali e schietti alla sposina di Gesù Francesca M***etti. Fior d’amaranto, tu questo giorno l’hai sognato tanto e mai vorresti il suo tramonto. Fior di viola, l’emozione ti stringe la gola che non sei capace di dire una parola. Fior di cicoria, in mezzo a questa gran baldoria è emozionata pure la Vittoria. Fior d’ogni fiore, ed ora tu Francesca rivolgi gli onori a tutti questi bravi signori.

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A fronte di questa semplicità evangelica, le definizioni dogmatiche ci ricordano la grandezza di ciò che stiamo celebrando. Ricordiamo, infatti, che Gesù Cristo ha istituito la santissima Eucaristia per tre principali ragioni: perché sia sacrificio della nuova legge, perché sia cibo dell’anima nostra e perché sia un perpetuo memoriale della sua passione e morte, ed un pegno prezioso dell’amor suo verso di noi e della vita eterna.   Per i disattenti e gli ignari che conferiscono a questa festa la sola e vacua mondanità, riportiamo alcuni passaggi del Catechismo di San Pio X:   Che cosa è il sacramento dell’Eucaristia? L’Eucaristia è un sacramento nel quale per l’ammirabile conversione di tutta la sostanza del pane nel Corpo di Gesù Cristo e di quella del vino nel suo prezioso Sangue, si contiene veramente, realmente e sostanzialmente il Corpo, il Sangue, l’Anima e la Divinità del medesimo Gesù Cristo Signor Nostro sotto le specie del pane e del vino per essere nostro nutrimento spirituale.   Vi è nell’Eucaristia lo stesso Gesù Cristo che è nel cielo e che nacque in terra dalla santissima Vergine? Si, nell’ Eucaristia vi è veramente lo stesso Gesù Cristo che è nel cielo e che nacque in terra dalla santissima Vergine.   Dopo la consacrazione che cosa è l’ostia? Dopo la consacrazione l’ostia è il vero Corpo di Nostro Signor Gesù Cristo sotto le specie del pane.   Che cosa è la consacrazione? La consacrazione è la rinnovazione, per mezzo del sacerdote, del miracolo operato da Gesù Cristo nell’ultima cena di mutare il pane ed il vino nel suo Corpo e nel suo Sangue adorabile, dicendo: questo è il mio corpo, questo è il mio sangue.   Crogiolati nel benessere effimero del mondo occidentale, facciamo fatica a scorgere l’enorme privilegio che abbiamo nell’onorare Nostro Signore. Qualora ce ne fossimo dimenticati, basta affacciarsi a quella parte di mondo martorizzato dalle guerre e dai conflitti senza fine che è il Medio Oriente. Mille bambini iracheni, l’anno passato, hanno ricevuto la Prima Comunione. Che l’esempio di questi pargoli ci dia la forza di apprezzare maggiormente i nostri valori cristiani, affinché le nostre sante tradizioni non vadano perdute e non vengano in alcun modo banalizzate.   Francesco Rondolini

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Immagine: Elizabeth Nourse (1859 – 1938), La prima comunione (1895), Cincinnati Art Musem Immagine di Sailko via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 3.0 Unported; immagine tagliata
 
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