Economia
La speculazione finanziaria internazionale vuole controllare l’esito delle elezioni italiane?
Secondo il Financial Times, che utilizza dati di S&P Global Market Intelligence, gli investitori hanno preso in prestito oltre 39 miliardi di euro, scommettendo sul calo dei prezzi dei titoli di debito italiani.
Il valore totale scommesso è salito ai livelli visti l’ultima volta durante la crisi finanziaria globale del 2008.
«Un mese fa c’è stata una cena a Londra con quaranta tra banchieri d’investimento e gestori di fondi: trentacinque di loro avevano in testa di vendere allo scoperto titoli italiani» ha raccontato dal quotidiano La Stampa David Serra, fondatore del l’hedge fund Algebris, noto per essere stato vicino all’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi ai tempi delle Leopolde. «I mercati stanno punendo la cacciata di Draghi, la destra imparerà la lezione» titola l’articolo virgolettando il raider di stanza a Londra, alle cui manovre, ha scritto il New York Times anni fa, avrebbe contribuito con mezzo miliardo George Soros. (Puntualizza il NYT nell’articolo del 2015: «Il Sig. Serra ha rifiutato di commentare se il Sig. Soros sia o sia stato un investitore»),
«Abbiamo rinunciato al nostro Ronaldo, dopo vent’anni è esplosa l’inflazione e abbiamo il debito nominale più alto fra i Paesi del G10: è normale che se la prendano con noi, siamo come un’azienda in difficoltà e con la prospettiva di non fare utili per un po’» ha detto il Serra.
Il «ragionamento che fanno è semplice, quasi ovvio. Se non sono bastati Mario Draghi, 80 miliardi regalati dall’Europa e altri 120 miliardi a tasso zero per cambiare la rotta, allora Roma non riuscirà a ripagare il suo debito».
Il Serra prevede che il governo che uscirà dalle elezioni, quindi, si piegherà dinanzi al disastro della situazione.
«Ho imparato che i populisti mentono sempre. Ricorda i Cinquestelle? Dicevano no a tutto e poi hanno fatto l’opposto. Il centrodestra, che non può permettersi crisi, appena arriverà al governo sarà molto più razionale rispetto alle promesse. C’è una tempesta di neve, bisogna essere pronti e attrezzati, non pensare di uscire in ciabatte».
La City di Londra interferirà con le nostre elezioni?
Per evitarlo, l’aspirante premier Giorgia Meloni ha inviato sul Tamigi il suo emissario Guido Crosetto, che attualmente dirige l’Associazione delle industrie italiane della difesa. La stessa Meloni è stata invitata da diverse banche e fondi londinesi, ma non è chiaro se Giorgia metterà piede in Albione prima delle elezioni del 25 settembre.
I giornali nazionali in questi giorni hanno speculato su una crisi finanziaria scatenata da attacchi speculativi alle obbligazioni italiane, cosa che farebbe esplodere il costo della vita dei cittadini italiani.
Parimenti, è temuta un’incapacità della BCE (deliberata o accidentale) di fornire un’adeguata assicurazione al sostegno necessario durante riunione del consiglio dell’8 settembre. Di fatto, basterebbe che Christine Lagarde faccia una delle sue gaffe o dica che la cosiddetta nuova rete di sicurezza «Transmission Protection Instrument» (TPI) verrà attivata a determinate condizioni.
Quindi, fateci capire: più che il solito Putin, non è che l’interferenza elettorale la stia facendo, apertis verbis, ictu oculi, sine dubio la finanza speculativa internazionale?
Del resto, al governo c’è ancora l’uomo del panfilo Britannia. Quanti ricordi.
Economia
Parlamentare tedesca spinge per il rimpatrio dell’oro dagli Stati Uniti
Berlino dovrebbe far rientrare le proprie riserve auree conservate negli Stati Uniti, ha sostenuto venerdì un deputato tedesco in un’intervista rilasciata al Der Spiegel, indicando come motivazione principale le preoccupazioni per le politiche «imprevedibili» del presidente statunitense Donald Trump.
Marie-Agnes Strack-Zimmermann, esponente del Partito Liberale Democratico (FDP), ha spiegato che il rimpatrio delle riserve contribuirebbe a diminuire il rischio strategico in un periodo di crescente instabilità globale.
Negli ultimi quattro anni il valore dell’oro è schizzato alle stelle, registrando un incremento di quasi il 70% solo nel 2025, spinto dalla massiccia acquisizione da parte delle banche centrali, dalle ansie inflazionistiche e dalle tensioni geopolitiche in corso. Questa settimana i contratti future sull’oro hanno segnato un nuovo record storico, superando i 4.860 dollari l’oncia, a seguito delle recenti minacce di dazi pronunciate da Trump contro i Paesi europei contrari al suo progetto di acquisizione della Groenlandia, minacce in seguito parzialmente ritrattate.
«In un contesto di crescenti incertezze a livello mondiale e di politiche statunitensi imprevedibili sotto la presidenza Trump, non è più sostenibile che circa il 37% delle riserve auree tedesche, pari a oltre 1.230 tonnellate, rimanga custodito a New York», ha dichiarato Strack-Zimmermann.
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La Bundesbank mantiene attualmente 1.236 tonnellate d’oro, per un controvalore di 178 miliardi di dollari, presso la Federal Reserve di New York. Per decenni una parte considerevole delle riserve tedesche è stata depositata all’estero per ragioni storiche e legate alle condizioni di mercato.
Strack-Zimmermann ha precisato che tale intesa poteva risultare logica durante la Guerra Fredda, ma appare ormai inadeguata allo scenario geopolitico attuale. La «semplice fiducia» nei «partner transatlantici» non può più essere considerata un sostituto adeguato della piena sovranità in ambito economico e di sicurezza, ha argomentato.
Fin dal periodo del miracolo economico post-bellico la Germania ha custodito parte delle sue riserve all’estero; tra il 2013 e il 2017 ha proceduto a un parziale rimpatrio dell’oro da Nuova York e Parigi. Oggi circa la metà delle riserve è conservata in territorio nazionale, mentre la quota restante si trova a New York e Londra.
La forte domanda di oro da parte delle banche centrali di tutto il mondo ha rappresentato uno dei principali motori della corsa al rialzo dei prezzi, con i Paesi che cercano di proteggersi dalla svalutazione monetaria e da altre incertezze.
Secondo un recente articolo di Bloomberg, l’incremento delle riserve auree russe ha compensato in misura rilevante il valore degli asset congelati dall’Occidente, Stati Uniti inclusi, generando un plusvalore stimato di circa 216 miliardi di dollari da febbraio 2022.
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Economia
Orban avverte: il debito ucraino da 1,5 trilioni di dollari è una «bomba atomica»
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Economia
L’UE congela l’accordo commerciale con gli Stati Uniti a causa delle minacce di Trump
Il Parlamento Europeo ha bloccato l’iter di approvazione dello storico accordo commerciale e tariffario tra Unione Europea e Stati Uniti, motivando la decisione con le «continue e crescenti minacce» lanciate dal presidente statunitense Donald Trump contro l’UE, tra cui il suo progetto di annettere la Groenlandia.
«Di fronte alle minacce persistenti e sempre più gravi – comprese quelle tariffarie – dirette contro la Groenlandia, la Danimarca e i loro alleati europei, non ci è rimasta altra scelta se non sospendere i lavori» sull’accordo, ha dichiarato mercoledì Bernd Lange, presidente della commissione per il commercio internazionale del Parlamento europeo.
«La nostra sovranità e la nostra integrità territoriale sono in gioco», ha scritto in un successivo post su X. «È impossibile proseguire come se nulla fosse».
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L’intesa era stata siglata a luglio da Trump e dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen: l’accordo fissa un tetto del 15% sui dazi applicati dalla maggior parte delle merci europee in ingresso negli Stati Uniti – aliquota inferiore a quella riservata alla gran parte dei partner commerciali americani. In cambio, l’UE ha eliminato i dazi su alcune importazioni agricole e industriali statunitensi e si è impegnata a investire 600 miliardi di dollari negli Stati Uniti e ad acquistare energia americana per un valore di 750 miliardi di dollari.
L’accordo era generalmente ritenuto vantaggioso per Washington e i deputati europei si preparavano a votare gli emendamenti nei giorni successivi. Tuttavia, l’acuirsi della disputa tra Washington e Bruxelles sulla Groenlandia ha reso incerta la ratifica. La scorsa settimana Trump ha annunciato l’applicazione di un dazio aggiuntivo del 10% su otto Paesi europei della NATO contrari al suo piano di acquisizione della Groenlandia, avvertendo che la misura salirà al 25% qualora non si raggiunga un’intesa sul territorio entro giugno.
La Danimarca ha ribadito più volte che non cederà il controllo della Groenlandia, mentre Trump ha promesso di ottenerla «nel modo più facile» o «nel modo più difficile».
Come riportato da Renovatio 21, nel discorso pronunciato mercoledì al World Economic Forum di Davos, il presidente statunitense ha definito la Groenlandia «nostro territorio» e ha invitato Copenaghen ad avviare «negoziati immediati» per trasferirne la sovranità a Washington.
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