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La serie Netflix «Adolescence» come strumento di propaganda
La nuova serie di Netflix Adolescence, una rappresentazione fittizia dell’omicidio di una ragazza da parte di un adolescente dopo essere stato esposto a influencer misogini, sta riscuotendo un enorme successo sulla stampa dell’establishment. Lo riporta LifeSite.
Tuttavia, alcuni elementi possono portare a pensare che dietro la miniserie via sia un progetto specifico, corrispondente ad un’agenda precisa di manipolazione dell’opinione pubblica e perfino di preparazione all’avvento dell’ID digitale.
La benedizione definitiva all’opera in streaming da qualche settimana è arrivata quando il premier britannico Keir Starmer l’ha citata in Parlamento trattando i temi della serie per lanciar un appello all’azione contro gli influencer «tossici» online, questione che sembra divenuta assai importante nell’agenda globalista.
Il dramma in quattro parti mette in luce i social media come il centro di una serie di eventi che portano un ragazzo di 13 anni all’omicidio: dopo essere stato esposto alla «manosfera», cioè il mondo online degli influencer maschi dei social definiti «sessisti», il ragazzino viene umiliato pubblicamente online quando viene etichettato come un eterno «incel» (celibe involontario) da una ragazza che ha rifiutato le sue avances. Lui la pugnala a morte nel suo dolore e nella sua rabbia.
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Come riportato da Renovatio 21, gli incel sono un gruppo non organizzato di giovani che credono nell’ingiusta distribuzione delle relazioni amorose a seguito della cosiddetta «liberazione sessuale». Con la promiscuità indotta nella donna, dicono forse seguendo una proporzione lanciata dal sociologo italiano ottocentesco Vilfredo Pareto, il 20% dei ragazzi ottiene rapporti con le ragazze, mentre il restante 80% viene reso, appunto, celibe involontario. Gli incel hanno prodotto anche qualche episodio di violenza di livello simil-terroristico, anche se si è trattato, a quanto è stato dato di capire, sempre di eventi non organizzati e guidati dai disturbi del singolo.
Si dice che Adolescence sia liberamente ispirata agli omicidi con coltello commessi dai ragazzi nel Regno Unito, secondo il co-creatore Stephen Graham, che interpreta anche il padre del ragazzo nel film. «L’idea è nata quando, negli ultimi 10 anni circa, abbiamo assistito a un’epidemia di crimini con coltello tra i ragazzi, in tutto il Paese» ha spiegato Graham, volto oramai noto di film e serie USA (interpreta specialmente mafiosi italoamericani). «E per me, ci sono stati alcuni casi che sono rimasti davvero impressi, in cui i ragazzi… uccidevano le ragazze».
Tuttavia, le somiglianze tra il film e la realtà si limitano alla violenza tra ragazzi. I creatori del film non hanno citato alcuna ispirazione reale per i motivi o la storia passata dell’omicidio del film, perché i veri omicidi non sono stati causati da «misoginia» o influenza online. Anzi: commentatori online fanno notare come il colpevole, un ragazzino bianco, non rappresenti la realtà statistica, dove gli accoltellamenti sono perpetrati in stragrande maggioranza da ragazzi di famiglie immigrate.
Tuttavia, i creatori del film, così come il Primo Ministro britannico Keir Starmer e alcuni membri del Parlamento, stanno sfruttando la popolarità del film per chiedere la limitazione dell’accesso dei minori ai social media e potenzialmente la censura di alcuni influencer – primo fra tutti il kickboxeur campione del mondo Andrew Tate, re di internet – nonostante sia stato bannato ovunque – che pare essere stato combattuto anche con la Giustizia romena (che lo ha imprigionato assieme al fratello) forse con inventivi USAID, qualcuno ha ipotizzato. Ora i fratelli Tate sembrano avere problemi anche nella Florida di Ron DeSantis.
I parlamentari britannici hanno già elogiato Adolescence per aver «forzato un dibattito nazionale sui contenuti pericolosi visti da giovani uomini e ragazzi, con conseguenze fatali». «Il primo ministro sosterrà la campagna per contrastare la misoginia tossica in anticipo e dare ai giovani uomini i modelli di riferimento che meritano?» ha chiesto Anneliese Midgley durante una seduta del Parlamento del 19 marzo.
Lo Starmer ha detto che lo avrebbe fatto, aggiungendo che lui stesso stava guardando il film con i suoi figli adolescenti. «La violenza perpetrata dai giovani uomini, influenzata da ciò che vedono online, è un problema reale… È importante che, in tutta la Camera, affrontiamo questo problema emergente e in crescita», ha concluso.
I co-creatori della serie hanno anche ripetutamente messo in guardia dai pericoli dei social media quando si parla di adolescenza. Come ha avvertito Graham in un’intervista con GQ UK, «al giorno d’oggi, questi telefoni sono molto pericolosi. E questi cosiddetti influencer, penso che ci sia una grande responsabilità lì». In modo simile, ha dichiarato al quotidiano The Independent che Adolescence dovrebbe servire da «avvertimento» per i genitori sull’influenza dei social media sulla cultura giovanile.
Jack Thorne, il co-creatore del film, si è spinto oltre nel sostenere l’intervento del governo di fronte ai pericoli che i social media rappresentano per i giovani, chiedendo durante un’apparizione alla BBC persino al governo di implementare un’«età del consenso digitale», mentre in un’intervista con The Guardian, «i genitori possono provare a regolamentare questo, le scuole possono bloccare l’accesso ai telefoni cellulari, ma c’è ancora molto da fare. Dovrebbe esserci un sostegno governativo perché le idee espresse sono pericolose nelle mani sbagliate e i giovani cervelli non sono attrezzati per affrontarle».
In pratica, gli autori della serie, seguiti dal coro della politica britannica più alta, stanno chiedendo l’implementazione di censura e controllo per il discorso online, nel nome del benessere dei bambini – che altrimenti su internet finiscono per divenire assassini. Nessuno di costoro, ad ogni modo, è riuscito a citare un singolo caso in cui da qualche parte nella mente del ragazzo violento vi fosse un influencer machista.
Al contrario, i casi di giovani assassini radicalizzati all’estremismo islamico online (come quello che ha ammazzato il membro parlamentare cattolico Sir David Ames) abbondano, con il ruolo di internet molto chiaro. Eppure, qui si vuole il ban degli esponenti della manosfera, non dei jihadisti, che in Gran Bretagna abbondano nel nome della libertà religiosa e della libertà di espressione.
Curioso che le stesse figure mai hanno mosso un dito, in tutti questi anni, per la limitazione della pornografia online, nonostante le prove che la pornografia stia alimentando l’aumento dell’aggressione sessuale negli uomini. O hanno citato un singolo caso che dimostrasse violenza innescata da un «influencer», per non parlare di un modello di tali casi.
Curioso anche come il mainstream, se deve parlare di violenza contro le giovani britanniche, parli di storie fittizie di ragazzi autoctoni maschi e non di quello di cui parla la massa online, cioè lo scandalo di Rotherham, in cui migliaia di ragazze sono state vittime nel Regno Unito di ghenghe di pakistani – le cosiddette grooming gang – che hanno stuprato per anni nel totale silenzio di autorità e polizia.
Sembra insomma che vi sia uno sforzo coordinato di propaganda in gioco.
È ampiamente documentato che gli studi cinematografici collaborano con i governi per scopi propagandistici. Nel 1943, l’Office of Strategic Services, il precursore della CIA, fece circolare un promemoria che elogiava il cinema come «una delle armi di propaganda più potenti a disposizione degli Stati Uniti» e raccomandava «la cooperazione volontaria di tutte le agenzie di movimento non sotto il controllo del JCS [Joint Chiefs of Staff]». Elmer Davis, ex direttore dell’Office of War Information degli Stati Uniti, ha affermato: «Il modo più semplice per iniettare un’idea di propaganda nella mente della maggior parte delle persone è lasciarla entrare attraverso il mezzo di un film di intrattenimento quando non si rendono conto di essere oggetto di propaganda».
Secondo diverse fonti, il governo degli Stati Uniti ha rafforzato la collaborazione con Hollywood dopo gli attacchi dell’11 settembre, quando Karl Rove, consigliere senior del Presidente, e altri alti funzionari hanno incontrato i dirigenti degli studi cinematografici. Gli studi, tra cui la Motion Picture Association of America, hanno accettato di aiutare gli sforzi di propaganda dell’amministrazione.
È interessante notare che Marc Randolph Bernays, co-fondatore e primo CEO di Netflix, è pronipote di Edward Bernays, pioniere e influente propagandista per il governo e le aziende degli Stati Uniti, nonché autore del libro Propaganda. Edward Bernays contribuì a vendere la Prima guerra mondiale agli americani come la guerra che avrebbe «reso il mondo sicuro per la democrazia» mentre lavorava per il Comitato statunitense per l’informazione pubblica, definendo questo lavoro «guerra psicologica». Il Bernays, di suo nipote del controverso psichiatra ebreo austriaco Sigismondo Freud, in seguito applicò le sue tecniche per commercializzare le sigarette alle donne e per aiutare a convincere gli americani che la fluorizzazione dell’acqua era sicura e benefica. Descrisse apertamente l’obiettivo dei suoi metodi come «ingegneria del consenso».
In effetti, Edward Bernays si annoverava tra i «veri potenti» degli Stati Uniti: «La manipolazione consapevole e intelligente delle abitudini e delle opinioni organizzate delle masse è un elemento importante nella società democratica. Coloro che manipolano questo meccanismo invisibile della società costituiscono un governo invisibile che è il vero potere dominante del nostro Paese» scriveva il Bernays.
«Siamo governati, le nostre menti sono plasmate, i nostri gusti formati e le nostre idee suggerite, in gran parte da uomini di cui non abbiamo mai sentito parlare (…) Sono loro che tirano i fili che controllano la mente pubblica».
I fili tirati della mente pubblica sono oggi più evidenti che mai.
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«Qualsiasi governo che faccia storie sui contenuti “misogini” degli influencer senza fare uno sforzo serio per combattere il traffico sessuale e la pornografia violenta ha motivazioni sospette» scrive giustamente LifeSite.
Sembra chiarissimo qui come il successo della serie miri non solo a spostare il focus – il problema della violenza sulle donne non viene dagli immigrati, ma dagli adolescenti bianchi – ma a manipolare l’opinione pubblica affinché accetti definitivamente, dopo la grande prova del COVID, la necessità di una censura online per i discorsi sgraditi al potere e alla sua agenda.
Di più: l’idea di controllare l’accesso a internet dei ragazzi è chiaramente uno stimolo per l’introduzione di un ID digitale, il grande strumento di sorveglianza sognato dalle élite mondialiste, che spingono per avere un unico accesso elettronico sia alle cose pubbliche (la navigazione in internet, il conto in banca) che private (la sanità, i vaccini, il voto…). Ovviamente, grandi gruppi come quello di Bill Gates vi lavora da tempo, e i grandi istituti bancari, imbeccati dal World Economic Forum, pure.
La piattaforma dell’euro digitale, di lancio imminente, risponde esattamente a questo progetto, che oramai si dipana sotto i nostri occhi, e che le serie di propaganda di Netflix stanno solo facendo sì che cominciamo ad accettare.
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Perché a San Lorenzo dobbiamo ricordarci l’oscena poesia massonica?
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Attraverso il rock italiano degli ultimi 30 anni. Intervista a Sergio Carnevale
Sergio Carnevale è batterista – e membro storico e inamovibile – di una delle band italiane più innovative degli ultimi decenni, i Bluvertigo. Drummer versatile ed eclettico che ha prestato la sua esperienza musicale affiancando artisti del calibro dei Baustelle, Max Pezzali e del Maestro Franco Battiato, Sergio attualmente siede anche dietro ai tamburi di un altro gruppo storico del rock italiano recente, i Marlene Kuntz, accompagnando la band nei live in tutta Italia. Ma la vera sorpresa è la reunion dei Bluvertigo. Un tour che questa estate porta in giro il verbo musicale di questo gruppo, che tanto ha dato alla musica italiana e che ancora ha molto da dare.
Con Sergio abbiamo parlato a 360° della sua carriera, della sua musica e del suo batterismo.
Attualmente sei in tour con i Marlene Kuntz, avendo preso il posto di Luca Bergia dopo la sua prematura e dolorosa scomparsa. Ci racconti com’è nato il tuo incontro con la band e come ti sei approcciato alla loro discografia nell’adattare il tuo drumming?
Conoscevo i ragazzi già da molto tempo, ma ho approfondito il rapporto con Cristiano Godano anni fa grazie a un progetto parallelo con Federico Poggipollini, lo storico chitarrista di Ligabue. Avevamo messo in piedi questa superband un po’ per gioco: l’idea nostra era coinvolgere colleghi che arrivassero da veri contesti di band, non classici turnisti. Una volta è passato Saturnino, un’altra Max Gazzè… e anche alla voce avevamo diversi cantanti che si alternavano. Cristiano l’ho coinvolto a fare Colpa d’Alfredo di Vasco Rossi e Com’è profondo il mare di Lucio Dalla con Roberto Dell’Era al basso. In questo contesto stimolante ci siamo conosciuti ancor meglio.
Dopo il biennio pandemico mi arriva una sua chiamata per chiedermi se fossi disponibile. Feci il provino con loro a Cuneo, ci confrontammo e nacque la collaborazione. Luca non lo conoscevo bene: ci si incontrava ai concerti come con gli altri Marlene, ci salutavamo ma niente più. Così è partita questa nuova avventura.
La cosa che mi ha stimolato da subito è il loro approccio, completamente diverso dal mio modo di suonare. Ho fatto tante cose differenti nella mia carriera, ma il bello dei Marlene è che hanno un atteggiamento molto cuneese: sono duri e puri, intensi, determinati e con un mood molto cupo. Ammetto candidamente che non sono mai stato un loro fan, perché non ascoltavo quel tipo di musica e il drumming di Luca l’ho scoperto solo col tempo. Noi abbiamo fatto musica negli stessi anni e con i Bluvertigo ero proiettato verso tutt’altra situazione, per cui loro non rientravano nei miei ascolti, anche se qualche canzone mi piaceva.
Quel mondo musicale — dei Marlene, degli Afterhours, dei Karma e delle band di quell’epoca — prendeva ciò che arrivava dall’estero e lo trasformava, con testi in italiano, in qualcos’altro. Devo dire che con il tempo mi sono innamorato della loro musica e li ho capiti davvero solo quando ci sono entrato. All’inizio è un lavoro, ma la verità è che tutto il contesto e quell’atmosfera mi prendono e mi divertono, proponendomi qualcosa di diverso da ciò che stavo facendo; ed è una cosa che mi piace dal punto di vista professionale, perché mi arricchisce.
Questo picchiare ed essere così energici è un’attitudine che a sprazzi ho vissuto anche in qualche brano dei Bluvertigo, ma con i Marlene è l’esatto opposto: ci sono magari due lenti in un contesto dove si pesta di brutto, con un sound violento che ti arriva come un pugno nello stomaco. È una situazione bellissima e Cristiano e Riccardo sono bravissimi. Al mio fianco ho Lagash al basso, con cui ho trovato un’intesa basso/batteria molto coesa e — non vorrei peccare di presunzione — abbiamo un suono decisamente esterofilo e particolare.
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Avendovi visto dal vivo confermo questa energia rock che emanate dal palco.
Con Lagash c’è una bellissima alchimia: mi trovo bene, ci divertiamo e ci sorprendiamo a vicenda. In questo tour che celebra l’album Il Vile non c’è più Davide Arneodo per scelte artistiche, ma questa dimensione a quattro è decisamente più definita, molto più focalizzata su certi aspetti. Ci si diverte parecchio.
Un’altra cosa che ci tengo a dire su Luca è che quando sono entrato nei Marlene, ho fatto fatica all’inizio a trovare una quadra per interpretare i suoi brani. Dal punto di vista del drumming era davvero fantasioso e stimo moltissimo il suo stile: ha creato groove e soluzioni originali, e ci sono parecchi spunti che ho scoperto e amato soltanto suonandoli.
Va da sé che, mettendomi a studiare i pezzi, ho dovuto rielaborarli a modo mio: non sono un turnista e non potrei mai rifare esattamente ciò che faceva lui… anche perché non ne sarei capace! [ride] Non potrei mai scrivermi le parti e riprodurle alla lettera, non so neanche leggerle e poi non fa proprio per me rifare la stessa identica cosa ogni sera. Io sono fatto così, vado molto a istinto: una volta imparato il pezzo eseguo gli obbligati, la strofa, il ritornello, ma i fill ogni volta li faccio diversi. Questo fa parte da sempre del mio modo di suonare… lo facevo perfino con Max Pezzali, quindi figurati!
I Bluvertigo sono la tua band e la parte fondamentale della tua carriera. In questo momento siete in partenza per il tour estivo. Ci racconti questo vostro ritorno sulle scene?
Abbiamo fatto una data il 14 di aprile all’Alcatraz di Milano ed è stato un grosso successo; tutti ne hanno parlato molto bene. Erano tutti lì ad aspettare l’ennesima minchiata, invece è stato un gran bel concerto e abbiamo dimostrato a tutti di essere tornati con un impianto sonoro di un certo tipo e con dei visual che ho curato io personalmente. Una situazione molto bella e professionale. È la mia band, che cosa posso dire? È bello risuonare i pezzi dopo tanti anni, e pur non suonandoli da un po’ ce li hai dentro, ma al contempo certe cose le fai diversamente rispetto a gli anni che furono. Questa cosa la trovo molto bella e abbiamo molta libertà in questo.
Mi muovete nel vostro territorio musicale in libertà.
Nella nuova scaletta ci sono i primi due pezzi che io ho espressamente voluto, perché sono brani molto attuali secondo me, Il dio denaro e Decadenza, visto il momento storico che stiamo vivendo. C’è anche una logica nel titolo del tour che si chiama Essere umani, in un presente dove da una parte la tecnologia sta cambiando tutto e dall’altra le guerre che rendono l’essere umano il peggiore dei peggiori.
Oggi si avverte una disumanizzazione in tanti aspetti del quotidiano, come l’invadenza digitale che subiamo e accettiamo ogni giorno.
Nell’arte possiamo trovare un’ancora di salvezza. La tecnologia fa già parte della nostra vita e sempre più lo sarà, per cui liberarcene sarà impossibile: dovremo conviverci. La fantasia appartiene al nostro essere umani e quella potrà salvarci; per quanto un’AI possa tentare di ricrearla, non è la stessa cosa. Questo aspetto va difeso e preservato.
È anche vero che la tecnologia ci aiuterà in una serie di cose, ma ci sarà un controllo sempre più pervasivo, dove noi saremo sempre più dei numeri. Questa cosa mi rattrista molto, ma non ne possiamo fare a meno.
C’è anche l’aspetto della tecnologia applicata alla guerra: noi passiamo con uno scroll da un bambino a cui viene sparato in testa a una modella che mostra le sue curve. Ci passa tutto davanti agli occhi in maniera velocissima. Mi sento in balia di situazioni rispetto alle quali, per quanto non possa essere d’accordo, non so cosa possa effettivamente fare io. Posso insegnare a mio figlio a stare attento, spiegargli quello che succede così che possa quantomeno rendersene conto, ma siamo già dentro a tutto questo.
Già riuscire a prenderne consapevolezza è un fatto.
È un primo passo.
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Tornando ai Bluvertigo, Acidi è basi del 1995 è il vostro primo album in studio e Metallo non metallo (1997) il secondo. Ci racconti come avete lavorato a questi dischi?
Il primo album è un disco in cui io arrivai in corsa e infatti nei credits trovi scritto «con Sergio Carnevale», perché il batterista se ne andò mentre loro erano in studio. Feci delle batterie molto volanti, perché mancavano solo quelle, mentre il resto era tutto fatto. Entro nella band, firmo il contratto con loro e da lì parte tutto.
Per Metallo non metallo lavorammo un mese alle registrazioni nello studio Officine Meccaniche di Milano. La cosa molto divertente è che per ogni pezzo c’era «il santino»: in Cieli neri il santino erano i King Crimson e quella era la direzione che volevamo prendere. Ogni pezzo aveva delle situazioni che dovevano essere in qualche modo veicolate idealmente verso quell’ispirazione musicale, senza copiare, ovviamente.
Fu un lavoro molto bello, con tanta sperimentazione: voci fatte dentro i pick up della chitarra, batterie passate dentro gli amplificatori del basso, saturazioni… non c’erano i plug-in, per cui tutto quello che è il suono che siamo riusciti a ottenere è stato frutto di un lavoro di ricerca certosina. Potevamo stare tre ore sul suono di un charleston passato, filtrato ed effettato per poi dire: «è una merda, rifacciamo tutto». È stato divertente e molto stimolante, sia dal punto di vista professionale sia della ricerca del suono. Ho dei ricordi molto belli di Metallo non metallo.
Quando registrammo l’album Zero [1999, ndr] avevamo un budget più consistente. Con la vittoria degli MTV Music Award appena conseguita eravamo famosi, ma non siamo mai stati mainstream. Non siamo mai stati una band da centro, ma neanche un gruppo da prima serata nelleTV tv generaliste. Siamo stati sempre un crossover strano, forse un po’ troppo avanti con i tempi e capito troppo tardi. Speriamo che adesso la gente se ne accorga e mi aspetto che venga in tanti ai nostri concerti.
Sull’album Zero c’è la mano di David Richards, già al servizio dei Queen, noto produttore discografico e ingegnere del suono.
L’album lo abbiamo mixato nel suo studio, quello dei Queen. Le registrazioni le facemmo in vari studi a Milano e poi, per un mese, siamo andati in quello studio a Montreux a mixare il tutto. David Richards mixò originariamente Always Crashing in the Same Car di Bowie, che noi inserimmo come cover nel nostro album, sempre mixata da Richards. Mi ricordo che c’erano la batteria Ludwig cromata e la batteria elettronica con cui programmavano le basi ritmiche. Ci sono passati tutti i big della musica internazionale lì dentro. Una figata!
L’assistente di studio ci mostrò un preset che aveva fatto Brian Eno e allora ci siamo detti: «dobbiamo usarlo di default!». Era il periodo in cui era venuto fuori Pro Tools, a cui noi abbiamo fatto una sorta di doppio passaggio: avevamo Pro Tools da una parte che entrava nel banco mixer, per cui c’era il suono digitale e poi quello analogico. Si usavano comunque i nastri per comprimere le batterie, poi passarle sul digitale e quindi ancora sul banco analogico. È stato molto bello perché avevamo la libertà di fare cose diverse ed era veramente sperimentazione e avanguardia della tecnologia.
Oggi è più facile fare dischi e ciò ha portato a una quantità ragguardevole di uscite musicali. Con la tecnologia che c’è oggi, a casa puoi incidere tranquillamente un album. Una volta dovevi andare in studio e lo studio costava. Le Officine Meccaniche, all’epoca, costavano 750 mila lire al giorno: erano tanti soldi.
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Zero ha avuto una produzione molto costosa, in un momento in cui l’industria discografica aveva ancora margini economici notevoli.
Da lì in poi le case discografiche si sono fuse l’una nell’altra ed è arrivato lo streaming, facendo crollare le vendite dei supporti fisici; di conseguenza non avevano più quei budget a disposizione. Noi abbiamo goduto di finanziamenti importanti proprio alla fine di quel periodo. Quando i dischi si vendevano, l’industria discografica si poteva permettere cose che poi non ha più potuto fare, per cui tutto si è ridimensionato ed è cambiato.
Nel registrare le batterie negli album dei Bluvertigo avevi totale fantasia e creatività nel creare i groove e i fill?
Quando si lavora in gruppo c’è sempre un confronto e quando eseguo una take chiedo sempre il parere agli altri. Ci si confronta, modifico e la risuono in base ai vari suggerimenti finché non esce quella che mette d’accordo tutti.
Su La crisi c’è un punto dove si ferma tutto e quello stop è venuto fuori in studio di registrazione mentre stavo facendo la take; non ero convinto di quello che stavo suonando e mi sono fermato con un fill improvvisato talmente bene in battere, per pura casualità, perché non era assolutamente voluto o cercato. Dall’altra parte mi hanno detto: «Figata! Rientra da quel punto in poi» [ride]. Era un errore, ma è talmente incastrato a tempo nel brano che sembra studiato! A volte queste cose capitano in studio.
Quando feci il session man per i Baustelle sul disco Amen, uscito nel 2008, c’era il produttore Carlo Ubaldo Rossi che mi diceva: «Metti il piatto qui, il fill qui, fai questa cosa…» e io cercavo di eseguire. Le idee erano sue e io ho suonato come diceva e voleva lui. Poi gli ho detto: «Posso farti una take a mio gusto?». Ho fatto la registrazione senza pensare e mi ha detto: «Stai suonando meglio!». «Eh, grazie al cazzo! Non penso a tutto quello che devo o non devo fare nei vari punti del brano».
Tutto ciò rientra in un mio problema e in una mia mancanza: non sono il batterista che si scrive le cose e legge le partiture. Se penso troppo a dove mettere o non mettere quel piatto vado già in agitazione. Nel momento in cui sono libero mentalmente faccio una take che sento più mia. Sta poi al produttore decidere quale usare. Ma l’intuizione, l’espressività, avvengono solo in quel momento, non possono essere dettate da una rigida partitura. Io non funziono così e in quei casi non sono il batterista giusto. Belli i Baustelle, però il mio batterismo è questo.
I Bluvertigo hanno vissuto l’ultimo momento dell’industria discografica. Oggi un gruppo come i Bluvertigo potrebbe ripetersi in quello che avete fatto voi? Ci saranno dei nuovi Bluvertigo in futuro?
Ma magari! Quello spazio lì non se l’è acchiappato nessuno, perché quella specie di art-rock libero a trecentosessanta gradi senza guardare il genere, non lo ha fatto ancora nessuno.
Oggi le nuove produzioni appaiono più standardizzate.
Ma anche all’epoca. Noi siamo cresciuti con i Subsonica e loro hanno fatto sempre quella cosa lì che fanno ancora oggi; vanno dritti per la loro strada musicale. Non c’è niente d’improvvisazione. È un loro modo di suonare e un concetto totalmente diverso dal nostro, e non è che uno è giusto e l’altro sbagliato. Loro sono bravissimi, ma hanno il loro modo di essere, che è molto differente dal nostro.
Anche noi abbiamo sempre avuto le basi, ma abbiamo un atteggiamento punk dettato dal nostro «capitano», che è completamente pazzo, e dall’altra parte questo fa sì che noi siamo cresciuti con quell’atteggiamento, in totale libertà di espressione, che è quello che sto portando avanti adesso anche con i Marlene.
Un pezzo dei MK l’ho sempre eseguito in un modo, ma poi dal vivo ci metto dentro una roba, Lagash si gira perché capisce e si mette a ridere e poi mi dice: «Figata!». Mi permetto queste licenze perché mi vengono naturali e devo cercare sempre di divertirmi mentre suono. Mi annoierei a fare sempre la stessa identica cosa.
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Come avete costruito la fanbase dei Bluvertigo? Al tempo non c’erano i social, che oggi sono un fattore determinante per la visibilità.
Radio Popolare passava tutti i gruppi alternativi, mentre a noi ci odiava. Ci consideravano dei fighetti. Facevamo il verso agli anni Ottanta, ma non eravamo solo quello, anche se Andy si metteva le gonne e Marco si truccava. Per cui era un atteggiamento che per loro era eccessivo, perché al tempo c’erano riviste musicali come Rumore o Il Mucchio Selvaggio che, se ti etichettavano come alternativo, ok, sennò eri uno sfigato. Poi c’era la parte mainstream, come potevano essere Tv Sorrisi e Canzoni e il Festival di Sanremo, e noi non siamo mai stati nemmeno quella cosa lì.
Per cui è sempre stato difficile venir fuori e abbiamo costruito la nostra credibilità suonando veramente tanto. Quando uscì Metallo non metallo il primo singolo estratto fu Il mio mal di testa. Quel brano venne trasmesso in un momento storico in cui VideoMusic stava scemando e dall’altra parte non c’era più niente. Per cui il videoclip decidemmo di non farlo, perché non sarebbe servito a nulla, e la nostra fortuna è stata che poi arrivò MTV e le cose per noi cambiarono radicalmente. Loro, essendo esterofili e arrivando con uno sguardo più aperto rispetto alle tv nostrane, ci considerarono diversamente.
Nel 1998 vincemmo gli MTV Music Award e potevamo essere il fiore all’occhiello della musica italiana nel mondo, perché il nostro sound era internazionale. Quando vincemmo quel premio, in lizza con noi c’erano Vasco Rossi, Ligabue, 99 Posse e Articolo 31 e tutti rappresentavano un sound che all’estero non se lo sarebbero mai cagato. Noi avevamo un’immagine da boy band, apparentemente molto colorata, ma in verità si suonava per davvero.
Nel 2002 aprite il concerto di David Bowie.
Quello fu un momento storico. Peccato non avere foto. Ci siamo trovati ad aprire il concerto di Bowie perché il batterista dei Travis si fece male e non poterono esibirsi, così ci trovammo noi ad aprire David Bowie davanti, peraltro, a un pubblico affine alla nostra musica. Bowie, finito il suo show, se ne andò subito perché aveva un impegno a Nizza il giorno dopo. Abbiamo avuto giusto il piacere di un saluto veloce.
MTV StoryTellers nel 2008 fu un’altra vostra bella performance in chiave più intima.
Fu un live più acustico e riarrangiammo i brani in quella chiave lì, inframezzati da nostre interviste tra un brano e l’altro. Non fu una novità per noi, in quanto dopo l’uscita di Zero facemmo una situazione analoga, tutta processata attraverso Pro Tools, e i suoni erano esattamente come in studio. Un suono molto freddo e digitale, senza amplificatori sul palco.
Per poi passare alla seconda parte di quel tour, dove abbiamo abbandonato tutto e tenuto solo un click in cuffia per lanciare i pezzi, tutto riarrangiato senza sequenze. Molto rock! L’ultima parte, invece, era un ibrido tra le due situazioni sopracitate. Tutto ciò fa parte del nostro essere. No regole!
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Com’erano i backstage dei Bluvertigo negli anni Novanta?
Eravamo ragazzi e avevamo una cazzimma completamente diversa. Considera che al tempo di Metallo non metallo avevo ventotto anni e trovarsi in giro a suonare, avere i propri camerini, le fan e tutto quello che ne consegue, erano momenti divertenti e goliardici. Non ci siamo risparmiati, questo lo posso dire [ride].
Quando ti intervistai per il mio libro Visti da dietro. La musica raccontata dai batteristi, mi raccontasti di una serata milanese con David Byrne.
C’erano dei miei amici galleristi che organizzarono una mostra di David Byrne a Milano. Essendo loro impegnati, mi chiesero di portare Byrne in giro la sera. Io avevo una vecchia Polo e passai a prendere Marco e Andy e poi caricai lui. Abbiamo passato una settimana dove lo abbiamo accompagnato per concerti, locali e serate varie.
Nel 2001 partecipate a Sanremo con il brano L’assenzio. Come arrivaste al Festival?
A noi di Sanremo non ce ne fregava niente, perché avevamo già la nostra considerazione e per noi era solo una vetrina. Arrivammo con un pezzo che trovo attuale ancora oggi. Da una parte sono orgoglioso di essere arrivato ultimo, ma dall’altra non ci ha fatto bene, perché il brano è molto forte e forse un po’ troppo avanti per i tempi. Andò come andò.
Alla nostra seconda partecipazione, nel 2016, portammo una canzone che s’intitola Semplicemente, un pezzo che io non ho mai amato, però Marco era in fissa con quel brano. Secondo me lo facemmo anche un po’ troppo in fretta. In questo tour quel brano non c’è in scaletta.
Prima abbiamo citato la tua collaborazione con i Baustelle. Come ti sei trovato con loro e con il loro leader Francesco Bianconi?
Quello che ti posso dire è che loro sono molto bravi, Amen è un bel disco e Francesco è molto bravo nella scrittura. I pezzi, dopo un po’, risultano sempre quella roba lì. Loro, per scelta, hanno quel sound ben delineato e lo portano avanti. Non c’è rock ‘n roll, è tutto fottutamente mentale, per cui le cose sono sempre le stesse. Almeno quando ci ho suonato io era così.
Nel tempo poi non ci siamo più visti, ma adesso so che hanno una bella band e spero che un’evoluzione ci sia stata. All’epoca soffrivo un po’ del fatto che suonavamo troppo legati: «Sleghiamoci un attimo, usciamo un minimo dal seminato…». Le cose invece erano tutte molto diritte e inquadrate. È il loro modo di essere, alla fine. Non è una critica.
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Come mai, secondo te, si è esaurito il decennio del rock italiano anni Novanta?
I Baustelle, i Verdena – grande band – sono quello che è venuto dopo quel decennio. Non saprei dirti, le cose sono andate come sono andate e c’è stata una deriva verso l’hip hop e la trap di oggi, tutta ’sta merda che comunque ha scassato le balle per tanti anni e che ora si sta ridimensionando.
Spero e credo che ci siano delle nuove leve di giovani ragazzini che inizino a guardare a quel passato che rappresentavamo noi come a un esempio da cui poter trarre qualche spunto interessante.
Suoni all’Heineken Jammin’ Festival sia con i Bluvertigo sia con i Baustelle. Un palco importante.
Nel 2008 con i Baustelle suonammo prima dei Police. Nell’edizione del 1999 con i Bluvertigo c’era un cartellone da urlo: noi, Placebo, Hole, Blur e Marilyn Manson all’apice della sua popolarità. Nel 1997 aprimmo un concerto dei Tears for Fears, abbiamo aperto agli Oasis nel 1996…
Che sensazioni avevi in un palco così grande e importante come quello del Jammin’ Festival?
Beh, ti caghi anche un po’ sotto e intorno a te hai dei super professionisti e dei tuoi miti. Devi cercare di fare bella figura e non fare figure di merda. Ammetto che c’era un po’ di tensione, anche perché tutto viene allestito in maniera molto veloce e devi sperare che tutte le cose funzionino. Una serie di stress non indifferenti. Una volta che sei su parti e via! È un momento bello intenso.
Tu collabori con Max Pezzali in studio incidendo alcuni brani nel disco Terraferma del 2011 e facendo quattro tour con lui. Come arrivi a suonare con Max?
Ci arrivai tramite Pierpaolo Peroni, perché era il braccio destro di Cecchetto, il quale lavorava con Max. Volevano cambiare la band, dove tra l’altro avevano dei turnisti di prim’ordine.
Ricordo questi live con un’attitude da sessionman – come ti dicevo prima – senza l’anima. Va bene che è Pezzali, ma tutto è impacchettato, tutto perfetto, tutto sempre allo stesso modo e non c’è mai niente fuori posto. Questo modo di suonare lo trovo distante dal mio essere ed è tutto quello che non mi rappresenta.
Se penso a quando suonavo Hanno ucciso l’uomo ragno, il fill non era mai uguale: lo facevo sempre sullo stesso punto, ma ogni sera era diverso, anche perché non me lo ricordavo. Posso ricordarmi uno stop, ma non esattamente il tipo di fill. Mi piace avere questo mio atteggiamento e mi gasa questa cosa.
Max Pezzali è una persona meravigliosa, di una simpatia indicibile. È stato sicuramente un gran bel lavoro, molto professionale, con palchi enormi e una produzione di livello superiore: la mensa che viaggiava con noi, un palco di venticinque metri…
In studio come ti sei trovato invece?
Il pezzo era quello e lo dovevo suonare in quel modo; scelgono la take migliore e via. Citando i Bluvertigo ti dico che «sono come suono».
Quando ci siamo incontrati l’ultima volta mi dicesti che voi Bluvertigo avete delle registrazioni inedite con Franco Battiato.
C’è un lavoro che speriamo prima o poi venga alla luce. Le registrazioni risalgono al 2002 e noi suonammo i suoi pezzi con lui alla voce, mentre lui cantò Altre forme di vita con noi. Meraviglioso.
Francesco Rondolini
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Immagine di Angela_Anji via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC-SA 2.0.
Arte
Patti Smith avrebbe dato in adozione sua figlia con la promessa che non fosse cresciuta cattolica. Ora è accolta dal papa
Quando quella porta si è aperta è successo qualcosa… una scintilla non priva di “siparietti”, ma anche un senso di profonda commozione e di una missione in questo mondo difficile. Due americani, due di Chicago, due figure altissime che sono voci di speranza per un mondo diviso:… pic.twitter.com/6FoJraHcla
— Antonio Spadaro (@antoniospadaro) July 31, 2026
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Per chi, come il lettore di Renovatio 21, intuisce che vi sono – sempre – dinamiche profonde in gioco, potrebbe scattare un senso di fastidio. Ancora di più se poi ci si ricorda di alcune cose – ma sappiamo che i giornali sono fatti, appunto, non per rammentare, ma per dimenticare. Ad esempio, dovrebbe essere chiaro a tutti che non si tratta della prima volta che la «madrina del punk» (la chiamano così: ma a noi sembra che la sua musica sopravvalutata e scadente nulla abbia a che fare col genere) si reca in Vaticano. Con evidenza i suoi sponsores vaticani continuano a riscaldare la ministra. Forse perché le sue canzonette ebeti sono legate alla loro vita di religiosi mezzi ribelli, preti un po’ pentiti e sicuramente rovinati dalle chitarre del Concilio Vaticano II. Noi in effetti la ricordiamo in piazza San Pietro a stringere la mano di papa Francesco fresco di elezione. L’americana, ci era rimasto impresso, aveva questa espressione caprina… Eccola invitata a suonare al concerto di Natale in Vaticano nel 2014. Un altro invito a suonare nella città-Stato nel 2021. Nel frattempo, l’incompatibilità dell’anziana rocker con la morale cattolica era stata reiterata: nel 2018 aveva dichiarato alla stampa che «salvare la vita delle giovani donne è più importante di qualsiasi ideologia». Sapete cosa significa: la trita convinzione, profusa a piene mani da radicali e dai loro omologhi dagli anni Settanta (e che mai hanno sentito il bisogno di aggiornare), secondo cui l’aborto legale, che uccide i bambini non ancora nati, «salvi la vita» delle madri impedendo loro di morire praticando figlicidi autonomamente.Le foto affettuose e meno protocollari (e per me indimenticabili) dell’incontro tra Papa Leone e Patti Smith 📸 qui: https://t.co/S51HxdsB9W pic.twitter.com/BPbgEwJFly
— Antonio Spadaro (@antoniospadaro) July 31, 2026
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