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Trump chiede che un suo brutto ritratto venga rimosso

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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha chiesto l’immediata rimozione del suo ritratto dal Campidoglio nello stato del Colorado, descrivendo il dipinto come «davvero il peggiore».

 

Le critiche giungono in un momento di tensioni più ampie tra la Casa Bianca e la leadership dello Stato a maggioranza democratica.

 

In un post su Truth Social di lunedì, Trump ha affermato che il governatore del Colorado Jared Polis dovrebbe «vergognarsi» per aver pubblicato un ritratto che è stato «intenzionalmente distorto a un livello che” non aveva “mai visto prima».

 

“Preferirei di gran lunga non avere un ritratto piuttosto che averne uno così», ha scritto Trump, sostenendo che molti residenti dello Stato si sono lamentati dell’opera d’arte.

 


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Dipinto dalla ritrattista britannica e residente in Colorado Sarah A. Boardman, l’opera è esposta al Campidoglio coloradiano dal 2019, durante il primo mandato presidenziale di Trump. Boardman ha anche dipinto il ritratto del presidente degli Stati Uniti Barack Obama per il Campidoglio dello Stato del Colorado, che Trump ha descritto come «meraviglioso».

 


I ritratti si basano su fotografie piuttosto che su sedute dal vivo.

 

Nel suo post, Trump ha anche criticato il governatore della «sinistra radicale» Polis per essere «estremamente debole» sulla criminalità, citando la sua gestione del caso Tren de Aragua, una gang criminale venezuelana che si è espansa negli Stati Uniti. Secondo il presidente, la gang «ha praticamente preso il controllo» della terza città più grande del Colorado, Aurora, l’anno scorso.

 

A febbraio, il governo degli Stati Uniti ha designato Tren de Aragua come organizzazione terroristica straniera. All’inizio di questo mese, Trump ha invocato l’Alien Enemies Act per deportare circa 300 presunti membri di gang a El Salvador, dove sono stati rinchiusi in strutture di detenzione di massima sicurezza.

 

L’ufficio del governatore ha risposto dicendo che Polis «era sorpreso» di apprendere che il presidente degli Stati Uniti era «un appassionato del nostro Campidoglio dello stato del Colorado e delle sue opere d’arte». La dichiarazione, citata da più organi di stampa, continuava dicendo che il governo dello stato era «sempre alla ricerca di qualsiasi opportunità per migliorare l’esperienza dei nostri visitatori». Non ha tuttavia specificato se il ritratto sarebbe stato rimosso.

 

Il Colorado ha votato per i candidati democratici in cinque elezioni presidenziali consecutive, tra cui quella per Kamala Harris nel 2024.

 

Le politiche di Trump su temi che spaziano dall’istruzione all’assistenza sanitaria, dall’immigrazione alla sicurezza delle armi hanno incontrato l’opposizione a livello statale in Colorado, con il procuratore generale Phil Weiser che ha intentato una serie di cause legali contro di esse.

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Perché a San Lorenzo dobbiamo ricordarci l’oscena poesia massonica?

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Poche ore dal cielo notturno più bello dell’anno: la Terra attraversa lo sciame meteorico delle Perseidi, una densa nube di polveri e detriti lasciati lungo l’orbita della cometa Swift-Tuttle, che ogni 133 anni compie un giro intorno al Sole, perdendo ghiaccio e polveri lungo il suo cammino.   Tali frammenti, grandi come granelli di sabbia, si incendiano istantaneamente per l’impatto con l’aria, consumandosi prima di toccare il suolo.   In pratica, siamo pronti per le stelle cadenti, spettacolo del quale, nei decenni, mai siamo paghi. Chi non ricorda una notte di San Lorenzo passata con i propri genitori a contare le stelle che cadono? Magari con gara annessa, dove l’avvistamento del satellite era un falso allarme che non valeva punti. Chi non ricorda almeno un’estate in cui, guardando le stelle, non ci si è sdraiati su un prato con la persona del batticuore, magari sperando di suggellare le stupende lagrime celesti con un bacio?   Il fatto è che tutte queste belle memorie devono essere difese da un tremendo nemico che vuole spodestarle: la letteratura italiana. Specialmente quella inflitta a tutti i bambini, noi compresi, senza che nemmeno si possa pensare che essa faccia schifo o, ancora peggio, nasconda neanche tanto bene cose che non vanno tanto bene, e che magari, se approfondite neanche di tanto, farebbero capire certe dinamiche occulte e tossiche della storia dell’Italia post-risorgimentale, e di come la scuola dell’obbligo non abbia smesso di iniettarle nell’animo dei cittadini sin da infanti.   Ci riferiamo, ovviamente, alla poesia X agosto di Giovanni Pascoli (1855-1912), composta nel 1896 in memoria della morte del padre Ruggero Pascoli, morto 32 anni prima.   Tutti la conoscono, perché nella scuola dell’obbligo italiana vi sono stati, e probabilmente vi sono ancora insegnanti che pretendono che gli scolari la imparino a memoria.   San Lorenzo, io lo so perché tanto di stelle per l’aria tranquilla arde e cade, perché sì gran pianto nel concavo cielo sfavilla

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Abbiamo il diritto di dire che, già in partenza, questa poesia fa schifo? Le rime sono idiotissime, la forma ebetissima («lo so perché tanto di stelle» era cringe già nell’Ottocento; il «concavo cielo» che «sfavilla» non se lo sarebbero sognati di scrivere neanche quelli che hanno fatto l’adattamento per il doppiaggio de I cavalieri dello Zodiaco).   Ma non è solo la forma ad inquinare la bellezza della notte di San Lorenzo. Pascoli, e con lui la scuola italiana, vuole che associamo le stelle cadenti al decesso del genitore (metodo per individuare un idiota: stasera, davanti al cielo, si mette a recitare i versi pascoleschi a memoria, così per sembrare colti senza contare la nota funebre che rovina tutto).   Perché in classe ti fanno una testa così: guardate qua, la bellezza della metafora ornitologica. L’idea geniale del Pascoli è quella di paragonare suo padre ad un uccello.   Ritornava una rondine al tetto: l’uccisero: cadde tra i spini: ella aveva nel becco un insetto: la cena de’ suoi rondinini   Il cringiometro anche qui va fuori scala, e con «rondinini» abbiamo toccato il fondo, uno pensa. Ma ce n’è ancora. A parte l’augello, il poeta inserisce tra i versi anche delle bambole, dei props di scena che dovrebbero commuovere il lettore, ma che nemmeno gli sceneggiatori de Gli occhi del cuore (la mitologica fiction fittizia dell’irresistibile serie Boris) sognerebbero di proporci.   Menzione speciale per quel «cadde tra spini». «I» spini? Con la «i»? Ma come parla il poeta? Portate pazienza: l’italiano che vi fanno studiare a scuola, sulla cui playlist di autori vi diremo a breve, sembra in ogni momento negare se stesso.   Vi fanno studiare la sua grammatica bizantina (un dramma, specie chi viene dalle meravigliose lingue regionali, il veneto, il napoletano, il siciliano, il ladino etc.) per poi decantarvi scrittori che la violano ad ogni momento, e non per licenza poetica, ma, crediamo per ignoranza, o inesistenza di una vera lingua italiana, un costrutto convenzionale recente e asimmetrico che al primo soffio cade come un castello di carte – con buona pace di Crusca ed altre granaglie.   Tuttavia, è sul finale non esattamente edificante che richiamiamo l’attenzione. La sua negatività, confessiamo, ci aveva colpiti ancora da bambini. Il poeta, nella tragedia, non trova una possibile abreazione, una comprensione del dolore, del disegno più grande a cui, talvolta, capita di pensare anche a noi quando muore un nostro caro.   Macché: Pascoli diventa depressivo, vinto… o ancora, diventa gnostico.   E tu, Cielo, dall’alto dei mondi sereni, infinito, immortale, oh! d’un pianto di stelle lo inondi quest’atomo opaco del Male!

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Ecco, la Terra per il poeta impostoci dallo Stato italiano è un «atomo opaco del Male». Facciamo l’analisi che a scuola non ci è stata offerta: «atomo» richiama una visione materialista, che di lì a breve, proprio con gli atomi, avrebbe ottenuto risultati davvero inquietanti; «opaco» aggiunge una semantica di incomprensione, di mancanza di lucidità dichiarata, oltre che di impotenza e tristezza; infine attenzione al «Male» con la maiuscola, come se il poeta, che tanto cristiano non sembra, creda che esso possa essere un concetto supremo, o perfino un essere personale.   Pascoli con evidenza odia la Terra. Detesta il mondo e le sue dinamiche, cioè la legge naturale, la quale certo non preserva l’uomo e le altre creature dal dolore e dall’ingiustizia. Il poeta non lo può concepire: per questo è impressionato dal cielo «infinito, immortale» che gli sembra indifferente.   E quindi, Pascoli non crede al Cielo. Siamo nell’ateismo più palmare, con evidenze pulsioni anti-cosmiste, cioè gnostiche: l’universo è stato creato da un dio cattivo, l’esistenza è una prigione. Chi conosce le religioni sa che lo gnosticismo (Don Ennio Innocenti, pace all’anima sua, sulla questione aveva scritto volumi definitivi) è la tendenza segreta o pubblica di tutti i culti, meno che quello cristiano. Lo gnosticismo, dove la divinità odia l’uomo, è l’esatto opposto del cristianesimo.   Ora, sveliamo quello che la scuola dell’obbligo non vi ha detto. Giovanni Pascoli fu iniziato alla massoneria il 22 settembre 1882 nella loggia «Rizzoli» di Bologna, introdotto dal maestro Giosuè Carducci, già autore dell’Inno a Satana pure presente in certe nostre antologie, anche lui poeta pessimo (stormi di uccelli neri / Com’esuli pensieri /Nel vespero migrar) inflitto alla popolazione post-unitaria nonché (chissà perché) premio Nobel.   La prova fondamentale del legame del Pascoli con la setta verde è il suo «testamento massonico» autografo a forma di triangolo, con le risposte tradizionali sui doveri verso la patria («La vita»), l’umanità («D’amarla») e se stesso («di rispettarsi»).   L’adesione del Pascolazzo alla massoneria rappresenta uno dei capitoli più dibattuti della sua biografia. Per molti anni questa appartenenza è rimasta in ombra, quasi nascosta dalla critica letteraria tradizionale, per poi essere riscoperta e documentata in modo inconfutabile attraverso il ritrovamento di documenti d’archivio.   Per il giovane Pascoli, l’ingresso nella loggia rappresentava una continuazione naturale del suo impegno civile e delle sue aspirazioni di giustizia sociale, dopo gli anni giovanili segnati dall’attivismo anarchico e socialista che gli erano costati anche tre mesi di carcere nel 1879.   Il poeta rielaborò in chiave intimistica e poetica i valori massonici nella celebre poetica del «Fanciullino», anche quella irrogata ai poveri, indifesi studenti di medie e superiori.   E quindi, visto che abbiamo fatto questa piccola scoperta di retroscena, possiamo farci qualche semplice domanda sulla morte del padre? Si tratta di un vero cold case, lasciato completamente insoluto: rammentiamo quanto ci colpiva come ci facessero memorizzare la poesia ma non vi fosse intenzione di spiegare l’assassinio. Tipo, luna e dito.   Tipo che, come, come abbiamo altre volte scritto, farsi prendere dalla tarantola di un omicidio (penso ai tanti che stanno sotto con i serial killer nostrani e non, dal Mostro di Firenze a Son of Sam, etc.) è un fenomeno naturale per un uomo sano, volontario o involontario che sia, perché nella mente entra automaticamente una dissonanza che chiede di essere risolta affinché la propria esistenza, e quella della comunità, siano al riparo da un bestia sanguinaria misteriosa.   E invece, mai una parola su chi ha ammazzato il Pascoli senior. Il lettore comincia a capire. Però no, non vi sono prove che Ruggero Pascoli (1815-1867) fosse massone. E il poco che dicono gli studiosi di letteratura è che forse dietro c’era solo una bega professionale, un tizio benestante del luogo che voleva assumere il ruolo di Pascoli padre, che era amministratore di una tenuta dei principi di Torlonia. Il rivale Pietro Cacciaguerra, ad ogni modo, dopo l’omicidio quel posto lo ottenne.   Gli esecutori sarebbero balordi violenti della zona, ma anche qui non v’è certezza. Come neanche in una puntata de I Simpsons, sono stati poi sospettati negli anni il veterinario, l’ingegnere, il postino. Anzi no: sarebbero stati i contrabbandieri di sale, all’epoca mestiere criminale terrificante. Anzi no: è stato un delitto d’onore, una vendetta privata per storie personali.

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In realtà, le autorità all’epoca, un po’ come facciamo noi ora, credeva alla possibilità di una pista politica. Il Ruggero, un tempo di simpatie «repubblicane», aveva accettato di collaborare con il neonato governo monarchico, venendo percepito da alcuni estremisti locali come un «voltagabbana». Insomma, questioni «repubblicane» («laiche», è l’eufemismo orwelliano di oggi con cui ci si riferisce ai grembiulini) nella Romagna appena uscita dalla Legazione delle Romagne, cioè dallo Stato Pontificio del papa re, e già dentro al Regno d’Italia a totale trazione massonica, famiglia regnante compresa.   Di questa pista politica, cioè di una pista massonica, nessuno alla scuola dell’obbligo vi ha mai parlato davvero – l’importante è mandare a memoria la poesiola orrenda sorbendone subliminalmente la visione atea, gnostica, disperata.   Non si tratta dell’unico caso della letteratura scolastica dove ai giovini alunni viene spacciato per capolavoro un qualche componimento agrammaticale dove trionfa una visione gnostica ed anticristiana. Pensiamo al caso più emblematico, quello di Giacomo Leopardi (1798-1837).   Leopardi, se non lo avete ancora capito, è il prototipo dello sfigato, dall’etimo ex privativo e figa, cioè privo di compagnia femminile: A Silvia è un inno incel, anzi è peggio, perché almeno gli incel hanno fatto una qualche riflessione sulla distribuzione della sessualità femminile dopo la dissoluzione dei costumi (voluta chissà da chi), mentre il Giacomino resta a guardare la bella ragazza popolana senza trovare il coraggio di approcciarla – e da conte, da proprietario del villaggio, la cui vita spontanea lo scrittore invidiava nell’altro suo componimento intollerabile, Il Sabato del villaggio, appunto. Sfigato davvero.   Con evidenza, in nessuno dei libri che leggeva, e che lo hanno reso gobbo e triste, vi era scritto come fare. Lo studio «matto e disperatissimo» non gli insegnava come avvicinare una ragazza. E allora a cosa serve lo studio? A nulla, o quasi: quando arrivai all’università uno studioso di letteratura, che, va detto, non faceva molto per nascondere le sue brame omosessuali, mi raccontò che in realtà con i libri Leopardi ci si masturbava, chiudendosi la verga tra le pagine – ecco, mi disse, cosa intendeva davvero quando parlava di «sudate carte».   È evidente come la verve paganeggiante, orientaleggiante (tanti richiamano lo Schopenauer, cioè l’ingresso del pensiero buddista e induista in Europa, tema di cui ho scritto lustri fa in Contro il buddismo) del tizio di Recanati sia stata considerata utile come solvente occulto dei principi cristiani: la vita è dolore, e allora? Il dolore è voluto da Dio, lui stesso vi è passato attraverso – la Croce, dove si incontrano, metafisicamente, fisicamente, il Cielo e la Terra. E il Signore ci dà anche la gioia, terrestre ed eterna. Tutte guide esistenziali sconosciute al Leopardo, che oggi sarebbe sotto Zoloft, e quindi magari pure impotente al punto di non potere «sudare» nemmeno sulle carte.   Un amico scomparso, il filosofo cattolico Piero Vassallo (1933-2022) scriveva che la scuola dell’obbligo di un Paese sano, invece di farlo studiare, «avrebbe dovuto insegnare il disprezzo del gobbo». Vassallo aveva lavorato con il cardinale Siri a Genova negli anni Sessanta alla rivista Renovatio, dove, tra le risate dei benpensanti, si scriveva a chiare lettere che di lì a breve sarebbe arrivato il «diluvio gnostico». Una catastrofe spirituale collettiva preparata anche sui banchi di scuola dallo studio obbligato di gnostici sfigati. (Piero, quanto mi mancano le tue telefonate!)   Tutto vero: una nazione, abbiamo detto, è tale perché, sempre nell’etimo, vi nascono delle persone. Gli sfigati, per una questione tecnica, non possono mandare avanti una nazione, perché la sfiga quando organizzata diventa uno strumento della Necrocultura (homo sine figa est imago mortis). E allora, capiamo che l’effetto della letteratura nazionale è anticoncezionale, cioè antinazionale. Paradosso solo apparente, per un Paese creato con squadra e compasso.

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A questo punto emerge la domanda. Ma questi chi li ha scelti ? Chi ha deciso , in ultima istanza, gli scrittori da far studiare e generazioni di italiani?   La risposta è facilotta anche qui. Sebbene il canone letterario italiano venga fatto nobilmente risalire a Boccaccio e Pietro Bembo, a mettere insieme la hitlist degli scrittori meritevoli di interesse accademico è stato un libro chiamato Storia della letteratura italiana (prima edizione 1870), compilato dal critico e politico irpino Francesco Saverio de Sanctis (1817-1883), anche lui figlio di piccolo proprietari terrieri e, soprattutto, anche lui massonissimo.   Formatosi culturalmente e politicamente nel pieno del Risorgimento italiano, un periodo storico in cui l’adesione alla massoneria era estremamente comune tra intellettuali e membri della classe dirigente che aveva apparentemente sconfitto il papato e il Sacro Romano Impero (quest’ultimo liquidato poi con l’ulteriore guerra massonica, la Prima Guerra Mondiale, concepita proprio alla bisogna, appena morto il santo antimassonico San Pio X), l’appartenenza del de Sanctis alla libera muratoria è rivendicata apertis verbis dal Grande Oriente d’Italia.   Fatta l’Italia (massonica), bisognava fare gli italiani, cioè massonicizzarli, cioè de-cattolicizzarli: ed eccoti scodellata la serqua di scrittori atei e gnostici, panzuti e baffuti, tristi (pardon, pessimisti cosmici) e tronfi, che siamo a subire, per inerzia o cospirazione plurisecolare, ancora ora, perfino nella sera con il cielo più bello dell’anno.   Va ben tutto, capiamo che questo Paese lo hanno fatto loro, e da qualche parte credono ancora di comandarlo.   Ma perché i massoni devono rovinarci anche la notte delle stelle cadenti?   Roberto Dal Bosco

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Attraverso il rock italiano degli ultimi 30 anni. Intervista a Sergio Carnevale

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Sergio Carnevale è batterista – e membro storico e inamovibile – di una delle band italiane più innovative degli ultimi decenni, i Bluvertigo. Drummer versatile ed eclettico che ha prestato la sua esperienza musicale affiancando artisti del calibro dei Baustelle, Max Pezzali e del Maestro Franco Battiato, Sergio attualmente siede anche dietro ai tamburi di un altro gruppo storico del rock italiano recente, i Marlene Kuntz, accompagnando la band nei live in tutta Italia. Ma la vera sorpresa è la reunion dei Bluvertigo. Un tour che questa estate porta in giro il verbo musicale di questo gruppo, che tanto ha dato alla musica italiana e che ancora ha molto da dare.

 

Con Sergio abbiamo parlato a 360° della sua carriera, della sua musica e del suo batterismo.

 

Attualmente sei in tour con i Marlene Kuntz, avendo preso il posto di Luca Bergia dopo la sua prematura e dolorosa scomparsa. Ci racconti com’è nato il tuo incontro con la band e come ti sei approcciato alla loro discografia nell’adattare il tuo drumming?

Conoscevo i ragazzi già da molto tempo, ma ho approfondito il rapporto con Cristiano Godano anni fa grazie a un progetto parallelo con Federico Poggipollini, lo storico chitarrista di Ligabue. Avevamo messo in piedi questa superband un po’ per gioco: l’idea nostra era coinvolgere colleghi che arrivassero da veri contesti di band, non classici turnisti. Una volta è passato Saturnino, un’altra Max Gazzè… e anche alla voce avevamo diversi cantanti che si alternavano. Cristiano l’ho coinvolto a fare Colpa d’Alfredo di Vasco Rossi e Com’è profondo il mare di Lucio Dalla con Roberto Dell’Era al basso. In questo contesto stimolante ci siamo conosciuti ancor meglio.

 

Dopo il biennio pandemico mi arriva una sua chiamata per chiedermi se fossi disponibile. Feci il provino con loro a Cuneo, ci confrontammo e nacque la collaborazione. Luca non lo conoscevo bene: ci si incontrava ai concerti come con gli altri Marlene, ci salutavamo ma niente più. Così è partita questa nuova avventura.

 

La cosa che mi ha stimolato da subito è il loro approccio, completamente diverso dal mio modo di suonare. Ho fatto tante cose differenti nella mia carriera, ma il bello dei Marlene è che hanno un atteggiamento molto cuneese: sono duri e puri, intensi, determinati e con un mood molto cupo. Ammetto candidamente che non sono mai stato un loro fan, perché non ascoltavo quel tipo di musica e il drumming di Luca l’ho scoperto solo col tempo. Noi abbiamo fatto musica negli stessi anni e con i Bluvertigo ero proiettato verso tutt’altra situazione, per cui loro non rientravano nei miei ascolti, anche se qualche canzone mi piaceva.

 

Quel mondo musicale — dei Marlene, degli Afterhours, dei Karma e delle band di quell’epoca — prendeva ciò che arrivava dall’estero e lo trasformava, con testi in italiano, in qualcos’altro. Devo dire che con il tempo mi sono innamorato della loro musica e li ho capiti davvero solo quando ci sono entrato. All’inizio è un lavoro, ma la verità è che tutto il contesto e quell’atmosfera mi prendono e mi divertono, proponendomi qualcosa di diverso da ciò che stavo facendo; ed è una cosa che mi piace dal punto di vista professionale, perché mi arricchisce.

 

Questo picchiare ed essere così energici è un’attitudine che a sprazzi ho vissuto anche in qualche brano dei Bluvertigo, ma con i Marlene è l’esatto opposto: ci sono magari due lenti in un contesto dove si pesta di brutto, con un sound violento che ti arriva come un pugno nello stomaco. È una situazione bellissima e Cristiano e Riccardo sono bravissimi. Al mio fianco ho Lagash al basso, con cui ho trovato un’intesa basso/batteria molto coesa e — non vorrei peccare di presunzione — abbiamo un suono decisamente esterofilo e particolare.

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Avendovi visto dal vivo confermo questa energia rock che emanate dal palco.

Con Lagash c’è una bellissima alchimia: mi trovo bene, ci divertiamo e ci sorprendiamo a vicenda. In questo tour che celebra l’album Il Vile non c’è più Davide Arneodo per scelte artistiche, ma questa dimensione a quattro è decisamente più definita, molto più focalizzata su certi aspetti. Ci si diverte parecchio.

 

Un’altra cosa che ci tengo a dire su Luca è che quando sono entrato nei Marlene, ho fatto fatica all’inizio a trovare una quadra per interpretare i suoi brani. Dal punto di vista del drumming era davvero fantasioso e stimo moltissimo il suo stile: ha creato groove e soluzioni originali, e ci sono parecchi spunti che ho scoperto e amato soltanto suonandoli.

Va da sé che, mettendomi a studiare i pezzi, ho dovuto rielaborarli a modo mio: non sono un turnista e non potrei mai rifare esattamente ciò che faceva lui… anche perché non ne sarei capace! [ride] Non potrei mai scrivermi le parti e riprodurle alla lettera, non so neanche leggerle e poi non fa proprio per me rifare la stessa identica cosa ogni sera. Io sono fatto così, vado molto a istinto: una volta imparato il pezzo eseguo gli obbligati, la strofa, il ritornello, ma i fill ogni volta li faccio diversi. Questo fa parte da sempre del mio modo di suonare… lo facevo perfino con Max Pezzali, quindi figurati!

 

I Bluvertigo sono la tua band e la parte fondamentale della tua carriera. In questo momento siete in partenza per il tour estivo. Ci racconti questo vostro ritorno sulle scene?

Abbiamo fatto una data il 14 di aprile all’Alcatraz di Milano ed è stato un grosso successo; tutti ne hanno parlato molto bene. Erano tutti lì ad aspettare l’ennesima minchiata, invece è stato un gran bel concerto e abbiamo dimostrato a tutti di essere tornati con un impianto sonoro di un certo tipo e con dei visual che ho curato io personalmente. Una situazione molto bella e professionale. È la mia band, che cosa posso dire? È bello risuonare i pezzi dopo tanti anni, e pur non suonandoli da un po’ ce li hai dentro, ma al contempo certe cose le fai diversamente rispetto a gli anni che furono. Questa cosa la trovo molto bella e abbiamo molta libertà in questo. 

 

Mi muovete nel vostro territorio musicale in libertà.

Nella nuova scaletta ci sono i primi due pezzi che io ho espressamente voluto, perché sono brani molto attuali secondo me, Il dio denaro e Decadenza, visto il momento storico che stiamo vivendo. C’è anche una logica nel titolo del tour che si chiama Essere umani, in un presente dove da una parte la tecnologia sta cambiando tutto e dall’altra le guerre che rendono l’essere umano il peggiore dei peggiori. 

 

Oggi si avverte una disumanizzazione in tanti aspetti del quotidiano, come l’invadenza digitale che subiamo e accettiamo ogni giorno.

Nell’arte possiamo trovare un’ancora di salvezza. La tecnologia fa già parte della nostra vita e sempre più lo sarà, per cui liberarcene sarà impossibile: dovremo conviverci. La fantasia appartiene al nostro essere umani e quella potrà salvarci; per quanto un’AI possa tentare di ricrearla, non è la stessa cosa. Questo aspetto va difeso e preservato.

 

È anche vero che la tecnologia ci aiuterà in una serie di cose, ma ci sarà un controllo sempre più pervasivo, dove noi saremo sempre più dei numeri. Questa cosa mi rattrista molto, ma non ne possiamo fare a meno.

 

C’è anche l’aspetto della tecnologia applicata alla guerra: noi passiamo con uno scroll da un bambino a cui viene sparato in testa a una modella che mostra le sue curve. Ci passa tutto davanti agli occhi in maniera velocissima. Mi sento in balia di situazioni rispetto alle quali, per quanto non possa essere d’accordo, non so cosa possa effettivamente fare io. Posso insegnare a mio figlio a stare attento, spiegargli quello che succede così che possa quantomeno rendersene conto, ma siamo già dentro a tutto questo.

 

Già riuscire a prenderne consapevolezza è un fatto. 

È un primo passo. 

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Tornando ai Bluvertigo, Acidi è basi del 1995 è il vostro primo album in studio e Metallo non metallo (1997) il secondo. Ci racconti come avete lavorato a questi dischi?

Il primo album è un disco in cui io arrivai in corsa e infatti nei credits trovi scritto «con Sergio Carnevale», perché il batterista se ne andò mentre loro erano in studio. Feci delle batterie molto volanti, perché mancavano solo quelle, mentre il resto era tutto fatto. Entro nella band, firmo il contratto con loro e da lì parte tutto.

 

Per Metallo non metallo lavorammo un mese alle registrazioni nello studio Officine Meccaniche di Milano. La cosa molto divertente è che per ogni pezzo c’era «il santino»: in Cieli neri il santino erano i King Crimson e quella era la direzione che volevamo prendere. Ogni pezzo aveva delle situazioni che dovevano essere in qualche modo veicolate idealmente verso quell’ispirazione musicale, senza copiare, ovviamente.

Fu un lavoro molto bello, con tanta sperimentazione: voci fatte dentro i pick up della chitarra, batterie passate dentro gli amplificatori del basso, saturazioni… non c’erano i plug-in, per cui tutto quello che è il suono che siamo riusciti a ottenere è stato frutto di un lavoro di ricerca certosina. Potevamo stare tre ore sul suono di un charleston passato, filtrato ed effettato per poi dire: «è una merda, rifacciamo tutto». È stato divertente e molto stimolante, sia dal punto di vista professionale sia della ricerca del suono. Ho dei ricordi molto belli di Metallo non metallo.

 

Quando registrammo l’album Zero [1999, ndr] avevamo un budget più consistente. Con la vittoria degli MTV Music Award appena conseguita eravamo famosi, ma non siamo mai stati mainstream. Non siamo mai stati una band da centro, ma neanche un gruppo da prima serata nelleTV tv generaliste. Siamo stati sempre un crossover strano, forse un po’ troppo avanti con i tempi e capito troppo tardi. Speriamo che adesso la gente se ne accorga e mi aspetto che venga in tanti ai nostri concerti.

 

Sull’album Zero c’è la mano di David Richards, già al servizio dei Queen, noto produttore discografico e ingegnere del suono.

L’album lo abbiamo mixato nel suo studio, quello dei Queen. Le registrazioni le facemmo in vari studi a Milano e poi, per un mese, siamo andati in quello studio a Montreux a mixare il tutto. David Richards mixò originariamente Always Crashing in the Same Car di Bowie, che noi inserimmo come cover nel nostro album, sempre mixata da Richards. Mi ricordo che c’erano la batteria Ludwig cromata e la batteria elettronica con cui programmavano le basi ritmiche. Ci sono passati tutti i big della musica internazionale lì dentro. Una figata!

 

 

L’assistente di studio ci mostrò un preset che aveva fatto Brian Eno e allora ci siamo detti: «dobbiamo usarlo di default!». Era il periodo in cui era venuto fuori Pro Tools, a cui noi abbiamo fatto una sorta di doppio passaggio: avevamo Pro Tools da una parte che entrava nel banco mixer, per cui c’era il suono digitale e poi quello analogico. Si usavano comunque i nastri per comprimere le batterie, poi passarle sul digitale e quindi ancora sul banco analogico. È stato molto bello perché avevamo la libertà di fare cose diverse ed era veramente sperimentazione e avanguardia della tecnologia.

 

Oggi è più facile fare dischi e ciò ha portato a una quantità ragguardevole di uscite musicali. Con la tecnologia che c’è oggi, a casa puoi incidere tranquillamente un album. Una volta dovevi andare in studio e lo studio costava. Le Officine Meccaniche, all’epoca, costavano 750 mila lire al giorno: erano tanti soldi.

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Zero ha avuto una produzione molto costosa, in un momento in cui l’industria discografica aveva ancora margini economici notevoli.

Da lì in poi le case discografiche si sono fuse l’una nell’altra ed è arrivato lo streaming, facendo crollare le vendite dei supporti fisici; di conseguenza non avevano più quei budget a disposizione. Noi abbiamo goduto di finanziamenti importanti proprio alla fine di quel periodo. Quando i dischi si vendevano, l’industria discografica si poteva permettere cose che poi non ha più potuto fare, per cui tutto si è ridimensionato ed è cambiato.

 

Nel registrare le batterie negli album dei Bluvertigo avevi totale fantasia e creatività nel creare i groove e i fill?

Quando si lavora in gruppo c’è sempre un confronto e quando eseguo una take chiedo sempre il parere agli altri. Ci si confronta, modifico e la risuono in base ai vari suggerimenti finché non esce quella che mette d’accordo tutti.

 

Su La crisi c’è un punto dove si ferma tutto e quello stop è venuto fuori in studio di registrazione mentre stavo facendo la take; non ero convinto di quello che stavo suonando e mi sono fermato con un fill improvvisato talmente bene in battere, per pura casualità, perché non era assolutamente voluto o cercato. Dall’altra parte mi hanno detto: «Figata! Rientra da quel punto in poi» [ride]. Era un errore, ma è talmente incastrato a tempo nel brano che sembra studiato! A volte queste cose capitano in studio.

 

Quando feci il session man per i Baustelle sul disco Amen, uscito nel 2008, c’era il produttore Carlo Ubaldo Rossi che mi diceva: «Metti il piatto qui, il fill qui, fai questa cosa…» e io cercavo di eseguire. Le idee erano sue e io ho suonato come diceva e voleva lui. Poi gli ho detto: «Posso farti una take a mio gusto?». Ho fatto la registrazione senza pensare e mi ha detto: «Stai suonando meglio!». «Eh, grazie al cazzo! Non penso a tutto quello che devo o non devo fare nei vari punti del brano».

 

Tutto ciò rientra in un mio problema e in una mia mancanza: non sono il batterista che si scrive le cose e legge le partiture. Se penso troppo a dove mettere o non mettere quel piatto vado già in agitazione. Nel momento in cui sono libero mentalmente faccio una take che sento più mia. Sta poi al produttore decidere quale usare. Ma l’intuizione, l’espressività, avvengono solo in quel momento, non possono essere dettate da una rigida partitura. Io non funziono così e in quei casi non sono il batterista giusto. Belli i Baustelle, però il mio batterismo è questo.

 

I Bluvertigo hanno vissuto l’ultimo momento dell’industria discografica. Oggi un gruppo come i Bluvertigo potrebbe ripetersi in quello che avete fatto voi? Ci saranno dei nuovi Bluvertigo in futuro?

Ma magari! Quello spazio lì non se l’è acchiappato nessuno, perché quella specie di art-rock libero a trecentosessanta gradi senza guardare il genere, non lo ha fatto ancora nessuno. 

 

Oggi le nuove produzioni appaiono più standardizzate.

Ma anche all’epoca. Noi siamo cresciuti con i Subsonica e loro hanno fatto sempre quella cosa lì che fanno ancora oggi; vanno dritti per la loro strada musicale. Non c’è niente d’improvvisazione. È un loro modo di suonare e un concetto totalmente diverso dal nostro, e non è che uno è giusto e l’altro sbagliato. Loro sono bravissimi, ma hanno il loro modo di essere, che è molto differente dal nostro.

 

 

Anche noi abbiamo sempre avuto le basi, ma abbiamo un atteggiamento punk dettato dal nostro «capitano», che è completamente pazzo, e dall’altra parte questo fa sì che noi siamo cresciuti con quell’atteggiamento, in totale libertà di espressione, che è quello che sto portando avanti adesso anche con i Marlene.

 

Un pezzo dei MK l’ho sempre eseguito in un modo, ma poi dal vivo ci metto dentro una roba, Lagash si gira perché capisce e si mette a ridere e poi mi dice: «Figata!». Mi permetto queste licenze perché mi vengono naturali e devo cercare sempre di divertirmi mentre suono. Mi annoierei a fare sempre la stessa identica cosa.

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Come avete costruito la fanbase dei Bluvertigo? Al tempo non c’erano i social, che oggi sono un fattore determinante per la visibilità.

Radio Popolare passava tutti i gruppi alternativi, mentre a noi ci odiava. Ci consideravano dei fighetti. Facevamo il verso agli anni Ottanta, ma non eravamo solo quello, anche se Andy si metteva le gonne e Marco si truccava. Per cui era un atteggiamento che per loro era eccessivo, perché al tempo c’erano riviste musicali come Rumore o Il Mucchio Selvaggio che, se ti etichettavano come alternativo, ok, sennò eri uno sfigato. Poi c’era la parte mainstream, come potevano essere Tv Sorrisi e Canzoni e il Festival di Sanremo, e noi non siamo mai stati nemmeno quella cosa lì.

 

Per cui è sempre stato difficile venir fuori e abbiamo costruito la nostra credibilità suonando veramente tanto. Quando uscì Metallo non metallo il primo singolo estratto fu Il mio mal di testa. Quel brano venne trasmesso in un momento storico in cui VideoMusic stava scemando e dall’altra parte non c’era più niente. Per cui il videoclip decidemmo di non farlo, perché non sarebbe servito a nulla, e la nostra fortuna è stata che poi arrivò MTV e le cose per noi cambiarono radicalmente. Loro, essendo esterofili e arrivando con uno sguardo più aperto rispetto alle tv nostrane, ci considerarono diversamente.

 

Nel 1998 vincemmo gli MTV Music Award e potevamo essere il fiore all’occhiello della musica italiana nel mondo, perché il nostro sound era internazionale. Quando vincemmo quel premio, in lizza con noi c’erano Vasco Rossi, Ligabue, 99 Posse e Articolo 31 e tutti rappresentavano un sound che all’estero non se lo sarebbero mai cagato. Noi avevamo un’immagine da boy band, apparentemente molto colorata, ma in verità si suonava per davvero.

 

 

Nel 2002 aprite il concerto di David Bowie. 

Quello fu un momento storico. Peccato non avere foto. Ci siamo trovati ad aprire il concerto di Bowie perché il batterista dei Travis si fece male e non poterono esibirsi, così ci trovammo noi ad aprire David Bowie davanti, peraltro, a un pubblico affine alla nostra musica. Bowie, finito il suo show, se ne andò subito perché aveva un impegno a Nizza il giorno dopo. Abbiamo avuto giusto il piacere di un saluto veloce.

 

MTV StoryTellers nel 2008 fu un’altra vostra bella performance in chiave più intima.

Fu un live più acustico e riarrangiammo i brani in quella chiave lì, inframezzati da nostre interviste tra un brano e l’altro. Non fu una novità per noi, in quanto dopo l’uscita di Zero facemmo una situazione analoga, tutta processata attraverso Pro Tools, e i suoni erano esattamente come in studio. Un suono molto freddo e digitale, senza amplificatori sul palco.

 

Per poi passare alla seconda parte di quel tour, dove abbiamo abbandonato tutto e tenuto solo un click in cuffia per lanciare i pezzi, tutto riarrangiato senza sequenze. Molto rock! L’ultima parte, invece, era un ibrido tra le due situazioni sopracitate. Tutto ciò fa parte del nostro essere. No regole!

 

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Com’erano i backstage dei Bluvertigo negli anni Novanta?

Eravamo ragazzi e avevamo una cazzimma completamente diversa. Considera che al tempo di Metallo non metallo avevo ventotto anni e trovarsi in giro a suonare, avere i propri camerini, le fan e tutto quello che ne consegue, erano momenti divertenti e goliardici. Non ci siamo risparmiati, questo lo posso dire [ride].

 

Quando ti intervistai per il mio libro Visti da dietro. La musica raccontata dai batteristi, mi raccontasti di una serata milanese con David Byrne.

C’erano dei miei amici galleristi che organizzarono una mostra di David Byrne a Milano. Essendo loro impegnati, mi chiesero di portare Byrne in giro la sera. Io avevo una vecchia Polo e passai a prendere Marco e Andy e poi caricai lui. Abbiamo passato una settimana dove lo abbiamo accompagnato per concerti, locali e serate varie. 

 

Nel 2001 partecipate a Sanremo con il brano L’assenzio. Come arrivaste al Festival?

A noi di Sanremo non ce ne fregava niente, perché avevamo già la nostra considerazione e per noi era solo una vetrina. Arrivammo con un pezzo che trovo attuale ancora oggi. Da una parte sono orgoglioso di essere arrivato ultimo, ma dall’altra non ci ha fatto bene, perché il brano è molto forte e forse un po’ troppo avanti per i tempi. Andò come andò.

 

Alla nostra seconda partecipazione, nel 2016, portammo una canzone che s’intitola Semplicemente, un pezzo che io non ho mai amato, però Marco era in fissa con quel brano. Secondo me lo facemmo anche un po’ troppo in fretta. In questo tour quel brano non c’è in scaletta.

 

Prima abbiamo citato la tua collaborazione con i Baustelle. Come ti sei trovato con loro e con il loro leader Francesco Bianconi? 

Quello che ti posso dire è che loro sono molto bravi, Amen è un bel disco e Francesco è molto bravo nella scrittura. I pezzi, dopo un po’, risultano sempre quella roba lì. Loro, per scelta, hanno quel sound ben delineato e lo portano avanti. Non c’è rock ‘n roll, è tutto fottutamente mentale, per cui le cose sono sempre le stesse. Almeno quando ci ho suonato io era così.

 

Nel tempo poi non ci siamo più visti, ma adesso so che hanno una bella band e spero che un’evoluzione ci sia stata. All’epoca soffrivo un po’ del fatto che suonavamo troppo legati: «Sleghiamoci un attimo, usciamo un minimo dal seminato…». Le cose invece erano tutte molto diritte e inquadrate. È il loro modo di essere, alla fine. Non è una critica.

 

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Come mai, secondo te, si è esaurito il decennio del rock italiano anni Novanta?

I Baustelle, i Verdena – grande band – sono quello che è venuto dopo quel decennio. Non saprei dirti, le cose sono andate come sono andate e c’è stata una deriva verso l’hip hop e la trap di oggi, tutta ’sta merda che comunque ha scassato le balle per tanti anni e che ora si sta ridimensionando.

 

Spero e credo che ci siano delle nuove leve di giovani ragazzini che inizino a guardare a quel passato che rappresentavamo noi come a un esempio da cui poter trarre qualche spunto interessante.

 

Suoni all’Heineken Jammin’ Festival sia con i Bluvertigo sia con i Baustelle. Un palco importante.

Nel 2008 con i Baustelle suonammo prima dei Police. Nell’edizione del 1999 con i Bluvertigo c’era un cartellone da urlo: noi, Placebo, Hole, Blur e Marilyn Manson all’apice della sua popolarità. Nel 1997 aprimmo un concerto dei Tears for Fears, abbiamo aperto agli Oasis nel 1996…

 

Che sensazioni avevi in un palco così grande e importante come quello del Jammin’ Festival?

Beh, ti caghi anche un po’ sotto e intorno a te hai dei super professionisti e dei tuoi miti. Devi cercare di fare bella figura e non fare figure di merda. Ammetto che c’era un po’ di tensione, anche perché tutto viene allestito in maniera molto veloce e devi sperare che tutte le cose funzionino. Una serie di stress non indifferenti. Una volta che sei su parti e via! È un momento bello intenso.

 

Tu collabori con Max Pezzali in studio incidendo alcuni brani nel disco Terraferma del 2011 e facendo quattro tour con lui. Come arrivi a suonare con Max?

Ci arrivai tramite Pierpaolo Peroni, perché era il braccio destro di Cecchetto, il quale lavorava con Max. Volevano cambiare la band, dove tra l’altro avevano dei turnisti di prim’ordine.

 

Ricordo questi live con un’attitude da sessionman – come ti dicevo prima – senza l’anima. Va bene che è Pezzali, ma tutto è impacchettato, tutto perfetto, tutto sempre allo stesso modo e non c’è mai niente fuori posto. Questo modo di suonare lo trovo distante dal mio essere ed è tutto quello che non mi rappresenta.

 

Se penso a quando suonavo Hanno ucciso l’uomo ragno, il fill non era mai uguale: lo facevo sempre sullo stesso punto, ma ogni sera era diverso, anche perché non me lo ricordavo. Posso ricordarmi uno stop, ma non esattamente il tipo di fill. Mi piace avere questo mio atteggiamento e mi gasa questa cosa.

 

Max Pezzali è una persona meravigliosa, di una simpatia indicibile. È stato sicuramente un gran bel lavoro, molto professionale, con palchi enormi e una produzione di livello superiore: la mensa che viaggiava con noi, un palco di venticinque metri…

 

In studio come ti sei trovato invece?

Il pezzo era quello e lo dovevo suonare in quel modo; scelgono la take migliore e via. Citando i Bluvertigo ti dico che «sono come suono».

 

Quando ci siamo incontrati l’ultima volta mi dicesti che voi Bluvertigo avete delle registrazioni inedite con Franco Battiato.

C’è un lavoro che speriamo prima o poi venga alla luce. Le registrazioni risalgono al 2002 e noi suonammo i suoi pezzi con lui alla voce, mentre lui cantò Altre forme di vita con noi. Meraviglioso.

 

 

Francesco Rondolini

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 Immagine di Angela_Anji via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC-SA 2.0.

 

 

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Patti Smith avrebbe dato in adozione sua figlia con la promessa che non fosse cresciuta cattolica. Ora è accolta dal papa

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Ecco servite le immagini che tutti giornali, giornaloni, giornaletti si aspettano: Patti Smith in Vaticano, va a trovare il papa, che sarebbe puro suo concittadino chicagoano. Sono quelle notizie per le quali dovremmo provare stupore, curiosità, forse – pensano i padroni del discorso – perfino gioia.   È, crediamo, quello che spera il gesuita Antonio Spadaro, già sostenitore di pellicole che esaltano l’apostasia invece del martirio (il terrificente Silenzio di Martino Scorsese) ed autore di pensieri come «Gesù appare come fosse accecato dal nazionalismo e dal rigorismo teologico», che a dir il vero credevamo per qualche ragione messo da parte dallo stesso Bergoglio che lo aveva dapprima innalzato (lo ha fatto con tanti).  

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«Quando quella porta si è aperta è successo qualcosa… una scintilla non priva di “siparietti”, ma anche un senso di profonda commozione e di una missione in questo mondo difficile. Due americani, due di Chicago, due figure altissime che sono voci di speranza per un mondo diviso: la “sacerdotessa” del rock Patti Smith come viene chiamata, e il Santo Padre papa Leone. Una lunga udienza che è stata come una conversazione tra due persone che si scoprono vecchi amici e condividono ricordi fatti di parole e musica, di sogni, visioni e speranze di ieri e di oggi».   Il post del gesuita, tra il melenso e il pretenzioso (con qualche immancabile segno inquietante, come l’uso della parola «sacerdotessa») rappresenta, con probabilità, il più grande spreco neuronale della settimana. Ma va così.   Lo Spadaro, un tempo definito lo «spin doctor» del papa precedente, continua spindoctorare con immagini e didascalie zuccherose sino all’insulino-resistenza.   Per chi, come il lettore di Renovatio 21, intuisce che vi sono – sempre – dinamiche profonde in gioco, potrebbe scattare un senso di fastidio. Ancora di più se poi ci si ricorda di alcune cose – ma sappiamo che i giornali sono fatti, appunto, non per rammentare, ma per dimenticare.   Ad esempio, dovrebbe essere chiaro a tutti che non si tratta della prima volta che la «madrina del punk» (la chiamano così: ma a noi sembra che la sua musica sopravvalutata e scadente nulla abbia a che fare col genere) si reca in Vaticano. Con evidenza i suoi sponsores vaticani continuano a riscaldare la ministra. Forse perché le sue canzonette ebeti sono legate alla loro vita di religiosi mezzi ribelli, preti un po’ pentiti e sicuramente rovinati dalle chitarre del Concilio Vaticano II.   Noi in effetti la ricordiamo in piazza San Pietro a stringere la mano di papa Francesco fresco di elezione. L’americana, ci era rimasto impresso, aveva questa espressione caprina… Eccola invitata a suonare al concerto di Natale in Vaticano nel 2014. Un altro invito a suonare nella città-Stato nel 2021.   Nel frattempo, l’incompatibilità dell’anziana rocker con la morale cattolica era stata reiterata: nel 2018 aveva dichiarato alla stampa che «salvare la vita delle giovani donne è più importante di qualsiasi ideologia». Sapete cosa significa: la trita convinzione, profusa a piene mani da radicali e dai loro omologhi dagli anni Settanta (e che mai hanno sentito il bisogno di aggiornare), secondo cui l’aborto legale, che uccide i bambini non ancora nati, «salvi la vita» delle madri impedendo loro di morire praticando figlicidi autonomamente.

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Non solo, nel 2022, l’ugola vegliarda definì «terribile» l’annullamento della sentenza Roe v. Wade (cioè la fine dell’aborto concepito come diritto federale americano) da parte della Corte Suprema degli Stati Uniti, affermando che le aveva spezzato il cuore.   Ma che importa. Oggi i monsignori pattismittisti impenitenti ci ricicciano la vecchia perfino al padiglione della Biennale di Venezia, quella attaccata dall’Europa per la presenza del Padiglione russo, che sta lì dal 1914. Capiamoci: il Vaticano, il Paese che può rivendicare il più grande ruolo nella Storia dell’Arte, con capolavori seminati nei secoli ovunque, alla Biennale Internazionale dell’Arte mostra… Patti Smith. È, sì, davvero disperante.   Vanno spese due parole sulle interazioni tra la Smith e il cattolicesimo, perché ce ne sono state, e sono spesso problematiche, quando non spaventose.   Innanzitutto, la Smith non è, come forse pensano i più, una lapsa. Non è una delle usuali ragazze cresciute nell’America cattolica che ad una certa perdono la strada, divenendo attrici, pornostar, cantanti o altre pizie della società della dissoluzione. La famiglia della Smith è… testimone di Geova.   L’attrazione per concetti cattolici apparrebbe, quindi, in qualche modo indotta da preferenze estetiche. Scrivono che si sarebbe interessata della storia dei Santi, in particolare a San Francesco, concepito come santo ambientalista – eccerto. La vedete, anche nella foto sopra, con un bel Tau francescano al collo.   Tuttavia in queste ore è un altro il riferimento, a dire il vero inquietante, che qualche giornale ha riconosciuto. La Smith avrebbe salutato Leone dicendo «hi, hi», «ciao, ciao». Si tratta di un’espressionr che aveva usato nell’oscura canzone che dava il titolo ad uno dei suoi album più noti, Wave. «Hi, hi» era l’apertura di un dialogo immaginato tra la cantante e Giovanni Paolo I, Albino Luciani, il cui papato era durato pochissimo, quanto la registrazione del disco, e che era morto quando il pezzo, angosciante, fu inciso.   Insomma, la Smith parla al papa vivo come quando parlava al papa morto.  

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Riferimenti li possiamo trovare anche altrove, come nella canzone Dancing Barefoot, qualcuno definita come un «incantesimo». La canzone dice di essere dedicata alle donne, in particolare all’amante di Amedeo Modigliani, Jeanne Hébuterne (1898-1922), che si suicidò all’ottavo mese di gravidanza appena due giorni dopo la scomparsa di Modigliani.   Ebbene la canzone termina con un pezzo recitativo, le cui ultime parole sono «blessed among women», «benedetta fra le donne». Lasciamo al lettore interrogarsi su tale riferimento mariano calato in questo contesto raccapricciante.     In realtà, l’ambiente da cui proviene la Smith è molto più raccapricciante di così. In molti dimenticano che la sua carriera era partita assieme a quella del suo compagno, il fotografo Robert Mapplethorpe (1946-1989), con cui, dice, ha condiviso anni di amore e povertà a Nuova York alla fine dei Sessanta.   Mapplethorpe era cresciuto in una famiglia cattolica all’interno di una parrocchia neoeboracena. Divenuto artista dapprima vendendo bigiotteria a tema religioso, era inserito, con la sua girlfriend, in quel milieu culturale dove spopolava la «Factory» di Andy Warhol. Si racconta che lui e la Smith si considerassero «muse» l’uno dell’altra.

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Più avanti, come fotografo, vi fu la svolta. I suoi scatti lo rendono, ancora oggi, famosissimo, ma a guardarli ci si chiede cosa c’entri Patti con lui, visto che si tratta di foto che non è nemmeno possibile definire «omoerotiche»: sono foto di pornografia omosessuale anche violentissima (al punto, in un episodio famoso, che la polizia britannica chiese lo strappo di alcune pagine di un suo libro in una biblioteca), immagini invero rivoltanti che, scrivono antisetticamente le storie dell’arte e pure l’enciclopedia online, «documentano ed esaminano la sottocultura BDSM gay maschile di New York City tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta».   Per chi non lo sapesse, il BDSM sta per «bondage, discipline, dominance and submission, sadomasochism», ossia la sottocultura organizzata attorno alla perversione del sadomasochismo. In pratica, il moroso della Smith – che non disdegnava di autofotografarsi con i cornetti, talvolta pure con corna di capro o simili – contribuì più di chiunque altro allo sdoganamento, con la scusa dell’arte, della parafilia più indegna e violenta, oggi bellamente accettata dalla società e interamente visibile nei gay pride: prima che per le strade della vostra città, omosessuali al guinzaglio erano finiti nelle mostre e nei cataloghi di Mapplethorpe.   Il quale non è che si limitasse a fare foto. Nel suo libro di memorie Taking Woodstock (poi divenuto pellicola per la regia di Ang Lee), lo scrittore gay Elliot Tiber racconta di un incontro in cui Robert Mapplethorpe lo prelevò in una sauna di Nuova York e lo portò in un loft per un rapporto sessuale sadomasochista sotto una bandiera nazista con la svastica. L’estetica hitlerista, lo sappiamo, eccita non poco alcuni omosessuali, specie quelli con certe pulsioni di degrado e dissoluzione.   La vulgata vuole che, una volta che Mapplethorpe capì il suo orientamento, il rapporto amoroso con la Smith cessò, tramutandosi in una amicizia durata sino alla sua morte nel 1989, causata, non un dettaglio scioccante, dall’AIDS. Nella sua autobiografia Just Kids, la Smith sostiene che inizialmente nutriva l’idea romantica di poterlo salvare dalla sua attrazione per gli uomini, e di essere stato emotivamente sopraffatta quando lui le rivelò la sua omosessualità e si unì alla comunità gay. Non si capisce allora, ma questi siamo noi, come possa aver continuato l’amicizia, anche quando, vista la sua arte, era chiaro quale strada terrificante il ragazzo stesse imboccando.   Tuttavia, è un altro il dettaglio che può colpire, e non siamo in grado di giudicarne la veridicità, perché comparso in una biografia non autorizzata apparsa a fine anni Novanta. In Patti Smith: An Unauthorized Biography l’autore Victor Bockris scrive della prima figlia avuta a vent’anni in Pennsylvania dalla cantante, poco prima di trasferirsi a Nuova York e conoscere Mapplethorpe.   Secondo il libro, «nonostante le dichiarazioni successive di Patti secondo cui avrebbe avuto un parto cesareo (e una grande cicatrice a provarlo), ha detto ad almeno un’amica intima che ha avuto una nascita vaginale regolare. Indipendemente dal metodo di parto, Patti ha aderito al suo piano di dare in adozione la bambina, con il solo caveat che non dovesse essere cresciuta cattolica».   Fermo restando che siamo, sinceramente, grati a Patti di non aver ucciso la sua primogenita, non possiamo non restare sconvolti da questa informazione, che ripetiamo non sappiamo verificare, la vediamo solo riportata in questa biografia non autorizzata. Perché l’esclusione del cattolicesimo? È molto controintuitivo: la Smit, ripetiamo, non era una ragazza fuggita dall’ambiente cattolico, era una Testimone di Geova… E in un altro caso famoso, quello dell’adozione di Steve Jobs, i giovani genitori biologici, si ricorda, avevano chiesto il contrario – che i genitori adottivi del futuro inventore di Apple fossero cattolici, desiderio che fu poi disatteso.   Non sappiamo dire di più di questa strana storia, se non rimanere affranti davanti a questa ennesima iniezione di Patti Smith nel cuore della cristianità.   Non c’è chiarezza. Non appare nessun pentimento rispetto a nulla, eppure il romano pontefice è lì a stringerle la mano, sorriderle, concederle tempo: cioè a rilanciare, presso i fedeli cattolici, il messaggio artistico ed esistenziale di Patti Smith.   Non siamo distanti, notiamo, da altri casi, alcuni dei quali allignano persino nel governo, di signore che hanno fatto cose indicibili negli anni Settanta e poi sono state cooptate dalle strutture ecclesiastiche e cattopolitiche senza che vi sia stata una minima storia di conversione.   E quindi, il quadretto è chiaro: dentro le Patti Smith, fuori i cattolici, fuori la FSSPX, con terrorismo nelle diocesi e nelle parrocchie, dove la scorsa settimana sono state fatte, in varie parti d’Italia, omelie che annunziavano la scomunica per cui i fedeli che frequentano la Fraternità – cioè, per coloro che, più che ascoltare Patti Smith, desiderano di restare cattolici.   Siamo all’inversione assoluta, con punte di parodia e di satanismo piuttosto evidenti.   Questa è Roma oggi. Questo è ciò contro cui combatteremo fino a che non sarà riportato l’ordine di Nostro Signore.   Roberto Dal Bosco  

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Immagine di Birgit Fostervold via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International; immagine tagliata  
   
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