Scuola
La scuola e lo smartphone come droga «non diversa dalla cocaina». La curiosa circolare del ministro Valditara
Questa settimana sono successe cose bizzarre.
Per esempio, il 20 dicembre scorso è stata protocollata una circolare del Ministero dell’istruzione e del merito avente ad oggetto: «Indicazioni sull’uso dei telefoni cellulari e analoghi dispositivi elettronici in classe»: indicazioni volte a contrastare, di questi, gli utilizzi impropri e non consentiti.
La circolare merita una breve disamina e una sommaria scomposizione, perché il suo contenuto, peraltro piuttosto contraddittorio, verosimilmente non ne esaurisce il senso: il senso emerge dalla lettura del suo testo in combinato disposto con il testo di un interessante allegato. Il tutto costituisce, almeno in parte, una sorpresa.
Il contenuto espresso della circolare si delinea soprattutto per relationem: il ministro Valditara ha recuperato infatti una circolare risalente al 2007 a firma del suo predecessore Fioroni e ne ha confermata la vigenza, evincendo da essa la permanenza, in via generale, del divieto di utilizzo in classe di telefoni cellulari.
Il vecchio documento viene citato nel nuovo laddove stabilisce che «l’uso del cellulare e di altri dispositivi elettronici rappresenta un elemento di distrazione sia per chi lo usa sia per i compagni, oltre che una grave mancanza di rispetto per il docente configurando, pertanto, un’infrazione disciplinare sanzionabile attraverso provvedimenti orientati non solo a prevenire e scoraggiare tali comportamenti ma anche, secondo una logica educativa propria dell’istituzione scolastica, a stimolare nello studente la consapevolezza del disvalore dei medesimi».
In apparente contraddizione con questo richiamo testuale, nel terzultimo capoverso della circolare il ministro Valditara prevede, viceversa, come sia «consentito l’utilizzo di tali dispositivi in classe, quali strumenti compensativi di cui alla normativa vigente, nonché, in conformità al Regolamento di Istituto, con il consenso del docente, per finalità inclusive, didattiche e formative, anche nel quadro del Piano Nazionale Scuola Digitale e degli obiettivi della c.d. “cittadinanza digitale” di cui all’art. 5 L. 25 agosto 2019, n. 92». Tana libera tutti.
Per la cronaca, la legge 92 richiamata è quella istitutiva della c.d. nuova educazione civica (alias Agenda 2030). Durante questo passaggio della sua circolare, il ministro fa un tuffo nell’universo lessicale scolastico deteriore, infilando una serie di formule di ordinanza che ben si attagliano alla apertura che dispone.
Sta di fatto, comunque, che questo capoverso mitiga e parzialmente smentisce l’affermazione generale enunciata nella prima parte della circolare, perché di fatto attribuisce alle singole scuole e, di più, ai singoli docenti, una piena discrezionalità nel consentire, pur formalmente «in deroga», l’uso degli strumenti telematici.
Dunque, è posta prima una regola di ordine generale, che suona come raccomandazione – da trasfondere nei regolamenti e nei patti di corresponsabilità – e poi una riserva illimitata che disinnesca la spinta pedagogica della regola.
E però. C’è ancora un però. Ciò che alla fine colora l’intervento del ministro in carica è l’allegato alla circolare. Un allegato che si può definire esplosivo per quello che contiene e che, se il suo contestuale invio in tutte le scuole d’Italia ha un significato, dovrebbe esprimere l’orientamento ideale di questo governo in materia di uso e abuso della tecnologia digitale da parte dei più giovani.
Si tratta della Relazione finale della indagine conoscitiva condotta dalla Settima Commissione Permanente del Senato «Sull’impatto del digitale sugli studenti, con particolare riferimento ai processi di apprendimento», ed esposta nella seduta del 9 giugno 2021 dall’allora senatore Andrea Cangini. I lavori della commissione, conclusi in quella data, erano cominciati nell’aprile 2019, prima dell’inizio dell’era pandemica, nonché prima della adozione della legge 92 di cui sopra.
Il testo, redatto sulla scorta, oltre che di una copiosa letteratura scientifica internazionale, anche delle audizioni di psichiatri, neurologi, psicologi, pedagogisti, grafologi, esponenti delle forze dell’ordine, enumera i gravissimi danni fisici e psicologici che discendono, incontrovertibilmente, dall’uso/abuso della strumentazione digitale (smartphone, videogiochi, tablet), ma soprattutto afferma come tale uso/abuso comporti la «progressiva perdita delle facoltà mentali essenziali», ovvero delle «facoltà che per millenni hanno rappresentato quella che sommariamente chiamiamo intelligenza».
Per avere una visione prodromica del disastro annunciato, la relazione suggerisce di guardare agli effetti che la sbornia digitale ha prodotto sulle giovani generazioni in Cina, Giappone, Corea, modelli avanzatissimi quanto alla diffusione della tecnologia e perciò anticipatori delle sue devastanti ricadute, dove da anni proliferano i centri di disintossicazione.
«In Cina i giovani “malati” sono 24 milioni», si legge. «Quindici anni fa è sorto il primo centro di riabilitazione, naturalmente concepito con logica cinese: inquadramento militare, tute spersonalizzanti, lavori forzati, elettroshock, uso generoso di psicofarmaci. Un campo di concentramento. Da allora, di luoghi del genere ne sono sorti circa 400. Analoga situazione in Giappone, dove per i casi più estremi è stato coniato un nome: “hikikomori“. Significa “stare in disparte”». Gli hikikomori «vegetano chiusi nelle loro camerette, perennemente connessi con qualcosa che non esiste nella realtà». «In Giappone sono circa un milione. Un milione di zombie».
I dispositivi – diventati una sorta di «appendice del corpo» portatrice di algoritmi programmati per adescare e trattenere i possessori del corpo medesimo – generano dipendenza e riducono la neuroplasticità del cervello – dice la relazione. Il cervello infatti agisce come un muscolo, si sviluppa in base all’uso che se ne fa e, se una determinata facoltà non sia esercitata, si atrofizza. «Niente di diverso dalla cocaina – si legge nel documento – stesse, identiche, implicazioni chimiche, neurologiche, biologiche e psicologiche».
In conclusione, «dal ciclo delle audizioni svolte e delle documentazioni acquisite non sono emerse evidenze scientifiche sull’efficacia del digitale applicato all’insegnamento. Anzi, tutte le ricerche scientifiche internazionali citate dimostrano, numeri alla mano, il contrario».
Dunque, «rassegnarsi a quanto sta accadendo sarebbe colpevole. Fingere di non conoscere i danni che l’abuso di tecnologia digitale sta producendo sugli studenti e in generale sui più giovani sarebbe ipocrita. Come genitori e ancor più come legislatori avvertiamo il dovere di segnalare il problema, sollecitando Parlamento e Governo a individuare i possibili correttivi». Per non rendere i nostri figli drogati e decerebrati.
In pratica, insomma, il ministro Valditara riesuma dalla naftalina un documento prodotto nella legislatura precedente, allo scopo di esprimere una propria sacrosanta linea di indirizzo in chiara rotta di collisione con la frenesia tecnologica coessenziale al PNRR. O forse, per mettere una buona volta tutti – politici, burocrati assortiti, insegnanti, genitori – di fronte alla propria immane responsabilità. Almeno così pare, a meno che non sia una finta.
Resta da vedere quale reale deterrenza questa posizione possa esercitare davanti all’onda d’urto della rivoluzione digitale in agenda per il mondo della scuola, legata ai finanziamenti stratosferici del Piano che sappiamo. Quando le scuole cadono a pezzi. Quando gli insegnanti sono sottopagati. Quando il decoro, la cura e la bellezza sono programmaticamente banditi dai luoghi di studio per fare largo ai deliri di Schwab, di Draghi e di Cingolani, del quale ultimo ricordiamo commossi in chiusura l’indimenticato epitaffio: «Non serve studiare quattro volte le guerre puniche, occorre cultura tecnica: serve formare i giovani per le professioni del futuro, quelle di digital manager per esempio».
Bip.
Elisabetta Frezza
Scuola
Virale il video bodycam del bambino di 6 anni che ha sparato alla maestra
Le immagini recentemente diffuse dalle telecamere indossate dagli agenti offrono una nuova e inquietante prospettiva sulla sparatoria del 2023 in cui un’insegnante di scuola elementare è stata colpita da un bambino di sei anni.
Il 6 gennaio 2023, un bambino di allora 6 anni ha estratto una pistola dalla tasca della felpa durante una lezione di lettura alla Richneck Elementary School in Virginia e sparò contro l’insegnante Abigail Zwerner, che ha riportato un collasso polmonare ma è sopravvissuta .
Il bambino (identificato in tribunale solo come TJ), che aveva rubato la pistola della madre e l’aveva portata a scuola, non è stato incriminato, ma è stato ricoverato in una struttura sanitaria per la riabilitazione e ora vive con il bisnonno. La madre, Deja Nicole Taylor, è stata infine condannata a due anni di carcere per negligenza nei confronti del minore.
🚨 A 6-year-old shot his teacher. Richneck Elementary, Jan 6, 2023.
Court unsealed Officer Brian Torrez’s bodycam Oct 6, 2026.
🎥 The Virginian-Pilot / Daily Press pic.twitter.com/TPphaycltx
— Patriot (@_Patriot1776Q_) October 7, 2026
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La Zwerner ha quindi citato in giudizio l’allora vicedirettrice Ebony Parker per grave negligenza e l’anno scorso le sono stati riconosciuti 10 milioni di dollari di risarcimento danni, sebbene le accuse penali contro Parker siano state archiviate all’inizio di quest’anno.
Il quotidiano Virginian-Pilot ha pubblicato il filmato ripreso dalla telecamera indossata dall’agente Brian Torrez, intervenuto sul posto, che mostra il successivo confronto con il ragazzo. «Ne volete entrambi, stronzi?!» si sente dire il bambino alla polizia, mentre impreca contro la specialista di lettura Amy Kovac, che stava trattenendo TJ in un abbraccio.
Mentre il personale presente sul posto conferma la posizione della pistola (che TJ non aveva più), a un certo punto Kovac chiede a TJ se «qualcosa ti ha fatto male» quando ha sparato, e di controllare le sue mani, ricevendo in cambio ulteriori insulti e ostilità. «Se vuoi un pezzo di me, fatti avanti, troia», continua a inveire. «Non mi interessa se chiami i rinforzi. Non mi interessa se finisco in prigione, troia».
Il filmato era stato secretato dopo il suo utilizzo nel processo penale di Parker, ma è stato reso pubblico in seguito a una richiesta presentata a giugno dal Pilot e dal Daily Press.
Durante il processo civile, Zwerner ha sostenuto che Parker non era intervenuto nonostante i ripetuti avvertimenti sul fatto che TJ fosse in possesso di una pistola, e aveva persino proibito al personale di perquisirlo.
«Pensavo di essere morta. Pensavo di essere in viaggio verso il paradiso o già in paradiso. Ma poi è diventato tutto buio e ho pensato che non ci sarei andata», ha testimoniato la Zwerner durante il processo. «Il mio ricordo successivo è di due colleghi intorno a me, e mi rendo conto di essere ferita, e loro mi stanno premendo sulla ferita».
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Immagine screenshot da Twitter
Occulto
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Immigrazione
I verdi britannici vogliono insegnare nelle scuole dei bambini il dovere morale di accettare gli immigrati
La sinistra britannica programma un nuovo dipartimento per l’Immigrazione che promuova la propaganda a favore delle frontiere aperte nelle scuole e acceleri le procedure per l’ottenimento del diritto di voto, di alloggi gratuiti e della cittadinanza per gli immigrati clandestini.
Un dossier riservato del Partito dei Verdi, trapelato alla stampa, ha svelato i piani per fare il lavaggio del cervello agli scolari britannici, convincendoli di avere un «dovere morale» di accogliere un’immigrazione senza fine.
Il documento, nascosto dietro un archivio di politiche protetto da password e normalmente accessibile solo ai membri del partito, chiede la creazione di un nuovo dipartimento per le Migrazioni che collabori a stretto contatto con i responsabili dell’istruzione. Il suo obiettivo dichiarato è quello di «diffondere la conoscenza» sugli immigrati direttamente nelle aule scolastiche.
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In base a questi piani radicali, ai bambini verrebbe insegnato che hanno un «obbligo morale» di accettare gli immigrati.
Il testo esatto del dossier trapelato afferma che il nuovo dipartimento avrebbe il compito di educare gli studenti sulle «situazioni da cui fuggono coloro che chiedono asilo e i rifugiati da reinsediare, e sulla necessità e l’obbligo morale di concedere asilo e protezione umanitaria».
Il partito si spinge oltre, dichiarando che «non si limita a offrire asilo a coloro che sono costretti ad abbandonare le proprie case, ma si impegna per un mondo in cui nessuno debba fuggire dalla propria abitazione».
Tra le proposte aggiuntive figurano la consulenza e l’assistenza legale gratuita per gli immigrati irregolari al fine di «regolarizzare il loro status senza incorrere in sanzioni per la mancanza di documenti», la concessione dello status di residente permanente a coloro che risiedono nel Regno da almeno cinque anni, con relativi benefici assistenziali, diritto di voto e un percorso verso la cittadinanza, e un’apertura più ampia delle frontiere per coloro che provengono da paesi con «gravi problemi di ordine pubblico» o che dichiarano di essere perseguitati ai sensi delle leggi sull’uguaglianza.
In breve, i Verdi britannici vogliono dare alloggi, voti e passaporti gratuiti agli immigrati clandestini, dicendo ai bambini britannici che è loro dovere morale applaudire a questa iniziativa.
Il documento contiene passaggi in cui si sembra chiedere pure maggiore indulgenza con i sospettati di terrorismo.
Tutto ciò avviene in un momento in cui il Regno Unito è già messo a dura prova dal peso dell’immigrazione di massa, con i migranti che entro il 2030 occuperanno il 40% delle nuove abitazioni.
«Questo si inserisce in uno schema inquietante. La stessa classe politica ha già trasformato le scuole in centri di sorveglianza, esortandole a denunciare “l’ostilità anti-musulmana”» scrive Modernity News.
La polizia antiterrorismo manda in onda spot pubblicitari che avvertono gli adolescenti che condividere contenuti divertenti potrebbe essere considerato terrorismo, e un videogioco governativo insegna letteralmente ai bambini che sono terroristi per aver messo in discussione la migrazione di massa.
Nel frattempo, una nuova forza emergente propone una visione diametralmente opposta. Il partito Restore Britain ha promesso di espellere milioni di migranti e di mettere al bando le pratiche culturali e religiose incompatibili.
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«Espelleremo tutti i migranti illegali e un peso. Se ciò significa che milioni di persone se ne andranno, che così sia» ha affermato Charlie Downes, direttore delle campagne elettorali del partito. «Metteremo al bando le pratiche culturali e religiose incompatibili. Se ciò significa che coloro che si rifiutano di integrarsi non si sentiranno più benvenuti, che così sia». E sui crimini più gravi: «Condanneremo a morte pedofili, stupratori e assassini se è questo che il popolo britannico vuole».
I piani dei Verdi trapelati non sono altro che una radicalizzazione a favore delle frontiere aperte, mirata ai giovani e spinta da dietro le quinte. Rivelano un partito completamente avulso dalla crisi abitativa che investe la popolazione britannica, dagli scandali di pedofilia, dall’erosione culturale e dal punto di rottura dell’opinione pubblica.
I verdi sono anche uno dei partito britannici che credono che le donne possano avere il pene.
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