Pensiero
La morte, e quello che resta
Ho compreso questa realtà quando, oramai una dozzina di anni fa, morì mio padre: quando se ne va un uomo, muoiono con lui tutte le sue storie. Immagino che per alcuni questa sia una banalità, chissà quanti già lo hanno detto, molto meglio di così. Massì: una frase da cioccolatini. Eppure, non se ne afferra la verità estrema, e dolorosa, se non quando si è davanti davvero ad una morte – alla morte.
Sto parlando di quelle storie che, nell’epoca in cui siamo illusi che ogni informazione sia a portata di click, non compariranno mai da nessuna parte. Non su Google, né altrove. Pezzi di umanità che si estinguono irreversibilmente.
Quando è morto mio padre ho sentito subito che con lui sarebbe mancato un deposito enorme non solo di conoscenze, ma di storia umana, micrologica e macrologica, che si portava dentro. Non potevo più parlare con lui delle decadi passate: com’era il mondo, com’era il suo settore, com’era questo o quell’amico, i cicli di crisi economica, le nuotate da bambino nel torrente scavato sotto il monte, i parenti in Argentina e forse in Texas, le partite di pallacanestro dentro la Basilica Palladiana, la bisnonna che dava del voi al bisnonno, i ricordi delle macerie della guerra, la sua capacità profonda di leggere il mare dell’Istria e della Dalmazia, gli anni Cinquanta, gli anni Sessanta, gli anni Settanta, gli anni Ottanta, la sua esperienza di padre, di uomo. Tanto altro, ovviamente. L’insieme del senso che aveva recepito, per cui, in fondo, possiamo dire che aveva vissuto.
La vita è anche questa raccolta di informazioni, la vita è l’insieme di tutte queste storie che ci sono date a vedere, di cui siamo testimoni. Testimoniare, vivere… l’esistenza forse ha questa semplice base.
E poi: tramandare. Le storie che abbiamo raccolto trasmesse oltre a noi, nello spazio e nel tempo, ai figli, ai nipoti… Sì, il significato ultimo della parola «tradizione» altro non è che questo. Ricevi e trasmetti.
L’altro giorno appare su Whatsapp il messaggio. A., un amico dei tempi del liceo, è mancato. La trafila la conosciamo: lotta con la «malattia» che lo prende a fine 2021. Dapprima, mi hanno raccontato, sembrava in remissione. Poi l’evoluzione in male incurabile, con esaurimento dei cicli di cura. Non voglio chiedermi di più. Questo pattern, purtroppo, già lo ho veduto in altri amici, e il cuore ancora mi sanguina.
Aveva due figli, un bambino e una bambina dell’età dei miei. Lascia una moglie che, se non ricordo male, era stata la sua ragazza negli anni dopo la scuola.
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Ho provato a non pensarci. Letto il messaggio, ho risposto con un secco «Requiescat». Mi sono detto di andare avanti con la giornata senza farci caso, in fondo non era una persona che frequentavo, non avevamo molto in comune, e poi sapevo da tempo che stava male. Aggiungiamo che ad un funerale – un’altro del gruppo morto troppo presto, forse ne ho già scritto su queste pagine – mi era parso che mi avesse chiamato, dopo tanti anni che non ci vedevamo, «Alberto», cosa che mi aveva profondamento irritato: proprio lui che, membro attivo della Curva dello stadio sin da bambino, una volta mi accoglieva, quando arrivavo in motorino, con il coro celebrativo «Roberto /Dal Bosco / eh eh / oh oh».
In verità ci ho pensato in continuamente, almeno una volta l’ora negli ultimi tre giorni. La quantità di cose che la mia mente ha dissepolto autonomamente mi hanno via via spinto a scriverne: perché più passavano le ore, più capivo che le storie che A. portava con sé, erano a rischio di estinzione. Specie quelle per le quali posso dirmi testimone io, sia pure di quelle di qualche tratto eseiguo della sua esistenza. Il giornale locale ha fatto un trafiletto: era un tifoso storico del calcio cittadino. Non c’è traccia, nell’articolino, di chi fosse lui: me ne sono reso conto perché in testa avevo le mille storie giovanili.
Ho parlato con altri amici comuni, che erano rimasti più in contatto con lui. Mi hanno spiegato che negli ultimi giorni, quando ancora era lucido, raccontava come temesse che i figli sarebbero finiti per ricordare solo il periodo della malattia del padre, invece che quello che era davvero. La sua storia, la sua vera identità, sono a rischio di sparizione: anche di fronte ai bimbi che ha generato.
Non è una preoccupazione da poco, è un pensiero abissale, che, in alcune situazioni estreme mi sono trovato a fare pure io: cosa resterà di me ai miei figli? Cosa penseranno del loro padre? Se scompaio anzitempo, chi li proteggerà? Chi spiegherà loro? La fine della vita è la fine del materiale per il racconto che siamo tenuti a trasmettere. A meno che qualcuno questo racconto non lo custodisca, non lo ripeta, non lo faccia esistere nel ricordo e nella parola.
Sono a questo punto spinto a scrivere qualcosa su A., per quanto si tratta solo di quadretti giovanili, tuttavia fatti di esistenza vera, della quale io posso fare testimonianza diretta.
A. era un ragazzo sereno e gradevole. Alto, rasato, il viso angoloso e simpatico. Minorenne era già veterano rispettato della Curva Sud, con la particolarità che era forse l’unica figura ultras di alto livello a frequentare il liceo classico. Non solo: nel prestigiosissimo istituto cittadino vi insegnava latino e greco pure la madre. Lui tuttavia esibiva segni esteriori non esattamente da lettere classiche: bomber perenne, o al massimo giacca jeans, capello cortissimo, e il terrificante Oxford, assordante motorino preferito dai periferici studenti delle scuole tecnico-professionali, veicolo che qualcuno truccava sino a renderlo più veloce e rombante di tante motociclette.
Qui la prima storia: lo ferma la polizia, una sera tardi e, si dice, con una certa veemenza, mentre con l’Oxford e la sciarpa del Vicenza transitava casualmente davanti al nostro liceo dopo chissà quale serata. Gli chiedono: chi sei, cosa fai? Sono uno studente delle superiori, dice lui, che poteva dimostrare tranquillamente 25 anni quando ne aveva 16. E che cosa studi? Studio qui al liceo classico. Secondo la vulgata, la polizia non credette alle sue parole, tutte verissime, arrabbiandosi e incolpandolo. Non sarebbe stata l’ultima volta che le forze dell’ordine gli davano addosso, ma ne è uscito sempre intonso, perché innocente, perché A. era davvero, malgrado le toppe ultras sulla giacca, un bravo ragazzo.
Frequentava, come me, un gruppo di ragazzi e ragazze (tante, tantissime: come in nessun altro posto) che si era agglutinato organicamente in città in quegli anni, una compagnia conosciuta come «la Statua», perché il ritrovo era sotto una statua di Garibaldi (nota per essere ciclicamente sporcata di vernice rossa dagli indipendentisti veneti ancora cinquanta anni fa) in pieno centro storico.
«La Statua» era forse il gruppo umano più incredibile che abbia avuto modo di vedere. Non c’era alla base nessun senso tribale, nessuna categoria di censo, nessuna rete di conoscenza famigliare reciproca, nessuna comune distribuzione scolastica o drogastica. Non c’era quel principio clanico che rendeva il resto delle compagnie snob, tristi o violente. Non c’era, neanche in lontananza, una qualche meccanica di esclusione – davvero, come in un’utopia progressista, ma involontaria, riuscita ed irresistibile.
C’era, sorto davvero spontaneamente, un gruppo di giovani che proveniva da ogni scuola (dall’inarrivabile nostro liceo classico, allo scientifico, agli istituti professionali vari anche infimi) e persino dal mondo del lavoro, con ragazzi che a 15 anni già erano sotto padrone. C’erano due o tre che come A. che già bazzicavano da svariati anni il mondo ultrà (per il quale, considerati studenti e quindi capaci di scrivere, compilavano articoli per le fanzine, all’epoca cartacee, e in alcuni casi ho dato una mano pure io), ma alla maggior parte non importava nulla del calcio e voleva, come tutti, solo vivere e divertirsi.
C’erano tanti ragazzi di famiglie semplici, della piccola borghesia della provincia, con il veneto come lingua madre, ma c’erano pure tanti ragazzi del ceto medio-alto, con qualche riccone vero, che poteva parlarti dello shopping autunnale a Londra ma poi stava lì con tutti a passare quelle ore spensierate ed indimenticabili. C’erano soggetti della fuoranza (l’alterazione come orizzonte importante della ricreazione) così come quantità di persone che nemmeno toccavano le sigarette. Era una koiné umana mai vista, mai programmata, che a questo punto ritengo irripetibile.
Alla Statua, A. imperversava in tutti i modi. Aveva una strana capacità con le ragazze: puntava un determinato genere, arrivando persino a buttarsi su interi gruppi di amiche, che riusciva vittoriosamente ad espugnare, facendolo divenire come una sorta di harem però monogamico-sequenziale (prima una, poi dopo mesi un’altra, etc.) – noi lo chiamavamo «il canile di A.», ma era una definizione ingiusta, perché molte erano non erano neppure male. Aveva, con le giovani donne, questo approccio melenso – cheesy, direbbero gli americani – epperò, vedendo i risultati, davvero funzionale.
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La capacità di aspirare attenzioni amorose fu ad un certo punto perfino premiata pubblicamente: al termine di un’autogestione al liceo, dove ero stato eletto rappresentate di istituto (con un misero voto di protesta tradotto indegnamente in seggio grazie al meccanismo proporzionale), annunciammo varie premiazioni semiserie ai personaggi della settimana, tra cui il premio «aspirapolvere», pensato proprio per le aspirazioni di A. Al momento dell’annuncio gli fu consegnata, tra scroscianti applausi, un’aspirapolvere, tuttavia lui quasi non aveva sentito e avevamo dovuto chiamarlo varie volte, perché persino in quel momento era intento, in fondo alla palestra, a intortare una tizia. Non capendo e avendo ancora la testa nell’intortamento pro-canile, con il suo classico volto imbarazzato inforcò davanti a tutti l’aspirapolvere, forse pensando che volevamo che pulisse. Mai premio fu più azzeccato.
Poi c’era quest’altra scena: un ristorante fuori città, dove eravamo sciamati (su prenotazione di chi, non sappiamo, non ha importanza) in una cinquantina. Praticamente occupavamo il locale nella sua interezza, il suo unico grande salone era fatto solo di noi. Io sono intento a conversare con una fiamma incipiente, forse me la tiravo trattando di Storia dell’Arte, la mia attenzione è solo sulla ragazza e su nient’altro. Poi alzo lo sguardo e mi rendo conto che in sala non c’è nessuno: nel mezzo delle portate, sono tutti in giro, sono fuori a fumare o a fare chissà che, è tutto vuoto, a parte me, la fanciulla e… A. Il quale sta, stoico, eroico, mirabile, mangiando il suo piatto da solo. Le logiche di branco, con evidenza, per lui contavano fino ad un certo punto.
In realtà, c’è una storia che posso raccontare solo io. Quella dell’indimenticabile Ferragosto 1996. Avevamo, si e no, diciotto anni.
Succede che ci troviamo alla Statua il 14. Siamo pochi: i più sono in vacanza. Io sono appena tornato da Parigi, località che avevo imparato a raggiungere con facilità in autostop (possono venirmi i brividi se ci penso in relazione ai miei figli, ma credo di detenere ancora il record europeo: meno di dieci ore da casa mia sino alla Ville lumière), per cui già passavo per esperto della materia: una skill non indifferente visto che nessuno di noi aveva ancora la patente.
A questo punto A. fa la sua proposta: «Roby, andiamo a Jesolo. In autostop». Poi snocciola giù un programma romantico e convincente: «ci sono delle mie amiche al campeggio. Andiamo là, andiamo a festeggiare Ferragosto con loro». I telefonini era di là da venire: si trattava quindi semplicemente di arrivare fin là, senza mezzi e senza garanzie, e di stare con delle ragazze a caso (a me completamente sconosciute) in riva al mare.
A me va bene, A. Pronti. Via.
Mettiamo i motorino legati ad un albero fuori dal casello autostradale. Di qui parte il tragitto autostoppistico: secondo il manuale Dal Bosco, la prima cosa da fare è riuscire ad arrivare almeno al primo Autogrill, dove puoi chiedere di persona, senza che questi possano accelerare ed andare oltre protetti da un involucro di metallo. I primi a darci un passaggio sono una coppia di ragazzi di Milano, non molto più vecchi di noi, ma che chiaramente lavorano da molti anni. Vanno a Jesolo, si capisce, per le discoteche, una particolare scena di musica elettronica ora scomparsa. Hanno delle magliette attillatissime.
A. comincia a chiacchierare, e per qualche ragione, dopo spirali varie sulle mode del tempo, si inerpica in un’invettiva contro quelli col piercing. Il tizio davanti sta zitto. Poi, ad un certo punto, senza voltarsi, si alza la maglietta: sul capezzolo ha infilato un anello di metallo. A questo punto scatta la classica faccia paonazza imbarazzata di A., che comuncia ad arrampicarsi sugli specchi in maniera alpinistica. Sopravviviamo.
Arriviamo a Jesolo, e riusciamo a raggiungere il campeggio, che è fuori città, al Nord. Conosco il luogo: due mesi prima tutta la compagnia di vi si era trasferita per un fine settimana memorabile, un tendone da venti persone (ma ci stavano probabilmente dentro in trenta e più…) che qualcuno aveva portato, con il caffè fatto in una moca gigante nella quale si poteva fare pure la pasta. A., mi aveva spiegato, era poi tornato una seconda volta il mese dopo, e qui aveva conosciuto queste ragazze di Montebelluna, che in teoria erano ancora lì, e sembrava, a quel che diceva, che non aspettassero altro che vederci.
In realtà, delle ragazze non pare esserci traccia. Mentre si faceva sera, le cerchiamo ovunque, su è giù per il camping, che era immenso, e labirintico. Ad un certo dice: forse sono in centro, vanno a mangiare in quel posto. Ci spostiamo, sempre a dito, verso i viali dello struscio adriatico. Cerchiamo in un locale, in un altro: niente, delle ragazze promesse da A. non c’è traccia. Io non sono nervoso, lui un po’ sì. Decidiamo di prendere una pizza al trancio, e ci accade un raro miracolo giovanile: la commessa che ci serve – che era una ragazza neanche tanto in là con gli anni – invece che darci il resto per diecimila lire ce lo dà per centomila (sì, l’agognata banconota con su Raffaello, bellissima come tutte le altre, ma spiccatamente difficile da vedere per un ragazzino). In futuro, quando mi sarebbe ricapitato– raro, ma accade – lo avrei più fatto, ma quella volta è stato diverso: ci scambiamo un rapido sguardo colpevole, e decidiamo tacitamente di fare questa cosa orrenda per tenerci quel budget che di fatto decuplicava quanto ci rimaneva in tasca facendoci svoltare quel viaggetto pazzo, magari permettendoci pure l’indomani di prendere un autobus. (Non è escluso, ho pensato qualche volte, che quella ragazza lo abbia fatto apposta)
Saremo tornati almeno altre due volte al Campeggio, facendo la spola con la cittadina, nella speranza di trovare le ragazze. Io comincio a dubitare della loro esistenza, ma va bene così, mica mi importa. Specie quando decidiamo di andare nella spiaggia selvaggia davanti al camping ed unirci ad un falò di ragazzi e ragazze mai visti, intenti anche loro a passare lì la notte di Ferragosto.
Ci avviciniamo perché sentiamo che cantano, prima con l’accompagnamento della chitarra di ordinanza, poi con slogan che sanno da tifo. Lì per lì non capisco cosa stiano intonando, ma me lo spiega lui sghignazzando: «Priebke libero!». Erano i giorni dell’assoluzione del capitano delle SS al tribunale di Roma, e di certo questo non era l’umore che si leggeva sui giornali italiani – ma abbiamo capito che quello che finisce sui giornali spesso non è la realtà di come si sente la gente in giro. Il gruppo a cui ci uniamo non sembra però fatto di nazisti: anzi tanti sono tosatti dai capelli lunghi, più fanciulle tranquille. Gente semplice, di provincia. Tanta voglia vivere, che sento per intero.
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Stiamo con loro tutta la notte. Si parla si ride, si sorride. Si racconta. Si cantano le canzonette note. Non ricordo altro, nemmeno le loro facce, e forse non le ho nemmeno viste, perché era buio. Ricordo la facilità con cui A. riusciva ad entrare in sintonia con un gruppo di persone mai conosciute prima, una dote speciale che ho visto in poche altre persone nella vita. Del resto, perché mai non deve essere così? Siamo qui, siamo vivi: e quindi perché non dovremmo parlarci, stare insieme, divertirci?
Arriva l’alba. Il gruppone di sconosciuti e sconosciute si dissolve. Io sono stremato e vorrei dormire. Non è il caso di A., che a questo punto riparte alla cerca – alle cinque e mezza del mattino! – delle tizie del campeggio. Scatta a perlustrare ancora una volta il campo, io non riesco a tenerlo fermo, a dirgli fermiamoci, dormiamo almeno un’ora sulla sabbia finché è fresca… lui scansiona tutto il dedalo di tende e tendine, recuperando anche un grissino da un tavolino lasciato spreparato per intingerlo in un barattolone di nutella del tavolino successivo – la fame chimica si fa sentire.
Poi accade qualcosa di incredibile: qualcuno chiama A. Ci voltiamo: è una ragazza con la pelle ambrata e gli occhi chiari, capelli raccolti, un bel sorriso in volto, trucco, perfino elegante, perfetta come se fossero le sei di sera e non del mattino di una notte insonne. È proprio lei: la ragazza di Montebelluna che era stata promessa, l’amica di A. Esisteva, sì. Di più: aveva sentito da altri che l’avevamo cercata otto ore prima, e quindi ci aveva cercato anche lei – e trovato all’alba. Happy ending vero.
Io sono divertito dalla cosa – dovevamo stare a festeggiare la notte con loro, invece arrivano alla fine – ma esausto. A. invece è partito con il suo modus operandi mieloso ed infallibile, e alla fanciulla non sembra dispiacere. Quindi questa mi dice: senti, vuoi dormire? Sì, tanto. Bene, vieni in tenda da noi, c’è la mia amica che dorme lì, tu ti metti accanto. È così: mi infilano in una tenda dove c’è una biondina un po’ butterata che ronfa.
«Mettiti a dormire pure a fianco lei» mi dice, del resto altro spazio non c’era. Io penso che quando questa si sveglierà, farà un urlo vedendo uno sconosciuto al suo fianco. Anche questo pensiero mi diverte, ma la stanchezza è troppa. Crollo.
Quando mi sveglio c’è A. che mi chiama: «Roby… Roby». Ha un’espressione serena, e forse pure una punta di quella generosa dolcezza che mette con le ragazze. A fianco a me la biondina sconosciuta, che mi guarda sorridente anche lei. Non so che ore siano, ma capisco che bisogna andare. Non so A. cosa abbia nel frattempo, ma sembra sano e riposato. Ci offrono delle brioches, e salutiamo, avviandoci verso la strada che, a pollice alto, ci avrebbe riportato a casa.
Un ritorno non facile: si ferma a raccoglierci un tizio con una Citroen DS tipo «squalo» – auto che per alcuni è già di per sé un segno di possibile psicopatia – che guidava praticamente ignudo. Dopo un po’ di conversazione, emerge che il signore forse aveva assunto nelle ore precedenti dell’LSD. (Ecco, il lettore capisca che quando di lì a poco sarebbe uscito Paura e delirio a Las Vegas a me non poteva che sembrare un film neorealista). Ci irrigidiamo un po’. Riusciamo, con uno stratagemma, a scendere per trovare un altro passaggio, che ci lascia direttamente in autostrada, e dobbiamo tornare all’albero dove erano legati i motorini a piedi tra i campi e lo svincolo, consumati da 24 ore di incertezza e meraviglia.
Non ci saremo più visti tanto, dopo quel magico Ferragosto. Lo avrei incontrato, negli anni successivi, nel treno-bestiame che va all’università, a volte mi dava l’idea di non avere il biglietto, più che altro, capivo, perché risparmiava per qualcosa. Nonostante i guai che aveva avuto, da innocente, con le istituzioni, fu credo il primo del nostro a laurearsi.
Di qui parte tutta un’altra storia. Lui, che era uscito dal liceo con il 38 – all’epoca dei sessantesimi, un voto di sufficienza da alcuni ritenuto umiliante – fece una carriera professionale straordinaria. Si studiò, da solo, le lingue: divenne fluente in francese, inglese e spagnolo, e aggiunse, rara avis, il russo, che usava nelle trasferte a Mosca. Aveva iniziato a lavorare come venditore per una grande società energetica, per poi passare ad un’altra, in un’inarrestabile traiettoria ascendente di lavoro concreto, parallelo alla creazione di una bella, solida famiglia.
C’è anche questo da dire: ecco un caso di quelli che il nuovo sistema scolastico – che raccoglie dati e punteggi e per «orientare» il resto dell’esistenza dello studente – avrebbe potuto soffocare più di quanto ancora non abbia fatto il vecchio: un bruco a liceo che diventa farfalla nel lavoro, ma è ingiusto dire pure che fosse un bruco, perché lo ricordo come questa creatura dinamica, attiva, inesauribile, vitale. Amato da tutti: per quello che era, non per i voti, né per altro.
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Scrivo queste righe mentre qualche comune più in là c’è il funerale. Io non sono andato. Un po’ perché in fondo non gli ero cosi vicino (me lo ripeto ancora), un po’ perché sono diventato davvero stronzo con il rito, per cui un funerale della chiesa conciliare, con gli amici che parlano dal pulpito, le musichette, magari pure il defunto polverizzato e la funzione senza più nulla di sacro neanche nel momento sacro della morte, no, non posso più affrontarlo.
Ma ho sentito il bisogno di ricordarlo, perché tutto quello che A. è stato non può andare perduto, nemmeno le briciole di gioventù raccontate qui sopra. Quello che resta, anche dopo la morte.
È qualcosa che sento come un imperativo: se perdiamo le nostre storie, perdiamo la nostra umanità. Se affidiamo alle macchine le nostre relazioni – ai social media, alle chat, ai telefonini – di noi non rimarrà davvero più nulla. E ciò non è tanto a discapito nostro, ma a detrimento dei nostri figli, della memoria, grande o piccola, che siamo chiamati a conservare e trasmettere.
A Dio A.
Quel pezzettino in cui sei esistito a fianco a me lo posso testimoniare tutto.
Roberto Dal Bosco
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Intelligenza Artificiale
Il volto nascosto della democrazia
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Il desiderio protestante come forza motrice della democrazia
La democrazia moderna mira a trasformare i cittadini in individui dalla mentalità di gregge, che obbediscono ciecamente alla volontà dello Stato (non è forse l’UE, ormai logora e reduce dalla capitolazione a Trump, che tuttavia disciplina i suoi cittadini con la frusta, un perfetto esempio di ciò?), per la semplice ragione che si fonda interamente sulla negazione protestante del libero arbitrio. La democrazia moderna non crede nelle autentiche libertà individuali; al contrario, attraverso la teoria della predestinazione, trasforma l’essere umano che si considera eletto, e che viene riconosciuto come tale dai Poteri Forti, in un falso dio che, attraverso la formazione di uno Stato repressivo degli eletti (si pensi agli Stati Uniti o all’Israele sionista), crede di poter trasformare in realtà i suoi desideri più oscuri. Il desiderio è, di fatto, l’elemento più importante per comprendere le cause del crollo della democrazia moderna. Secondo il mito hegeliano del padrone e dello schiavo, il desiderio dello schiavo di essere riconosciuto dal padrone, e viceversa, è fondamentale per comprendere la formazione delle società umane e la progressione dialettica della storia verso una società perfetta come quella rappresentata dalla democrazia imposta in tutto il mondo dal Codice Civile napoleonico. Secondo l’Hegel divulgato da Alexandre Kojève in Introduzione alla lettura di Hegel, padrone e schiavo si riconciliano nella figura del cittadino, che trova la libertà obbedendo alle leggi di uno stato omogeneo e universale – il culmine della democrazia – che si estenderà in tutto il mondo. Kojève merita maggiore attenzione di quanta ne riceva di solito, in quanto figura chiave per la comprensione della natura dispotica della democrazia. Non solo l’ha teorizzata, influenzando un’intera generazione di intellettuali europei, ma l’ha anche messa in pratica nella sua forma più brutale. Secondo Fukuyama, se Kojève dedicò gran parte della sua vita alla burocrazia di alto livello e abbandonò il lavoro intellettuale, lo fece per «supervisionare la costruzione [dell’Unione Europea] come dimora definitiva dell’ultimo uomo», in cui, in quanto stato universale omogeneo, la politica avrebbe dovuto essere sostituita dall’amministrazione e i confini nazionali dissolti. Kojève non usa mezzi termini e, in una lettera a Leo Strauss del 19 settembre 1959, chiarisce che in questo stato omogeneo universale, che è positivo semplicemente perché rappresenta lo stadio finale dell’umanità, gli esseri umani in quanto tali cessano di esistere e vengono sostituiti da «automi sani» che sono «soddisfatti» praticando sport, arte o indulgendo nell’erotismo, mentre «quelli che sono automi malati [insoddisfatti] vengono rinchiusi». In un’altra lettera del 1955, indirizzata a Carl Schmitt, Kojève spiega che lo stato omogeneo universale si è sviluppato in tutta l’umanità grazie all’impulso di grandi uomini, da Alessandro Magno a Napoleone, e da Napoleone a Stalin («l’Alessandro Magno del nostro mondo, il Napoleone industrializzato»). Kojève spiega anche, senza il minimo imbarazzo, che «Hitler era una versione nuova, ampliata e migliorata di Napoleone», ma che «sfortunatamente, Hitler è arrivato con 150 anni di ritardo». In ogni caso, Kojève, autore dell’opuscolo «Marx è Dio e Ford è il suo profeta», crede che la fine della storia sia già arrivata e che lo stato universale omogeneo sia inarrestabile e che alla fine combinerà la sostituzione della politica con l’amministrazione caratteristica dell’URSS e lo sviluppo industriale tipico di una società senza classi, come egli vedeva negli Stati Uniti del suo tempo.Iscriviti al canale Telegram ![]()
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Geopolitica
Karaganov: «una guerra mondiale su vasta scala è già iniziata»
Renovatio 21 traduce un articolo del politologo russo Sergej Karaganov apparso sulla rivista russa Profile. L’importanza del pensiero del Karaganov, per la Russia e per il mondo, è stata sottolineata da Renovatio 21 tante volte nel corso di questi ultimi anni.
Il susseguirsi accelerato di eventi, ognuno dei quali si sovrappone e si contraddice all’altro, è sconcertante e rende difficile cogliere l’essenza di ciò che sta accadendo. Cercherò di interpretare il corso della storia, attingendo alla mia esperienza e conoscenza, nonché al fatto che negli ultimi 35 anni non ho mai commesso errori significativi nelle mie valutazioni e previsioni. A volte ero leggermente in ritardo, ma più spesso ero avanti di diversi anni, o addirittura di un paio di decenni, rispetto alla comunità degli esperti.
Una guerra mondiale su vasta scala è già iniziata. Le sue radici risalgono al 1917, quando l’Unione Sovietica si separò dal sistema capitalistico. Inizialmente, gli interventisti si scagliarono contro di noi; poi la Germania nazista e quasi tutta l’Europa occidentale, ma quest’ultima perse. Il secondo round iniziò negli anni Cinquanta, quando i popoli dell’URSS, a costo di enormi sofferenze e nella loro ricerca di sovranità e sicurezza, crearono la bomba atomica e successivamente raggiunsero la parità nucleare con gli Stati Uniti.
Così facendo, senza rendercene conto all’epoca, abbiamo minato le fondamenta di cinque secoli di dominio occidentale in ambito ideologico, che aveva permesso loro di saccheggiare il resto del mondo e soggiogare persino le civiltà più avanzate. Quel fondamento era la superiorità militare, sulla quale si basava il sistema di sfruttamento dell’intera umanità.
Dalla metà degli anni Cinquanta in poi, l’Occidente iniziò a subire una sconfitta militare dopo l’altra. Un’ondata di liberazione nazionale si diffuse in tutto il mondo, accompagnata dalla nazionalizzazione delle risorse che erano state accaparrate dai paesi occidentali e dalle loro multinazionali. L’equilibrio di potere globale iniziò a spostarsi a favore del mondo non occidentale.
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Gli Stati Uniti tentarono per la prima volta di riprendere il sopravvento sotto la presidenza Reagan, con un rapido aumento della spesa militare volto a ristabilire il proprio dominio e con il lancio del programma «Guerre Stellari». Intervennero nella piccola e indifesa nazione di Grenada per dimostrare che gli americani erano ancora in grado di vincere.
E in questo caso, l’Occidente è stato fortunato. Per ragioni interne, dovute all’erosione del suo nucleo ideologico e al rifiuto di riformare un’economia nazionale che stava diventando sempre più inefficiente, l’Unione Sovietica è crollata. Il sistema capitalistico globale, che era a sua volta in crisi, ha ricevuto un’enorme iniezione di energia sotto forma di una moltitudine di consumatori affamati e di manodopera a basso costo.
Sembrava che la storia si fosse capovolta. Iniziò un periodo di euforia, ma non durò a lungo. Stordito dalla vittoria, l’Occidente commise una serie di clamorosi errori geostrategici, e poi la Russia iniziò a riprendersi, principalmente grazie alla sua potenza militare.
Le radici immediate dell’attuale guerra mondiale emersero alla fine degli anni 2000. Già sotto l’amministrazione Obama, la politica in seguito denominata «America First» iniziò a delinearsi come una rinascita del potere statunitense. Le spese militari iniziarono ad aumentare e un’ondata di propaganda anti-russa si diffuse rapidamente. Mosca tentò, riappropriandosi della Crimea, di fermare l’ultimo tentativo di vendetta dell’Occidente, ma questo non fece altro che scatenare la furia occidentale.
Non siamo riusciti a capitalizzare su questo successo perché ci siamo aggrappati alla speranza di «raggiungere un accordo», abbiamo tergiversato sul «processo di Minsk» e ci siamo rifiutati di vedere come, sul territorio ucraino, l’esercito e la popolazione si stessero preparando alla guerra con la Russia.
Sono seguite nuove ondate di sanzioni e una guerra economica è iniziata addirittura durante il primo mandato di Trump. Tutti aspettavamo qualcosa. Poi è arrivata la distrazione del COVID, che con ogni probabilità rappresentava uno dei fronti della guerra già iniziata, ma che si è rivoltata contro l’Occidente stesso.
Abbiamo reagito con lentezza ai tentativi di rappresaglia. Quando finalmente lo abbiamo fatto nel 2022, abbiamo commesso diversi errori. Tra questi, la sottovalutazione dell’intenzione dell’Occidente di schiacciare la Russia, causa del suo fallimento storico, per poi rivolgere la sua attenzione alla Cina e soggiogare nuovamente la maggioranza globale, il Terzo Mondo, il Sud del mondo, che era stato liberato dall’URSS.
Abbiamo sottovalutato la prontezza alla guerra del regime di Kiev e il grado di condizionamento subito dalla popolazione ucraina. Speravamo che «la nostra gente» fosse ancora presente, sebbene a ovest del Dnepr ce ne fossero già pochi e il loro numero fosse in costante diminuzione.
Un altro errore fu quello di iniziare a combattere il regime di Kiev senza riconoscere che il principale avversario e la fonte della minaccia era l’Occidente nel suo complesso, in particolare le élite europee, che cercavano di distogliere l’attenzione dai propri fallimenti e, idealmente, di vendicarsi delle sconfitte storiche del XX secolo, prima fra tutte la sconfitta della stragrande maggioranza degli europei che marciarono contro l’URSS sotto le insegne di Hitler.
Il nostro errore principale, tuttavia, è stato il sottoutilizzo dell’arma più importante del nostro arsenale, un errore per il quale abbiamo pagato con la malnutrizione e persino la fame negli anni Quaranta e Cinquanta: la deterrenza nucleare.
Siamo stati trascinati in un conflitto definito «operazione militare speciale», accettando di fatto le regole del gioco imposte, una guerra di logoramento, data la superiorità economica e demografica del nemico. La guerra ha assunto un carattere di trincea, seppur con una dimensione tecnologica tipica del XXI secolo. Nel 2023 e nel 2024, tuttavia, abbiamo intensificato la nostra deterrenza nucleare, inviando diversi segnali tecnico-militari e modernizzando la nostra dottrina sull’uso delle armi nucleari.
Gli americani, che non avevano in alcun caso intenzione di combattere per l’Europa, soprattutto in presenza del rischio di un’escalation a livello nucleare e quindi della diffusione del conflitto sul territorio statunitense, hanno iniziato a ritirarsi dal confronto diretto già sotto la presidenza Biden, continuando a trarre profitto dalla guerra e, di fatto, a depredare gli europei. Trump, pur parlando di pace, ha proseguito sulla stessa linea, traendo profitto dalla guerra ed evitando il rischio di uno scontro diretto con la Russia.
La guerra mondiale ha attualmente due principali focolai convergenti: quello europeo, incentrato sull’Ucraina, e quello mediorientale, dove gli Stati Uniti e il loro alleato minore Israele stanno tentando di destabilizzare l’intero Vicino e Medio Oriente. Il Sud Asia potrebbe essere il prossimo. Il Venezuela è già stato schiacciato; Cuba è sotto pressione.
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È necessaria una nuova politica
Innanzitutto , dobbiamo comprendere che le profonde contraddizioni dell’attuale sistema economico globale, che minano le fondamenta stesse dello sviluppo umano, rischiano di portare alla distruzione dell’umanità. Allo stesso tempo, la prosecuzione della nostra attuale politica inadeguata in Ucraina rischia di sfinire il Paese e di indebolire la forza e lo spirito della Russia, che solo di recente hanno iniziato a rinascere.
In secondo luogo, sul piano politico-militare si può discutere di un cessate il fuoco e persino parlare di uno «spirito dell’Alaska». Ma allo stesso tempo, dobbiamo comprendere chiaramente l’essenza di ciò che sta accadendo: la pace a lungo termine e lo sviluppo del nostro Paese, così come dell’umanità intera, sono impossibili senza sventare il tentativo di vendetta politico-militare dell’Occidente, con l’Europa ancora una volta in prima linea.
Per impedire questa vendetta, è necessario distruggere il regime di Kiev e liberare i territori meridionali e orientali del quasi-stato «Ucraina», vitali per la sicurezza della Russia. I nostri coraggiosi combattenti e comandanti sul campo possono e devono continuare ad avanzare. Ma dobbiamo comprendere che una guerra di trincea modernizzata non porterà alla vittoria. Potremmo perdere, o quantomeno sprecare, centinaia di migliaia dei nostri migliori uomini, indispensabili per la lotta e le vittorie nel prossimo periodo storico, estremamente pericoloso e difficile, che quasi certamente comporterà uno scontro più ampio.
Terzo. È impossibile portare a una conclusione vittoriosa l’attuale conflitto in Ucraina, e tanto meno impedirne l’escalation in una guerra termonucleare globale, senza rafforzare significativamente la politica di deterrenza nucleare. Per raggiungere questo obiettivo, dobbiamo smettere di parlare di «controllo degli armamenti». La questione di un nuovo trattato START deve essere chiusa. Allo stesso tempo, gli accordi sulla gestione congiunta della deterrenza nucleare e della stabilità strategica possono rimanere utili e persino necessari. Dobbiamo intensificare lo sviluppo di missili e altri sistemi di lancio a medio e strategico raggio per dissuadere l’Occidente dal tentare di riconquistare la sua superiorità. I nostri avversari devono comprendere che la superiorità e l’impunità sono irraggiungibili.
Se impiegate in numero ottimale e guidate dalla dottrina corretta, le armi nucleari rendono impossibile la superiorità non nucleare e riducono la necessità di spese militari eccessive. Sistemi come Burevestnik, Oreshnik e altre piattaforme di lancio ipersoniche devono convincere il nemico di questa realtà.
Dobbiamo preparare la prossima generazione affinché le élite americane comprendano in anticipo che i loro sogni di ristabilire la supremazia e imporre la propria volontà con la forza sono irrealistici.
L’accelerazione nell’aumento della flessibilità delle capacità nucleari ha lo scopo di ricordare a tutti che è impossibile sconfiggere una grande potenza nucleare attraverso una corsa agli armamenti non nucleare o con una guerra convenzionale. Questo, ovviamente, presuppone che si eviti l’errore di un riarmo nucleare incontrollato, come fecero l’URSS e gli Stati Uniti negli anni Sessanta. Fu un’esperienza costosa e in gran parte inutile. Dobbiamo semplicemente chiarire che una simile corsa agli armamenti sarebbe futile e persino suicida per i nostri avversari. Su questo tema, vale la pena avviare un dialogo, quantomeno con gli americani.
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Allo stesso tempo, per frenare una Washington che ha perso il senso della misura, dovremmo includere nella nostra dottrina sull’uso delle armi nucleari e di altre armi, qualora gli Stati Uniti e l’Occidente continuassero sulla strada attuale verso lo scatenamento di una guerra mondiale, una disposizione che preveda una reale prontezza a colpire obiettivi americani ed europei occidentali all’estero, compresi quelli situati in paesi terzi. Farebbero bene a disfarsi di tali obiettivi.
A tal fine, dobbiamo continuare a sviluppare la flessibilità delle nostre capacità militari. Gli Stati Uniti e i loro alleati dipendono molto più di noi dalle infrastrutture, dalle basi e dai colli di bottiglia logistici e di comunicazione all’estero. Il nemico deve percepire la propria vulnerabilità e sapere che ne siamo pienamente consapevoli.
Vale la pena attingere all’esperienza dell’Iran nella difesa contro le attuali pressioni statunitensi e israeliane. Teheran ha iniziato a colpire i punti deboli del nemico, che ne ha risentito ed è stato costretto a indietreggiare. Modifiche alla dottrina e alla pianificazione militare specifica, inclusa la predisposizione ad attacchi asimmetrici, rafforzeranno l’effetto deterrente e potrebbero avere un impatto dissuasivo su un avversario sempre più incline ad azioni avventate.
Dovremmo riconsiderare le priorità per gli attacchi preventivi, partendo dalle opzioni non nucleari, per poi ricorrere, solo se necessario, a quelle nucleari come ultima risorsa. Tra i primi obiettivi dovrebbero esserci non solo i centri di comunicazione e di comando, ma anche i luoghi in cui si concentrano le élite decisionali, soprattutto in Europa. Questo li priverebbe del loro senso di impunità. Devono capire che se continuano la guerra contro la Russia, o scelgono di intensificarla ulteriormente, seguiranno attacchi devastanti.
Per rafforzare la credibilità di tale deterrenza, occorre intensificare gli sforzi per sviluppare munizioni, sia convenzionali che nucleari, in grado di penetrare strutture sotterranee fortificate, e tali sistemi devono essere testati. Bisogna sfatare l’illusione che le élite politiche e militari possano nascondersi in bunker o luoghi remoti. La recente pubblicazione da parte del nostro ministero della Difesa di un elenco di aziende europee coinvolte nel sostegno al regime di Kiev rappresenta un piccolo ma necessario passo in questa direzione.
Al momento, questa élite finge di temerci. In realtà, non ci teme affatto. Insistono costantemente sul fatto che la Russia non ricorrerà mai alle armi nucleari. Questa illusione deve essere infranta. Bisogna far loro capire che una continua escalation comporta rischi esistenziali. Forse allora faranno un passo indietro. Forse le loro stesse strutture interne, i cosiddetti “stati profondi”, li freneranno. Forse anche l’opinione pubblica si risveglierà dalla sua inerzia.
È inoltre necessario rafforzare la credibilità della deterrenza nucleare per superare quella che potremmo definire «autocompiacimento strategico», ovvero la convinzione che una guerra su vasta scala sia impossibile. Tale convinzione si è già dimostrata pericolosa.
Ciò è particolarmente rilevante nel caso della Germania. Un Paese che ha scatenato due guerre mondiali e che è responsabile di immense distruzioni non dovrebbe essere autorizzato a sviluppare nuovamente una potenza militare schiacciante. Qualora tali ambizioni dovessero emergere, deve essere ben chiaro che saranno contrastate con misure decisive.
Quarto. Per rendere credibile la deterrenza, è necessario apportare ulteriori modifiche alla dottrina nucleare. Essa dovrebbe affermare esplicitamente che, in caso di aggressione da parte di una coalizione dotata di maggiore potenziale economico, demografico e tecnologico, l’uso di armi nucleari potrebbe diventare inevitabile. Questa opzione deve essere presentata come un’ultima risorsa, ma reale.
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Potrebbe inoltre essere necessario riprendere i test per rafforzare la credibilità delle nostre capacità. Non è chiaro perché continuiamo ad aspettare che siano gli altri ad agire per primi.
Allo stesso tempo, l’escalation deve rimanere sotto controllo. Le risposte iniziali dovrebbero dare priorità agli attacchi convenzionali contro i centri di comando e le infrastrutture strategiche. Solo se l’escalation dovesse proseguire si dovrebbero prendere in considerazione ulteriori misure.
Il ricorso alla deterrenza nucleare è essenziale anche per contrastare il ruolo crescente dei droni e di altre nuove forme di guerra. I responsabili di tali attacchi devono comprendere che la rappresaglia sarà inevitabile.
Quinto. Oltre alle misure dottrinali e tecnico-militari, occorre adeguare le strutture di comando. Sarebbe opportuno nominare un comandante dedicato per il teatro operativo europeo, una figura con reale autorità e responsabilità, supportata da personale esperto.
Sesto. È tempo di riconsiderare l’idea che una guerra nucleare non possa avere vincitori. Sebbene un simile conflitto sarebbe indubbiamente catastrofico, la deterrenza si basa sul riconoscimento che l’escalation ha delle conseguenze. Il rifiuto di riconoscere questa realtà potrebbe di per sé incoraggiare comportamenti sconsiderati.
Sia chiaro: l’uso di armi nucleari sarebbe una tragedia. Ma il rifiuto di mantenere una deterrenza credibile potrebbe condurre a una catastrofe ancora maggiore, ovvero l’espansione incontrollata della guerra.
Settimo. Oltre alle misure militari, la Russia deve intensificare la cooperazione con i partner chiave. In particolare, il coordinamento con la Cina è essenziale. Occorre inoltre adoperarsi per stabilizzare altre regioni, compreso il Medio Oriente, attraverso nuovi accordi di sicurezza che coinvolgano le grandi potenze.
Ottavo. Visti i rischi dei prossimi decenni, potrebbe essere necessario valutare un allineamento strategico più stretto con la Cina, che includa potenzialmente un quadro difensivo temporaneo. Un simile accordo potrebbe contribuire a prevenire un’ulteriore escalation e a mantenere l’equilibrio globale.
Naturalmente, saranno necessarie ulteriori misure. Ma quelle qui delineate potrebbero essere sufficienti a fermare il conflitto in corso, preservare la forza della Russia e, soprattutto, impedire una deriva verso una catastrofe globale.
Se non agiremo con decisione, le conseguenze saranno profonde, non solo per la Russia, ma per il futuro dell’umanità stessa.
Sergej Karaganov
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Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0)
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“Munera tua non quærit Ecclesia, quia templa gentilium muneribus adornasti. Ara Christi dona tua respuit, quoniam aram simulacris fecisti; vox enim tua, manus tua; et subscriptio tua, opus est tuum. Obsequium tuum Dominus Jesus recusat et respuit, quoniam idolis obsecutus es;…
— Arcivescovo Carlo Maria Viganò (@CarloMVigano) May 20, 2026
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