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Eutanasia

La “Morte cerebrale” e l’industria dei trapianti

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Si è tenuto nel cuore di Roma, dal 20 al 21 maggio scorso, un importante convegno internazionale di bioetica organizzato dalla JAHLF (John Paul II Accademy for Human Life and the Family) avente come oggetto il controverso tema della cosiddetta “morte cerebrale”: «Brain Death – A Medicolegal Construct: Scientific & Philosophical Evidence».

 

L’Accademia, diretta dal Prof. Josef Seifert, si è costituita in sovrapposizione alla Pontifica Accademia per la Vita per difendere quei valori morali che l’Accademia diretta da Mons. Vincenzo Paglia, attuale presidente, ha abbandonato da tempo. Diversi membri della JAHLF, infatti – primo fra tutti il Prof. Seifert – erano membri della PAV – poi fuoriusciti a causa delle evidenti derive bioetiche, teologiche e morali.

 

Uno degli argomenti che hanno portato molti membri dell’attuale JAHLF a prendere le distanze dalla PAV è proprio quello inerente all dibattito sulla “morte cerebrale” (MC) argomento dato per assodato e in effetti nemmeno più dibattuto fra i bioeticisti seguaci di Harvard e delle logiche del mondo pro-morte.

 

Medici, ricercatori, filosofi e ricercatori si sono dunque seduti al tavolo di questo importante convegno (potremmo dire l’unico a trattare un così poco esplorato argomento, bypassato anche da un certo ambiente pro-life) per portare a galla una verità davvero sconvolgente. 

 

Il Dr. Byrne, durante la sua esperienza professionale come medico, ha girato il mondo per salvare bambini dalla macchina della morte che avrebbe voluto espiantare organi a cuore battente a bambini considerati «morti cerebralmente» o a sospendere supporti vitali per uccidere piccoli innocenti.

Fra i relatori, oltre al prestigioso nome del Prof. Seifert, filosofo austriaco e rettore di diverse cattedre universitarie di filosofia, spiccava il Dr. Paul Byrne, uno dei più importanti pediatri nel mondo, padre di 12 figli, nonno di 36 nipoti e di 7 pronipoti, Fondatore di Life Guardian, fra le più grandi fondazioni cattoliche pro-life americane.

 

Il Dr. Byrne, durante la sua esperienza professionale come medico, ha girato il mondo per salvare bambini dalla macchina della morte che avrebbe voluto espiantare organi a cuore battente a bambini considerati «morti cerebralmente» o a sospendere supporti vitali per uccidere piccoli innocenti. Uno degli ultimi casi in cui il Dr. Byrne è stato coinvolto – purtroppo, a differenza di altri casi, senza successo – è stato quello riguardante il piccolo Alfie Evans, il bambino inglese condannato a morte dal braccio dello stato e della sanità, con l’imprimatur silenzioso ma eutanatico del Vaticano intero. 

 

Diverse relazioni sono state tenute dalla Prof.ssa Doyen Nguyen, ematopatologa e docente in diverse università americane. E ancora il Dr. Thomas Zabiega e il Dr. Cicero Coimbra, entrambi neurologi. Altri i relatori con interventi di alto livello scientifico sul tema. Molti di questi nomi sono peraltro raccolti in un libro fondamentale per capire il problema che stiamo andando a trattare: Finis vitæ. La morte cerebrale è ancora vita?, edito per Rubbettino e curato dal Prof. Roberto De Mattei, anch’egli membro della JAHLF.

 

Scopo dell’evento, appunto, decostruire tutto il costrutto falsamente inoculato e tristemente accettato nelle accademie di bioetica sulla «Brain Death», compito che veramente nessuno si è dato di fare.

 

Origini fallaci della «Morte Cerebrale»

 

Nel secolo scorso, a partire dai primi anni ‘50, i neurologi specialmente europei iniziarono a richiamare l’attenzione su un nuovo stato di coma in cui il cervello sarebbe risultato irreparabilmente leso, cessando di funzionare pur continuando a mantenere la funzionalità cardiaca insieme a quella respiratoria. I neurologi francesi Mollaret e Gonion, nel 1959, ridefinirono questo stato di coma come «coma dépassé», cioè uno stato «oltre il coma». Fu sostanzialmente l’inizio della nuova ridefinizione di morte così come precedentemente conosciuta, ovvero attraverso il criterio dell’arresto cardiocircolatorio.

Nel 1967 , in Sud Africa, il team chirurgico del Dr. Christiaan Barnard effettuò il primo trapianto di cuore al mondo, celebrato dal governo sudafricano come un semi-miracolo – nonostante la morte del paziente ricevente avvenuta dopo 18 giorni. 

 

Il 3 dicembre 1967, tre anni dopo, al Groote Schuur Hospital di Città del Capo, in Sud Africa, il team chirurgico del Dr. Christiaan Barnard effettuò il primo trapianto di cuore al mondo, celebrato dal governo sudafricano come un semi-miracolo – nonostante la morte del paziente ricevente avvenuta dopo 18 giorni. 

 

Poco tempo dopo, alla Harvard Medical School di Cambridge (Massachusetts), precisamente nel 1968, veniva istituto un Comitato ad hoc composto da 10 medici (anestesisti, neurologi, psichiatri ed esperti in trapianti), un teologo, un avvocato ed uno storico, incaricati di ridefinire mondialmente ed una volta per tutti la morte come come «morte cerebrale», giudicando il c.d. «coma irreversibile» come criterio per accertare ed accettare la morte.

Alla Harvard Medical School nel 1968, veniva istituto un Comitato ad hoc composto da 10 medici, un teologo, un avvocato ed uno storico, incaricati di ridefinire mondialmente ed una volta per tutti la morte come come «morte cerebrale»

Il Comitato di Harvard impiegò solo sei mesi per completare il lavoro, pubblicando il rapporto nel Journal of the American Medical Association il 5 agosto dello stesso anno e proponendo, senza ostacolo alcuno, che lo stato di irreversibilità del paziente in stato comatoso doveva, da lì in avanti, essere diagnosticato su basi prettamente funzionali [1].

 

Il team di Harvard approfittò inoltre del superamento degli ostacoli legali per il trapianto, presenti negli Stati Uniti per ridefinire la morte: «criteri obsoleti per la definizione di morte possono portare a controversie nell’ottenere organi per il trapianto» [2].

 

Aspetti clinici contro la «Brain Death»

Durante il convegno di Roma, particolarmente negli interventi della Prof.ssa Doyen Nguyen, si sono trattate le evidenze cliniche e scientifiche contro chi vuole sentenziare che la«morte cerebrale» esista per sistematicità scientifica.

 

La morte è anzitutto un evento, non un processo che può condursi attraverso una graduale cessazione delle funzioni principali dell’encefalo.

La morte è anzitutto un evento, non un processo

 

Molti casi di continuazione di gravidanza e poi nascita del feto si sono verificati in persone venutesi a trovare, per gravi incidenti od emorragie cerebrali più in generale, in stato di coma profondo e giudicato alle volte irreversibile. Ma come potrebbe una vita umana continuare a formarsi, e addirittura a nascere in un soggetto morto? Tutto questo è ovviamente impossibile e contro ogni logica dettata dalla stessa legge naturale. 

 

Qualcuno vorrebbe addirittura asserire che la ventilazione artificiale è uno dei mezzi utilizzati per tenere in vita pazienti che altrimenti morirebbero. Anche ciò, è assolutamente falso: la ventilazione attraverso tracheostomia può funzionare solo se il paziente è vivo ed ha la sola funzione di ossigenare il sangue e di supportare, ma non per forza sostituire, la respirazione del paziente.

Come potrebbe una vita umana continuare a formarsi, e addirittura a nascere in un soggetto morto? Tutto questo è ovviamente impossibile e contro ogni logica dettata dalla stessa legge naturale

 

Al piccolo Alfie Evans, quando fu rimossa la ventilazione, avevano dato pochi minuti di vita perché si sosteneva che fosse il ventilatore meccanico a tenerlo in vita. Con grande stupore di tutti, invece, il piccolo continuò a respirare autonomamente e senza ossigeno per circa trenta ore, fino al punto che gli operatori sanitari dell’Alder Hey Children’s Hospital di Liverpool furono costretti a ridare un poco di ossigeno al piccolo, contrapponendo poi, nell’imbarazzo più generale per la resistenza autonoma del bambino, la cessazione di ogni nutrizione enterale così da farlo letteralmente morire di fame.

 

Il Dott. Coimbra, intervenuto durante il convegno ha mostrato, riportando studi scientifici e con dati alla mano, che molti degli importanti farmaci che dovrebbero essere somministrati a pazienti incorsi in gravi lesioni cerebrali e pronti per essere dichiarati «morti cerebralmente» non vengono somministrati, primo fra tutti l’ormone tiroideo, indispensabile per i centri respiratori. Non somministrando questi importanti farmaci si compromette il circolo ematico e gli stessi centri respiratori che così non rispondo ai test di apnea utilizzati per cercare di constatare la «Brain Death».

 

Questi test, che vengono sostanzialmente proposti come diagnosi, finiscono in realtà per danneggiare in modo irreversibile l’intero tronco encefalico.

 

Ci troviamo davanti ad una vera e propria inversione dell’etica medica e biologica quando ci riferiamo a questi metodi di prova della MC, in particolare l’apnea-test, in cui tutta la ventilazione viene sostanzialmente sospesa nella persona gravemente cerebrolesa per un massimo (sic!) di dieci minuti, in modo da constatare se è «cerebralmente morta” e incapace di respirazione spontanea, la quale può essere supportata da un ventilatore, riguardando solo la funzione di pompa muscolare del diaframma e non i polmoni e la respirazione.

Questi test, che vengono sostanzialmente proposti come diagnosi, finiscono in realtà per danneggiare in modo irreversibile l’intero tronco encefalico

 

Nel processo di un tale test, che potremmo paragonare alla richiesta fatta ad un uomo appena operato ai polmoni di fare una corsa campestre, si mostra un totale disinteresse per il donatore di organi, quasi come non fosse nemmeno una persona umana ma solo un raccoglitore di organi scissi fra loro. 

 

In realtà, a causa dei test di apnea, fortemente controindicati dal punto di vista medico, molti muoiono di morte reale. Pertanto, applicare questo test clinico come diagnosi, prescritto dai codici etici e dalle leggi mediche prima della dichiarazione di «morte cerebrale» è irresponsabile e persino una negligenza criminale dell’interesse dei pazienti.

 

La realtà è che come veniva scritto nel protocollo di Pittsburgh nel 1993, hanno «bisogno di organi», di organi che siano conservati bene e, quindi – unica modalità possibile – in corpi vivi. 

Ci troviamo davanti ad una vera e propria inversione dell’etica medica

 

Infatti, se ci si pensa, una persona morta viene solitamente portata in obitorio, o nella camera ardente che sia; i pazienti cui è stata dichiarata la «morte cerebrale», chissà perché, vengono portati in sala operatoria. Una volta raggiunto il macello, prima di sventrare un corpo dichiarato morto il cui cuore ancora batte e la cui temperatura corporea ancora corrisponde ai parametri vitali nella norma, gli anestesisti procedono alla somministrazione di potenti dosi di farmaci antidolorifici per via endovenosa a causa della responsività , motivo per il quale, dopo la somministrazione farmacologica, si immobilizza il «corpo morto» per evitare le contrazioni durante lo squartamento corporeo pro-espianto. In sintesi: un paziente morto che ha bisogno di farmaci antidolorifici, anestesie e immobilizzazioni per non contorcersi sa di tutto fuorché di morto.

 

Con una piena circolazione, conditio sine qua non per l’integrazione integrativa dell’organismo nel suo insieme, e non la parte cerebrale, si fa a brandelli un essere umano vivo e responsivo, come mostrato in un video presentato al convegno di Roma dal Dr. Byrne, dove durante lo sventramento chirurgico di un costato di un paziente per espiantare un organo si vedeva nitidamente il cuore battere e pulsare normalmente.

Gli anestesisti procedono alla somministrazione di potenti dosi di farmaci antidolorifici per via endovenosa a causa della responsività , motivo per il quale, dopo la somministrazione farmacologica, si immobilizza il «corpo morto» per evitare le contrazioni durante lo squartamento corporeo pro-espianto

 

Carta d’identità pro-morte

L’organo-mercato ha però bisogno di strategie serie e allo stesso semplici  per inserire quante più persone possibili nel Sistema Informativo dei Trapianti (SIT) del Centro Nazionale dei Trapianti (CNT), una vera e propria anagrafe di papabili donatori pronti all’uso, al quale nessuno ha accesso, se non, ovviamente, ventiquattro ore su ventiquattro, i medici del coordinamento espianti-trapianti. E così, attraverso la nuova Carta d’Identità elettronica verso la quale tutti, presto o tardi, per un fattore di validità, dovremo passare, viene fatta esplicita richiesta per la donazione di organi.

 

All’anagrafe, prima di qualsiasi altra cosa, viene presentato un modulo prestampato ingannevole, come se fosse obbligatorio (ma in realtà non lo è né per il Comune né per il cittadino) dove si chiede di dare o meno la propria approvazione per il prelievo degli organi. Se si firma il modulo, esso sarà raccolto negli archivi dell’anagrafe e la volontà del cittadino, a prescindere da quale essa sia verrà trasmessa telematicamente al Sistema Informativo dei Trapianti e al Centro Nazionale Trapianti.

Un paziente morto che ha bisogno di farmaci antidolorifici, anestesie e immobilizzazioni per non contorcersi sa di tutto fuorché di morto

 

Come riporta il sito italiano di antipredazione.org, associazione che da anni combatte contro la macchina di morte «tale modulo non esplicita che si tratta di espianto su persona in cosiddetta “morte cerebrale” a cuore battente, perpetuando la falsità del “dona dopo la morte” […]? degli espianti, «La propaganda fa passare questo imbroglio come una “opportunità in più” ma non è così: è invece il turpe tentativo di intrappolarci, di fatto, uno alla volta (donatori, NON-donatori ed astenuti) nel database del Centro Nazionale Trapianti, ponendo anche gravi problemi di privacy».

 

Bisogna perciò, in tutto e per tutto, rifiutarsi di firmare tale modulo all’anagrafe durante il passaggio alla Carta d’Identità elettronica. Il fatto che sia la prima cosa ad essere richiesta la dice lunga sull’insaziabile sete di organi che aleggia nell’aria.

 

All’anagrafe, prima di qualsiasi altra cosa, viene presentato un modulo prestampato ingannevole, come se fosse obbligatorio (ma in realtà non lo è né per il Comune né per il cittadino) dove si chiede di dare o meno la propria approvazione per il prelievo degli organi

Filosofia cerebrolesa 

Se gli argomenti medici, clinici e amministrativi contro la «MC» sono molti, non ne mancano nemmeno di filosofici. Da un punto di vista filosofico, infatti, la non funzione del cervello non può essere argomento per confermare la morte di una persona. 

 

A trattare in modo approfondito il tema durante il convegno di Roma è stato ovviamente il Prof. Seifert, fra le altre cose cofondatore della Accademia Internazionale di Filosofia (IAP).

 

Seifert, durante l’introduzione iniziale al convegno, ha esordito ribadendo ciò che la fede cattolica e la stessa filosofia classica insegnano: «Noi abbiamo un’anima spirituale, e la vita umana esiste prima ancora della formazione del cervello». 

 

Questo primo dato essenziale sarebbe già sufficiente per comprendere quanto la «Brain Death» sia una totale invenzione, essendo il cuore il primo e sostanziale organo a formarsi subito dopo il concepimento. Da questo possiamo comprendere come una persona, finché viva biologicamente, è viva anche spiritualmente. La tendenza utilitarista secondo la quale la persona è ridotta alle sue azioni, in base alla sua «qualità di vita», espone a considerare la persona non per ciò che realmente è, ma per ciò che fa. Questo va contro il disegno di Dio, che ha creato l’uomo, nella sua essenza, a Sua immagine e somiglianza.

 

«Noi abbiamo un’anima spirituale, e la vita umana esiste prima ancora della formazione del cervello»

Abbiamo inoltre già detto che la morte è un evento e non un processo.

Un evento che ha segni biologici evidenti, primo fra tutti la cessazione del battito cardiaco, delle stesse funzioni cardiache e, quindi, della circolazione ematica e del respiro. Pensando al Vangelo potremmo meditare sulla «scrupolosità» di Nostro Signore Gesù Cristo, che prima di risuscitare l’amico Lazzaro attese ben tre giorni per esser certo che fosse davvero morto. Morire vuole infatti dire cessare di vivere, in tutto e per tutto, ma questi due elementi – la vita e la morte – non possono essere oggetti strettamente legati alla scienza, quest’ultima non potendo approfondire gli aspetti sovrannaturali della questione.

 

Come diceva il grande filosofo cattolico Robert Speamann, venuto a mancare non molto tempo fa e citato nel convegno romano durante l’intervento di un altro interessantissimo relatore, Padre Waldstein, un monaco circestense, «l’anima è ciò che dà vita al corpo, è la prima attualizzazione dell’essere umano, la forma sostanziale che costituisce l’uomo nella sua totalità».

 

Se ne evince allora che nessuna parte del corpo in sé può rappresentare il tutto se non si tiene conto dell’anima e se non si guarda all’uomo nella sua totalità integrativa biologica, psicologica e spirituale. 

«L’anima è ciò che dà vita al corpo, è la prima attualizzazione dell’essere umano, la forma sostanziale che costituisce l’uomo nella sua totalità»

 

Potrebbe mai l’anima scindersi dal corpo, abbandonare il corpo per una disfunzione del cervello? La risposta è ovviamente negativa, poiché questo si porrebbe in palese contraddizione con l’unità integrale di anima e di corpo: ovverosia l’essere umano stesso. 

 

Qualcuno, anche fra presunti filosofi cattolici ma in realtà figli di una filosofia materialista, ha tentato di risolvere ed arrivare alla conclusione che l’anima risiederebbe nel cervello. Questa conclusione però risulta assurda sia da un punto di vista biostorico che da un punto di vista evolutivo: se l’anima è presente sin dal concepimento, quando ancora il cervello non è presente, come può l’anima risiedere nel cervello? L’anima risiede, piuttosto, in tutto il corpo.

 

Chiesa predatrice, chiesa espiantatrice

La poca conoscenza dell’anima e dell’interesse per la sua salvezza, è prerogativa della chiesa vatican-secondista. Non stupisce, quindi, che il lascia passare per alcune delle teorie che vorrebbero far risiedere l’anima nel cervello in modo da scavalcare eventuali ostacoli filosofici e teologici per uccidere le persone sia pervenuto proprio dai modernisti.

I discorsi di Wojtyla sui trapianti sono infarciti, come il solito modernismo insegna, da una agghiacciante ambiguità

 

Nonostante l’Accademia Giovanni Paolo II porti proprio il nome di Papa Wojtyla, non sono mancate, durante il convegno, critiche obiettive ad alcuni suoi pronunciamenti a proposito della «MC», in particolare nei discorsi rivolti ai partecipanti del Congresso Mondiale per i Trapianti, la fine degli anni ’90 e il 2000.

 

Se è vero che la Chiesa ufficiale non si è mai pronunciata in modo autorevole sul tema (e questo certo non è un bene), è altresì vero che i pochi discorsi e i pochi documenti esistenti a cui si può fare riferimento – come ad esempio i capitoli dedicati ai trapianti presenti nella Nuova Carta degli Operatori Sanitari del 2017 – sono infarciti, come il solito modernismo insegna, da una agghiacciante ambiguità.

 

Prendiamo appunto ad esempio uno stralcio di discorso che Giovanni Paolo II pronunciò il 29 agosto del 2000 ai partecipanti al Congresso Internazionale sui trapianti:

 

«La morte della persona, intesa in questo senso radicale, è un evento che non può essere direttamente individuato da nessuna tecnica scientifica o metodica empirica. Ma l’esperienza umana insegna anche che l’avvenuta morte di un individuo produce inevitabilmente dei segni biologici, che si è imparato a riconoscere in maniera sempre più approfondita e dettagliata. I cosiddetti “criteri di accertamento della morte”, che la medicina oggi utilizza, non sono pertanto da intendere come la percezione tecnico-scientifica del momento puntuale della morte della persona, ma come una modalità sicura, offerta dalla scienza, per rilevare i segni biologici della già avvenuta morte della persona».

 

Era il 1999 quando, in un’ intervista rilasciata a La Repubblica l’allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede Joseph Ratzinger dichiarò apertamente di essere iscritto all’albo dei donatori di organi

In particolare nell’ultima frase, si può facilmente individuare una ambigua definizione di nuovi «criteri di accertamento della morte», affidando sostanzialmente il rilevamento dei segni biologici per constatare la morte ad una «modalità sicura offerta dalla scienza».

 

Il discorso continua poi con una sostanziale ammissione ed accettazione della «concezione antropologica» della «morte cerebrale»:

 

«Di fronte agli odierni parametri di accertamento della morte, – sia che ci si riferisca ai segni “encefalici”, sia che si faccia ricorso ai più tradizionali segni cardio-respiratori -, la Chiesa non fa opzioni scientifiche, ma si limita ad esercitare la responsabilità evangelica di confrontare i dati offerti dalla scienza medica con una concezione unitaria della persona secondo la prospettiva cristiana, evidenziando assonanze ed eventuali contraddizioni, che potrebbero mettere a repentaglio il rispetto della dignità umana».

 

«In questa prospettiva, si può affermare che il recente criterio di accertamento della morte sopra menzionato, cioè la cessazione totale ed irreversibile di ogni attività encefalica, se applicato scrupolosamente, non appare in contrasto con gli elementi essenziali di una corretta concezione antropologica».

 

Una totale impreparazione su di un argomento che avrebbe poi fatto breccia, di lì in avanti, in tutte le accademie «pro-Life» della Chiesa Cattolica.

 

È ora di finirla con i falsi buonismi secondo il quale donare organi è un atto di bontà

Anche Ratzinger – quando ancora era Cardinal Ratzinger -, non sfuggì.

In pochi sanno che il prelato bavarese ci tenne a fare un notevole coming-out. Era il 1999 quando, in un’ intervista rilasciata a La Repubblica l’allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede dichiarò apertamente di essere iscritto all’albo dei donatori di organi, definendo tale «donazione» come «un atto d’amore moralmente lecito, che deve però essere fatto volontariamente». Fu poi cancellato una volta eletto al Soglio, giacché ai papi gli organi non possono essere « almeno per ora »  estratti. La cosa in effetti fungerebbe da perfetta analogia: la Chiesa predata dalla neo-chiesa predatrice. 

 

Tornando all’atto di amore: si può parlare di «atto di amore» per la donazione di organi?

Evidentemente, viste le condizioni e le argomentazioni sin qui espresse circa il concetto di «morte» per gli addetti ai trapianto, no. Ma non solo per questo, e a spiegarlo è stato sempre il Dr. Paul Byrne, a Roma, quando con coraggio ha detto chiaro e tondo che è ora di finirla con i falsi buonismi secondo il quale donare organi è un atto di bontà. Byrne ha argomentato questa sua presa di posizione sostenendo, giustamente, che il nostro corpo è una cosa inviolabile e disposta da Dio, e che per nessuna ragione può essere privato di ciò che lo compone.

Il nostro corpo è una cosa inviolabile e disposta da Dio, e che per nessuna ragione può essere privato di ciò che lo compone

 

 

Conclusioni 

Da tutte queste considerazioni fatte possiamo arrivare ad una sola conclusione: la definizione ed il criterio di «morte cerebrale» deve essere considerato come aberrante sotto ogni punto di vista: clinico, etico, filosofico. Dobbiamo continuare a combattere per affermare che l’unica nozione a cui si può far riferimento è quella di morte clinica o naturale. Tutto il resto è una nebulosa di parole creata ad arte per permettere gli espianti a cuore battente, una vera e propria industria di organi e di corpi macellati, che si stima frutterà 51 miliardi di dollari dal 2017 al 2025 [3].

 

La morte non è legata ad un giudizio arbitrario poiché porta con sé caratteristiche evidenti e potenti. È totalmente arbitrario, invece, identificare un evento così lampante come la morte con la «morte» del tronco encefalico. 

Una vera e propria industria di organi e di corpi macellati, che si stima frutterà 51 miliardi di dollari dal 2017 al 2025

 

Opponiamoci ai necrocultori del nuovo millennio, fedeli eredi di una cultura pagana riemersa e pronta a fare il proprio mortifero proclamo: ritornare al sacrificio umano, ovvero all’idea di «aiutare qualcuno» uccidendo e sacrificando qualcun altro. Ucciderne uno per salvaguardare la collettività. 

 

Tutto questo non è null’altro che la sovversione bioetica. Ma, soprattutto, è un satanico rovesciamento della Croce di Cristo, che con il Suo Sacrificio perpetuo ha distrutto ogni tentativo di sacrifico umano ai dei gentium, riabilitando l’uomo nella sua nobiltà spirituale e corporea, dal suo concepimento sino alla morte naturale. 

 

Un satanico rovesciamento della Croce di Cristo, che con il Suo Sacrificio perpetuo ha distrutto ogni tentativo di sacrifico umano

Citando uno splendido riadattamento latino del Prof. Joseph Seifert, possiamo concludere dicendo: Ceterum censeo definitiones mortis cerebrali esse delendam.

 

Cristiano Lugli 

 

NOTE

[1] M GIACOMINI, “A Change of Heart a d a Change of Mind? Technology and the Redefinition of Death in 1968”, in «Social Science and Medicine», 44, 10, 1997, pp. 1465-1482.

CICERO GALLI COIMBRA, “Il test di apnea: un ‘disastro’ letale al capezzale del malato per evitare un ‘disastro’ legale in sala operatoria”, in «Finis vitæ. La morte cerebrale è ancora vita?,  p.144.

 

[2] “A Definition of Irriversible Coma. Report of the Ad Hoc Committee of the Harvard Medical School of Examine Brain Death”, in «Journal of the American Medical Association», 205, 1968, pp. 337-340. 

 

[3] https://www.grandviewresearch.com/press-release/global-transplantation-market

 

 

Articolo apparso anche su Tradizione Cattolica.

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Eutanasia

La Francia ha legalizzato l’eutanasia e il suicidio assistito: un’analisi approfondita di una legge sulla morte

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Il 15 luglio 2026 rimarrà una data oscura nella storia francese. Dopo diversi anni di dibattito e tre respingimenti consecutivi da parte del Senato, l’Assemblea nazionale ha finalmente approvato la legge che istituisce il «diritto al suicidio assistito».

 

La legalizzazione del «morte assistita» è stata una delle principali promesse del secondo mandato di Emmanuel Macron. Dopo diversi rinvii dovuti allo scioglimento dell’Assemblea nazionale e alle successive crisi politiche, la legge è finalmente giunta alla sua conclusione il 15 luglio 2026.

 

Vita sottomessa ai voti

L’Assemblea Nazionale ha definitivamente approvato il disegno di legge con 291 voti favorevoli, 241 contrari e 29 astensioni; si è trattato della quarta votazione parlamentare su questo testo in meno di un anno. Nel frattempo, il Senato si era opposto per ben tre volte, esprimendo riserve sulle conseguenze di una simile riforma; tuttavia, il governo ha scelto di lasciare la decisione finale all’Assemblea Nazionale.

 

La maggioranza presidenziale e i gruppi di sinistra hanno appoggiato in modo schiacciante la riforma, mentre i parlamentari di destra e del Rassemblement National hanno votato in gran parte contro, sebbene ciascun gruppo abbia concesso ai propri membri libertà di voto sulla questione. È comunque importante notare che, a pochi mesi dalle elezioni presidenziali del 2027, il portavoce del Rassemblement National, Laurent Jacobelli, ha dichiarato a franceinfo che il suo partito non avrebbe abrogato la legge in caso di vittoria alle elezioni, ma si sarebbe limitato a vigilare attentamente sulla sua attuazione.

 

Con questa votazione, la Francia entra a far parte della ristretta cerchia di paesi che hanno legalizzato il suicidio assistito o l’eutanasia, tra cui figurano Paesi Bassi, Belgio, Lussemburgo, Spagna, Svizzera, Canada, Nuova Zelanda e Uruguay.

 

Come per altre importanti riforme sociali, il vocabolario utilizzato ha giocato un ruolo centrale. La legge non parla né di «eutanasia» né di «suicidio assistito», ma di «aiuto a morire». Per i suoi sostenitori, questa espressione sottolinea la volontà di sostenere le persone che affrontano sofferenze ritenute insopportabili. In realtà, è un modo per attenuare il vero impatto del testo e farlo passare senza destare allarme, per poi trarne tutte le conclusioni necessarie.

 

Padre Hervé Gresland, autore di articoli su questo argomento, fa un’osservazione (1):

 

«Lo vediamo ovunque e sempre: la legalizzazione del male porta a un rapidissimo cambiamento di mentalità nella società. In breve tempo, le coscienze vengono completamente distorte; ciò che è legale diventa legittimo agli occhi della maggioranza. Nei paesi in cui è legale, assistiamo a una banalizzazione dell’eutanasia».

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Una trasgressione ispirata alle logge massoniche

Qualunque cosa si possa dire, l’eutanasia è l’omicidio di una persona innocente. Come tale, è intrinsecamente sbagliata e pertanto non è mai permessa. La sua legalizzazione costituisce un ulteriore passo nella rivendicazione della libertà assoluta della persona umana, che dovrebbe poter «scegliere la propria vita, scegliere la propria morte», secondo il tema del congresso organizzato a Nizza, dal 21 al 23 settembre 1984, dall’ADMD (Associazione per il Diritto a Morire con Dignità).

 

Questa associazione, cofondata dal dottor Pierre Simon, già Gran Maestro della Gran Loggia di Francia, e a lungo presieduta dal parlamentare (poi deputato e poi senatore) ed eminente membro del Grande Oriente di Francia Henri Caillavet, è all’origine del dibattito sull’eutanasia e sul suicidio assistito in Francia; è riuscita a imporre le proprie idee, persino il proprio vocabolario.

 

Non dimentichiamo che il 5 maggio 2025 il Presidente Emmanuel Macron ha visitato la Gran Loggia di Francia. Nel suo discorso in quell’occasione, ha dichiarato: «La Repubblica non è solo a casa nella Massoneria. È nel suo cuore e nella sua anima. (…) La Massoneria è in prima linea nella battaglia, la battaglia che conta se vogliamo plasmare questo secolo per il bene dell’umanità». E ha accolto con favore il fatto che i Massoni abbiano l’ambizione di «rendere l’uomo libero artefice della propria vita, dalla nascita alla morte».

 

Le logge massoniche, sostenute da importanti legami politici e mediatici, come già accaduto con la contraccezione (1967) e l’aborto (1974), si sono prese il loro tempo per portare a compimento questo sinistro progetto; ora sono vicine al loro obiettivo e festeggiano l’adozione di questa legge letale.

 

Padre Gresland presenta il loro punto di vista:

 

«L’uomo vuole avere potere sulla propria vita; vuole poter decidere da sé il suo valore o la sua durata. L’uomo che si fa dio proclama: “Io sono il padrone della mia vita e della mia morte, ne dispongo come voglio, ne mantengo il controllo fino agli ultimi istanti”».

 

L’aspetto più scandaloso di questa manovra è che «medici e operatori sanitari, che sono i più direttamente colpiti, sono stati in gran parte esclusi dal processo. 800.000 di loro hanno firmato una lettera aperta su Le Figaro il 16 febbraio 2023, opponendosi all’eutanasia, ma le loro voci non contano».

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Il desiderio di essere padroni della propria vita

L’abate Gresland dà un’idea della portata del cambiamento in atto:

 

«Il divieto di omicidio non appartiene al regno del diritto umano; deriva da una legge superiore alla volontà umana, la legge naturale, espressione della legge divina: “Non uccidere”. Questo divieto è l’unica garanzia valida e un punto di riferimento fondamentale per qualsiasi società civile. Trasgredire questo divieto costituisce quindi un cambiamento radicale. Un Paese che pretende di legiferare per eliminare i propri anziani e malati non può più rivendicare lo status di nazione civile. Dietro la cortina fumogena di parole come “libertà” o “dignità”, si sta verificando un completo capovolgimento».

 

Contrariamente a questa ideologia, «papa Pio XII ci ha ricordato che “Dio solo è padrone della vita e dell’esistenza. L’uomo, dunque, non è padrone né possessore, ma solo usufruttuario del suo corpo e della sua esistenza”.² Arrogarsi un diritto sulla propria vita è uno dei peccati più gravi che si possano commettere. Questo desiderio di usurpare ciò che appartiene solo a Dio è luciferino». (2)

 

La legge approvata il 15 luglio legalizza sia il suicidio assistito che l’eutanasia stessa, ovvero l’uccisione intenzionale di un paziente da parte di terzi. Tuttavia, fin dai tempi di Ippocrate, la medicina occidentale si è basata sul principio che il medico cura, allevia la sofferenza e fornisce supporto, ma non causa mai intenzionalmente la morte del paziente.

 

Nel corso dei dibattiti parlamentari, diverse organizzazioni mediche hanno ribadito la loro opposizione a questa rivoluzione, sostenendo che quando un paziente vede un medico entrare nella sua stanza, deve essere certo che il medico sia venuto per curarlo, non per causarne la morte.

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Le cure palliative messe da parte

A questa legittimazione ormai consolidata, padre Gresland si oppone la storia cristiana:

 

«Anziché sopprimere i malati gravi, la civiltà cattolica ha perseverato nella cura dei malati, anche in circostanze estreme. Invece di lasciare morire i bisognosi soli e abbandonati, ha inventato ospedali, orfanotrofi e case di riposo. Si è adoperata affinché tutti comprendessero la propria dignità di esseri umani creati a immagine di Dio, qualunque sventura li colpisca. Li ha aiutati a presentarsi al cospetto di Dio attraverso l’aiuto della vera religione. È questo spirito che Satana vuole distruggere, lo spirito di amore più forte dell’indifferenza e di speranza più forte della disperazione umana».

 

Inoltre, ancora oggi, l’accesso alle cure palliative rimane gravemente inadeguato in Francia. Circa venti dipartimenti sono tuttora privi di reparti specializzati e meno della metà del fabbisogno nazionale viene effettivamente soddisfatto. L’Unione delle Famiglie afferma che presto sarà più facile ottenere la morte che assicurarsi un posto in un reparto di cure palliative.

 

Come siamo arrivati ​​a questo punto? Padre Gresland lo spiega:

 

«Le persone vengono indotte a credere che l’alternativa all’eutanasia sia una sofferenza atroce. E l’opinione pubblica viene manipolata attraverso i sondaggi, chiedendo alle persone se preferirebbero una sofferenza atroce o l’eutanasia. Ovviamente emerge la risposta desiderata, perché ciò che le persone vogliono è semplicemente non soffrire. Il grido di una persona malata, “Voglio morire”, non è una richiesta positiva; è prima di tutto un grido di angoscia, una supplica di aiuto. A seconda dei casi, significa: “Soffro troppo”, “Sono troppo fragile”, “Sono stanco di vivere”. Alcuni chiedono di porre fine alla propria vita a causa del loro isolamento o della paura di essere un peso per gli altri».

 

Eppure:

 

«La medicina oggigiorno è in grado di alleviare quasi ogni dolore fisico. È vero, però, che alcune sofferenze sono resistenti agli antidolorifici. In questi casi, si può offrire al paziente una sedazione più forte, a condizione che la morte non sia l’obiettivo immediato. Anche il dolore emotivo trova sollievo attraverso un sostegno attento e la cura di personale qualificato. Quasi invariabilmente, quando i pazienti sono ben assistiti, non chiedono più di morire. Ciò di cui le persone hanno bisogno non è aiuto per morire, ma aiuto per vivere. Alla fine della loro vita, desiderano essere accompagnate e aiutate fino all’ultimo, essere circondate da compassione e amore – un amore che, anche se non ne sono consapevoli, è un riflesso dell’amore di Dio».

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Una battaglia legale che non è ancora conclusa.

Il voto del Parlamento non significa ancora che la legge entri in vigore. Come annunciato ancor prima del voto, ora dovranno essere esaminate quattro richieste presentate al Consiglio costituzionale. Il primo ministro Sébastien Lecornu, il Presidente del Senato Gérard Larcher e diversi gruppi parlamentari hanno chiesto al Consiglio di verificare la costituzionalità del testo. Se il testo verrà confermato, il Presidente della Repubblica potrà promulgarlo prima che i decreti attuativi ne specifichino i dettagli pratici di applicazione.

 

Ma già ora il dibattito non riguarda più solo il contenuto della legge; si estende anche alle condizioni in cui il Consiglio costituzionale sarà chiamato a pronunciarsi su di essa. In un articolo d’opinione pubblicato su Le Figaro, Jean-Éric Schoettl, ex Segretario generale del Consiglio costituzionale, richiama l’attenzione su una questione raramente dibattuta: quella dell’imparzialità oggettiva dei membri del Consiglio. Non basta che la giustizia sia imparziale; questa imparzialità deve anche essere visibile e ispirare fiducia.

 

Jean-Éric Schoettl sottolinea che diversi membri attuali del Consiglio costituzionale si erano espressi pubblicamente a favore della legalizzazione del suicidio assistito prima della loro nomina. Cita, in particolare, Alain Juppé, Jacques Mézard e Richard Ferrand, che avevano manifestato il loro sostegno a questa riforma. Al contrario, Philippe Bas si era pubblicamente opposto a una legislazione simile quando era senatore.

 

In definitiva, però, secondo padre Gresland, entrano in gioco alcune considerazioni piuttosto discutibili dal punto di vista etico:

 

«La legge proposta risponde anche a considerazioni utilitaristiche ed economiche. Una persona può essere sottoposta al suicidio assistito quando non è più utile. Gli anziani sono costosi, soprattutto durante l’ultimo anno di vita. È comprensibile che le compagnie di assicurazione sanitaria integrativa e i fondi pensione siano favorevoli al suicidio assistito. Ne intravedono un innegabile vantaggio finanziario».

 

Anche gli eredi ne trarranno un grande vantaggio: il testo richiederà che i contratti di assicurazione sulla vita coprano il rischio di morte in caso di suicidio assistito, come se non si trattasse di una morte richiesta e indotta, bensì di una morte naturale. Una menzogna colossale!

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La «licenza di uccidere» riassunta in 27 punti dall’ECLJ

Grégor Puppinck, direttore del Centro Europeo per il Diritto e la Giustizia (ECLJ), analizza la proposta di legge che crea una vera e propria «licenza di uccidere». Ha individuato meticolosamente ventisette gravi problemi:

 

  1. È un unico medico a decidere sull’intera procedura di eutanasia (art. 5 e 6)
  2. La legge non prevede alcun requisito formale in merito all’espressione della volontà di morire; essa può essere formulata per iscritto o «con qualsiasi altro mezzo di espressione adeguato alle proprie capacità» (art. 5, III).
  3. In pratica, è sufficiente che il medico dichiari che la persona desidera morire. Non è richiesto alcun testimone per attestare la veridicità della richiesta di morire.
  4. In ogni caso, il medico incontra la persona interessata da sola (articoli 5, 6 e 7).
  5. Questo medico può incontrare la persona per la prima volta il giorno della «richiesta» di morte; non è necessariamente il medico curante (art. 5).
  6. L’eutanasia è possibile per le persone sottoposte a tutela e curatela, nonché per le persone la cui capacità di discernimento è compromessa (art. 5).
  7. È sufficiente che la capacità di discernimento non sia «gravemente» compromessa nel momento in cui la persona deve esprimere la propria richiesta di morte (art. 6, I).
  8. Non è esclusa dal procedimento la persona affetta da un grave disturbo mentale, come ad esempio una tendenza al suicidio (art. 4, par. 4).
  9. Non è necessario che il paziente si trovi in ​​fase terminale; una persona con ancora molti anni di vita da vivere può ottenere la morte (art. 4, par. 3).
  10. La persona non ha il «diritto» di ricevere cure palliative, che peraltro sono scarsamente disponibili.
  11. Il medico consulta due persone di sua scelta: un medico e un assistente medico o un operatore sanitario eventualmente posto sotto la sua autorità gerarchica (art. 6, II).
  12. La consultazione con queste due persone può avvenire tramite videoconferenza, anche senza aver incontrato il richiedente o verificato la realtà della sua richiesta di morte (art. 6, II).
  13. Anche se una persona sottoposta a tutela o curatela richiede un consulto con un parente, il medico può rifiutarlo (art. 6, II, par. 4).
  14. Il medico può prendere la decisione definitiva subito dopo la consultazione (art. 6, III).
  15. Il medico non è tenuto a visitare il richiedente una seconda volta (art. 6, IV e V).
  16. Il periodo di riflessione della persona è di soli due giorni dalla decisione del medico (art. 6, IV).
  17. L’intero processo può quindi essere completato in tre giorni.
  18. I familiari della persona non hanno il diritto di essere informati che è in corso una procedura di eutanasia (art. 6, II, par. 4 e art. 7).
  19. I parenti non hanno il diritto di impugnare in tribunale la decisione del medico (art. 12).
  20. Il medico o l’infermiere deve accertarsi che le persone vicine alla persona sottoposta a eutanasia non esercitino alcuna pressione per indurla a «rinunciare alla somministrazione della sostanza letale» (art. 9, I).
  21. La persona viene informata «delle modalità d’azione della sostanza letale» solo dopo aver confermato la propria richiesta di morire (art. 6, V).
  22. Gli obiettori di coscienza che rifiutano l’eutanasia sono tenuti a designare un altro medico che accetti di praticarla al loro posto (art. 14).
  23. Gli enti privati, in particolare quelli religiosi, anche se tutto il personale è obiettore di coscienza, sono obbligati ad accogliere le équipe mobili per l’eutanasia e ad accettare l’eutanasia dei propri residenti e pazienti, pena il perseguimento penale e sanzioni amministrative e pecuniarie (art. 14).
  24. Ai farmacisti viene negata la clausola di obiezione di coscienza e sono obbligati a preparare il veleno, pena sanzioni disciplinari (artt. 8 e 14).
  25. Tutti gli emendamenti volti a separare le procedure di eutanasia da quelle di prelievo di organi sono stati respinti (ad esempio, l’emendamento n. 547).
  26. Il «controllo» viene effettuato dopo il decesso sulla base delle sole informazioni trasmesse dal medico (art. 11 e 15).
  27. Il «controllo» è effettuato da una commissione composta da quattro membri provenienti da associazioni e professionisti delle scienze umane e sociali, nonché da due dottori e solo due giudici (art. 15, IV).
  28. L’intero costo della procedura, comprese le spese e la remunerazione, è coperto dalla Previdenza Sociale (art. 18).

 

Inoltre, occorre tenere conto delle seguenti realtà:

 

  • Il 10% dei francesi assume antidepressivi
  • Secondo la Società francese per le cure palliative (SFAP), un milione di francesi ne hanno diritto.
  • Circa venti reparti non dispongono di unità di cure palliative e meno della metà del fabbisogno di cure palliative viene attualmente soddisfatto. Inoltre, questa copertura diminuirà proporzionalmente all’invecchiamento della popolazione.
  • La legalizzazione della morte anticipata consentirebbe di risparmiare circa 1,4 miliardi di euro all’anno in costi sanitari, previdenziali e pensionistici (valutazione di Fondapol, 2025).

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I vescovi di Francia sono stati truffati ancora una volta

Poche ore dopo l’adozione definitiva del testo, la Conferenza episcopale francese ha pubblicato una dichiarazione in cui i vescovi ritengono che il 15 luglio 2026 «segna una grave rottura nella storia del nostro Paese».

 

Da diversi anni ormai, ricordano:

 

«Abbiamo partecipato con serietà e responsabilità al dibattito sui temi del fine vita, esprimendo le nostre convinzioni e dialogando con tutti. Attingendo alla secolare esperienza della Chiesa nell’accompagnamento dei malati, dei morenti e delle loro famiglie, abbiamo voluto condividere le nostre riflessioni sulla dignità di ogni vita umana».

 

Ma, ancora una volta, si sentono truffati:

 

«Il Presidente della Repubblica aveva annunciato un dibattito sereno, informato e rispettoso, ma è evidente che questioni politiche, ideologiche e senza dubbio anche economiche, mascherate da parole fuorvianti, hanno prevalso su questa ambizione».

 

È solo nell’ultima frase che compare il nome di Cristo, ben meno onorato della dignità umana e della fratellanza universale, tanto apprezzate fin dal Concilio:

 

«I cattolici di Francia continueranno, insieme a molti altri uomini e donne di buona volontà, credenti o meno, a servire la vita. Lo faranno animati dalla ferma speranza che il Vangelo dona loro, senza spirito di rassegnazione né di scontro, convinti che la grandezza di una società non sta mai nel dare la morte ai più vulnerabili, né nel permettere loro di togliersi la vita, ma, al contrario, nell’accompagnarli, attraverso una vera fraternità, fino alla fine. Perché Cristo, in cui credono, è venuto perché il mondo abbia la vita».

 

Tutto ciò impallidisce al confronto con il clamore della parte avversa. L’abate Gresland cita come esempio un vescovo ben più valoroso degli attuali vescovi francesi, osservando che:

 

«L’eutanasia, tuttavia, era caduta in disgrazia dopo i processi di Norimberga. Infatti, nella Germania nazista, esisteva un programma per lo sterminio dei disabili, l’Aktion T4, in vigore tra il 1940 e il 1941, che causò migliaia di vittime. Tra le voci che si levarono contro questo programma di eugenetica di massa attuato dallo Stato, la più forte e coraggiosa fu quella del vescovo di Münster, monsignor von Galen».

 

Questo illustre vescovo aveva previsto che una delle conseguenze dell’eutanasia sarebbe stata la brutalizzazione della società, persino all’interno delle famiglie: «Non si può immaginare la depravazione morale, la sfiducia universale che si diffonderà fino al cuore stesso della famiglia se il santo comandamento di Dio, “Non uccidere!”, che il nostro Creatore ha scritto nella coscienza dell’uomo, verrà violato, e la sua violazione tollerata e perpetrata impunemente!». Le sue parole contribuirono all’interruzione del programma nell’ottobre del 1941.

 

La conclusione è inevitabile: «Purtroppo gli attuali vescovi francesi sono incapaci di questo tipo di linguaggio. Con la loro solita debolezza, hanno espresso deplorevolmente le loro “riserve”, le loro “esitazioni” o le loro “preoccupazioni”».

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La Fondazione Jérôme Lejeune denuncia una società eugenetica

La Fondazione Jérôme Lejeune ha reagito con maggiore determinazione:

 

«A seguito del voto per la legalizzazione dell’eutanasia, la Fondazione Jérôme Lejeune annuncia la continuazione con assoluta forza e determinazione della lotta contro questa legge che sancisce la morte. In prima linea nella lotta contro l’eugenetica, la Fondazione include ora questa resistenza di lunga data all’eutanasia, che minaccia la vita dei più vulnerabili, tra le priorità della sua missione di advocacy».

 

Per la Fondazione Jérôme Lejeune, la legge sull’eutanasia segue la stessa logica di quella che, 50 anni fa, legalizzò l’aborto eugenetico, ovvero l’uccisione di bambini nell’utero materno fino al nono mese di gravidanza perché affetti da disabilità. Le prime vittime di questa nuova legge saranno tutte le persone vulnerabili, e in particolare quelle con disabilità intellettiva. La Fondazione denuncia una visione eugenetica della società, guidata da valori contrari basati su una falsa concezione di progresso, autonomia e libertà a fini utilitaristici.

 

Secondo Jean-Marie Le Méné, presidente di questa Fondazione:

 

«Il divieto di uccidere è un principio fondante della nostra civiltà. Ponendo la morte indotta al centro del nostro sistema sanitario, lo Stato abdica alle proprie responsabilità. Rinuncia alla sua missione primaria: proteggere i più vulnerabili. Questa è una profonda violazione del contratto sociale. I nostri politici hanno ancora una bussola morale? Contiamo sulla visita del Papa a Parigi a settembre per ribadire con forza le esigenze di questa morale naturale universale, che ci dice di non uccidere, rubare o mentire, e che quindi non riguarda solo i cattolici».

 

L’Unione delle Famiglie contro una legge violenta

Per la Family Union, l’adozione di questa legge costituisce «un atto di violenza senza precedenti».

 

Violenza contro i malati, «a coloro ai quali la morte viene ora offerta più facilmente delle cure mediche. Sarà più rapido ottenere un’iniezione letale che un posto letto in un centro di cure palliative o un appuntamento in un centro per la gestione del dolore. Non garantendo a tutti i mezzi per vivere con dignità fino alla fine, la nostra società sceglie di rendere la morte accessibile».

 

Violenza contro gli operatori sanitari, quindi, «che si sono opposti in modo schiacciante a questo diritto al suicidio assistito, rifiutando questo tradimento del significato della loro professione. La morte non sarà mai cura, né tantomeno sostegno. La medicina si prende cura del paziente, lo cura, allevia la sua sofferenza e lo accompagna. L’eutanasia pone fine alla sua vita».

 

Violenza anche contro le famiglie, «il trauma generato da un suicidio è noto, e a questo si aggiungerà il rischio di profonde divisioni tra chi sapeva e chi non sapeva, tra chi verrà visto come colpevole di non averlo impedito e gli altri».

 

Infine, l’Unione denuncia le violenze perpetrate contro le istituzioni stesse:

 

«Raramente una riforma sociale ha incontrato un’opposizione politica così diffusa, compresi tre rifiuti da parte del Senato, l’opposizione di quasi 400 parlamentari durante l’iter legislativo e la sua approvazione finale con pochissimi voti di scarto, nonostante questo testo rappresenti un cambio di paradigma per tutti i pazienti e gli operatori sanitari».

Ma la conseguenza più preoccupante risiede nella pressione morale che ora graverà sui più vulnerabili:

 

«Vale ancora la pena vivere la mia vita? Sono diventato un peso? I miei cari sarebbero liberati se accelerassi la mia morte? Sono troppo oneroso? Questa è l’ingiunzione che lo Stato e la società impongono oggi alla vita dei più vulnerabili tra i nostri concittadini. Una società dignitosa dovrebbe rispondere loro senza esitazione che hanno tutto il diritto di essere tra noi. Ora, invece, offre loro anche il suicidio come risposta».

 

Alliance VITA continua la lotta

L’associazione Alliance VITA spera che il Consiglio costituzionale, quantomeno, riesca a limitare i danni:

 

«È improbabile che il Consiglio costituzionale abroga completamente il testo che apre la strada all’eutanasia e al suicidio assistito. Tuttavia, potrebbe abrogare alcune disposizioni, ad esempio l’obbligo per le strutture sanitarie di consentire l’eutanasia o il suicidio assistito nei propri locali. Potrebbe anche esprimere riserve in merito alla sua interpretazione».

 

Una volta promulgata la legge, è possibile un successivo controllo di costituzionalità : qualsiasi cittadino può presentare un «ricorso preliminare prioritario sulla costituzionalità» (QPC) nell’ambito di un contenzioso in corso, se ritiene che i propri diritti o libertà costituzionali siano stati violati.

 

Osserva che:

 

«L’annuncio dei rinvii al Consiglio costituzionale riflette i seri interrogativi e il disagio sollevati da questo testo, sia per quanto riguarda il suo contenuto sia per le condizioni della sua adozione».

 

Dal punto di vista formale, questo rinvio giunge al termine di un processo legislativo caratterizzato da persistenti divergenze, come dimostrano i successivi rigetti del testo da parte del Senato e il progressivo assottigliamento delle maggioranze nell’Assemblea nazionale con il progredire dei dibattiti.

 

In questo contesto, il principio di precauzione avrebbe dovuto indurre a rinviare l’adozione di questo progetto in assenza di consenso, soprattutto considerando che le disposizioni della legge Claeys-Leonetti non sono ancora pienamente attuate su tutto il territorio nazionale.

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I metodi della lobby anti-vita non sono cambiati

Dalla legalizzazione dell’aborto nel 1974, i metodi impiegati dagli oppositori della morale naturale sono rimasti sostanzialmente gli stessi. Già nel 2007 (3), padre François Castel, nel tentativo di mettere in guardia contro l’eutanasia, aveva osservato che:

 

«Cominciamo presentando un disegno di legge all’Assemblea senza alcuna speranza di approvazione, ma semplicemente per conferire all’idea una certa legittimità e avviare il dibattito. Ci adoperiamo quindi per influenzare l’opinione pubblica diffondendo disinformazione, suggerendo che l’assenza di una legge che regoli questa pratica abbia conseguenze disastrose per la società; pubblicando manifesti di sedicenti autorità morali che si battono per la legalizzazione della pratica desiderata; e sensazionalizzando alcuni casi scelti per il loro impatto emotivo. Una volta raggiunto un consenso a favore di questa pratica, il disegno di legge viene ripresentato ai membri dell’Assemblea Nazionale, che lo approvano senza problemi».

 

Siamo qui. Contro l’insopportabile rappresentazione della sofferenza da parte dei nostri avversari, padre Denis Quigley (4) ci ricorda che è necessario presentare al mondo la vera nozione di dignità umana, così spesso fraintesa:

 

«Uno stato insopportabile di declino fisico e mentale causato dalla malattia non compromette il rispetto della dignità della persona e non conferisce a nessuno il diritto di morire. La dignità della persona umana, infatti, non si giudica dalle sue funzioni biologiche e non si perde con la diminuzione delle capacità fisiche. “La vita terrena trova il suo senso nella vita eterna”; anche sofferente o incosciente, la persona conserva la sua dignità di essere creato a immagine e somiglianza di Dio, la dignità di “essere di eternità”. Per questo, dice Pio XII (5), “il medico deve disprezzare qualsiasi suggerimento di sopprimere la vita, per quanto fragile e umanamente inutile essa possa apparire”».

 

Soprattutto, dobbiamo predicare, in ogni occasione opportuna e inopportuna, l’insegnamento di colui che è l’Autore della vita delle anime e dei corpi, Nostro Signore Gesù Cristo, che è l’unico che può darci la chiave per la sofferenza:

 

«La Passione di Nostro Signore Gesù Cristo ci insegna che la sofferenza offerta a Dio, in sottomissione alla Sua volontà, ha un grande valore ai Suoi occhi. Permette al malato di espiare gli errori della propria vita, redimendo i propri peccati. Uno degli scopi del sacramento dell’infermità è, inoltre, quello di aiutarlo a sopportare la sofferenza in questo stato d’animo, anziché cercare di sfuggirle a tutti i costi. La sofferenza può anche essere meravigliosamente feconda. Dio ce lo ha insegnato attraverso l’esempio di diversi santi, come Santa Rafqa (1832-1914)».

 

L’abate Gresland sottolinea che questo non è il momento del disfattismo, ma di una lotta strenua, ogni giorno che Dio ci concede di vivere quaggiù:

 

«I nemici di Dio vogliono plasmare la società secondo la propria visione. Tra questi, i fautori della morte inflitta portano avanti senza sosta la loro opera di propaganda ideologica. Dobbiamo prepararci ad affrontare il mondo dopo questa legge di morte: educare le nostre menti, rafforzare le nostre coscienze e rifiutare questa volontà di morte. Affinché al Giudizio Universale, quando alcuni sentiranno dire: “Ero malato e mi avete praticato l’eutanasia”, noi possiamo sentire dal Signore: “Ero malato e mi avete visitato”».

 

Se non per la terra, questa lotta porterà almeno frutto in Cielo. E solo questo durerà.

 

NOTE

1) Sacerdote della Fraternità Sacerdotale San Pio X, autore della serie di articoli «La legge sull'”aiuto a morire» pubblicata nei bollettini La Couronne de Marie n°145 e 147.

2) Discorso al Congresso dei Chirurghi, 24 febbraio 1957

3) https://laportelatine.org/formation/morale/bioethique/leglise-catholique-et-leuthanasie

4) https://laportelatine.org/spiritualite/quest-ce-que-leuthanasie-par-m-labbe-denis-quigley-novembre-2015

5) Ai medici chirurghi, 13 febbraio 1945.

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

 

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Eutanasia

Medico serial killer, condannato per 15 omicidi, indagato per altri 70: continua la corsa mondiale degli «Angeli della Morte»

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Un medico tedesco specializzato in cure palliative è stato condannato all’ergastolo per aver ucciso almeno 15 dei suoi pazienti, mentre è ancora sotto inchiesta per oltre 70 altri decessi.   Un tribunale di Berlino ha condannato un uomo di 41 anni, identificato come Johannes M., per l’omicidio di 12 donne e tre uomini di età compresa tra i 25 e i 94 anni, avvenuto nell’arco di circa tre anni.   Secondo quanto riportato dal Courthouse News Service, la giudice Sylvia Busch ha descritto il medico come un «serial killer» in un caso «incomprensibile» e «straordinario». È sospettato di aver ucciso oltre 70 persone.

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L’uomo ha dichiarato in tribunale di ritenere di agire per il bene dei suoi pazienti, risparmiando loro «sofferenza e infermità». «Durante tutto questo periodo, ho pensato che questa fosse la cosa migliore per tutti», ha affermato.   Tuttavia, i pubblici ministeri hanno sostenuto che non avesse ucciso per un malinteso senso di compassione, bensì per una «sete di sangue», senza «alcun altro movente per uccidere queste persone se non l’atto stesso di uccidere».   Il tribunale ha accertato che l’uomo ha somministrato ai suoi pazienti un anestetico e un miorilassante che «paralizzavano i muscoli respiratori, provocando arresto respiratorio e morte nel giro di pochi minuti».   Secondo alcune fonti, avrebbe appiccato il fuoco agli appartamenti delle vittime almeno cinque volte per coprire gli omicidi. In tribunale è emerso che l’uomo ha ucciso due pazienti nello stesso giorno: l’8 luglio 2024 ha ucciso un uomo di 75 anni a Berlino e poche ore dopo ha ucciso una donna di 76 anni in un quartiere limitrofo.   All’inizio del processo, i parenti delle vittime hanno espresso il loro sgomento per i crimini del medico, come riportato dalla BBC. La madre della vittima più giovane, una donna di 25 anni, ha pianto per la perdita della figlia. «Non ha mai detto di non voler più vivere», ha affermato la madre.   Il figlio di una donna di 72 anni uccisa dal medico ha detto che sua madre aveva in programma di andare nel Mar Baltico con la sorella. «Mia madre voleva continuare a vivere», ha affermato.   Il 6 luglio, Johannes ha dichiarato in tribunale: «Sono disperato per me stesso». Ha affermato di aver compreso solo allora «la portata della sofferenza» che aveva causato e si è scusato, come riportato dal quotidiano Frankfurter Allgemeine Zeitung.

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Johannes è solo l’ultimo sanitario tedesco condannato per «omicidio a scopo medico». L’infermiere Niels Hoegel è stato un assassino altrettanto prolifico, condannato all’ergastolo nel 2019 per aver ucciso 85 pazienti.   Alla fine dello scorso anno, un tribunale di Aquisgrana ha condannato un infermiere di cure palliative di 44 anni per 10 omicidi e 27 tentati omicidi, commessi mediante overdose di morfina, sedativi e altri farmaci, principalmente per ridurre il carico di lavoro durante i turni notturni, secondo quanto sostenuto dall’accusa.   I casi di questo tipo, tuttavia, non riguardano solo la Germania, sono un fenomeno globale che lascia intendere come la professione medica (al pari di quella militare in guerra, categorie a contatto diretto con la morte) sia di fatto infiltrata da quantità di assassini seriali con laurea medica o diploma infermieristico. Il termine criminologico con cui si etichetta questo tipo di assassini è quello di «angeli della morte».   La definizione è tratta dal soprannome con il quale è divenuto universalmente famoso il medico tedesco Josef Mengele (1911-1979), noto per la sua freddezza e per il potere di vita e di morte che aveva sugli internati del campo di concentramento nazista di Auschwitz. Gli angeli della morte sono praticamente l’unica categoria di assassini seriali le cui vittime non riflettono le loro preferenze sessuali: ciò li rende una categoria sui generis nell’ambito della criminologia dei serial killerri.   Le vittime degli angeli della morte sono i pazienti con i quali entrano in contatto. Spesso si tratta di persone in cattivo stato di salute, come anziani e malati cronici, oppure deboli, come neonati o bambini. Il modus operandi prevede in genere la somministrazione di farmaci o sostanze tossiche tramite iniezioni.   Negli Stati Uniti vi è stato il caso dell’infermiere Charles Cullen ha confessato decine di omicidi commessi tra il 1988 e il 2003 tramite la somministrazione deliberata di dosi letali di vari farmaci ospedalieri etc. Altro caso americano noto è quello di Kristen Gilbert, che utilizzava stimolanti cardiaci per indurre arresti nelle vittime.   Il medico di base britannico Harold Shipman, noto come «Dottor Morte», ha assassinato oltre 200 pazienti, principalmente anziani, utilizzando sostanze farmacologiche e falsificando testamenti, cartelle cliniche etc. Tra gli infermieri in Gran Bretagna si ricorda Beverley Allitt, che aggrediva i bambini nei reparti pediatrici manomettendo le terapie.

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Come riportato da Renovati 21, pochi anni fa si è avuto il caso di Lucy Letby, infermiera neonatale inglese che uccideva i bambini, totalizzando almeno sette vettime. La donna avrebbe tentato di ucciderne altri sei.   In Norvegia il direttore di una casa di cura, Arnfinn Nesset, è stato condannato per l’avvelenamento di 22 anziani tramite l’uso improprio di farmaci miorilassanti.   In Austria hanno operato i cosiddetti «Angeli di Lainz», quattro ausiliarie del reparto di terapia intensiva di Vienna che uccidevano i malati tramite diverse metodologie di violenza fisica e farmacologica.   In Italia si sono avuti diversi casi, con condanne definitive e pure un’assoluzione. Per il medico Leonardo Cazzaniga, ex vice-primario del pronto soccorso di Saronno, la condanna all’ergastolo è definitiva; la Corte di Cassazione ha confermato la pena per l’omicidio di diversi pazienti tramite il sovradosaggio di un cocktail letale di farmaci anestetici e sedativi. Nella storia entra anche l’amante Laura Taroni, infermiera nel medesimo ospedale di Saronno: tra i morti vi sono l’ex marito, la madre e il suocero, tutti morti a poca distanza di tempo nel medesimo nosocomio. La Cassazione nel 2022 la ha condannata a 30 anni.

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Nella vicenda dell’infermiera comasca Sonya Caleffi, arrestata nel 2004, sono state accertate 5 vittime e sospettate 18. Condannata a 20 anni, e non all’ergastolo come chiedevano i famigliari delle vittime, la donna è uscita di galera nel 2018. Il suo metodo di uccisione era l’embolia gassosa con iniezioni di aria.   La Cassazione confermò l’ergastolo per l’infermiere Angelo Stazzi, arrestato nel 2009 e ritenuto colpevole dell’omicidio di cinque anziani in una casa di riposo a Tivoli, provocato somministrando massicce dosi di insulina e psicofarmaci. Vi è, inoltre, l’omicidio di una donna, sua dopo una complessa altalena di sentenze riguardante i decessi all’ospedale. I giornali riportano che vittime sospettate sarebbero otto. Secondo quanto riportato, l’infermiere avrebbe ucciso anche il cane di uno dei pazienti della clinica.   Un altro caso recente di un’infermiera, dopo una complessa altalena di sentenze riguardante i decessi all’ospedale dove lavorava, è terminato con un’assoluzione definitiva perché il fatto non sussiste.

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Eutanasia

Il Parlamento francese approva il disegno di legge sul suicidio assistito

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La Camera bassa del Parlamento francese ha approvato una controversa legge sul suicidio assistito che consentirebbe ad alcuni adulti gravemente malati di richiedere un’iniezione letale. La legge è stata appoggiata dal presidente francese Emmanuel Macron, ma ha incontrato una forte opposizione da parte dei partiti conservatori e del clero cattolico.

 

L’Assemblea Nazionale, dominata da partiti di sinistra e progressisti, ha approvato il testo martedì con 295 voti favorevoli, 232 contrari e 35 astensioni. La France Insoumise, i Socialisti, i Verdi e i Comunisti hanno votato in larga maggioranza a favore, mentre il Rassemblement National e il gruppo della Destra Repubblicana hanno votato prevalentemente contro; diverse altre fazioni si sono divise sul voto.

 

Secondo il disegno di legge, il paziente deve avere almeno 18 anni, essere cittadino francese o residente legale, essere affetto da una malattia grave, incurabile e potenzialmente letale in fase avanzata o terminale, soffrire in modo refrattario alle cure o insopportabile ed essere in grado di esprimere una volontà libera e informata. Il medico consulterà un altro professionista, uno specialista e, se necessario, uno psichiatra; la decisione dovrà essere presa entro 15 giorni, seguiti da almeno due giorni di riflessione.

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Normalmente il paziente si autosomministrerebbe la sostanza letale prescritta dal medico. In caso di impossibilità fisica, un medico o un infermiere potrebbero farlo al posto suo, sebbene gli operatori sanitari potrebbero invocare la clausola di obiezione di coscienza; la sofferenza psicologica di per sé non sarebbe sufficiente, in quanto deve essere collegata alla malattia.

 

A gennaio, il disegno di legge è stato respinto dal Senato, a maggioranza conservatrice. Ora, il testo tornerà alla camera alta e, se le due camere rimarranno in una situazione di stallo, la decisione finale spetterà all’Assemblea, con un’altra votazione già fissata per il 15 luglio.

 

Il disegno di legge sul suicidio assistito gode da anni del sostegno di Macron, che lo ha descritto come un modo per «conciliare l’autonomia dell’individuo e la solidarietà della nazione» e una misura per aprire un «cammino di fraternità».

 

Yael Braun-Pivet, presidente dell’Assemblea nazionale, ha accolto con favore l’approvazione del disegno di legge, definendolo «il culmine di diversi anni di lavoro e di un approfondito dibattito pubblico, condotto con serietà, rispetto e dignità».

 

Jonathan Denis, presidente dell’Associazione per il diritto a morire con dignità, l’ha definita «un incredibile passo avanti per la democrazia sanitaria», sottolineando che la decisione finale spetterà al paziente.

 

Tuttavia, il deputato del Rassemblement National Christophe Bentz ha definito le misure di sicurezza «temporanee» e «fittizie», mentre la deputata della Republican Right Justine Gruet dei Républicains ha sostenuto che molti adulti vulnerabili potrebbero optare per il suicidio assistito semplicemente perché non ricevono le cure necessarie dai propri cari.

 

In vista del voto, i vertici cattolici hanno esortato i parlamentari a votare secondo coscienza piuttosto che secondo le linee di partito, avvertendo che il suicidio assistito legalizzerebbe l’eutanasia e il suicidio assistito e potrebbe portare persone vulnerabili a subire pressioni. Anche il cardinale Jean-Marc Aveline ha affermato che «donare la morte» non può adempiere al dovere di accompagnare la vita fino alla fine.

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L’introduzione dell’eutanasia in Francia era pienamente annunciata e attesa proprio per questa estate.

 

La legge, che ha avuto un travaglio durato anni. Tuttavia, in un episodio piuttosto rivelatore, nel novembre 2023, il presidente della Repubblica Emanuele Macron aveva visitato la loggia sede del Grande Oriente di Francia rassicurando i massoni riguardo alla questione eutanatica.

 

Con l’introduzione dell’eutanasia di Stato (chiamata in Canada MAiD, «assistenza medica alla morte), la provincia francofona canadese del Quebecco è divenuto leader mondiale eutanasico: il 7% di tutti i decessi sono stati assistiti dal punto di vista medico. Un altro primato è arrivato di conseguenza: quello della predazione degli organi, più che triplicata negli ultimi anni: in pratica, espiantano gli eutanatizzati (che morti non sono, se hanno il cuore che batte) per il traffico legale di organi. Medici quebecchesi ora vogliono estendere l’eutanasia anche ai neonati.

 

L’eutanasia sembra galoppare verso la legalizzazione in tutto il mondo. Una battuta di arresto, tuttavia, si è avuta in Iscozia quattro mesi fa, quando il Parlamento ha respinto 69 voti contro 57 il disegno di legge per legalizzare l’eutanasia nel Paese.

 

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