Spirito
La Fraternità San Pietro contro le Consacrazioni
Solitamente silenziosa sulle questioni dottrinali che attualmente dividono la Chiesa, la Fraternità San Pietro ha appena pubblicato sul suo canale YouTube Claves, a meno di due settimane dalle consacrazioni, una conferenza di don Hilaire Vernier, tenuta più di due mesi fa, l’8 aprile a Parigi, in cui mette in discussione la legittimità delle future consacrazioni della FSSPX.
Un’opinione teologica elevata al rango di certezza
Lo stesso relatore osserva di presentare il frutto del proprio studio teologico su una questione che il Magistero non ha mai risolto in modo definitivo. La Fraternità San Pietro si prende dunque la briga di intervenire in un dibattito irrisolto, dove sistematicamente omette di criticare le opinioni direttamente contrarie alla fede che attualmente affliggono la Chiesa.
Don Vernier non nega la crisi della Chiesa, ammettendone l’esistenza e la gravità; ma non la definisce né la sviluppa mai veramente. Rimane un’astrazione, che il sacerdote riconosce rapidamente prima di escluderla abilmente dal dibattito sollevando la questione dell’atto intrinsecamente malvagio: se è intrinsecamente malvagio consacrare senza mandato, allora nemmeno la crisi può giustificare un simile atto. Il fine non giustifica i mezzi.
L’intera sfida diventa quindi dimostrare questo male intrinseco.
Non ci soffermeremo su un argomento ormai noto: che il vescovo è, «per natura», ordinato alla struttura gerarchica della Chiesa proprio in virtù del suo potere di impartire le ordinazioni. Pertanto, il conferimento degli ordini sacri implicherebbe il potere giurisdizionale sia in capo a chi consacra sia a chi li riceve. La nomina di un vescovo da consacrare sarebbe quindi riservata al Papa, unica fonte di ogni potere giurisdizionale per diritto divino.
La distinzione operata dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X, che afferma di celebrare una consacrazione senza giurisdizione per non usurpare una prerogativa papale, risulterebbe quindi inefficace.
Questo argomento, tuttavia, è già stato confutato più volte: don Gleize, sulle pagine del Courrier de Rome, ha dimostrato quanto questa tesi sia contraria sia a Pio XII (1) sia all’opinione comune dei teologi preconciliari, quasi mai citata da don Vernier – o citata in modo errato e secondo un’interpretazione che presuppone già la tesi da dimostrare.
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Una teologia scollegata dai fatti
Ma al di là di queste questioni, lo svolgimento stesso del ragionamento pone un ulteriore problema. Anziché liquidare una questione di fatto – la crisi – invocando la questione di un atto intrinsecamente cattivo, sarebbe stato necessario, al contrario, integrare fatti concreti nel ragionamento teologico, poiché anche la teologia si fonda sui fatti della sua storia. Se i teologi del IV secolo si fossero basati sull’indefettibilità della Chiesa per concludere che non sarebbe mai potuta esistere un’eresia diffusa tra tutti i vescovi del mondo cattolico, la crisi ariana avrebbe dimostrato il contrario.
Analogamente, se alcuni avessero affermato a priori che tutta la cristianità non si sarebbe mai trovata in una situazione in cui non sapesse chi fosse il vero papa – e certamente non sarebbero mancati loro gli argomenti a sostegno di questa tesi – si sarebbero comunque trovati piuttosto perplessi di fronte al Grande Scisma d’Occidente, che presentò loro un fatto direttamente contrario alle loro speculazioni. Non disse forse mons. Lefebvre, contrariamente a ogni ragionamento astratto e a priori: «siamo obbligati di constatare»?
In una questione controversa, già fortemente sostenuta dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X, la crisi nella Chiesa doveva essere considerata un fattore significativo. Infatti, Dio non poteva permettere una simile prova senza anche provvedere a mezzi concreti per affrontarla. Altrimenti, ragionando come don Vernier, si dovrebbe concludere che Dio avrebbe permesso una crisi nella Chiesa che mina gravemente la fede dei fedeli, rendendo al contempo impossibile qualsiasi azione volta a salvare quegli stessi fedeli.
Una tale posizione porta quindi, in pratica, ad accettare l’abbandono dei fedeli di Quimper, ora privati di un vero catechismo e dei sacramenti, come ha fatto la Fraternità Sacerdotale San Pietro. Questa posizione appare, in realtà, come una giustificazione teologica dell’atteggiamento del mercenario che abbandona le pecore quando vede avvicinarsi il lupo.
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La storia della Chiesa conferma la distinzione tra ordine e giurisdizione
Il ragionamento di chi parla opera sempre a priori, distaccato dai fatti. Eppure, i fatti lo smentiscono su un punto in cui la storia della Chiesa è perfettamente chiara.
In effetti, nessuno può ignorare il modo in cui la Chiesa ha giudicato le consacrazioni compiute dagli scismatici nel corso della sua storia. Tali consacrazioni, compiute contro la volontà del Papa, sono sempre state considerate illecite ma nondimeno valide. Solo la giurisdizione è ritenuta da Roma invalida per gli scismatici, poiché deriva per sua stessa natura dal potere papale. Per questo motivo Roma nomina vescovi anche laddove esistano già vescovi scismatici, vescovi privi di giurisdizione effettiva. Ma il potere dell’Ordine sacro conferito da queste consacrazioni è sempre stato considerato valido, tanto che i vescovi scismatici che si convertono non vengono riordinati.
Questa differenza – che la consacrazione sia giudicata valida ma la giurisdizione invalida – illustra la distinzione fondamentale che esiste tra l’Ordine sacro e la giurisdizione, nel rapporto che rende la concessione dell’Ordine sacro agli scismatici dipendente da questi ultimi. Infatti, se tali consacrazioni episcopali sono considerate valide, ciò dimostra che non sono viziate nella loro stessa natura per il fatto di essere conferite contro la volontà del papa, a prescindere dalla gravità di tale fatto. Ciò significa che la designazione del candidato all’episcopato da parte del Papa costituisce un elemento estrinseco alla consacrazione, stabilito dal diritto umano positivo.
Si tratta quindi di una decisione giuridica aggiunta all’ordine naturale delle cose: in altre parole, un diritto puramente ecclesiastico, che ammette possibili eccezioni, e che pertanto non è intrinsecamente errato contestare in circostanze gravi e proporzionate.
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Quando il diritto ecclesiastico viene confuso con il diritto divino
Il conferenziere cita l’enciclica Ad apostolorum principis, in cui Pio XII ribadisce che sia la nomina dei vescovi sia il diritto di giudicarne l’idoneità appartengono alla Santa Sede. Don Vernier sottolinea questa distinzione. Ma si rende conto che ciò non supporta in alcun modo la sua tesi? Infatti, queste due prerogative sono riservate alla Santa Sede, ma secondo due formalità diverse: una in virtù del diritto divino, l’altra in virtù del diritto umano.
In effetti, nello stesso paragrafo, Pio XII nega ai vescovi consacrati contro la volontà della Santa Sede qualsiasi potere di magistero e giurisdizione, ma evita accuratamente di negare loro il potere dell’Ordine sacro (2), che hanno validamente ricevuto. L’argomentazione di don Vernier, che cerca di incorporare la giurisdizione nell’ordinazione episcopale in quanto tale, non permette più di spiegare questa distinzione.
Certamente, il papa, in virtù del suo primato di giurisdizione, possiede per diritto divino il potere legislativo su tutte le questioni riguardanti la Chiesa, compresa la conferimento dell’Ordine sacro. Ma ciò significa solo che possiede per diritto divino la facoltà di emanare leggi ecclesiastiche di diritto umano. Il possesso del potere legislativo deriva da diritto divino; le leggi promulgate in virtù di tale autorità non lo sono. Pertanto, il potere del papa di legiferare sul digiuno dei fedeli è di diritto divino, mentre il digiuno del Mercoledì delle Ceneri è istituito dal diritto umano ecclesiastico. Altrimenti, si dovrebbe considerare ogni legge papale come legge divina, il che è manifestamente assurdo.
La differenza tra il ragionamento del conferenziere e quello della Fraternità Sacerdotale San Pio X risiede non solo nelle conclusioni a cui giungono, ma, in modo più fondamentale, nella loro stessa concezione teologica. Da un lato, un approccio astratto, quasi geometrico, matematico, distaccato dalla realtà concreta dei cattolici; dall’altro, una teologia che unisce la forza dei principi universali all’attenzione per gli eventi provvidenziali e alle necessità concrete della salvezza delle anime.
Don Frédéric Weil
NOTE
1) In particolare, l’enciclica Ad sinarum gentem del 7 ottobre 1954, in cui Pio XII distingue chiaramente due modalità di ricezione dei due poteri dell’Ordine sacro e della giurisdizione: il primo conferito tramite sacramento, il secondo conferito direttamente dal Papa.
2) «I vescovi che non sono stati nominati o confermati dalla Santa Sede, che sono stati anche scelti e consacrati contro le sue esplicite disposizioni, non possono godere di alcun potere di magistero o di giurisdizione; poiché la giurisdizione spetta ai vescovi solo tramite il Romano Pontefice». Lettera Enciclica Ad Apostolorum Principis, 29 giugno 1958.
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
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Immagine da FSSPX.News
Spirito
La fede cieca non basta
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Spirito
L’Europa civilizzata ed evangelizzata dai figli di san Benedetto
Oggi, nel giorno di San Benedetto, Renovatio 21 pubblica un estratto della Lettera Enciclica Fulgens radiatur (1947) di papa Pio XII che indica l’enorme ruolo svolto del santo norcino nella costruzione della civiltà europea, ossia della civiltà tout court. Benedetto, fratello gemello di santa Scolastica nato a Norcia nel 480 e morto a Montecassino nel 547, è padre del monachesimo occidentale, venerato da tutte le Chiese cristiane che riconoscono i santi, ed è il principale patrono d’Europa.
Come invero nei secoli passati le legioni romane marciavano per le vie consolari per assoggettare all’impero di Roma tutte le nazioni, così ora numerose schiere di monaci, le cui armi «non sono carnali, ma potenti in Dio solo» (2Cor 10,4), sono inviate dal sommo pontefice, affinché dilatino felicemente il pacifico regno di Gesù Cristo fino agli estremi confini della terra, non con la spada, non con la forza, non con le stragi, ma con la croce e con l’aratro, con la verità e con l’amore.
E dovunque ponevano il loro piede queste inermi schiere, formate di predicatori della dottrina cristiana, di artigiani, di agricoltori e di maestri di scienze umane e divine, ivi stesso le terre boscose e incolte erano solcate dall’aratro; sorgevano le sedi delle arti e delle scienze; gli abitanti dalla loro vita rozza e selvaggia erano educati alla convivenza e alla civiltà sociale, e si faceva brillare davanti a loro l’esempio della dottrina evangelica e la luce della virtù.
Innumerevoli apostoli, accesi di soprannaturale carità, percorsero incognite e turbolente regioni d’Europa, le innaffiarono generosamente del loro sudore e del loro sangue, e ai popoli pacificati portarono la luce della cattolica verità e santità…
Difatti non solo l’Inghilterra, la Francia, l’Olanda, la Frisia, la Danimarca, la Germania, la Scandinavia e l’Ungheria, ma anche non poche nazioni slave si vantano dell’apostolato di questi monaci e li annoverano tra le loro glorie e come gli illustri fondatori della loro civiltà.
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Brano segnalato da VDG
Immagine di Livioandronico2013 via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International; immagine tagliata
Spirito
La presunta profezia di Padre Pio contro l’arcivescovo Lefebvre: una vecchia leggenda che riemerge
Un incontro autentico
Nessuno contesta che il vescovo Marcel Lefebvre abbia incontrato Padre Pio; l’incontro ebbe luogo il 27 marzo 1967, lunedì di Pasqua, a San Giovanni Rotondo. Il Superiore Generale della Congregazione dello Spirito Santo, l’Arcivescovo Lefebvre, si recò dal celebre frate cappuccino per chiedere la sua intercessione in vista del capitolo generale straordinario che gli Spiritani si preparavano a tenere nel contesto dell’applicazione delle riforme derivanti dal Concilio Vaticano II. (1) L’«aggiornamento» era allora richiesto in tutti gli istituti religiosi e l’arcivescovo temeva già le gravi conseguenze che tali trasformazioni avrebbero potuto comportare. Questa preoccupazione non rimase inascoltata da Padre Pio. Poco prima, anche il superiore generale dei Cappuccini si era recato da lui per chiedergli di pregare per il capitolo generale del suo ordine, incaricato di redigere nuove costituzioni. Secondo diversi testimoni, il santo frate reagì bruscamente, dichiarando: «Non sono altro che chiacchiere e rovina!». In seguito, venuto a sapere che si stavano preparando nuove costituzioni, avrebbe dato nuovamente sfogo al suo dolore, esclamando: «Ma cosa fate a Roma? Cosa state tramando? Volete cambiare persino la regola di San Francesco!». (2) L’incontro tra l’arcivescovo Lefebvre e padre Pio fu, tuttavia, estremamente semplice. L’arcivescovo era accompagnato da padre Barbara e da frate Félin, un frate spiritano, mentre padre Pio, sorretto da due cappuccini, si recò al confessionale. Dopo aver brevemente spiegato il motivo della sua visita, l’arcivescovo Lefebvre chiese al santo frate di pregare per il capitolo spiritano. Quando poi gli chiese la benedizione, Padre Pio rispose con profonda umiltà: «no, Monsignore, è lei che deve benedire me!». Il vescovo Lefebvre gli impartì quindi la benedizione episcopale, padre Pio gli baciò l’anello e proseguì verso il confessionale. Una fotografia ormai celebre immortala questo momento. Sebbene l’incontro sia fuori di dubbio, il contenuto del presunto «dialogo profetico» si basa esclusivamente su una testimonianza successiva, non corroborata da altre fonti e esplicitamente contraddetta dallo stesso vescovo Lefebvre.Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Una storia emersa sedici anni dopo
Il racconto della presunta profezia apparve pubblicamente solo nel 1983, sedici anni dopo gli eventi e quindici anni dopo la morte di Padre Pio. Fu pubblicato su La Domenica del Corriere il 23 aprile 1983 da Pier Carpi, il quale affermò di aver sentito la storia da un certo professor Bruno Rabajotti, presentato come testimone diretto dell’accaduto. Tuttavia, nessun documento del 1967 menziona questa conversazione, nessun testimone indipendente la conferma, nessun conoscente di Padre Pio ne fa riferimento e, soprattutto, è emersa solo quando la crisi tra l’arcivescovo Lefebvre e Roma era già ampiamente nota al pubblico. Questa semplice constatazione da sola giustifica il massimo sospetto.Fonti inaffidabili
Le stesse personalità degli autori di questo resoconto rafforzano tali perplessità: Pier Carpi non era né uno storico della Chiesa né un biografo accademico di Padre Pio. Scrittore prolifico, era noto soprattutto per le sue opere sull’esoterismo, l’occultismo, le società segrete, la teosofia e le presunte profezie. Il suo nome compare anche in elenchi collegati alla loggia massonica P2, sebbene egli abbia negato di aver mai effettivamente fatto parte di tale organizzazione. Anche la figura del presunto testimone, Bruno Rabajotti, solleva molti interrogativi. Gli specialisti di Padre Pio non trovano traccia di questo misterioso «figlio spirituale prediletto» al di fuori dei libri in cui egli stesso racconta i suoi ricordi, e nessuno dei più vicini figli spirituali di Padre Pio sembra averne mai sentito parlare.Una testimonianza piena di inverosimiglianze
Nel 1987, in Italia, venne pubblicato Il segreto di Padre Pio di Franco Fede , che riproduceva in una trentina di pagine la testimonianza completa attribuita a Bruno Rabajotti. La lettura di questo testo rivela numerose affermazioni inconciliabili con la dottrina cattolica. Rabajotti attribuisce in particolare a Padre Pio l’idea che il dono delle lingue non sia un carisma soprannaturale concesso eccezionalmente da Dio, ma una capacità accessibile a tutti coloro che sanno «parlare il linguaggio dello spirito». Gli attribuisce inoltre le affermazioni secondo cui le persone potrebbero in qualche modo «salvarsi» o «guarirsi» attraverso un semplice equilibrio interiore. Gli specialisti nella causa di beatificazione di Padre Pio non si sbagliavano: questa testimonianza non è mai stata inclusa tra i documenti ufficiali del processo.Iscriviti al canale Telegram ![]()
La risposta dell’arcivescovo Lefebvre
Di fronte alla persistente diffusione di questa storia, l’arcivescovo Lefebvre rispose personalmente l’8 agosto 1990 a un sacerdote della Compagnia che gli chiedeva cosa pensasse di questa presunta profezia. Ecco la lettera. «Questa calunnia, questa completa invenzione, circola in Italia da diversi anni. L’ho già smentita, ma le bugie sono dure a morire. Non c’è una sola parola di verità in questa pagina della rivista di cui mi hai inviato una fotocopia». L’incontro, avvenuto dopo Pasqua del 1967, durò due minuti. Ero accompagnato da padre Barbara e da frate Félin, un frate spiritano. Incontrai padre Pio in un corridoio, mentre si recava al confessionale, sorretto da due frati cappuccini. Gli spiegai in poche parole lo scopo della mia visita: chiedergli di benedire la Congregazione dello Spirito Santo che stava per tenere un capitolo generale straordinario, come tutte le congregazioni religiose, sotto il segno dell’aggiornamento, un capitolo che temevo avrebbe causato serie difficoltà. Allora Padre Pio esclamò: «Io, benedire un arcivescovo? No, no! Sei tu che devi benedire me!». Egli si inchinò per ricevere la mia benedizione. Lo benedissi. Baciò il mio anello episcopale e proseguì verso il confessionale. Questo è stato tutto l’incontro, niente di più, niente di meno. Inventare una storia come quella di cui mi hai mandato una copia richiede un’immaginazione satanica e una vera e propria volontà di mentire. Il suo autore è figlio del padre della menzogna. Grazie per avermi dato l’opportunità di chiarire ancora una volta questa semplice verità. Con i più cordiali saluti in Cristo e Maria. ✠ Marcel Lefebvre La chiarezza di questa smentita non lascia spazio ad ambiguità; il vescovo Lefebvre definisce questo racconto «calunnia», «una completa invenzione» e una «menzogna».Aiuta Renovatio 21
Una leggenda perpetuata dalla ripetizione
Nonostante questa esplicita smentita, la storia continuò a circolare e venne ripresa in diverse opere popolari dedicate a Padre Pio, soprattutto nel mondo anglofono, dove il libro Padre Pio Gleanings riproduce il dialogo senza alcuna analisi critica. La canonizzazione di Padre Pio nel 2002 ha dato nuova visibilità a questa leggenda, che da allora è stata regolarmente riproposta su Internet; le consacrazioni del 1° luglio 2026 le hanno conferito una nuova rilevanza. Una bugia può fare il giro del mondo in pochi istanti, la verità a volte impiega anni ad affermarsi, ma alla fine trionfa sempre per coloro che la cercano sinceramente. NOTE 1) Bernard Tissier de Mallerais, Mons. Lefebvre – Une vie, Clovis, 2002, pp. 391–392 2) Reazione riportata da padre Jean, cappuccino a Morgon, in Lettera agli amici di san Francesco n. 17, 2 febbraio 1999; Fideliter n. 129, p. 52 Articolo previamente apparso su FSSPX.NewsIscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
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