Cina
La Cina vuole auto elettriche con batterie a ioni di sodio
La Cina probabilmente sta gestendo la più grande flotta al mondo di auto e autobus elettrici. Ciò significa che sta producendo e installando più batterie agli ioni di litio di tutti gli altri paesi messi insieme.
Tale trasformazione epocale ha però davanti a sé un ostacolo non indifferente: la carenza di litio, materiale sempre più raro e ambito.
Così, uno dei maggiori produttori cinesi di batterie agli ioni di litio per auto elettriche ha segnalato che sta andando verso nuove tecnologie di batterie, per esempio i sistemi agli ioni.
La Contemporary Amperex Technology Limited (CATL), il principale produttore cinese di batterie agli ioni di litio, sta attualmente alimentando veicoli elettrici sia delle case automobilistiche cinesi che del loro concorrente americano, la celeberrima Tesla.
Uno dei maggiori produttori cinesi di batterie agli ioni di litio per auto elettriche ha segnalato che sta andando verso nuove tecnologie di batterie, per esempio i sistemi agli ioni
Tuttavia, il raddoppio dei prezzi dei minerai di litio importati, dei sottogruppi e di altri metalli chiave stanno minacciando di intaccare i guadagni di CATL in un momento in cui la dipendenza dei produttori cinesi dalle importazioni estere dai rivali regionali sta diventando un problema di sicurezza nazionale.
CATL, con sede nella provincia cinese del Fujian sud-orientale, ha ammesso che i problemi di sicurezza dei costi e della catena di approvvigionamento stanno colpendo la redditività dell’azienda, con più batterie agli ioni di litio che produce, più sottili sono i suoi margini di profitto, riporta Asia Times.
Il quotidiano Economic Observer ha citato i dati del Ministero del Commercio e delle dogane cinesi che indicano che circa l’80% delle importazioni cinesi di spodumene (minerale di litio) nel 2020 provenivano dall’Australia. Ciò avviene in un momento in cui Pechino cerca di vendicarsi economicamente e commercialmente su Canberra per aver chiesto un’indagine indipendente sulle origini del COVID-19.
Shao Yuanjun, uno specialista energetico con il Ministero dell’Industria e della società di consulenza affiliata alla tecnologia dell’informazione CCID ed ex ricercatore presso l’Accademia Cinese delle Scienze, ha dichiarato ad Asia Times che la consegna di litio metallico dall’Australia e da altri importanti miniere in Argentina, Bolivia e Il Cile in Sud America potrebbe vedere ulteriori aumenti dei prezzi a causa delle crescenti incertezze geopolitiche e persino dei trasporti.
Shao ha avvertito che qualsiasi interruzione delle consegne di litio potrebbe rapidamente capovolgere il nascente settore dei veicoli elettrici in Cina. Ha inoltre dichiarato che Pechino incoraggerà sicuramente le principali parti interessate come CATL a diversificare in altre tecnologie e soluzioni di batterie come le celle agli ioni di sodio che esistono da decenni ma hanno giocato in secondo piano rispetto alle applicazioni al litio.
Il presidente di CATL Zeng Yuqun ha presentato questo mese un’ambiziosa tabella di marcia per lo sviluppo, le prove e la commercializzazione di batterie agli ioni di sodio avanzate, attingendo alla “cache di tecnologie” dell’azienda data da anni di ricerca.
Qualsiasi interruzione delle consegne di litio potrebbe rapidamente capovolgere il nascente settore dei veicoli elettrici in Cina
L’Accademia Cinese delle Scienze ha anche condotto studi sugli ioni sodio dopo che il Ministero della Scienza e della Tecnologia ha emesso un piano nel 2016 per accelerare la ricerca e l’approvazione.
L’applicazione su larga scala delle batterie agli ioni di sodio è anche descritta prevalentemente in un documento politico sullo stoccaggio dell’energia e sulle tecnologie delle batterie promulgato congiuntamente dalla Commissione Nazionale per lo Sviluppo e la Riforma del Consiglio di Stato cinese e dall’Amministrazione nazionale per l’energia questo aprile.
Ma ci sono ancora grossi ostacoli. Zeng della CATL ha ammesso che l’intensità energetica dei prototipi di batterie agli ioni di sodio della sua azienda sarebbe molto minore rispetto a quella delle tradizionali unità agli ioni di litio, anche se i sali di sodio normalmente hanno prestazioni di conduttività elettrica migliori rispetto ai metalli di litio.
Zeng ha sottolineato che le batterie agli ioni di sodio sarebbero significativamente più economiche da produrre in serie, grazie all’abbondanza cinese di metalli alcalini sotto forma di salgemma e acqua di mare, e sarebbero più sicure da usare e più veloci da caricare. Ha aggiunto che il passaggio dal litio al sodio sarebbe stato facile in quanto entrambi erano analoghi tra loro in termini di principio di funzionamento e costruzione delle celle.
Le batterie agli ioni di sodio sarebbero significativamente più economiche da produrre in serie, grazie all’abbondanza cinese di metalli alcalini sotto forma di salgemma e acqua di mare, e sarebbero più sicure da usare e più veloci da caricare
Zeng in precedenza aveva suscitato scalpore avvertendo che le batterie agli ioni di litio si sarebbero avvicinate alla loro obsolescenza a causa di forniture insufficienti in circa 20 anni, poiché tutte le riserve di litio della terra combinate sarebbero state sufficienti solo per produrre batterie per circa 1,5 miliardi di berline Tesla.
CATL potrebbe prima esplorare modelli commercialmente validi per commercializzare prodotti agli ioni di sodio per lo stoccaggio di energia per l’elettricità solare ed eolica e come possibile sostituto delle batterie agli ioni di litio per utenti attenti ai costi, a partire dalle biciclette elettriche e dai veicoli a bassa velocità.
Secondo quanto riferisce Asia Times, la società è anche in trattative con il China National Salt Industry Group di proprietà statale per garantire le forniture.
Si dice anche che Toyota stia eseguendo una prova di un design di propulsore a base di ioni di sodio con un’autonomia fino a 1.000 chilometri con una singola carica, secondo la testata di business giapponese Nikkei.
Anche l’intensità di carica e il valore della tensione elettrica di un sistema agli ioni di sodio sviluppato dall’Istituto di fisica dell’Accademia Cinese delle Scienzaha raggiunto 180 wattora per chilogrammo nei test di laboratorio, quasi alla pari con quello delle batterie al litio ternarie.
Si dice anche che Toyota stia eseguendo una prova di un design di propulsore a base di ioni di sodio con un’autonomia fino a 1.000 chilometri con una singola carica
La casa automobilistica cinese Wuling, una sussidiaria di Shanghai Auto e General Motors, ha anche detto all’agenzia di stampa dello Stato cinese Xinhua che le sue future berline compatte elettriche potrebbero funzionare con pacchi di ioni di sodio per ridurre ulteriormente i costi, aumentare la sicurezza e promuovere la tecnologia locale della Cina.
«Wuling Hongguang Mini, con un prezzo di partenza di 36.000 yuan (5.564 dollari), è il veicolo elettrico più venduto in Cina dal terzo trimestre del 2020, superando Tesla di 100.000 unità nei primi tre mesi dell’anno» ricorda Asia Times.
Come riportato da Renovatio 21, General Motors ha appena dichiarita di aver operato un investimento multimilionario in un’operazione chiamata Hell’s Kitchen che prevede la creazione di una fonte di litio tutta americana in California.
Il litio è già motore di turbolenze geopolitiche, tanto che si parla già delle «prime guerre del litio» combattute nei golpe sudamericani di questi anni.
La scarsità della materia prima rende la geopolitica del litio davvero rischiosa e imprevedibile.
Come ha detto in un’intervista a Renovatio 21 il ricercatore esperto in materiali nanostrutturati Mario Pagliaro, uno dei fari della scienza del solare, il litio è un tema così importante che lo sviluppo delle batterie chiama «investimenti enormi in tempi rapidi per i quali è necessario l’intervento suppletivo degli Stati».
In primis, a doversi muovere dovrebbe essere lo Stato italiano…
Immagine di JustAnothercarDesigner via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 4.0 International (CC BY-SA 4.0)
Cina
Il Pentagono: i centri culturali cinesi sono una minaccia alla sicurezza nazionale
Il Pentagono ha designato i programmi culturali legati all’Istituto Confucio cinese come una minaccia alla sicurezza nazionale. Lo dichiara lo stesso il Segretario alla Guerra statunitense Pete Hegseth, che sostiene che questi centri, che offrono principalmente corsi di lingua cinese nei campus universitari americani, fungano da copertura per la campagna di «propaganda» di Pechino, un’accusa che i funzionari cinesi hanno precedentemente respinto.
In un video pubblicato su Facebook venerdì, Hegseth ha affermato che, sebbene il Congresso degli Stati Uniti avesse precedentemente «vietato» gli Istituti Confucio dalle istituzioni educative americane, questi «sono tornati sotto mentite spoglie» e con nuovi nomi.
Lo Hegseth si riferisce apparentemente a diverse misure approvate dal Congresso negli ultimi anni che hanno privato le università che ospitavano gli Istituti Confucio dei finanziamenti federali. La pressione dei legislatori ha portato alla chiusura di numerosi centri sul suolo statunitense.
The War Department has designated Confucius Institutes as a threat to our national security. https://t.co/bvMTUBwGei
— Secretary of War Pete Hegseth (@SecWar) October 23, 2026
Secondo Hegseth, negli ultimi due mesi il dipartimento della Guerra ha «smantellato sistematicamente» 80 nuovi centri culturali finanziati dalla Cina in 30 università, aggiungendo «queste organizzazioni dormienti alla nostra lista di istituzioni che minacciano la nostra sicurezza nazionale».
Il funzionario ha affermato che le entità prese di mira avevano cercato di «rubare proprietà intellettuale e di infiltrarsi nelle menti degli studenti americani», ma si è astenuto dal fornire prove concrete.
Nel 2020, il Dipartimento di Stato americano ha designato gli Istituti Confucio come «missione estera della Repubblica Popolare Cinese», imponendo a tali istituzioni di fornire regolarmente al governo statunitense informazioni riguardanti il personale cinese, il reclutamento, i finanziamenti e le attività operative. Il Dipartimento di Stato ha descritto i centri culturali finanziati dalla Cina come «parte dei molteplici sforzi di propaganda di Pechino».
Più tardi, nello stesso anno, l’allora Segretario di Stato americano Mike Pompeo affermò che i centri stavano lavorando per reclutare «spie e collaboratori» nei college statunitensi, ed espresse la speranza che «riusciremo a chiuderli tutti».
All’epoca, il ministero degli Esteri cinese accusò il Pompeo di minare deliberatamente gli scambi culturali ed educativi «screditando gli Istituti Confucio… [per] pregiudizi ideologici e opportunismo politico».
Pechino ha esortato Washington ad «abbandonare la mentalità a somma zero della Guerra Fredda… [e a] smettere di interferire con i normali scambi culturali e tra le persone».
Anche gli Istituti Confucio di diversi altri paesi occidentali hanno subito pressioni governative negli ultimi anni. Lo scorso anno, i media australiani hanno riportato che sei università locali avevano chiuso centri culturali finanziati da Pechino a seguito delle indagini governative, dimezzando così il numero di tali istituzioni nel paese.
Nel 2020, diverse testate giornalistiche, tra cui il Times, hanno affermato che la Svezia era diventata la prima nazione europea a chiudere tutti gli Istituti Confucio e le relative aule.
In Germania, Francia, Paesi Bassi e Regno Unito alcune università hanno interrotto o ridimensionato la collaborazione, mentre i parlamenti e le agenzie di sicurezza hanno chiesto più controlli e maggiore trasparenza sui finanziamenti. Nel Regno Unito il tema è stato legato anche alle norme sulle interferenze straniere. Pechino ha sempre respinto le accuse, sostenendo che gli istituti svolgono solo attività linguistiche e culturali, e ha riorganizzato la gestione affidandola a una fondazione formalmente non governativa.
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In Italia gli istituti sono molti, tra i più numerosi d’Europa, presso università come Roma La Sapienza, Milano, Torino, Bologna, Padova e altre. Le polemiche sono arrivate soprattutto negli ultimi anni, sulla scia del dibattito internazionale e delle tensioni geopolitiche, con interrogazioni parlamentari e inchieste giornalistiche sulla trasparenza degli accordi e sull’autonomia didattica. Gli atenei coinvolti rivendicano la piena indipendenza scientifica e il valore della cooperazione culturale e linguistica.
Gli Istituti Confucio, creati da Pechino a partire dal 2004 per diffondere lingua e cultura cinese e finanziati in parte dall’Hanban (oggi Centro per l’educazione linguistica e la cooperazione), sono finiti al centro di forti polemiche in Europa. La prima accusa riguarda la libertà accademica: gli istituti, ospitati dentro università, sarebbero un veicolo di soft power e di propaganda del Partito Comunista cinese, Con l’autocensura su temi sensibili come Tibet, Taiwan, Tiananmen, Xinjiang e Hong Kong.
Una seconda critica riguarda la trasparenza dei contratti con gli atenei, spesso coperti da clausole di riservatezza, e l’influenza di Pechino nella scelta di docenti e programmi. Alle critiche ed accuse si aggiungono sospetti di spionaggio e di condizionamento dei ricercatori, e la questione del rispetto delle regole sul lavoro, con insegnanti vincolati a clausole di condotta.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr
Cina
I cinesi svelano il progetto di un carro armato in grado di rimanere immerso per due ore
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Cina
I mercati esagerano la possibilità di conflitto per Taiwano
Secondo un alto diplomatico statunitense, gli investitori stanno esagerando la probabilità di uno scontro militare su Taiwano.
Michael DeSombre, sottosegretario di Stato americano per gli affari dell’Asia orientale e del Pacifico, ha dichiarato giovedì alla CNBC che gli investitori stavano «sopravvalutando il rischio che accadesse qualcosa nello Stretto di Taiwan».
«Sia la Cina che gli Stati Uniti non vogliono il conflitto, e noi siamo in grado di scoraggiarlo», ha affermato.
Pechino considera Taiwan parte integrante del proprio territorio sovrano e dichiara di perseguire la riunificazione pacifica, pur non escludendo l’uso della forza. L’isola autogovernata rimane una fonte di attrito tra la Cina e gli Stati Uniti, che mantengono una politica di «una sola Cina» ma continuano a fornire armi a Taipei.
Gli esperti, tuttavia, avvertono che i mercati finanziari potrebbero non essere preparati alle ripercussioni economiche di una crisi.
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Taiwan domina la produzione globale di semiconduttori avanzati, fornendo chip essenziali per smartphone, veicoli e sistemi di intelligenza artificiale. Un blocco o un’escalation militare potrebbero interrompere la produzione e le principali rotte di spedizione, provocando ripercussioni a catena nel commercio globale e nelle catene di approvvigionamento tecnologiche.
Uno scontro potrebbe anche compromettere le relazioni commerciali tra Stati Uniti e Cina, innescando nuove tariffe, restrizioni alle esportazioni e controlli sugli investimenti. I mercati asiatici e le aziende tecnologiche americane sarebbero particolarmente vulnerabili. Secondo MarketWatch, gli investitori hanno già incorporato i rischi geopolitici nei prezzi delle azioni legate a Taiwan, tra cui quelle del colosso dei semiconduttori TSMC.
Secondo le stime di Bloomberg Economics risalenti a febbraio, una guerra tra Stati Uniti e Cina per Taiwan potrebbe causare una perdita di 10.600 miliardi di dollari, pari al 9,6% del PIL globale, nel suo primo anno. L’Unione Europea sarebbe tra le regioni più colpite, secondo il think tank britannico Chatham House.
Hal Brands, professore alla Johns Hopkins University, ha avvertito che Pechino potrebbe optare per un blocco o una quarantena doganale piuttosto che per un’invasione su vasta scala.
«Nessuno ha una buona idea di come quantificare il rischio di un conflitto militare tra Stati Uniti e Cina per Taiwan», ha dichiarato a una conferenza sugli investimenti a settembre, secondo quanto riportato da Business Today.
Nel frattempo, Pechino ha ripetutamente denunciato la vendita di armi statunitensi a Taiwan come un’ingerenza nei suoi affari interni, chiedendo a Washington di interrompere le spedizioni.
Sinora, lo status quo nella questione tra Pechino e Taipei è stato assicurato dal cosiddetto «scudo dei microchip» di cui gode Taiwano, ossia la deterrenza di questa produzione industriale rispetto agli appetiti cinesi, che ancora non hanno capito come replicare le capacità tecnologiche di Taipei. Aziende europee hanno dichiarato di poter spengere da remoto gli impianti di produzione a Taiwan in caso di invasione da parte dell’Esercito di Liberazione del Popolo.
La Cina, tuttavia, sta da tempo accelerando per arrivare all’autonomia tecnologica sui semiconduttori, così da dissolvere una volta per tutte lo scudo dei microchip taiwanese. La collaborazione tra Taiwan e UE riguardo ai microchip, nonostante la volontà espressa da Bruxelles, non è mai davvero decollata.
Come riportato da Renovatio 21, il colosso del microchip TSMC ha dichiarato due anni fa che la produzione dei microchip si arresterebbe in caso di invasione cinese di Formosa.
I microchip taiwanesi sono un argomento centrale nella tensione tra Washington e Pechino continuata da Trump a Biden, che qualcuno ha definito come una vera guerra economica mossa dall’amministrazione USA contro il Dragone.
Come riportato da Renovatio 21 la scorsa settimana gli Stati Uniti hanno consegnato i primi due dei 66 nuovi caccia F-16 ordinati da Taipei nell’ambito di un accordo da 8 miliardi di dollari. La consegna è avvenuta dopo i colloqui tra il presidente statunitense Donald Trump e il presidente cinese Xi Jinping, durante i quali Xi ha esortato Washington a opporsi all’«indipendenza di Taiwan» e a «gestire la questione di Taiwan con cautela».
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Lo scorso dicembre Washington ha approvato un pacchetto record di armi da 11 miliardi di dollari per Taiwan. Secondo alcune fonti, Trump avrebbe ritardato l’approvazione di un altro accordo da 14 miliardi di dollari, definendo la potenziale vendita una «ottima carta da giocare» nei colloqui con Pechino.
Funzionari statunitensi hanno affermato che Xi avrebbe ordinato all’esercito cinese di tenersi pronto per una potenziale operazione contro Taiwan entro il 2027, sebbene Pechino non abbia confermato tale affermazione.
DeSombre, tuttavia, ha descritto il leader cinese come «un attore molto razionale» che avrebbe valutato attentamente le conseguenze di un’azione militare.
Come riportato da Renovatio 21, all’inizio del mese, in un’intervista al programma CBS 60 Minutes, Trump aveva riferito che i dialoghi con Xi, tenutisi a fine ottobre in Corea del Sud, si sono concentrati sul commercio, mentre la questione taiwanese «non è stata toccata».
Lo scorso mese la neopremier nipponica Sanae Takaichi aveva suscitato le ire di Pechino parlando di un impegno delle Forze di Autodifesa di Tokyo in caso di invasione di Taiwano.
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Immagine di xiangyang17 via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic
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