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Economia

La Cina si sta prendendo il Medio Oriente: parla un ex diplomatico USA

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Chas Freeman, un diplomatico di carriera in pensione presso il Dipartimento di Stato, ha pubblicato un articolo sulla pubblicazione online del Quincy Institute Responsible Statecraft intitolato «Medio Oriente, gli impatti della rivalità sino-americani rimangono minimi»

 

«Recenti sviluppi regionali sono guidati da dinamiche locali, non da grandi rivalità di potere. Ma il ruolo della Cina in Medio Oriente è destinato a crescere» attacca il pezzo.

 

«Gli dei della guerra a Washington hanno decretato che la situazione internazionale è ora plasmata da due forze trascendenti: la grande rivalità di potere (soprattutto tra il nostro Paese e la Cina) e gli sforzi autoritari per smantellare la democrazia. Ma le tendenze in Medio Oriente contraddicono chiaramente sia questa visione del mondo che le politiche statunitensi che ne derivano. Per quelli nella regione, gli Stati Uniti sembrano combattere la Cina dei suoi incubi, non la Cina che osservano».

 

Dopo aver esaminato gli sviluppi nella regione negli ultimi anni, sostenendo che i Paesi stanno agendo per i propri interessi, non legati al conflitto USA-Cina, scrive:

 

«La Cina ora è così grande economicamente che non può fare a meno di essere un fattore di crescita nella visione del mondo regionale. Tra il 2000 e il 2020, il PIL cinese è quintuplicato. La sua economia industriale è ora due volte più grande di quella americana, sebbene la sua economia dei servizi rimanga molto più piccola

«Ovviamente, la Cina ora è così grande economicamente che non può fare a meno di essere un fattore di crescita nella visione del mondo regionale. Tra il 2000 e il 2020, il PIL cinese è quintuplicato. La sua economia industriale è ora due volte più grande di quella americana, sebbene la sua economia dei servizi rimanga molto più piccola. La Cina è diventata il più grande mercato di consumo del mondo e il suo più grande importatore di idrocarburi. È una superpotenza tecnologica emergente in un numero crescente di campi».

 

«Un terzo delle importazioni di energia della Cina proviene dal GCC [Consiglio di cooperazione del Golfo], con la maggior parte dall’Arabia Saudita. Le compagnie cinesi acquistano un sesto delle esportazioni di petrolio del GCC, un quinto di quelle iraniane e metà di quelle irachene. La Cina è diventata il più grande investitore estero e partner commerciale della regione».

 

«Gli Stati della regione vogliono più impegno cinese, non meno. Poiché la Cina assume un ruolo guida nell’innovazione tecnologica globale, è diventata un collaboratore e un cliente significativo per le società high-tech israeliane e un partner negli sforzi dell’Arabia Saudita per sviluppare un’industria degli armamenti nazionale. Diciassette Stati arabi hanno aderito alla Belt and Road Initiative. La scorsa settimana, i ministri degli Esteri di Arabia Saudita, Kuwait, Oman e Bahrain, nonché il Segretario generale del GCC, erano a Pechino per discutere dell’ampliamento delle loro relazioni con la Cina. Sono stati seguiti dai ministri degli Esteri di Iran e Turchia».

 

Freeman conclude dicendo che «come l’America di un secolo fa, la Cina non ha un’apparente agenda imperiale o ideologica in Medio Oriente. A differenza degli Stati Uniti di oggi, la Cina non chiede ai Paesi della regione di cambiare i loro sistemi e valori politici, non li punisce per non averlo fatto o non richiede relazioni esclusive con loro. Deve ancora manifestare opposizione al continuo coinvolgimento americano nella regione. Al contrario, ha suggerito la formazione di un dialogo multilaterale sulle questioni di sicurezza e, quando i tempi saranno maturi, un “meccanismo di sicurezza collettiva per il Golfo” gestito a livello regionale».

«Un terzo delle importazioni di energia della Cina proviene dal Consiglio di cooperazione del Golfo, con la maggior parte dall’Arabia Saudita. Le compagnie cinesi acquistano un sesto delle esportazioni di petrolio del GCC, un quinto di quelle iraniane e metà di quelle irachene. La Cina è diventata il più grande investitore estero e partner commerciale della regione»

 

«Gli Stati Uniti possono cooperare a reciproco vantaggio con la Cina, altre potenze emergenti e i Paesi produttori di petrolio della regione, oppure possono sovrascrivere interessi evidenti che condivide con la Cina e altri con antagonismo irrazionale e perseguire un gioco inutile che nessuno può sperare vincere».

 

Questa analisi filocinese non esplicita da dove deriva davvero il successo del Dragone in Medio Oriente. La penetrazione di Pechino nei Paesi arabi ha la stessa origine del successo della Cina negli ultimi decenni nei Paesi africani: il vuoto lasciato dagli USA, concentrati in guerre sanguinarie quanto inutili fino all’assurdo e al masochistico, come si è visto in Afghanistan.

 

Gli USA hanno abbandonato l’Africa per concentrarsi sul Medio Oriente, lasciando un vuoto colmato subito da fondi e aiuti cinesi, che in cambio si stanno portando via dal Continente nero quello che vogliono – piazzandovi, a Gibuti in zona Suez, perfino la loro prima base militare extraterritoriale – e non intendono fermarsi lì, volgendosi ora anche verso l’Atlantico.

 

Gli USA hanno devastato il Medio Oriente con guerre insensate e mostruose, cagionando, secondo alcuni, milioni di morti: in questo vuoto ancora più oscuro, perché bagnato di sangue, la Cina si è infilata nel suo modo lungimirante e all’apparenza pacifico, con il tintinnio delle monete piuttosto che quello delle sciabole

Gli USA hanno devastato il Medio Oriente con guerre insensate e mostruose, cagionando, secondo alcuni, milioni di morti: in questo vuoto ancora più oscuro, perché bagnato di sangue, la Cina si è infilata nel suo modo lungimirante e all’apparenza pacifico, con il tintinnio delle monete piuttosto che quello delle sciabole.

 

Come riportato da Renovatio 21, «sforzi» in Africa che comprendessero la Cina sono stati chiesti dall’ex premier italiano e presidente della Commissione Europea Romano Prodi, noto per i suoi risalenti buoni rapporti con il Dragone.

 

 

 

 

 

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Economia

Il prezzo del petrolio sale dopo il sequestro della nave iraniana da parte degli USA vicino a Ormuzzo

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I prezzi del petrolio sono schizzati alle stelle lunedì dopo che gli Stati Uniti hanno sequestrato una nave mercantile battente bandiera iraniana vicino allo Stretto di Ormuzzo, offuscando le prospettive di pace nella guerra contro l’Iran e sollevando nuove preoccupazioni sull’offerta.

 

Sia il Brent che il West Texas Intermediate hanno registrato un balzo di oltre il 6%, superando rispettivamente i 96 e gli 88 dollari al barile, nell’ultima impennata dopo settimane di scambi volatili. I rialzi sono seguiti alle nuove interruzioni del traffico marittimo attraverso lo Stretto ormusino durante il fine settimana, dopo una breve riapertura alla fine della scorsa settimana. Teheran ha avvertito che la rotta rimarrà interdetta al traffico marittimo fino a quando non verrà revocato il blocco navale statunitense.

 

Domenica, una nave da guerra statunitense ha aperto il fuoco e sequestrato una nave mercantile battente bandiera iraniana, la Touska, nel Golfo dell’Oman. Secondo l’esercito americano, la nave stava tentando di forzare il blocco navale e raggiungere Bandar Abbas attraverso lo Stretto ermisino. Teheran ha condannato l’azione definendola «pirateria marittima armata», accusando Washington di aver violato il cessate il fuoco in vigore dall’8 aprile e minacciando ritorsioni.

 

La campagna di bombardamenti israelo-americana ha spinto l’Iran a limitare il passaggio attraverso lo stretto, via di transito per circa il 20% del petrolio mondiale, alle «navi nemiche», paralizzando le catene di approvvigionamento e facendo aumentare i prezzi. I prezzi si erano abbassati all’inizio di questo mese durante il primo round di colloqui tra Stati Uniti e Iran a Islamabad, nella speranza di una riapertura dello stretto, per poi risalire dopo il fallimento dei negoziati.

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Secondo gli analisti, i mercati stanno reagendo principalmente alla minaccia di una riduzione dell’offerta, con gli operatori che stanno scontando ulteriori interruzioni alle esportazioni del Golfo. Il Kuwait, uno dei principali esportatori di greggio, avrebbe dichiarato lo stato di forza maggiore per alcune spedizioni di petrolio e carburante.

 

I limiti di produzione imposti dall’OPEC+ e l’aumento dei costi di spedizione e assicurazione stanno limitando la capacità dei produttori di rimpiazzare i barili persi. Le stime del settore indicano che centinaia di milioni di barili sono di fatto bloccati a causa del collo di bottiglia.

 

L’aumento dei prezzi del petrolio greggio si ripercuote sui prezzi della benzina e del diesel in Europa, negli Stati Uniti e in alcune zone dell’Asia. I prezzi all’ingrosso del gas sono aumentati, così come i futures sul gasolio da riscaldamento – un indicatore indiretto del carburante per aerei – che registrano un incremento. Il rinnovato aumento delle bollette energetiche sta alimentando la frustrazione dei cittadini.

 

Il disastro di Ormuzzo ha innescato ripercussioni a catena sull’economia globale. L’Agenzia Internazionale dell’Energia ha avvertito di una crescente volatilità dei mercati e di possibili carenze di carburante per aerei in Europa entro sei settimane. Anche le organizzazioni umanitarie hanno segnalato rischi a catena per la sicurezza alimentare globale, a causa delle ripercussioni sulle catene di approvvigionamento di fertilizzanti e prodotti agricoli.

 

L’Europa è generalmente considerata una delle più penalizzate dal blocco ormusino, a causa della sua forte dipendenza dal petrolio mediorientale dopo le sanzioni imposte alle forniture russe. Mosca, al contrario, ha beneficiato di prezzi più elevati e di una maggiore domanda di greggio, con stime che parlano di un guadagno fino a 150 milioni di dollari al giorno.

 

Gli Stati Uniti hanno rinnovato un’esenzione dalle sanzioni che consente la consegna e la vendita libera di petrolio greggio e prodotti petroliferi russi già caricati sulle petroliere, nel tentativo di contenere l’impennata dei prezzi. La Russia ha auspicato una risoluzione pacifica del conflitto in Medio Oriente e si è dichiarata pronta a colmare qualsiasi lacuna nell’approvvigionamento petrolifero per compensare le carenze.

 

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Immagine di ESA via Wikimedia pubblicata su licenza CC BY-SA IGO 3.0

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Economia

Gli Emirati potrebbero abbandonare il petrodollaro a favore dello yuan

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Gli Emirati Arabi Uniti hanno avvertito il Dipartimento del Tesoro statunitense che potrebbero essere «costretti a utilizzare lo yuan cinese» negli scambi petroliferi. Lo riporta il Wall Street Journal.   Secondo quanto riportato dal quotidiano, citando fonti anonime statunitensi, il governatore della Banca Centrale degli Emirati Arabi Uniti, Khaled Mohamed Balama, avrebbe lanciato quella che il giornale ha definito una «minaccia implicita» contro la posizione dominante del dollaro durante un incontro con il Segretario del Tesoro statunitense Scott Bessent a Washington la scorsa settimana.   Secondo quanto riferito, Balama avrebbe spiegato che Abu Dhabi potrebbe aver bisogno di un aiuto finanziario per evitare una crisi di liquidità in dollari qualora le ripercussioni economiche della guerra tra Stati Uniti e Iran continuassero ad aggravarsi.   Teheran ha perseguito una strategia di pressione asimmetrica volta ad aumentare i costi per Washington e i suoi alleati. Gli Emirati Arabi Uniti hanno subito il peso maggiore delle rappresaglie iraniane contro le basi militari statunitensi e altri siti di alto valore, con oltre 2.800 droni e missili che, secondo quanto riferito, sono stati lanciati contro il Paese.

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Il Tesoro statunitense potrebbe offrire uno swap valutario, sebbene questo tipo di accordi siano solitamente gestiti dalla Federal Reserve. Il Wall Street Journal ha affermato che l’approvazione della Fed per gli Emirati Arabi Uniti è improbabile e ha citato un precedente dello scorso anno in cui il Tesoro ha predisposto un pacchetto di sostegno da 20 miliardi di dollari per l’Argentina in vista di un’importante elezione.   L’amministrazione del presidente statunitense Donald Trump aveva precedentemente ventilato l’idea che gli stati del Golfo coprissero parzialmente i costi della guerra con l’Iran. La professoressa Linda Bilmes della Harvard Kennedy School ha stimato che gli Stati Uniti abbiano speso direttamente 2 miliardi di dollari al giorno nei primi 40 giorni del conflitto.   La frustrazione del mondo arabo nei confronti delle politiche statunitensi è emersa pubblicamente attraverso commenti di personalità legate ai governi del Golfo. Domenica, Abdulkhaleq Abdulla, ex consigliere del presidente degli Emirati Arabi Uniti Mohammed bin Zayed, ha chiesto la chiusura delle basi militari statunitensi nel Paese, sostenendo che rappresentano un peso piuttosto che una risorsa strategica. Ha invece proposto di dare priorità all’acquisizione di armamenti statunitensi avanzati come strategia alternativa di difesa nazionale.   L’Iran ha inoltre iniziato a riscuotere pagamenti per le navi che attraversano lo Stretto di Ormuzzo, che considera neutrale nel conflitto, esigendo pagamenti in yuan o criptovalute, il che gli consente di eludere i controlli finanziari statunitensi e le potenziali sanzioni.

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Immagine di David Dennis via Flickr pubblicata su licenza CC BY-SA 2.0
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Economia

L’Europa ha ancora «sei settimane» di carburante per aerei

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L’Europa potrebbe rimanere senza carburante per aerei entro poche settimane se le forniture di petrolio continueranno a essere interrotte a causa della guerra con l’Iran, ha affermato il capo dell’Agenzia internazionale per l’energia (AIE).

 

In un’intervista rilasciata giovedì all’Associated Press, il direttore esecutivo dell’AIE, Fatih Birol, ha messo in guardia contro le profonde conseguenze globali di quella che ha definito «la più grande crisi energetica che abbiamo mai affrontato», innescata dalle interruzioni nel flusso di petrolio, gas e altre forniture essenziali attraverso lo Stretto di Hormuz.

 

La campagna di bombardamenti israelo-americana ha spinto l’Iran a chiudere la rotta strategica, un canale attraverso il quale transita circa il 20% del petrolio mondiale, alle «navi nemiche», provocando un’interruzione delle catene di approvvigionamento. Domenica, dopo il fallimento dei colloqui con Teheran, il presidente statunitense Donald Trump ha dichiarato il blocco dello stretto, una mossa che ha costretto le petroliere a tornare indietro e ha fatto risalire i prezzi del petrolio verso i 100 dollari al barile.

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Secondo Birol, le petroliere che trasportano carburante non riescono a raggiungere i porti europei, mentre le rotte alternative praticabili rimangono limitate. In Europa rimanevano scorte di carburante per aerei sufficienti «forse per circa sei settimane» e, a meno che lo Stretto di Ormuzzo non venga riaperto, «presto sentiremo la notizia» della cancellazione dei voli a causa della carenza di carburante.

 

Il Birol ha paragonato la situazione a una «situazione critica», avvertendo che più a lungo persisteranno le interruzioni, peggiore sarà l’impatto sulla crescita e sull’inflazione a livello globale. Le conseguenze si tradurranno in «prezzi della benzina più alti, prezzi del gas più alti, prezzi dell’elettricità più alti», ha affermato.

 

L’Europa occidentale è generalmente considerata la regione che ha subito le conseguenze peggiori del blocco dello Stretto ermisino, a causa della sua forte dipendenza dal petrolio mediorientale dopo le sanzioni imposte alle forniture russe.

 

Politico ha riportato all’inizio di questo mese che l’aeroporto di Heathrow a Londra ha già registrato cancellazioni legate all’impennata dei costi del carburante per aerei, mentre la compagnia aerea scandinava SAS avrebbe cancellato circa 1.000 voli. Anche le compagnie aeree regionali britanniche più piccole Skybus e Aurigny hanno ridotto i servizi a causa dell’aumento dei prezzi del carburante, cresciuti di circa il 120% su base annua, e Air France ha aumentato le tariffe sulle rotte a lungo raggio.

 

Secondo il Corriere della Sera, alcuni paesi dell’UE dispongono di riserve di carburante per aerei sufficienti solo per otto-dieci giorni.

 

Nella giornata di ieri è arrivata la notizia della riapertura dello Stretto ormusino, annunciata a gran voce dal presidente USA Donaldo Trump.

 

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Immagine di Falk2 via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International

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