Animali
Intelligenza Artificiale per parlare con le balene: scienziati al lavoro
Un team interdisciplinare di scienziati ha lanciato un progetto con l’obiettivo di decodificare il linguaggio dei capodogli per comunicare con essi.
L’iniziativa si chiama Progetto CETI (Cetacean Translation Initiative), e il suo obiettivo è quello di utilizzare l’Intelligenza Artificiale al fine di comprendere il linguaggio delle balene. Più specificamente, il team vuole decodificare i suoni di clic che i capodogli usano per comunicare tra loro, noti anche come «codas».
Per riuscirci, i ricercatori hanno in programma di sfruttare il Natural-language processing (NLP), un sottocampo dell’Intelligenza Artificiale incentrato sull’elaborazione del linguaggio scritto e parlato.
Il team ha già applicato le registrazioni di questi segnali sonori emessi dal capodoglio a un algoritmo di NLP, con risultati promettenti.
«Sembrano funzionare molto bene, almeno con alcuni compiti relativamente semplici», ha detto Michael Bronstein, a capo del machine learning per Project CETI, a proposito delle «codas», alla rivista Hakai.
Per quanto sorprendenti siano gli obiettivi dei team, c’è un enorme ostacolo: hanno bisogno di dati, di moltissimi dati, scrive Futurism.
In effetti, il primo obiettivo del progetto CETI è quello di raccogliere quattro miliardi di questi suoni dei capodogli. Il team attualmente prevede di sviluppare la ricerca esistente del Dominica Sperm Whale Project, che ha raccolto meno di 100.000 «codas. Per fare un confronto, GPT-3, il noto modello di linguaggio predittivo di apprendimento profondo, è stato concepito utilizzando circa 175 miliardi di parole, sempre secondo il magazine specializzato.
I ricercatori dovranno anche contestualizzare tutte le «codas». Dopotutto, le parole senza contesto non offrono alcun significato. E questo richiederà anni di ricerca negli habitat naturali dei capodogli.
Immagine di di arvalis via Deviantart pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivs 3.0 Unported (CC BY-NC-ND 3.0)
Animali
Scimmia attacca militare USA in rotta verso lo Stretto di Ormuzzo
Giovedì, una scimmia avrebbe aggredito un militare della Marina statunitense in Tailandia, graffiandolo mentre si preparava per il suo viaggio in Medio Oriente. La Marina USA aveva recentemente assegnato il marinaio a una nave dragamine diretta nello Stretto di Ormuzzo.
L’attacco del primate contro il marinaio americano è avvenuto a Phuket, dove la nave dragamine di classe Avenger USS Chief era ormeggiata brevemente per fare rifornimento.
La vittima, la cui identità non è stata rivelata, avrebbe incontrato la scimmia sulla riva e, dopo l’incidente, è stata evacuata in Giappone per ricevere cure mediche.
«Il marinaio ha ricevuto assistenza medica ed è stato trasferito in Giappone per ulteriori cure», ha dichiarato il comandante Matthew Comer, portavoce della Settima Flotta della Marina, in una dichiarazione inviata via e-mail. «Non ci sono stati impatti operativi né ritardi».
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Funzionari della Marina hanno confermato che il militare ha riportato solo un lieve graffio, ma il protocollo prevedeva il trasferimento in ospedale a causa dell’incontro ravvicinato con un animale selvatico.
La Marina non ha specificato la specie di scimmia coinvolta nell’attacco, tuttavia le scimmie tailandesi sono note per essere «particolarmente aggressive» e l’ente per il controllo epidemico americano CDC avverte che possono essere portatrici del virus dell’herpes B.
«Non augureremmo mai l’herpes B a nessuno, ma è possibile che questo macaco aggressivo abbia fatto un piccolo favore alla sua vittima» ha commentato il giornalista Tucker Carlson. «Il soldato, diretto nel Golfo Persico, avrebbe potuto facilmente morire per Israele. La scimmia ha resistito, a modo suo, all’agenda neoconservatrice».
Potrebbe trattarsi di un episodio non unico di rivolta animale contro la politica militare USA.
L’incidente della scimmia tailandese avviene pochi giorni dopo che due soldati statunitensi erano rimasti feriti in un incontro con un orso in una zona remota della base congiunta Elmendorf-Richardson, in Alaska, durante un’esercitazione di orientamento. L’esercito ha dichiarato lunedì in un comunicato che i soldati sono stati curati per gravi ferite in un ospedale di Anchorage e sono stati dimessi.
Il dipartimento della Pesca e della fauna selvatica dell’Alaska, che sta indagando sull’incidente, ha attribuito la loro sopravvivenza allo spray anti-orso.
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Immagine generata artifizialmente
Animali
La rete elettrica cubana collassa per la seconda volta in una settimana
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Animali
Le api regine posso respirare sott’acqua e sopravvivere sommerse un’intera settimana
Una scoperta casuale in laboratorio ha rivelato un meccanismo straordinario che permette alle regine dei bombi di resistere alle inondazioni durante la diapausa invernale, un adattamento che potrebbe rivelarsi cruciale di fronte ai cambiamenti climatici.
Secondo uno studio pubblicato su Proceedings of the Royal Society (2026) e raccontato da Smithsonian Magazine, le regine del bombus impatiens possono rimanere completamente sommerse in acqua per oltre sette giorni senza morire. Tutto è nato per caso nel 2024: durante un esperimento, la condensa ha allagato i tubi in cui erano conservate alcune regine in diapausa. Invece di annegare, quattro di loro sono sopravvissute perfettamente.
I ricercatori, guidati da Charles-A. Darveau e colleghi, hanno poi condotto test sistematici misurando il consumo di ossigeno, la produzione di anidride carbonica e il tasso metabolico delle regine sommerse. I risultati sono sorprendenti: le regine respirano sott’acqua, estraendo ossigeno disciolto attraverso un meccanismo ancora da chiarire completamente (probabilmente cutaneo o tracheale).
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Le regine dei bombi passano quindi a un metabolismo anaerobico (fermentazione lattica o simile) per produrre energia senza ossigeno, entrando entrano in uno stato di depressione metabolica profonda, riducendo drasticamente il consumo energetico, quasi in «modalità risparmio» estremo.
Dopo otto giorni di immersione, il metabolismo schizza temporaneamente verso l’alto per 2-3 giorni (fase di recupero), poi torna ai livelli normali. Le regine emergono vitali e in grado di riprendere le normali attività. Questo adattamento è particolarmente rilevante perché le regine dei bombi sono le uniche a svernare. Senza questa capacità, intere colonie future potrebbero essere spazzate via.
La scoperta, definita «straordinaria» da vari esperti, apre nuove prospettive non solo sulla fisiologia degli insetti impollinatori, ma anche su possibili strategie di conservazione per proteggere i bombi, specie vitali per l’agricoltura e gli ecosistemi.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
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