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Persecuzioni

India, ancora un raid contro un ostello cattolico

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Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di AsiaNews. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

 

Il presidente della Commissione Nazionale per la Tutela dell’Infanzia continua indisturbato la sua campagna persecutoria contro le istituzioni educative cristiane. Dopo aver minacciato di arresto il vescovo di Jabalpur adesso nel mirino è una struttura per ragazzi di Katni. In uno Stato governato dal BJP dove a novembre si andrà alle urne i più piccoli utilizzati come arma politica da chi dovrebbe difenderli.

 

 

In India non si ferma la battaglia personale che da mesi ormai il presidente della Commissione nazionale per i diritti dell’infanzia (NCPCR) Priyank Kanoongo porta avanti contro le strutture educative cattoliche nel Madhya Pradesh, lo Stato indiano di cui originario questo esponente del BJP, il partito nazionalista indù del premier Narendra Modi.

 

L’ultima istituzione a finire nel mirino in queste ore è l’Asha Kiran Children’s Care Institute, un ostello della Congregazione della Madre del Carmelo, un istituto di suore siro-malabaresi, nella città di Katni che si trova nella diocesi di Jabalpur, la stessa dove qualche settimana fa il vescovo stesso mons. Gerald Almeida era finito nel mirino con una minaccia di arresto.

 

Lo schema è sempre lo stesso: Kanoongo decreta un’ispezione a sorpresa presso una struttura per ragazzi di ispirazione cristiana. E – immancabilmente – dopo interrogatori e perquisizioni sbandierano «prove» di frodi e conversioni forzate dei ragazzi.

 

Accuse che spesso poi si sgonfiano quando arrivano in tribunale, ma solo dopo aver fatto crescere nel frattempo la sensazione di minaccia nei confronti degli indù e l’ostilità verso i cristiani in uno Stato guidato dal BJP dove a novembre sono in calendario le elezioni locali.

 

A Katni è stato personalmente Kanoongo a guidare l’operazione e a dare tutti gli aggiornamenti in diretta sui suoi profili social, gridando alla conversione forzata dei ragazzi indù che – a suo dire – verrebbero costretti a partecipare alle preghiere dei cristiani. Per questo motivo ha presentato una denuncia all’autorità di polizia ai sensi della draconiana legge anti-conversioni che vige nel Madhya Pradesh.

 

Le suore in una nota rigettano le accuse spiegando che i cinque ragazzi in questione, in realtà, sono gli stessi che da tempo stanno creando problemi disciplinari e solo per non rimandarli nel contesto difficile da cui provengono non sono stati espulsi dall’ostello. Il presidente della Commissione nazionale per i diritti dell’infanzia, in pratica, anziché farsi carico di una situazione delicata strumentalizza i ragazzi per finalità politiche.

 

Le suore raccontano anche la storia di quell’ostello: venne aperto a Katni nel 2005 su richiesta delle ferrovie indiane in un edificio di proprietà dell’ente per dare una risposta alle necessità delle famiglie bisognose che spesso in India vivono nei pressi dei binari. In seguito, per fornire strutture migliori ai bambini, è stato trasferito in una sede ad hoc realizzata dalla diocesi di Jabalpur con proprie risorse.

 

La Congregazione della Madre del Carmelo ricorda inoltre che da 80 anni gestisce ostelli per i bambini e che nella zona la collaborazione con l’amministrazione distrettuale, il dipartimento di assistenza all’infanzia, la polizia e altri enti è sempre stata buona: «ci hanno dato correzioni e indicazioni tempestive che ci sono state molto utili», scrivono le suore.

 

Infine svelano l’ennesima contraddizione profonda di tutta la vicenda: «i ragazzi sono stati prelevati alle 18 e riportati alle 21. Il personale ha ricevuto l’ordine di non parlare con questi bambini e di non intraprendere alcuna azione contro di loro perché se si fossero lamentati, la direzione e il personale sarebbero stati mandati in prigione. Se le cose stanno così, perché hanno rimandato i ragazzi al nostro Centro? Se il nostro istituto è della natura denunciata dal presidente, avrebbero dovuto trasferirli immediatamente. Invece li hanno portati di nuovo qui».

 

 

 

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Renovatio 21 offre questo articolo per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

 

 

 

Immagine di Superfast1111 via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 3.0 Unported (CC BY-SA 3.0)

 

 

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Persecuzioni

Nigeria, Milioni di dollari per insabbiare un genocidio

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Da quando gli Stati Uniti hanno ufficialmente designato la Nigeria nel gennaio 2025 come «Paese di particolare preoccupazione» (CSC) a causa della persecuzione religiosa, il governo del Presidente Bola Tinubu ha lanciato un’offensiva diplomatica e mediatica senza precedenti. Questo è quanto emerge da un rapporto pubblicato di recente dall’organizzazione International Christian Concern (ICC), a cura del ricercatore Justin Joseph.

 

Il documento si basa sui dati dell’organizzazione per i diritti civili Intersociety per dipingere un quadro allarmante: dal 2009, almeno 190.150 nigeriani sono stati uccisi a causa della loro religione, tra cui circa 128.750 cristiani. Nei primi 78 giorni del 2026, si stima che gruppi jihadisti sostenuti o tollerati dallo Stato abbiano ucciso almeno 1.050 cristiani e ne abbiano rapiti altri 1.690. Inoltre, più di 19.500 chiese cristiane sono state incendiate o distrutte dal 2009, di cui oltre 400 negli ultimi sedici mesi.

 

Di fronte a questa realtà, l’uomo forte della Nigeria ha scelto la negazione. Durante una visita di Stato a Londra, ha dichiarato al premier Keir Starmer che la violenza nel suo Paese era interamente dovuta ai «cambiamenti climatici» e all’instabilità nel Sahel, un’affermazione che il rapporto definisce una «bufala calcolata».

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Una fabbrica di menzogne ​​da 10 milioni di dollari

Per imporre questa narrativa sulla scena internazionale, il governo di Tinubu ha creato una rete di gruppi di pressione, costata circa 10 milioni di dollari, progettata per neutralizzare le pressioni del Congresso degli Stati Uniti e ripulire l’immagine del regime.

 

Al centro di questa operazione c’è Matt Mowers, ex consigliere senior della Casa Bianca specializzato nella lotta contro lo Stato Islamico (ISIS). La sua società, Valcour LLC, è stata registrata come agente straniero il 30 dicembre 2025, appena due mesi dopo che la Nigeria era stata designata Paese di Particolare Preoccupazione (CPC), per un compenso di 120.000 dollari al mese. Il rapporto evidenzia l’ironia di vedere un funzionario repubblicano difendere ora un regime accusato di massacrare i cristiani.

 

Il protagonista chiave, tuttavia, rimane la società DCI Group AZ, ingaggiata per 9 milioni di dollari in sei mesi per condurre comunicazioni strategiche sulla situazione dei cristiani in Nigeria. Altri attori includono BGR Government Affairs, l’Adomi Advisory Group – incaricato di redigere lettere da inviare alle sottocommissioni del Congresso – e diversi subappaltatori che occultano il flusso finanziario.

 

Petrolio in cambio di silenzio

Rintracciare i fondi rivela un meccanismo particolarmente inquietante. Mowers è pagato da Maton Engineering Nigeria Limited, una società collegata a Tantita Security Services, un’azienda che monitora gli oleodotti nel Delta del Niger e che si è recentemente aggiudicata un contratto governativo multimiliardario in naira (valuta nigeriana). In altre parole, i proventi dei contratti petroliferi vengono utilizzati per finanziare attività di lobbying che proteggono politicamente coloro che ne traggono vantaggio: un circolo vizioso di «sicurezza in cambio di silenzio», secondo gli autori del rapporto.

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Una strategia globale di disinformazione

Questa strategia non si limita a Washington. I lobbisti hanno organizzato sessioni di disinformazione presso il Parlamento britannico e le istituzioni dell’Unione Europea. Delegazioni del Parlamento europeo si sono persino lamentate del fatto che i loro itinerari fossero controllati da funzionari governativi per tenerle lontane dalla regione del Middle Belt.

 

Richieste di sanzioni

Di fronte a questa situazione, gli autori del rapporto chiedono al Congresso degli Stati Uniti di mantenere la Nigeria nella lista dei Paesi che costituiscono un CPC (Community Policy Center) e di invocare il Global Magnitsky Act per congelare i beni degli individui che finanziano questa operazione di insabbiamento, in particolare alcuni funzionari del Ministero delle Finanze e dirigenti di Maton Engineering.

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

 

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Immagine di Paul Kagame via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC-ND 2.0

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Persecuzioni

Coppia omosessuale si introduce in 29 chiese cattoliche e ruba le ostie consacrate

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Due uomini omosessuali hanno compiuto una serie di furti in Francia, introducendosi in 29 chiese cattoliche nell’arco di tre mesi, rubando ostie consacrate e utilizzando i vasi sacri come decorazioni domestiche, secondo quanto accertato da un tribunale francese.   Il New York Times ha riferito che R.H., di 35 anni, e il suo «compagno» T.P,, di 30 anni, sarebbero i responsabili di numerosi furti con scasso e rapine in chiese cattoliche avvenuti la scorsa estate nelle zone rurali del nord della Francia.   Nel villaggio di Burelles, i due si sono introdotti nella chiesa parrocchiale, hanno distrutto la cassetta delle offerte, sfondato la porta di legno della sacrestia e rubato i piatti sacri per la comunione, due ampolle per il battesimo e un ostensorio.   Lo stesso giorno i ladri hanno sottratto un calice dalla chiesa parrocchiale del vicino villaggio di Vervins. Il giorno seguente hanno preso di mira la chiesa di Marle, rubando un altro prezioso calice dopo aver forzato il tabernacolo, dove è custodito il Santissimo Sacramento.   Secondo quanto riportato dai media francesi, i ladri avrebbero rubato anche alcune ostie consacrate. Pertanto le loro motivazioni potrebbero essere andate oltre il semplice guadagno derivante dalla refurtiva, con possibili intenti blasfemi.

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Secondo il quotidiano neoeboraceno, la polizia è riuscita a rintracciare la «coppia» grazie alla geolocalizzazione dei cellulari. Nell’ottobre del 2025, 30 agenti hanno fatto irruzione nella loro abitazione e hanno scoperto che alcuni oggetti liturgici erano usati come decorazioni, mentre altri erano stati nascosti in sacchetti di plastica e armadi.   I due hanno venduto parte degli oggetti a un antiquario locale, che è stato accusato e condannato per ricettazione. Altri oggetti sono stati fusi e venduti come semplice metallo.   La maggior parte delle chiese si trovava in villaggi remoti dove la Santa Messa veniva celebrata solo poche volte all’anno, poiché a volte i sacerdoti si occupavano di ben 50 chiese. Era quindi facile per gli uomini introdursi negli edifici e passare inosservati, tanto che in alcuni casi passavano giorni prima che i furti venissero scoperti.   I due uomini sono stati condannati a tre anni di reclusione, di cui due con la condizionale. Sconteranno l’anno di detenzione domiciliare con braccialetto elettronico, ha dichiarato il procuratore capo.   Il tribunale dovrà stabilire l’ammontare del risarcimento che le parrocchie dovranno ricevere per i furti. Alcuni oggetti sono stati restituiti alle chiese, previa dimostrazione della proprietà. Tuttavia molte chiese non tenevano inventari dettagliati, rendendo difficile provare la titolarità. Pertanto molti degli oggetti sono stati consegnati alle autorità ecclesiastiche locali per la distribuzione alle comunità parrocchiali, offrendo un minimo di conforto per le perdite subite.

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Immagine di René Hourdry via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
   
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Persecuzioni

Israele espelle un prete cattolico dalla Palestina

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Un sacerdote cattolico molto amato e stimato, che ha servito i fedeli nella città assediata di Beit Sahour, il Campo dei Pastori, alle porte di Betlemme, viene costretto dal governo israeliano a lasciare i territori palestinesi occupati e a tornare nella sua nativa Giordania, oltre il confine.

 

Domenica scorsa, durante una commovente celebrazione nella chiesa latina di Nostra Signora di Fatima, il parroco, padre Louis Salman, ha officiato la sua ultima messa prima della partenza, dovuta al rifiuto delle autorità israeliane di rinnovargli il permesso di soggiorno, che lo costringe a lasciare il Paese entro l’11 maggio.

 

Come riportato da IMEMC News, padre Salman, 36 anni, un’importante guida spirituale per i giovani cristiani palestinesi, è stato sottoposto a un «interrogatorio di sicurezza insolitamente lungo e intenso da parte delle autorità israeliane» prima di essere formalmente informato del suo obbligo di lasciare il Paese.

 

Prima di entrare nel seminario maggiore appena fuori Betlemme nel 2014, padre Salman ha studiato tecnologie informatiche. È stato ordinato sacerdote nel 2021 e il suo nome è diventato noto tra i palestinesi nel 2022 quando ha organizzato un solenne corteo funebre per Shireen Abu Akleh, una giornalista palestinese-cattolica di Al Jazeera, assassinata intenzionalmente dall’esercito israeliano mentre indossava un giubbotto con la scritta «PRESS».

 


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In un’intervista rilasciata a Vatican News lo scorso anno, il fratello Anton Abu ha spiegato come la sorella, ormai scomparsa, «fosse entrata nei cuori del popolo palestinese» e «fosse la voce della Palestina, la voce degli oppressi della Terra Santa» nel momento in cui venne colpita alla nuca da un soldato israeliano.

 

Secondo l’Associated Press, il corteo funebre «si è trasformato forse nella più grande manifestazione di nazionalismo palestinese a Gerusalemme degli ultimi decenni», a cui la polizia israeliana ha reagito con aggressioni fisiche, picchiando i partecipanti al funerale con i manganelli, compresi i portatori della bara, che a un certo punto hanno quasi fatto cadere la bara stessa.

 

Come spesso accade nei casi in cui israeliani aggrediscono o uccidono palestinesi, il governo israeliano non ha ritenuto nessuno responsabile dell’omicidio diretto di Abu Akleh.

 

Secondo fonti ecclesiastiche, Israele ha giustificato l’espulsione di padre Salman citando le sue posizioni politiche, la sua influenza sui giovani cristiani e le sue dichiarazioni pubbliche in cui descriveva Israele come una potenza occupante, nonostante tale giudizio sia condiviso da circa 185 dei 193 Stati membri delle Nazioni Unite (95,8%) che auspicano una soluzione a due Stati. Inoltre, ben 157 di queste nazioni (81,3%) riconoscono formalmente lo Stato di Palestina a questo riguardo, e quindi anche l’occupazione, così come la Santa Sede.

 

L’occupazione israeliana della Palestina è riconosciuta persino dal «più grande alleato» del governo israeliano, gli Stati Uniti, eppure, stranamente, a un sacerdote cattolico in Palestina non è permesso esprimere questo giudizio pressoché universale senza essere espulso dal Paese.

 

Le pressioni, le ostilità e gli attacchi anticristiani da parte di Israele si stanno intensificando. L’espulsione di padre Salman avviene in un contesto di crescenti pressioni da parte del governo israeliano sui cristiani palestinesi, le loro chiese e istituzioni in tutta la Terra Santa.

 

A marzo, il governo israeliano ha istituito una politica che vieta agli insegnanti cristiani palestinesi residenti in Cisgiordania di lavorare in una qualsiasi delle 15 scuole cristiane di Gerusalemme, una mossa che rischia di indebolire la presenza millenaria dei cristiani nella Città Santa.

 

Inoltre, la scorsa settimana l’esercito israeliano ha aggredito cristiani e musulmani palestinesi che stavano celebrando la festa di San Giorgio in un monastero cristiano a sud di Betlemme, nella Cisgiordania occupata.

 

Il 19 aprile, una fotografia apparsa su X e altri social media mostrava un soldato israeliano che fracassava la testa di una statua di Gesù Cristo con una mazza. L’immagine è diventata virale in breve tempo, scatenando l’indignazione globale dei cristiani, compresi i vescovi cattolici di Terra Santa, che hanno condannato senza riserve l’atto di profanazione. Il Patriarca latino di Gerusalemme, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, ha dichiarato che l’atto «costituisce un grave affronto alla fede cristiana e si aggiunge ad altri episodi di profanazione di simboli cristiani da parte di soldati delle Forze di Difesa Israeliane nel Libano meridionale».

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Nella Cisgiordania occupata da Israele, terroristi ebrei provenienti dagli insediamenti israeliani illegali hanno ripetutamente terrorizzato la città a maggioranza cristiana di Taybeh, così come altre comunità palestinesi.

 

Come ormai accade regolarmente, lo scorso luglio dei coloni mascherati hanno «assaltato questo villaggio cristiano… incendiando veicoli, lanciando pietre contro le case e imbrattando i muri con graffiti carichi d’odio».

 

I patriarchi e i capi delle Chiese di Gerusalemme hanno descritto gli intrusi armati come uomini a cavallo che seminavano il terrore, incendiavano i luoghi sacri e distruggevano i terreni agricoli.

 

Il mese scorso, anche il patriarcato latino di Gerusalemme ha definito «una linea rossa» la distruzione, da parte dei coloni ebrei, delle terre e degli alberi di proprietà della Chiesa mediante l’uso di un escavatore.

 

A Gerusalemme, le aggressioni fisiche e le molestie sono aumentate vertiginosamente. All’inizio di questo mese, un video ha ripreso una «brutale aggressione a una suora cattolica» che è stata scaraventata a terra e presa a calci da un terrorista giudeo.

 

Altri rapporti documentano la frequente presenza di clero e religiosi cristiani che vengono sputati addosso e molestati da terroristi ebrei a Gerusalemme.

 

Tali episodi hanno messo in luce le aggressioni persistenti e persino mortali da parte di sette ebraiche radicali per il controllo della terra e la sicurezza in Cisgiordania e a Gerusalemme, dove le proprietà della Chiesa sono state ripetutamente oggetto di pressioni, con i cristiani che hanno costantemente avvertito i loro correligionari occidentali che i movimenti sionisti radicali, il più delle volte con l’avallo del governo, cercano di cacciarli dalla Terra Santa.

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Immagine screenshot da YouTube

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