Persecuzioni
Il terrorista islamista che ha ucciso tre persone nella cattedrale di Nizza condannato all’ergastolo
La corte d’assise speciale incaricata di processare il terrorista islamista che il 29 ottobre 2020 ha ucciso tre persone nella basilica di Notre-Dame-de-l’Assomption a Nizza ha emesso il suo verdetto, infliggendo a Brahim Aouissaoui la pena massima prevista dalla legge francese: l’ergastolo.
Questa condanna è accompagnata da un periodo di sicurezza irriducibile, il che significa che l’ergastolo sarà reale per questo tunisino arrivato illegalmente dal suo paese, in Provenza, due giorni prima dei fatti. Durante tutta l’indagine, l’imputato si è rifiutato di riconoscere le sue azioni e ha invocato l’amnesia, arrivando addirittura ad affermare di non essere entrato nella basilica.
Ma nel corso del processo l’atteggiamento dell’imputato cambia: decide di parlare dei suoi crimini e lo fa con i modi di un jihadista determinato. Ha giustificato i suoi atti barbarici con la vendetta: vendetta contro l’Occidente che uccide musulmani «ogni giorno» e con indifferenza. «Non sono un terrorista, sono un musulmano», si è giustificato.
Quanto alla scelta delle vittime, ha spiegato che è stata una questione di «caso». Aggiungendo, in risposta a una domanda del presidente della corte, che «è diritto della verità andare ad uccidere le persone a caso». Aggiunge: «non avevo preparato nulla», ma gli assassinii erano «legittimi». E, riconoscendo che le sue vittime erano innocenti, concluse che «uccidere persone innocenti è un diritto».
Talvolta impantanatosi nelle contraddizioni, non riconosce le armi che aveva con sé il giorno del massacro e non ricorda, secondo lui, come ha compiuto quei gesti. Tuttavia, ammette di aver decapitato Nadine Devillers «per spaventare la gente». Alla fine ammette che «era il suo destino», arrivando ad ammettere la sua responsabilità… ma non la sua colpa.
Infine, riconosciuto colpevole di «omicidio e tentato omicidio in relazione a un’impresa terroristica», l’imputato è stato condannato all’ergastolo. Il verdetto ha quindi seguito le richieste del pubblico ministero che aveva chiesto la pena massima per questo jihadista «con insopportabile crudeltà e incrollabile determinazione» e una pericolosità «immutata».
L’attacco terroristico alla basilica di Nizza è seguito alla ripubblicazione delle caricature di Maometto da parte di Charlie Hebdo nel settembre 2020. I media vicini ad Al Qaeda hanno quindi chiesto attacchi alla Francia, e in particolare che «vengano tagliate le gole» dei francesi, in particolare «nelle loro chiese».
Il 25 settembre 2020, un uomo pakistano ha ferito due persone davanti agli ex uffici di Charlie Hebdo. Il 16 ottobre un giovane ceceno ha accoltellato e decapitato l’insegnante Samuel Paty.
L’attentato di Nizza è avvenuto il 29 ottobre.
Articolo previamente apparso su FSSPX.News.
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Immagine di Miguel Mendez via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic
Persecuzioni
Israele rifiuta di riaprire la moschea di Al-Aqsa per la fine del Ramadano
🚨Israeli Forces Attack Worshippers In Occupied Jerusalem
When a group of Palestinians congregated for prayer at Bab Al-Amoud (Damascus Gate) of the Old City, they were viciously attacked. They were praying there because of a bad on entering Al-Aqsa Mosque during Ramadan. pic.twitter.com/oTBnqrYiiN — MintPress News (@MintPressNews) March 18, 2026
💔🇵🇸 NOW: The Israeli occupation forces are firing live ammunition at Palestinians & preventing them from advancing towards the Al-Aqsa Mosque to perform the Eid al-Fitr prayer pic.twitter.com/ORNy5eSvzX
— Jackson Hinkle 🇺🇸 (@jacksonhinklle) March 20, 2026
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Persecuzioni
Islamabad, la tragedia dei rifugiati cristiani afghani
La ripresa del conflitto tra Pakistan e talebani indebolisce ulteriormente la situazione delle famiglie registrate come rifugiati presso l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), che spesso vivono nell’anonimato per motivi di sicurezza, temendo di essere rimandate a Kabul da un governo che le perseguita.
Per i convertiti e le altre minoranze religiose, l’ascesa al potere dei talebani rappresentò un pericolo immediato, poiché l’abbandono dell’Islam è considerato un grave crimine secondo la legge della sharia. Molti fuggirono impreparati, abbandonando le proprie case, i propri averi e, in alcuni casi, i familiari impossibilitati a mettersi in salvo.
La loro registrazione presso l’UNHCR in Pakistan ha portato solo un sollievo parziale. Molti rifugiati vivono in una condizione di limbo prolungato, dipendenti da aiuti limitati e dalla buona volontà delle comunità locali. Questa situazione è resa ancora più precaria dalla recente recrudescenza del conflitto al confine tra Pakistan e Afghanistan.
A differenza di altre popolazioni di rifugiati, le famiglie cristiane spesso restano nascoste per motivi di sicurezza. La visibilità pubblica potrebbe esporle a minacce, stigmatizzazione o attenzioni indesiderate, sia da parte di soggetti ostili sia a causa del precario contesto giuridico che circonda i migranti senza documenti o con documenti incompleti.
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Molti rimangono traumatizzati dopo aver ricevuto minacce o aver affrontato viaggi pericolosi. I genitori vivono nella costante preoccupazione per la sicurezza e il futuro dei propri figli, soprattutto quando l’accesso all’istruzione è incerto. Le famiglie spesso condividono alloggi angusti per ridurre le spese e gli adulti faticano a trovare un lavoro regolare. La pressione economica può spingerli verso l’indebitamento, la tossicodipendenza o condizioni di lavoro abusive.
La paura di persecuzioni è aggravata dall’ansia legata all’incertezza del loro status giuridico in Pakistan. Le recenti campagne per espellere i migranti senza documenti hanno suscitato diffusa preoccupazione tra i rifugiati afghani, compresi quelli registrati presso l’UNHCR. Molti vivono nel costante timore di essere arrestati, detenuti o rimpatriati con la forza.
Per i cristiani afghani, l’espulsione avrebbe conseguenze esistenziali: il loro ritorno in Afghanistan li esporrebbe a gravi persecuzioni, alla prigione o a un destino peggiore, a causa della loro fede. Le famiglie riferiscono di limitare i propri spostamenti, di tenere i figli a casa e di evitare ospedali, scuole e uffici pubblici per ridurre il rischio di essere identificate.
Donne e ragazze affrontano ulteriori vulnerabilità. In alcuni casi, vedove o donne separate dai parenti maschi devono cavarsela da sole in ambienti urbani sconosciuti, prendendosi cura dei propri figli. L’assenza di una rete familiare allargata, pilastro del sostegno sociale nella società afghana, aggrava il loro senso di spaesamento.
Gli operatori umanitari segnalano sintomi di ansia cronica, insonnia e depressione tra i rifugiati perseguitati e che affrontano un futuro incerto. L’impossibilità di fare progetti, anche solo per i mesi a venire, crea un senso di incertezza. In questi momenti difficili, le comunità religiose diventano spesso una rete informale di supporto.
Storicamente, le istituzioni religiose in Pakistan hanno svolto un ruolo discreto ma importante nell’assistenza ai migranti vulnerabili, fornendo loro cibo, consigli e sostegno spirituale laddove le strutture ufficiali non riescono a intervenire.
Il Pakistan ospita milioni di afghani da oltre quarant’anni. Gli osservatori sottolineano che i gruppi più piccoli, in particolare le minoranze religiose, necessitano di un sostegno mirato e di procedure di reinsediamento accelerate, poiché il ritorno in Afghanistan – che Islamabad continua a promuovere – non è né un’opzione sicura né praticabile.
Per questi cristiani, la sicurezza non è semplicemente l’assenza di violenza. È riconoscimento, protezione legale e la possibilità di un futuro che vada oltre la mera sopravvivenza. Per ora, queste famiglie continuano ad aspettare, sperando che il mondo le veda prima che la loro resilienza ceda il passo alla disperazione.
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
Persecuzioni
Cardinale concede segretamente al governo socialista spagnuolo il potere di riprogettare una basilica madrilena
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