Persecuzioni
«Mi inginocchio solo davanti a Dio»: l’ultima testimonianza del prete ucciso in Birmania
Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di AsiaNews. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.
Il racconto di due insegnanti della parrocchia presenti al momento dell’omicidio di padre Donald Martin Ye Naing Win, nella regione del Sagaing. Arrestati dieci miliziani appartenenti a un gruppo locale delle Forze di difesa popolare, gli oppositori della giunta birmana. Erano in evidente stato di alterazione da alcol o droga quando hanno colpito il sacerdote. Oltre 5mila persone ai funerali.
Davanti ai miliziani in evidente stato di alterazione da alcol o droga che gli intimavano di inginocchiarsi, padre Donald Martin Ye Naing Win – il sacerdote ucciso venerdì 14 febbraio in Myanmar – ha risposto «Mi inginocchio solo davanti a Dio». Per poi chiedere loro con mitezza: «Che cosa posso fare per voi? C’è una questione di cui possiamo parlare?».
Sono state queste le ultime parole del sacerdote 44enne dell’arcidiocesi di Mandalay colpito a morte nel villaggio di Kangyitaw, nella regione di Sagaing. A riferirle è l’agenzia Fides, del Dicastero vaticano per l’Evangelizzazione, che cita una testimonianza di due donne presenti ai fatti e presentata al ministero della Giustizia del Governo di unità nazionale in esilio. I miliziani in questione – già rintracciati e arrestati – appartengono infatti alle Forze di difesa popolare (PDF), la galassia di formazioni ribelli che si oppongono all’esercito birmano, e che controllano anche l’area dove è avvenuto l’omicidio.
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Padre Donald Martin sarebbe intervenuto proprio in difesa delle due donne, insegnanti e collaboratrici della comunità parrocchiale, che aiutavano il sacerdote nella locale scuola informale per i ragazzi, una delle tante portate avanti dalla Chiesa cattolica birmana nelle aree dove a causa della guerra che dura ormai da quattro anni non esiste più il sistema di istruzione statale.
Gli uomini che hanno aggredito padre Donald Martin, prosegue la testimonianza, venivano dal villaggio vicino e non è chiaro il motivo per cui abbiano assalito con tanta violenza il sacerdote. Sarebbe stato il capo del gruppo a sguainare un coltello e a cominciare a infierire sul sacerdote, colpendolo ripetutamente e con brutalità al corpo e alla gola.
Questi non avrebbe proferito alcun lamento di fronte alla violenza, «come un agnello al macello» ripetono i parrocchiani citando le parole del profeta Isaia che vengono lette nella celebrazione della Passione di Gesù. Compiuto il delitto, il gruppo di uomini si è allontanato e le donne hanno dato l’allarme. Sono stati allertati i militari delle Forze di difesa popolare che nello stesso giorno hanno rintracciato e arrestato 10 sospettati.
«Gli accusati appartengono a un gruppo di difesa locale», riferisce una nota del Governo di unità nazionale che «condanna fermamente gli attacchi di civili compresi i leader religiosi da parte di qualsiasi organizzazione».
I funerali di padre Donald Martin Ye Naing Win si sono svolti domenica 16 nel villaggio di Pyin Oo Lwin, dove il sacerdote era nato, alla presenza di oltre 5mila persone. A presiederli è stato l’arcivescovo di Mandalay mons. Marco Tin Win, che ha lanciato un nuovo appello «a tutti i gruppi armati e agli attori coinvolti nel conflitto perchè depongano le armi e intraprendano un percorso di pace e riconciliazione».
Il villaggio di Kangyitaw – dove il sacerdote è stato ucciso – si trova al confine tra le municipalità di Shwebo e Wetlet e ospita una chiesa cristiana e un monastero buddhista. Il villaggio aveva subito attacchi incendiari da parte dell’esercito birmano nel 2023.
Nella regione di Sagaing, a maggioranza buddista, una dozzina di villaggi tra i fiumi Chindwin e Mu sono insediamenti cattolici. In questa stessa zona si trova anche il villaggio di Monhla, dove è nato il card. Charles Maung Bo, arcivescovo di Yangon.
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Immagine da AsiaNews
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Persecuzioni
Israele espelle un prete cattolico dalla Palestina
Un sacerdote cattolico molto amato e stimato, che ha servito i fedeli nella città assediata di Beit Sahour, il Campo dei Pastori, alle porte di Betlemme, viene costretto dal governo israeliano a lasciare i territori palestinesi occupati e a tornare nella sua nativa Giordania, oltre il confine.
Domenica scorsa, durante una commovente celebrazione nella chiesa latina di Nostra Signora di Fatima, il parroco, padre Louis Salman, ha officiato la sua ultima messa prima della partenza, dovuta al rifiuto delle autorità israeliane di rinnovargli il permesso di soggiorno, che lo costringe a lasciare il Paese entro l’11 maggio.
Come riportato da IMEMC News, padre Salman, 36 anni, un’importante guida spirituale per i giovani cristiani palestinesi, è stato sottoposto a un «interrogatorio di sicurezza insolitamente lungo e intenso da parte delle autorità israeliane» prima di essere formalmente informato del suo obbligo di lasciare il Paese.
Prima di entrare nel seminario maggiore appena fuori Betlemme nel 2014, padre Salman ha studiato tecnologie informatiche. È stato ordinato sacerdote nel 2021 e il suo nome è diventato noto tra i palestinesi nel 2022 quando ha organizzato un solenne corteo funebre per Shireen Abu Akleh, una giornalista palestinese-cattolica di Al Jazeera, assassinata intenzionalmente dall’esercito israeliano mentre indossava un giubbotto con la scritta «PRESS».
Four years since Israeli forces killed Palestinian journalist Shireen Abu Akleh and attacked mourners carrying her coffin during her funeral.
Her killing became a grim turning point in the escalating targeting of journalists and silencing of voices and eyewitnesses. pic.twitter.com/2Sww1yVvgQ
— Ramy Abdu| رامي عبده (@RamAbdu) May 11, 2026
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In un’intervista rilasciata a Vatican News lo scorso anno, il fratello Anton Abu ha spiegato come la sorella, ormai scomparsa, «fosse entrata nei cuori del popolo palestinese» e «fosse la voce della Palestina, la voce degli oppressi della Terra Santa» nel momento in cui venne colpita alla nuca da un soldato israeliano.
Secondo l’Associated Press, il corteo funebre «si è trasformato forse nella più grande manifestazione di nazionalismo palestinese a Gerusalemme degli ultimi decenni», a cui la polizia israeliana ha reagito con aggressioni fisiche, picchiando i partecipanti al funerale con i manganelli, compresi i portatori della bara, che a un certo punto hanno quasi fatto cadere la bara stessa.
Come spesso accade nei casi in cui israeliani aggrediscono o uccidono palestinesi, il governo israeliano non ha ritenuto nessuno responsabile dell’omicidio diretto di Abu Akleh.
Secondo fonti ecclesiastiche, Israele ha giustificato l’espulsione di padre Salman citando le sue posizioni politiche, la sua influenza sui giovani cristiani e le sue dichiarazioni pubbliche in cui descriveva Israele come una potenza occupante, nonostante tale giudizio sia condiviso da circa 185 dei 193 Stati membri delle Nazioni Unite (95,8%) che auspicano una soluzione a due Stati. Inoltre, ben 157 di queste nazioni (81,3%) riconoscono formalmente lo Stato di Palestina a questo riguardo, e quindi anche l’occupazione, così come la Santa Sede.
L’occupazione israeliana della Palestina è riconosciuta persino dal «più grande alleato» del governo israeliano, gli Stati Uniti, eppure, stranamente, a un sacerdote cattolico in Palestina non è permesso esprimere questo giudizio pressoché universale senza essere espulso dal Paese.
Le pressioni, le ostilità e gli attacchi anticristiani da parte di Israele si stanno intensificando. L’espulsione di padre Salman avviene in un contesto di crescenti pressioni da parte del governo israeliano sui cristiani palestinesi, le loro chiese e istituzioni in tutta la Terra Santa.
A marzo, il governo israeliano ha istituito una politica che vieta agli insegnanti cristiani palestinesi residenti in Cisgiordania di lavorare in una qualsiasi delle 15 scuole cristiane di Gerusalemme, una mossa che rischia di indebolire la presenza millenaria dei cristiani nella Città Santa.
Inoltre, la scorsa settimana l’esercito israeliano ha aggredito cristiani e musulmani palestinesi che stavano celebrando la festa di San Giorgio in un monastero cristiano a sud di Betlemme, nella Cisgiordania occupata.
Il 19 aprile, una fotografia apparsa su X e altri social media mostrava un soldato israeliano che fracassava la testa di una statua di Gesù Cristo con una mazza. L’immagine è diventata virale in breve tempo, scatenando l’indignazione globale dei cristiani, compresi i vescovi cattolici di Terra Santa, che hanno condannato senza riserve l’atto di profanazione. Il Patriarca latino di Gerusalemme, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, ha dichiarato che l’atto «costituisce un grave affronto alla fede cristiana e si aggiunge ad altri episodi di profanazione di simboli cristiani da parte di soldati delle Forze di Difesa Israeliane nel Libano meridionale».
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Nella Cisgiordania occupata da Israele, terroristi ebrei provenienti dagli insediamenti israeliani illegali hanno ripetutamente terrorizzato la città a maggioranza cristiana di Taybeh, così come altre comunità palestinesi.
Come ormai accade regolarmente, lo scorso luglio dei coloni mascherati hanno «assaltato questo villaggio cristiano… incendiando veicoli, lanciando pietre contro le case e imbrattando i muri con graffiti carichi d’odio».
I patriarchi e i capi delle Chiese di Gerusalemme hanno descritto gli intrusi armati come uomini a cavallo che seminavano il terrore, incendiavano i luoghi sacri e distruggevano i terreni agricoli.
Il mese scorso, anche il patriarcato latino di Gerusalemme ha definito «una linea rossa» la distruzione, da parte dei coloni ebrei, delle terre e degli alberi di proprietà della Chiesa mediante l’uso di un escavatore.
A Gerusalemme, le aggressioni fisiche e le molestie sono aumentate vertiginosamente. All’inizio di questo mese, un video ha ripreso una «brutale aggressione a una suora cattolica» che è stata scaraventata a terra e presa a calci da un terrorista giudeo.
Altri rapporti documentano la frequente presenza di clero e religiosi cristiani che vengono sputati addosso e molestati da terroristi ebrei a Gerusalemme.
Tali episodi hanno messo in luce le aggressioni persistenti e persino mortali da parte di sette ebraiche radicali per il controllo della terra e la sicurezza in Cisgiordania e a Gerusalemme, dove le proprietà della Chiesa sono state ripetutamente oggetto di pressioni, con i cristiani che hanno costantemente avvertito i loro correligionari occidentali che i movimenti sionisti radicali, il più delle volte con l’avallo del governo, cercano di cacciarli dalla Terra Santa.
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Immagine screenshot da YouTube
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Soldati israeliani incarcerati per aver profanato una statua della Vergine Maria
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