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«Il Signore degli Anelli»: il capolavoro di Tolkien settant’anni dopo

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Il 29 luglio del 1954 nelle librerie inglesi arrivò un nuovo, curioso libro: The Lord of The Rings. Più esattamente, si trattava della prima parte del libro, La Compagnia dell’Anello, che l’editore – contro il parere dell’autore – aveva deciso di fare uscire in tre parti, una scelta prudenziale che voleva mettersi al riparo da eventuali flop. Ma il libro fu tutt’altro che un fallimento: rappresentò lo straordinario ritorno dell’Epica nella Letteratura.

 

Era destinato a consacrare il suo autore come l’Omero cristiano del XX Secolo.

 

Eppure, ci vollero quasi vent’anni perché questo capolavoro della narrativa venisse tradotto e pubblicato in Italia, e quando finalmente uscì, iniziò un fuoco di sbarramento ideologico come non si era mai visto nei confronti di un romanzo.

 

L’ostracismo nei confronti di questa grande opera fu peraltro un fenomeno tutto italiano, che rifletteva il clima culturale che si era instaurato dopo il fatidico ’68. Vale la pena raccontarne in sintesi la storia.

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L’editore inglese fin dagli inizi degli anni ’60 lo aveva proposto alla Mondadori, che lo sottopose all’attenzione di Elio Vittorini, che lo stroncò seccamente. Erano quelli gli anni dell’impegno sociale della narrativa, e la fantasia sembrava un elemento di colpevole disimpegno, propedeutica al qualunquismo.

 

Alla fine, la casa editrice Rusconi lanciò sul mercato Il Signore degli Anelli, e anche nella terra dell’Ariosto e del Tasso il successo fu vasto e immediato, ma a quel punto la critica letteraria ufficiale aprì il fuoco coi mortai, un fuoco di sbarramento che, nelle intenzioni, avrebbe dovuto fare terra bruciata a questo testo sgradito all’establishment intellettuale della Penisola.

 

A Tolkien e alla sua opera furono rivolte accuse tanto maligne quanto infondate: era un libro «di destra», era un autore razzista e fascista, era narrativa-spazzatura per nostalgici reazionari. Il paradosso clamoroso fu che, mentre a livello mondiale la lettura politica di Tolkien era quella che lo vedeva arruolato nelle fila dell’ecologismo, in Italia la cultura dominante di sinistra lo rifiutò e inventò la leggenda nera del Tolkien «fascista».

 

Si potrebbe pensare a un colossale abbaglio, a gente che forse il libro non lo aveva nemmeno letto, ma vista l’acrimonia e la persistenza di queste accuse – arrivate fino all’uscita della trilogia cinematografica agli inizi degli anni 2000 – non si può lasciare il beneficio del dubbio su una eventuale dabbenaggine in buona fede. Si trattava di una autentica menzogna diventata l’interpretazione «ufficiale» del grande scrittore inglese, morto nel 1973.

 

Tolkien, in realtà, era quanto di più lontano si potrebbe immaginare dai totalitarismi, compresi quelli fascisti e nazisti. Aveva avuto fin dagli anni Trenta un giudizio assolutamente severo su Hitler, che aveva accusato di pervertire l’antico nobile spirito nordico cristiano, ridotta a caricatura grottesca, e nel nazismo Tolkien individuò quella matrice di odio anticristiano che avrebbe condotto all’abisso della shoah, carattere questo che in quegli anni era stato colto da pensatori cristiani come Jacques Maritain, che aveva scritto che «odiare gli Ebrei e odiare i Cristiani viene dallo stesso fondo», o come lo scrittore ebreo Maurice Samuel che nel 1940 scriveva: «non comprenderemo mai l’immensa e folle portata dell’antisemitismo se non a condizione di trasporne i termini. È del Cristo che i nazifascismi hanno paura; è nella sua onnipotenza che essi credono; è Lui che essi sono follemente decisi ad annientare».

 

Tolkien aveva anche respinto con sottile ironia la richiesta di un editore tedesco intenzionato a tradurre un suo libro, Lo Hobbit, di dichiarare se fosse o meno «ariano». Nemmeno aveva mai manifestato alcuna simpatia nei confronti del fascismo, che poteva vantarsi di avere costretto suo figlio John, che studiava per il sacerdozio a Roma nel 1940 presso il Pontificio Collegio Inglese, a una rocambolesca fuga dalla Città Eterna per sfuggire all’arresto, in quanto cittadino britannico e potenziale spia di Sua Maestà.

 

Cosa spinse dunque la cultura di sinistra italiana a scagliarsi contro Tolkien e a cucirgli addosso l’etichetta infamante del fascista? Lo stesso odio per il cristianesimo, che era il cuore autentico del messaggio del Signore degli Anelli, per chi si fosse preso la briga di leggerlo. L’odio per il Medioevo, inteso come tempo e civiltà del cristianesimo, l’odio per i valori cavallereschi, per la fantasia come risorsa umana che guida la ricerca dello spirito oltre le catene della materia: tutto questo animava gli intellettuali marxisti che inneggiavano in contrapposizione alla letteratura realista, ovvero dell’aridità artistica, del vuoto morale, del turpiloquio.

 

A ciò si aggiunse il disappunto nel constatare il grande successo presso i giovani di questo autore, che si tradusse in aperta ostilità giornalistica. La stampa gridò ipocritamente allo scandalo e si stracciò le vesti quando Tolkien, esecrato pubblicamente come fascista, divenne ovviamente oggetto dell’attenzione di parte della cultura di destra, quella più innovativa e anticonformista, che vedeva tra le sue fila giovani studiosi – molti dei quali avrebbero poi preso le distanze da questo ambiente politico – che vedevano in Tolkien una guida e la possibilità di uno stile di vita alternativo a quello della cultura dominante.

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Ma quali erano le reali idee politiche di Tolkien? Alcune lettere sono in merito significativamente rivelatrici, come quella al figlio Christopher del 29 novembre 1943:

 

«Le mie opinioni politiche inclinano sempre più verso l’anarchia intesa filosoficamente come abolizione di ogni controllo, non come uomini barbuti che lanciano bombe, oppure verso una monarchia non costituzionale. Arresterei chiunque usi la parola Stato (intendendo qualsiasi cosa che non sia la terra inglese e i suoi abitanti, cioè qualcosa che non ha poteri né diritti né intelligenza); (…) Governo è un sostantivo astratto che indica l’arte e il modo di governare e sarebbe offensivo scriverlo con una G maiuscola come per riferirsi al popolo. (…) Comunque, lo studio adatto all’uomo è solo l’uomo, e l’occupazione più inadatta per qualsiasi uomo, anche per i santi (che almeno non se l’assumevano volentieri) è governare altri uomini. Non c’è una persona su un milione che sia adatta e men che meno quelli che cercano di afferrare l’opportunità. E almeno viene fatto solo ad un gruppetto di persone che sanno chi è il loro padrone».

 

«Nel medioevo avevano pienamente ragione nel considerare il nolo episcopari come il motivo migliore che un uomo potesse opporre a chi lo sceglieva come vescovo. Datemi un re il cui interesse principale siano i francobolli, i trenini o le corse dei cavalli, e che sia in grado di cacciare il suo visir (o come lo vuoi chiamare) se non gli piace la foggia dei suoi pantaloni. E così via. Ma, naturalmente, la fatale debolezza di tutto questo – che dopo tutto è la fatale debolezza di tutte le buone cose naturali in un mondo cattivo, corrotto e innaturale – è che funziona e ha funzionato solo quando tutto il mondo si mette a pasticciare nella stessa buona vecchia inefficiente consuetudine umana».

 

«I Greci, litigiosi e presuntuosi, riuscirono a farcela contro Serse, ma gli abominevoli chimici e ingegneri hanno dotato di tale potere Serse e tutti quelli che sono contro le comunità che la gente comune non può farcela. Noi tutti stiamo cercando di fare come Alessandro – e, come insegna la storia, Alessandro e tutti i suoi generali finirono con l’orientalizzarsi. Il povero sciocco immaginava (o voleva che la gente immaginasse) che era figlio di Dioniso e morì per il troppo bere. La Grecia che valeva la pena di salvare dalla Persia scomparve; (…) parlando di onore e cultura greci e prosperando con la vendita dell’antico equivalente delle cartoline. Ma la cosa terribile dei nostri tempi è che è così dappertutto. Non c’è nessun posto dove poter fuggire. Persino i piccoli infelici Samoiedi, temo, hanno cibo in scatola e l’altoparlante del villaggio che racconta le favole di Stalin sulla democrazia e sui fascisti crudeli che mangiano i bambini e rubano i cani da slitta».

 

«C’è una sola cosa positiva ed è l’abitudine, sempre più diffusa, di chi è scontento, di far saltare con la dinamite fabbriche e centrali elettriche; spero che, essendo ora incoraggiata come “patriottica”, questa consuetudine rimanga! Ma non servirà a niente, se non diventa universale».

 

«Ebbene, auguri, mio carissimo figlio. Siamo nati in un periodo buio. Ma c’è una consolazione: se fosse altrimenti non conosceremmo, e non ameremmo tanto, quello che amiamo. Immagino che il pesce tirato fuori dall’acqua sia l’unico pesce ad avere un vago sentore di che cosa sia l’acqua. Inoltre, abbiamo ancora qualche arma. “Non mi inchinerò di fronte alla corona di ferro, né getterò via il mio piccolo scettro d’oro».

 

Tolkien in questa lettera sembra avere anticipato profeticamente i problemi oggi sempre più drammatici della globalizzazione, del pensiero unico planetario, al quale – sosteneva lo scrittore – occorre opporsi in nome delle diversità, delle specificità, delle comunità.

 

Era dunque reazionario o rivoluzionario? Era semplicemente un cristiano che cercava di parlare al cuore delle persone per invitarle a non cedere alla tentazione dello scoraggiamento, del cinismo, della bruttezza e del male.

 

Questo è il grande segreto dell’opera di Tolkien, come ebbe a spiegare il figlio Michael: «almeno per me, non c’è nulla di misterioso nell’entità del successo toccato a mio padre, il cui genio non ha fatto che rispondere all’invocazione di persone di ogni età e carattere, stanche e nauseate dalla bruttezza, dall’instabilità, dai valori d’accatto, dalle filosofie spicciole che sono stati spacciati loro come tristi sostituti della bellezza, del senso del mistero, dell’esaltazione, dell’avventura, dell’eroismo e della gioia, cose senza le quali l’anima stessa dell’uomo inaridisce e muore dentro di lui».

 

Ecco dunque che un’opera «concepita nel 1936», che risentiva dei miti e delle leggende antiche più che della storia contemporanea, scritta da un uomo che aveva sperimentato gli orrori della Prima Guerra Mondiale, diventava improvvisamente affascinante e attuale per i lettori del secondo dopo guerra, in un mondo che aveva conosciuto il genocidio dei lager, l’olocausto atomico, e che ora – agli –inizi degli anni Sessanta – viveva nuove paure e rinnovate speranze.

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Tolkien, senza averlo minimamente previsto né tanto meno cercato, si ritrovò a essere il maestro di una nuova generazione. Il discreto successo che il suo libro aveva trovato in Inghilterra, il paese per il quale aveva voluto scrivere una nuova mitologia, si trasformò in un successo clamoroso. Ciò avvenne improvvisamente nel 1965, a dieci anni dal completamento dell’uscita della trilogia. In quell’anno uscì l’edizione economica americana dell’opera, che divenne in brevissimo tempo un best-seller assoluto, bruciando continuamente nuove edizioni.

 

Ha scritto un biografo americano di Tolkien: «il Signore Degli Anelli piombò sui campus dei college e delle università statunitensi come un acquazzone su un deserto assetato. A partire dagli inizi degli anni Sessanta, quando il Sogno Americano aveva cominciato a trasformarsi in un incubo senza fine punteggiato di assassinii di presidenti e uomini politici, sporche guerre nel Sudest asiatico, attacchi del Black Power e contrattacchi dei bianchi, disordini nelle città e violenze nei campus, molti giovani cominciarono a trovare insopportabili molti aspetti dell’esistenza quotidiana e a isolarsene».

 

«L’ideale di perfezione che aveva affascinato la generazione postbellica, un ideale fatto di supermercati, villette nei sobborghi, garages per due automobili e televisori a colori, non soddisfaceva più i loro figli; anzi, quasi tutto ciò che era proprio della classe media americana divenne anatema per la gioventù ribelle; e se dapprima essa fu attratta dalle grandi problematiche sociali del decennio, con una quasi fanatica idolatria per un presidente giovanile, dinamico (la Nuova Frontiera significava Corpi della Pace, diritti civili, guerra alla povertà, accordo sulla sospensione degli esperimenti nucleari, il regno di Bengodi alla fine del decennio), sulla scia dell’uccisione di John F. Kennedy a Dallas, vennero la delusione per la guerra esterna e l’esasperazione della dialettica interna, la ribellione, cui si aggiunsero gli abusi di potere e la crescente distruzione ambientale».

 

«La delusione si trasformò in alienazione e conseguente polarizzazione tra due estremi, uno dei quali assunse le connotazioni del movimento hippy, della cultura della droga e della protesta studentesca».

 

Un’intera generazione si sentiva smarrita, in America come in Francia, come in Inghilterra, come in Italia, e nessuna parola d’ordine di quelle che in passato avevano arruolato sotto le loro bandiere sembrava più funzionare.

 

Non la patria, percepita ormai diffusamente solo come Stato nazionalista, spesso corrotto e corruttore, per il quale non valeva la pena sacrificare la propria vita.

 

Non la famiglia, quella tradizionale, con le sue norme etiche che sembravano contrastare con un incontenibile bisogno di espressione affettiva, di libertà di amare e cercare la propria felicità.

 

Non Dio, visto come lontano, sostituito o forse surrogato dalle istituzioni religiose, a cui si preferivano le nuove filosofie religiose, e il vecchio clero veniva scalzato dai nuovi guru.

 

Questa generazione irrequieta, senza più né padre né madre, ma in cerca disperata di qualcosa o qualcuno a cui affidare le proprie speranze e la propria vita, paradossalmente riconobbe nell’anziano professore di Oxford, che indossava panciotti e conservava le sue inappuntabili abitudini inglesi, un maestro da seguire.

 

Un altro studioso americano, che si recò nel 1966 a incontrare personalmente Tolkien e ad apprendere direttamente come discepolo, Clyde Kilby, scrisse: «perché Il Signore degli Anelli oggi conta tanti lettori? In un’epoca in cui il mondo forse non sentiva più il bisogno di esperienze autentiche, questo romanzo è parso fornirne un modello. Un uomo d’affari di Oxford mi ha detto che, quando era stanco o sfasato, cercava ristoro nel Signore degli Anelli».

 

«Lewis, e con lui parecchi altri critici, ritengono che nessun libro abbia maggiore attinenza con la realtà umana. W.H. Auden afferma che “offre uno specchio all’unica natura a noi nota, la nostra”. (…) Per almeno un secolo il mondo è andato sempre più demitizzandosi, condizione che però a quanto sembra è aliena alla vera natura degli esseri umani. Ed ecco che compare uno scrittore come John Ronald Reuel Tolkien, un mitologo che conferisce straordinario calore alle nostre anime».

 

Per milioni di giovani americani la storia della Guerra dell’Anello divenne in breve tempo il libro per eccellenza, una sorta di Bibbia, che surclassò tutti i successi letterari del momento, Aragorn sostituì James Dean nel cuore di tanti adolescenti, e gli hobbit presero il posto degli ambigui Beatles.

 

Alla fine del fatidico 1968 gli editori di Tolkien calcolavano in oltre cinquanta milioni il numero dei lettori del Signore degli Anelli negli Stati Uniti, in Inghilterra e in tutto il mondo. Cinque milioni erano le copie ufficialmente vendute, ma tra le biblioteche letteralmente prese d’assalto e il passa mano tra i ragazzi, si stimava che ogni copia del libro avesse avuto almeno dieci lettori. Ma Tolkien, risultava essere ben più che l’autore del momento, l’iniziatore di una nuova moda (che infatti non si verificò), ma un maestro di vita.

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In un’epoca, quella degli anni Sessanta, di viaggi in oriente, di esperienze para-spirituali, di droghe «per liberare la mente», di santoni di ogni tipo, il mite professore di Oxford che andava a Messa quotidianamente e che scriveva dalla giovinezza nel linguaggio delle fate aveva conquistato milioni di cuori che gli tributavano un appassionato omaggio e che cercavano nel suo libro delle ragioni per vivere in un mondo che non era il migliore di quelli possibili, infinitamente meno bello della Terra di Mezzo.

 

In America si potevano leggere sui muri scritte quali Gandalf for President (Gandalf presidente), e studenti che portavano distintivi con slogan come Frodo lives (Frodo vive). Nacque così la lettura in chiave ecologista delle vicende della Terra di Mezzo. Lo stesso fondatore di Greenpeace, il canadese David Taggart, raccontava di essersi ispirato nel suo impegno ambientalista alla lotta degli hobbit della Contea contro la terra desolata di Mordor, fonte di inquinamento e di orrori industriali.

 

Il conflitto cosmico che è sotteso alla Guerra dell’Anello viene visto come uno scontro tra natura e cultura, tra pretese della tecnologia e ragioni dell’ambiente, e di fronte all’avanzata dell’industrialismo si fece avanti la richiesta di tornare ad una sacralizzazione della natura. Molti attivisti ecologisti si ispirarono nel loro impegno, dagli anni sessanta in avanti, alla difesa ostinata degli alberi e della natura che gli hobbit, con le loro piccole forze, avevano condotto fin nella loro Contea assediata dal progresso tecnologico distruttivo. Un impegno che Tolkien non avrebbe certo disapprovato, ma che non coglieva tutti i significati simbolici trasmessi dai suoi libri.

 

Tolkien paventava, di fronte all’avanzata distruttrice della modernità tecnologica e irreligiosa, la scomparsa della memoria, della Tradizione, e l’avvento di tempi di aridità, di materialismo, di menzogna.

 

Quella menzogna del potere che in Italia cercò di occultare tutta la Bellezza della sua opera con l’accusa demenziale di fascismo.

 

Paolo Gulisano

 

Articolo previamente apparso su Ricognizioni.

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«I like Chopin» per sempre. Renovatio 21 intervista Gazebo

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Il nome di Gazebo, al secolo Paul Mazzolini, evoca le atmosfere raffinate, elettroniche e sognanti che hanno ridefinito la musica pop dei primi anni Ottanta. Figlio di un diplomatico, l’artista nato a Beirut incarna alla perfezione la figura del cosmopolita grazie a un’infanzia trascorsa interamente all’estero. È stata proprio questa sua anima internazionale, unita a una solida formazione nella chitarra classica e a un’innata curiosità per il movimento musicale New romantic della scena londinese, a permettergli di firmare alcune delle pagine più memorabili e sofisticate del fenomeno Italo disco.   Lontano dai cliché commerciali dell’epoca, il suo approccio alla composizione è sempre stato guidato da una spiccata sensibilità letteraria e cinematografica: dalle suggestioni hollywoodiane di Master Piece al romanticismo ottocentesco di I like Chopin – un successo planetario da milioni di copie vendute – fino all’intuizione testuale dietro l’iconica Dolce vita interpretata da Ryan Paris.   Lo abbiamo incontrato a Perugia, al cinema Méliès, dove ha presenziato – insieme al critico Fabio Melelli – alla proiezione di un documentario sulla Italo disco.   In questa intervista, Gazebo ci ha accompagnato in un viaggio nel tempo dietro le quinte delle sue hit più famose, raccontandoci la genesi dei suoi brani, il rapporto con i pionieri dell’industria discografica dell’epoca e quell’euforia irripetibile degli anni Ottanta, di cui è stato indiscusso protagonista.

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Il tuo primo singolo di successo è Master Piece uscito nel 1982. Qual è il tuo percorso musicale e come nasce questa tua prima canzone? Ho cominciato a fare musica da bambino, intorno ai 9 anni, quando ero in Danimarca. Musica pop e rock del tempo. Mio padre era un diplomatico e ogni tre o quattro anni cambiavamo paese: dopo la Danimarca ci siamo spostati in Francia, per poi stabilirci a Roma nel 1974. Lì nacque la passione per la musica progressive, sia internazionale che italiana, che andava tanto in quel periodo. Quegli ascolti mi hanno avvicinato alla musica classica e il mio sogno era quello di fare il chitarrista in una band. Per poter suonare in questi gruppi ci voleva una certa educazione musicale, non bastava essere rockettari. Iniziai così a studiare seriamente chitarra classica ma poi, una volta raggiunta la maturità, ho capito che non sarei mai diventato un virtuoso delle sei corde, perché ciò avrebbe implicato uno studio giornaliero costante di diverse ore ed io non ne ero capace! [ride]   Il mio approccio alla musica è più creativo che strumentale. Non sono uno strumentista, sono un creativo. Pertanto, quando ho a disposizione un giro armonico o un arpeggio, ecco che entra in azione la mia fantasia ed esce un’idea, una canzone, bella o brutta che sia. Per cui alla fine degli anni Settanta, anche con la grande rivoluzione del punk e del post-punk, avevo iniziato ad ascoltare e ad apprezzare un’altra tipologia di gruppi con l’avvento dell’elettronica. Gruppi quali i Kraftwerk, gli Ultravox, gli Human League… ero entrato in quest’ottica qua. Apprezzavo anche i lavori solisti di Peter Gabriel.   Dopo il liceo mi iscrissi a Lettere alla Sapienza e tra un esame e l’altro andavo spesso a Londra, dove vedevo e sentivo cose interessanti. Nel mentre a Roma c’era un noto DJ che si chiama Paolo Micioni [Paul Micioni, ndr] che mi chiedeva se ogni tanto lo aiutavo per le sue produzioni discomusic; non era esattamente ciò che io avevo in mente di fare, ma pur di stare nell’ambiente discografico gli davo una mano. C’era anche Pierluigi Giombini, tastierista con cui suonavo.  

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Un giorno di rientro da Londra, in un pomeriggio del 1981, incontro Pierluigi e gli comincio a raccontare quella che era la scena londinese della New wave e della nuova ondata del New romantic. Ero andato per caso in un club che si chiamava The Blitz, dove è nato il fenomeno del New romantic: erano questi pazzi scatenati che si truccavano, si vestivano strano, mettevano i brani dei Kraftwerk a metà velocità… c’era un forte senso di trasgressione in un contesto di musica elettronica molto interessante. Lì è anche nato e cresciuto Steve Strange, il cantante dei Visage. Era molto preponderante l’attenzione al look e all’immagine, un’idea molto anglosassone.   Quindi, parlando con Pierluigi, gli dissi: «Sarebbe bello fare anche noi una cosa del genere, però mettendoci le nostre caratteristiche musicali italiane, come la melodia e l’armonia, che sono diverse da quello che è il mondo anglofono del rock». Un pomeriggio lavorammo io e lui e nacque Master Piece. Lui aveva una piccola parte strumentale e io il giorno prima avevo visto, in un piccolo cinema come questo dove siamo oggi, un film in lingua originale che si intitola Viale del tramonto di Billy Wilder. Mentre cercavamo di comporre la nostra musica, mi passavano per la testa le immagini del film e ho immaginato l’attrice Gloria Swanson compiere il suo capolavoro di recitazione, il suo masterpiece. Così nacque la canzone.   Pierluigi era militare e la sera rientrò in caserma. Io presi questa cassettina e cominciai a girare per farla sentire a più persone possibili, ma fu bocciata da tutti.   Nasce come produzione indipendente quel brano, prima di essere distribuito dalla Baby Records. Esatto. Quando la feci ascoltare a Paolo Micioni, s’innamorò del brano e decise di produrlo. Uscì nel circuito dei grossisti per DJ come mix 12”. Per me era già un piccolo successo averlo fatto e non potevo immaginare che i disc jockey lo stessero già passando in discoteca. Così il pezzo ha iniziato a crescere da solo e a quel punto è subentrato Freddy Naggiar [fondatore della Baby Records, ndr]. Noi lo stavamo cercando perché in quel momento la sua etichetta era potentissima.   Mi ricordo la label dei vinili quando ero piccolo. Logo iconico. Era indipendente, ma al tempo stesso potente. Naggiar era uno che decideva da solo la scelta dei brani da produrre e lo faceva all’istante: «Mi piace» o «Non mi piace». Non era come le major, che avevano tempi di attesa lunghi. Pertanto Naggiar s’innamorò di Master Piece e ci cercò lui. Ci incontrammo e mi disse: «Ti voglio mettere sotto contratto come artista». Una volta firmato, mi fece fare passaggi televisivi e radiofonici con una promozione fatta a dovere. Il pezzo esplose! Nell’inverno 1982 arrivò fino alla seconda posizione in classifica, dietro a Der Kommissar di Falco.   Un bel risultato. Purtroppo non arrivò al numero uno! [ride]   Nel 1983 esce I like Chopin. Un brano con un giro di piano iconico e riconoscibile. Ricordo nel film Vacanze di Natale la scena in cui Jerry Calà entra al club, apre il pianoforte e partono le note della tua canzone. Eh sì!  

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Quel brano ha segnato positivamente la tua carriera e ha segnato parte della storia dell’Italo disco. I like Chopin è diventato uno dei pezzi più famosi di questo nuovo genere musicale che si stava affermando in Italia e all’estero.   Come nasce questa canzone? Dopo il successo di Master Piece dovevo incidere un album intero. La Baby Records mi chiamò a fare dei provini musicali. A quei tempi un pezzo lento doveva essere inserito per forza nel disco, mentre gli altri sette o otto dovevano essere più ritmati. I like Chopin nasce come lento, con gli archi e il pianoforte. Quando andai a far sentire i demo a Naggiar, gli feci ascoltare tutti i brani più dance, saltando quello. Lui non ne fu per niente impressionato e mi disse: «Non hai un altro brano?». Io risposi: «Guarda, ho un lento, ma non sono convinto». Glielo feci sentire e lui rimase di stucco. Ecco come nasce questo grande successo.   Quando l’avete composta, assieme a Pierluigi Giombini, non immaginavate che potesse arrivare a diventare una hit famosa in tutto il mondo. No. La cosa bella di I like Chopin è che non è nata con il condizionamento di dover essere per forza un brano di successo. È un pezzo che contiene moltissima libertà creativa, sia da parte mia che da parte di Pierluigi. Per comporlo abbiamo parafrasato il grandissimo compositore Fryderyk Chopin, appunto. Andai a ricercare la sua storia d’amore con George Sand per raccontare un po’ la Parigi dell’Ottocento, la Parigi dei grandi poeti maledetti e dei pittori impressionisti. Fu l’occasione per assemblare tutto questo.     Come hai gestito quella grande popolarità che ti è arrivata all’improvviso? Ero molto giovane. I like Chopin è stato un successo travolgente in tutta Europa, nel Sud-est asiatico, in Giappone e in America Latina. Peccato che non sia uscito negli Stati Uniti. Non fu facile la gestione di tanta popolarità, perché non avevo un vero manager né un discografico che mi seguisse passo dopo passo, anche se Naggiar era indubbiamente un genio nel vendere i suoi prodotti. Lui riusciva a vendere i frigoriferi agli esquimesi, tanto per darti un’idea del personaggio.   Il fenomeno dell’Italo disco è stato un qualcosa che ha segnato gli anni Ottanta e la pop culture. È una musica dance che non rientra prettamente nella nostra tradizione musicale, ma siamo riusciti a darle un’identità, ad arrangiarla bene e ad esportarla con successo in tutto il mondo. Come ci descriveresti oggi quel mondo che tu hai vissuto da protagonista? È stata una bella avventura. Venivamo dagli anni Settanta, lasciandoci dietro il progressive, il rock e gli anni di piombo. Ad un tratto gli anni Ottanta hanno cambiato tante cose. La gente ha cominciato a uscire, è tornato di moda vestirsi bene, mentre prima il vestiario curato in un certo modo era secondario. Le persone hanno iniziato a divertirsi la sera. Mi ricordo il sabato sera a Piazza Navona, che a un tratto si riempiva di gente. Contemporaneamente vincevamo i Mondiali di calcio del 1982, la Roma vinceva lo Scudetto e c’era veramente un’atmosfera di allegria e di euforia; quella musica è stata perfetta per quel tipo di situazione. È stata un’ottima combinazione.   Un catalizzatore per i giovani. Assolutamente! I giovani di allora si sono differenziati da quelli della generazione precedente, trovando una propria identità nel modo di vestirsi e nel movimento dei paninari. C’è stata una differenziazione netta con gli anni Settanta.   Per promuovere i tuoi successi hai girato il mondo, trovandoti in contesti musicali con altre star del music business già affermate quali Elton John, i Culture Club, gli Human League… Che effetto ti ha fatto essere catapultato in quel mondo un po’ all’improvviso?  Era surreale [ride]! Considero Elton John un mio maestro musicale e trovarlo sul palco – mentre io salivo e lui scendeva – che mi faceva l’in bocca al lupo… mi sembrava irreale. Era il frutto anche di una mia convinzione, perché quando giravo con la mia cassettina cercando di farmi conoscere pensavo: «Ma perché non possiamo fare musica in inglese partendo dall’Italia?». Siamo persone come gli inglesi o come gli americani, alla fine. Forse per me non c’era differenza visto che sono cresciuto in scuole internazionali, per cui non ho mai distinto le persone per la loro nazionalità o per la loro etnia.

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Negli anni Ottanta le discoteche sono state un punto fondamentale per l’aggregazione e il divertimento. In quegli anni lì, che fotografia ci puoi fare delle discoteche che hai frequentato? Molte tue canzoni sono state dei riempipista. Erano locali con le innovazioni tecnologiche del tempo. I giradischi Technics 1200 con il pitch sono stati fondamentali per i disc jockey. Rappresentarono una grande rivoluzione, perché con i piatti di prima era molto più difficile mettere a tempo i brani, rallentarli o accelerarli. Quella tecnologia ha permesso a molti DJ di potersi esprimere al meglio. Io andavo spesso a vedere Marco Trani a Roma, un dj straordinario. Solo vederlo lavorare era come vedere Santana fare un assolo di chitarra! Era la vera arte del dj.   Oggi sarebbe replicabile un movimento musicale così importante come l’Italo disco? Oggi siamo un po’ troppo globalizzati. Il rap che si fa in Italia è lo stesso che si fa in Ucraina o in Argentina… cambia solo la lingua. Stiamo usando tutti la stessa applicazione, gli stessi strumenti. Non c’è varietà.   Non c’è una vera caratterizzazione. Esatto! Negli anni Ottanta c’era la sperimentazione. Se tu prendi una classifica a caso di inizio anni Ottanta, ci trovi Michael Jackson, i Police, Gazebo, i Trio – grande gruppo tedesco – insomma, c’era spazio per tutti. Oggi, se non usi certi standard di suoni e cose preconfezionate, non passi in radio. Non c’è spazio per chi fa cose diverse.   Oggi per qualcuno che fa un percorso come il tuo è molto più difficile riuscire a emergere. Sono cambiate le dinamiche per cercare e scovare talenti. Certamente! Io dico sempre che oggi difficilmente verrebbe fuori un Lucio Battisti, un Lucio Dalla o un Franco Battiato. Sarebbero considerati troppo fuori schema e non potrebbero trovare spazio in televisione o in radio. Intendo dire per i giovani di adesso, all’interno del mercato attuale.   Le parole del brano dance Dolce vita di Ryan Paris sono le tue. Come nasce quella tua intuizione nello scriverle? E la domanda sorge spontanea per i più: perché non hai cantato tu quel brano? Stavo pensando al seguito di Master Piece. Siccome Master Piece è ambientata a Hollywood, un giorno, passeggiando per Roma, mi venne in mente che qua abbiamo avuto la Dolce vita e Cinecittà. Mi pareva assurdo che nessuno avesse mai pensato di scriverci un pezzo. Chiamai Pierluigi e gli proposi l’idea. «Che figata! Facciamola!», mi disse. Andai subito a casa sua e il brano nacque partendo proprio dalle parole. Di solito il testo viene dopo la musica, invece in questo caso fu l’inverso. La strofa contiene già tutta l’idea della canzone. Non l’ho cantata io perché Naggiar non la considerava un singolo potenziale di successo e forte quanto I like Chopin. Allora il mio coautore mi disse: «Facciamola cantare a un altro e magari la facciamo diventare comunque un successo». A malincuore acconsentii.     Grazie Paul, sei stato molto gentile. Grazie a te!   Francesco Rondolini

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La crisi della musica dal vivo: l’esempio di Perugia

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La situazione della musica dal vivo nei locali notturni di Perugia sta vivendo una fase di crisi profonda e palpabile, tanto che non si contano le serate prima annunciate e poi annullate nel corso di questi ultimi quattro mesi. Per ottemperare alla nuova circolare del ministero dell’Interno (n. 4493 del 5 febbraio 2026), molti locali sono finiti nel mirino delle forze dell’ordine che, attraverso controlli e sopralluoghi a tappeto, hanno spesso emesso sanzioni o disposto la chiusura temporanea dei luoghi non a norma con il regolamento inasprito dal Viminale.

 

La circolare chiarisce una volta per tutte il confine tra un pubblico esercizio (bar, ristorante) e un locale di pubblico spettacolo (discoteca).

 

Musica e Ballo: la musica è ammessa solo come «sottofondo». Se il volume impedisce la normale conversazione o se viene allestita una pista da ballo (anche solo spostando i tavoli), l’attività non è più considerata accessoria, ma diventa spettacolo prevalente.

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Se un bar opera di fatto come una discoteca, scattano immediatamente gli obblighi degli articoli 68 e 80 del TULPS, che richiedono licenze molto più stringenti e il parere della Commissione di Vigilanza. Se un locale ospita più di 100 persone o supera i 200 metri quadri, scattano automaticamente i controlli antincendio più severi (DPR 151/2011). Nel conteggio delle persone presenti devono essere inclusi non solo i clienti, ma anche tutto lo staff, i titolari e i fornitori.

 

Tradotto in sintesi, non si tratta di un divieto di fare musica, ma di una rigorosa distinzione tecnica. Se un locale vuole far ballare o organizzare eventi di intrattenimento principale, deve avere le stesse dotazioni di sicurezza e le stesse licenze di una discoteca vera e propria, pena sanzioni pesanti o la sospensione dell’attività.

 

Ecco che così il «pachiderma burocratico» dello Stato fa sentire tutto il suo peso su molti locali che operavano sul filo del rasoio, proponendo cene spettacolo o un’orchestrina che, con le sue note ballabili, faceva alzare i commensali una volta terminata la cena. Ciò ha comportato una riduzione significativa di piccoli eventi live, a discapito delle numerose band che vivono di musica e a danno del cliente, che si ritrova privato di quell’entertainment che gli permetteva di svagarsi dopo la pizza, bevendo un calice di vino e intrattenendosi nel ballo.

 

A questo c’è da aggiungere che la nuova amministrazione a trazione sinistra, guidata dal sindaco Vittoria Ferdinandi, non sembra al momento aver incentivato i live nell’acropoli, limitandosi recentemente a patrocinare due giornate celebrate storicamente dalla sinistra italiana — il 25 aprile e il primo maggio — con concerti a sfondo rosso/arcobaleno. Va bene, viva la musica dal vivo, ci mancherebbe altro; ma vorremmo rivederla anche in quei posti al chiuso a ciò deputati o nelle tante piazze del centro storico che, durante l’anno, hanno bisogno di ossigeno musicale per non rimanere in apnea di turisti e di perugini, i quali appaiono ormai quasi totalmente disinteressati al centro, fatta eccezione per i mesi estivi e per il Festival di Umbria Jazz.

 

Molte maestranze che operano nel mondo musicale, a ridosso delle ultime elezioni comunali, erano talmente entusiaste nel veder tornare la sinistra al potere dopo due mandati del moderato Andrea Romizi, da essere sicure che la «Dada» (appellativo con cui viene soprannominata la nostra sindaca dagli amici) avrebbe inondato la città di musica. Tutto ciò non è avvenuto e così anche i «kompagni musici» non hanno resistito, inscenando questa settimana un flash mob con un ensemble di strumentisti degno di un’orchestra di taglia media. Peccato che le loro rimostranze siano state palesate sulle scalinate della Cattedrale di San Lorenzo, proprio a ridosso dell’ingresso e in concomitanza con la Santa Messa.

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Ebbene, è lecito protestare, ma occorre avere la consapevolezza che sarebbe buona norma non suonare mentre il parroco sta celebrando. Ero presente alla funzione e, stando in terza fila, a causa del rumore invadente non riuscivo a distinguere le parole del sacerdote. Non so come sia stato possibile ignorare che alle 18:00 in Duomo si celebri la messa vespertina, tanto più che al cospetto dei «ribelli» era presente anche un assessore; mi fa quantomeno riflettere che una carica comunale non sapesse, o abbia avallato, questa infelice concomitanza di orario.

 

Già troppe volte le funzioni sono sporcate dall’insipienza e dall’invadenza turistica che affolla le chiese noncurante della celebrazione. Protestare è giusto e lecito, ma si dovrebbe rispettare un protocollo, specialmente quando è impossibile non essere a conoscenza degli orari delle funzioni pomeridiane in San Lorenzo. 

 

È un paradosso tutto perugino: locali sanzionati per un volume troppo alto e manifestazioni rumorose avallate (o ignorate) sul sagrato del Duomo in piena celebrazione. La battaglia per la musica dal vivo è sacrosanta, specialmente in una città che di note dovrebbe vivere – Umbria Jazz ne è fulgido esempio – ma perde di credibilità quando dimentica l’educazione civica elementare. Tra il rigore del Viminale e la confusione della piazza, Perugia resta in attesa di una direzione d’orchestra capace di riportare armonia, evitando che la «rivoluzione musicale» promessa si risolva in una sgradevole cacofonia.

 

Francesco Rondolini

 

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Immagine di Alex Barrow via Flickr pubblicata su licenza CC BY-SA 2.0

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La triste situazione dell’industria discografica e il mercato della musica live

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Negli ultimi anni l’industria discografica ha perso la sua potenza economica a causa del drastico calo di vendite dei supporti fisici (CD, musicassette o vinili). È vero che lo streaming è in costante aumento e che i dischi sono tornati di moda — per quanto destinati a un pubblico di «feticisti dell’oggetto» numericamente inferiore rispetto alla massificazione che ha caratterizzato il mercato fino all’inizio degli anni 2000 — e le major si garantiscono comunque lauti guadagni.   Di contro, l’industria della musica dal vivo ha vissuto una crescita esponenziale.   Oramai non si contano più le repliche dei tour delle grandi star che si autocelebrano ogni estate nei più importanti stadi e arene d’Italia, con show spesso identici tra loro. Non vi è più la necessità di andare in tour per promuovere l’album appena uscito. Un tempo la formula era chiara: un artista pubblicava un LP e, per sostenerlo, si strutturava una tournée. Oggi tutto è cambiato: si organizzano i tour per massimizzare i profitti e colmare quel gap monetario che le vendite dei dischi non riescono più a coprire.

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Ci troviamo così di fronte a una moltitudine di artisti che girano la penisola e l’estero cercando di attirare più pubblico possibile, a volte letteralmente per sbarcare il lunario. Nel caso dei big i guadagni sono enormi e le grandi agenzie di management lucrano in maniera importante. Si è discusso molto dei finti sold-out, del caro biglietti e del secondary ticketing (la rivendita a sovrapprezzo di titoli acquistati sui canali primari), ma sorge un dubbio: questo mercato non rischia di creare una bolla destinata a esplodere in un futuro prossimo?   Il pubblico sembra amare la partecipazione a eventi di massa, in una sorta di prostrazione collettiva verso il proprio idolo. Pensiamo al Modena Park di Vasco Rossi, ai Campovolo di Ligabue, agli AC/DC a Imola, ai lustrini colorati e luccicanti dei Coldplay o ai San Siro sempre pieni (ma sarà vero?) di soggetti che fino all’anno precedente erano quasi sconosciuti.   E ancora: gli ippodromi — nuovi templi del live —, la ritualità degli show di Max Pezzali, fino al mega raduno romano di Ultimo, il cui tour quest’estate ha segnato il record di 250.000 biglietti venduti in poche ore già da mesi.   Non è chiaro quanto durerà questa «giostra al rialzo». Fino a quando il pubblico sarà disposto a sborsare cifre così importanti per un tagliando d’ingresso? Per quanto l’organizzazione in Italia sia eccellente — vantiamo professionisti invidiati all’estero — si corre spesso il rischio di vedere il proprio beniamino da distanze siderali, filtrato attraverso un maxischermo.   Spesso siamo lì perché «fa figo», per postare su Instagram e dire «io c’ero». Ma la domanda è: siete sicuri di aver goduto appieno della musica? Eravate comodi? Avete visto e sentito bene? I servizi igienici e il food erano all’altezza del prezzo pagato?   Spesso, una volta varcati i cancelli, il denaro contante perde valore: bisogna acquistare i token, monete di plastica spendibili solo in quella sede. Venduti a blocchi (spesso da 15 euro in su), sono studiati appositamente per farvi rimanere in mano qualche gettone inspendibile e non rimborsabile. Tutto denaro che resta nelle tasche degli organizzatori.   Infine, vi è l’annoso problema dei finti sold-out. In stadi prestigiosi come San Siro sembrano servire più ad accrescere il blasone dell’artista che a rispecchiare la realtà. Questo «posizionamento» permette di alzare il cachet nelle date successive in location più piccole, provando a chiedere cifre maggiori ai local promoter. Lo stadio di Milano, la «Scala del calcio», conferisce un prestigio unico.   Fino a pochi anni fa quella venue era appannaggio esclusivo di nomi come Rolling Stones, Bruce Springsteen o U2; negli anni Novanta persino alcuni di questi colossi faticavano a riempirlo. In Italia il re indiscusso del Meazza resta Vasco Rossi, che nel 2024 lo ha riempito per sette date consecutive, arrivando a trentasei San Siro in carriera. Altri, come Ligabue, Jovanotti o Cesare Cremonini, lo hanno conquistato con numeri reali e una crescita graduale, costruita su carriere solide e decenni di successi.

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Recentemente il frontman de Le Vibrazioni — band pop-rock meneghina — ospite del podcast Mediocracy, ha svelato senza filtri il falso mito dei guadagni derivati dallo streaming e la trappola degli ingaggi per i tour. Poiché la fetta più grande della torta economica proviene ormai dal live, le grandi agenzie, pur di assicurarsi profitti importanti, mettono sotto contratto giovani artisti illudendoli di un successo immediato. Il rischio, però, è quello di bruciare i talenti a causa di una crescita non strutturata nel tempo.   Il cantante Francesco Sarcina lo spiega molto bene: «c’è un meccanismo dei concerti che è molto malato. C’è la questione degli anticipi, e cioè firmi un contratto dove ti danno un sacco di soldi; ma non sono regalati, sono anticipi, un prestito su quello che poi andrai a guadagnare. Fanno contratti da milioni perché c’è un sistema malato di queste giovani leve che non fanno nessuna gavetta e fanno subito lo stadio. In alcuni casi lo riempi, ma il costo di uno stadio è talmente tanto elevato per cui tu vai a recupero quando fai la seconda o terza data nello stesso posto. Però fa figo che sei a San Siro. Sei giovane e magari l’anno dopo San Siro non lo fai più, e magari non fai neanche il palazzetto».   «Che succede? Succede che hai un debito enorme […] vai in paranoia e ti distruggono psicologicamente. È una figata che si trasforma in un incubo dal quale non puoi uscire perché sei sotto contratto e devi ridare quei soldi. È complessa la storia. Quindi cosa succede? Per far vedere che quello è un sold out, faccio tutto il giro dei biglietti a poco prezzo o omaggio. Tu vedi il sold out, ma non lo è veramente, e ha un costo esagerato. Questi soldi devono essere in qualche modo recuperati e tu artista sei fregato. Ma loro devono far vedere il sold out e devono riempirlo, perché sennò è brutto da vedere».   Interessante anche il post di Federico Zampaglione, leader dei Tiromancino, che nella pagina Facebook della band ha postato quanto segue:  

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«Si continua a leggere un po’ ovunque l’arcinota storia dei finti Sold Out ma le spiegazioni che vedo su come funziona il meccanismo sono spesso poco chiare. Proverò a spiegarvelo a modo mio, con una pagina di sceneggiatura, dopo aver visto questa storia succedere per circa 30 anni; con un’impennata spaventosa in tempi recenti, soprattutto ovviamente ai danni di artisti ancora giovani ed inesperti: Tu sei l’artista e io chi ti organizza i concerti. Io “Bro, credo che a questo punto… dopo il successo virale del tuo singolo, meriti qualcosa di più, dobbiamo fare il grande salto” Tu “Che intendi?” Io “Bisogna dare un segnale forte, uscire dal mucchio, far capire che tu sei al di sopra dei tuoi colleghi … ci vuole un tour nei palazzetti, anzi negli stadi e deve essere sold out! così scateniamo l’ufficio stampa e ti fanno santo subito!” Tu “Ma siamo sicuri? Non so se…” Io “Non sai cosa? Tu fai il tuo lavoro, mettiti fisso sui social e annuncia trionfante che il tuo sogno finalmente si andrà a coronare, al resto penso io” A questo punto tu sei già a due metri da terra, ti lanci sui social trionfante ed ogni giorno gridi al mondo la tua gioia e soddisfazione per il grande tour in arrivo. Lo fai in ogni modo e maniera, mentre tutti si congratulano con te perché “te lo meriti”, “era ora”, “sei il #1”, “io c’ ero sin dall’ inizio” … Se i biglietti si vendono tutto bene, ma se non si vendono, come purtroppo accade sempre più spesso perché si vuole troppo, io ti chiamo un lunedì mattina con la voce preoccupata e paternalistica, mentre ancora dormi. Io “Buongiorno Bro, dormivi?” Tu “Non ti preoccupare, che mi dici?” Io “Ti dico che abbiamo un problema… anche serio” Tu (tirandoti su di colpo) “Di che tipo?” Io “Non stai vendendo un cazzo, lo stadio è semivuoto!” Ti stropicci gli occhi, sperando che si tratti di un incubo, ma la tua fidanzata che si gira nel letto accanto a te, bofonchiando qualcosa perché disturbata dalla telefonata, ti fa capire che purtroppo è la realtà Tu “Dici davvero?” Io “Purtroppo sì, la piantina di TicketOne è tutta verde… malgrado i soldi che io ho speso per promuovere il tuo tour” Tu (con l’ansia a palla) “E ora?” Io (lapidario) “Ora annulliamo!” Tu “Annulliamo?! Scherzi vero?… ma come si fa? Sono mesi che faccio come mi avevi detto, ogni giorno posto di tutto, annunciando trionfante il tour… ci rimetto la faccia con tutti!!” A questo punto la tua ragazza si alza e se ne va portandosi via il cuscino, con un’espressione di puro dissenso sul volto assonnato Io invece ti parlo con un tono più rassicurante, di chi ha esperienza e sa come uscire da certi intoppi Io “Non agitarti… una soluzione io ce l’avrei, certo ha un costo elevat…” Tu (interrompendomi) “Quale sarebbe la soluzione?” Io “Te lo riempio io lo stadio (o il forum), ci sono biglietti gratuiti, ad un euro, 10 euro, invitiamo tutti i dipendenti di banche, assicurazioni, aziende a noi vicine, mettiamo biglietti in regalo con la spesa nei supermercati, facciamo contest con influencers, retate nei locali con i biglietti… insomma fammi fare il mio lavoro” Tu “Sei un grande, non so come ringraziarti!” Io “Io invece lo so, una buona parte dei costi per riempire lo stadio, ad ora vuoto, te li accolli tu, bro!” Tu “Io? Ma sono un botto di soldi… poi avevi detto che era il TUO mestiere…” Io “Ah sì? E allora annulliamo! Non posso prendermi tutta la perdita sul groppone, e poi diciamoci la verità… la faccia è pur sempre la tua, io dopo il tuo concerto, ho altri 3 eventi con il vero sold out!” Tu sudi freddo, deglutisci… poi pensi a tua nonna 93enne che ti ha promesso che sarà in tribuna ad applaudirti con cappellino e maglietta del merchandising ufficiale, improvvisamente senti già il rumore della pioggia di meme sui social per il floppone strombazzato… e quindi, senza colpo ferire, accetti. Tu “Va bene, ci sto, chiedimi tutto ma il post di cancellazione magari per laringite o “problemi tecnici… NO!” Io “Bravo bro! Vedo che hai capito come funziona, oggi l’immagine nella musica è tutto! E se leghi la tua immagine alla parola FLOP ci salta il piatto a 360%: contratti, sponsor, brand, conventions, esposizione mediatica, percezione, pubblicità, credibilità etc etc” Conclusione: Da questo momento in poi tu vai e fai (per anni) solo quello che ti dico io e tutto ciò che guadagni per un buon 85% è mio, perché devo rientrare e bada bene i costi li ho in mano io… non te. Se mai volessi inoltre interrompere il contratto, prima ovviamente mi paghi tutto, oppure resti qui da me e con calma sconti Triste morale della favola? Solletica l’ego di qualcuno (meglio se ingenuo o megalomane) e poi… mangiaci sopra a vita! Spero di essere stato chiaro nel farvi capire il diabolico meccanismo e ci tengo a chiarire che il post è generico, quindi non riferito a nessuno in particolare ma ad una abitudine che DA ANNI, sta distruggendo il meccanismo dei concerti e molte carriere»

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Le parole di Sarcina e Zampaglione squarciano un velo su una narrazione industriale tossica. Quello che emerge è un vero e proprio “capitalismo della percezione”, dove il dato reale (quanti biglietti hai venduto a prezzo pieno?) viene sacrificato sull’altare del dato percepito (il bollino «sold out» da esibire nelle storie di Instagram).   Questo cortocircuito genera tre conseguenze per l’intero ecosistema musicale.  
  • La distruzione della gavetta: Senza il passaggio fondamentale nei club e nei festival di medie dimensioni, gli artisti non sviluppano la tenuta scenica né un repertorio in grado di reggere due ore di spettacolo. Si passa da uno o due singoli virali allo stadio, saltando i gradini della maturazione artistica.
 
  • L’indebitamento precoce: I giovani talenti si trasformano, spesso inconsapevolmente, in debitori delle multinazionali del live. Diventano ingranaggi di una macchina che deve autoalimentarsi per ripagare gli enormi anticipi concessi, perdendo qualsiasi libertà contrattuale ed espressiva.
 
  • La svalutazione del valore culturale: Se il biglietto viene regalato con la spesa al supermercato o svenduto attraverso canali aziendali pur di riempire i vuoti visivi, si abitua il pubblico a non riconoscere più il reale valore economico (e artistico) del lavoro culturale.
  Quest’ultimo punto evidenzia un’involuzione culturale che, a ben vedere, affonda le sue radici in un paradosso storico. Negli anni Settanta, l’intellighenzia alternativa di sinistra e le masse giovanili pretendevano – a suon di contestazioni e violenze – la «musica gratis per tutti». Quella pretesa ideologica andava a minare l’essenza stessa dell’opera d’arte, svilendola dal punto di vista commerciale e professionale.   Oggi assistiamo a un fenomeno speculare ma di segno opposto: non è più l’ideologia politica a pretendere la gratuità, ma la spinta feroce del capitalismo selvaggio, che pur di difendere un posizionamento di mercato e un’illusione di successo, attua un nuovo e mascherato svilimento della musica. Ieri si sfondavano i cancelli in nome della rivoluzione, oggi si regalano i biglietti con la spesa al supermercato o tramite omaggi aziendali per nascondere i seggiolini vuoti.   In entrambi i casi, il risultato è identico: si diseduca il pubblico, abituandolo a non riconoscere più il reale valore economico, la fatica e il lavoro dietro la creazione culturale. Una qualsiasi produzione artistica deve essere equamente remunerata, perché quando il prezzo si azzera (o si gonfia artificialmente), si svilisce l’opera e chi l’ha concepita, strutturata e sviluppata.   Per salvare l’industria del live da sé stessa, è urgente un bagno di realtà. Le major, i management e i grandi promoter dovrebbero riflettere e rivedere radicalmente certi parametri per rimettere al centro l’arte, pur senza tralasciare l’economia che la genera e la sostiene. Bisogna sgonfiare i finti trionfi virtuali e tornare a misurare il successo con metriche reali e umane: la longevità di una carriera, la qualità della proposta sul palco e il rispetto sacro per lo spettatore.   La bolla dei finti sold out potrebbe prima o poi esplodere e a rimanere sotto le macerie non saranno i manager o le agenzie che hanno già monetizzato, ma gli artisti rimasti senza voce e un pubblico stanco di pagare il prezzo di un’illusione.   Francesco Rondolini

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