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Il premio Oscar Jamie Foxx si scusa per un post ritenuto «antisemita». Ricordiamo cosa successe a Marlon Brando…
L’attore vincitore dell’American Academy Award Jamie Foxx si è scusato per un post su Instagram cancellato da allora che alcune persone avevano interpretato come un attacco ai membri della comunità ebraica.
Foxx, che ha vinto numerosi riconoscimenti per la sua interpretazione dell’iconico musicista Ray Charles nel film biografico del 2004 Ray, ha scritto sul social media: «Voglio scusarmi con la comunità ebraica e con tutti coloro che sono stati offesi dal mio post. Ora so che la mia scelta di parole ha causato offesa e mi dispiace. Non è mai stata mia intenzione».
Le scuse seguono un precedente post sui social media pubblicato dall’attore che aveva dichiarato: «Hanno ucciso questo tizio di nome Gesù. Cosa pensi che ti faranno???! #fakefriends #falsoamore».
In contesti ebraici è scattato immediatamente il campanello l’allarme riguardo l’accusa di deicidio, che si tendeva a pensare archiviata con il Concilio Vaticano II.
A Wider Frame, un sito web che raccoglie notizie rilevanti per gli ebrei, ha evidenziato il post iniziale sui social media di Foxx, descrivendolo come «orribilmente antisemita» aggiungendo che il post propagava quella speciosa leggenda secondo cui la comunità ebraica di quel tempo sarebbe collettivamente responsabile della morte di Gesù Cristo.
L’attore 55enne ha aggiunto nelle scuse rilasciate ai suoi 17 milioni di follower su Instagram: «per chiarire, sono stato tradito da un falso amico ed è quello che intendevo con “loro” niente di più. Ho solo amore nel mio cuore per tutti». «Amo e sostengo la comunità ebraica. Le mie più sentite scuse a chiunque sia stato offeso. Nient’altro che amore sempre», ha concluso.
Voleva parlare di un amico traditore, una realtà etnoreligiosa ha capito male e si è offesa. Insomma, attenti a parlare di Giuda, potrebbero capire male i giudei, riassume satiricamente qualche buontempone sul web.
Anche Jennifer Aniston, l’attrice nota per il suo lavoro nella sitcom americana Friends, si è dovuta scusare dopo che era stato notato sui social media che la bionda aveva «apprezzato» il post iniziale di Foxx su Instagram: la Aniston ha quindi detto di non aver fatto «apposta», o di averlo fatto per caso.
«Questo mi fa davvero schifo», ha scritto l’americano, anche lui 55enne, sui social media. «Voglio essere chiaro ai miei amici e a chiunque sia stato ferito da questo apparire nei loro feed: NON sostengo alcun tipo di antisemitismo. E davvero non tollero l’ODIO di alcun tipo».
Il post di scuse di Foxx, che recentemente è stato molto male ma è riapparso per dire che non era stato a causa del vaccino, è stato «apprezzato» più di 130.000 volte a partire da domenica sera e ha ricevuto più di 21.000 risposte.
Il Foxx, oltre che un attore premiato, è un comico impressionante, capace di imitazioni ineguagliate: si tratta l’unico caso di attore nero in grado di interpretare perfettamente il presidente Ronald Reagan. Davvero notevole anche quella di Donald Trump.
Le accuse di antisemitismo a Foxx sono probabilmente scoppiare in risonanza con le recenti sparate sugli ebrei del popolarissimo, e ricchissimo, cantante nero Kanye West, ora detto Ye, che con Foxx ha inciso delle canzoni di successo.
Lo Ye, tra dichiarazioni di amore universali che comprendono anche Hitler e altre idee politicamente scorrettissime, aveva attaccato frontalmente Ari Emanuel, fratello dell’ex capo-gabinetto di Obama Rahm Emanuel, potentissimo figura hollywoodiana a capo dell’agenzia degli attori Endeavour.
Come riportato da Renovatio 21, i fratelli Emmanuel – cui si aggiunge Ezekiel, bioetico di Obama e Biden favorevole all’eutanasia, all’obbligo vaccinale e alle mancate cure per i maggiori di 70 anni – sono figli di un terrorista dell’Irgun Tzvai Leumi, l’organizzazione terrorista sionista che bombardò l’hotel King David durante gli ultimi giorni del mandato britannico della Palestina, costato 91 morti di cui 17 civili ebrei.
Riguardo alle immediate scuse fatte da un attore di Hollywood, fa scuola il caso di Marlon Brando, che negli anni Novanta si spinse a chiedersi perché ci fosse così tanta violenza nella cinematografia americana, visto che, secondo il divo, è diretta da produttori ebrei che vengono quindi spesso da una storia recente segnata.
Il caso fu mirabilmente riassunto all’epoca da un breve sketch dell’indimenticato comico Norm McDonald durante un’edizione del programma Saturday Night Live.
«La scorsa settimana su Larry King Live [famosa trasmissione di interviste TV, ndr] Marlon Brando ha rilasciato la scioccante dichiarazione secondo cui Hollywood è “gestita dagli ebrei”. In risposta organizzazioni ebraiche indignate hanno fatto nevicare a New York ad aprile».
Risate e applausi del pubblico in studio.
In un altro sketch apparso successivamente, McDonald torna sulla vicenda.
«Bene, all’inizio di questa settimana l’attore Marlon Brando ha incontrato i leader ebrei per scusarsi per i commenti che ha fatto su Larry King Live tra cui quello per cui “Hollywood è gestita da ebrei”».
«I leader ebraici hanno accettato le scuse dell’attore e hanno annunciato che Brando è ora libero di lavorare di nuovo».
Altre risa, altri battimani – più timidi, però, forse.
Non è dato sapere se anche a McDonald è stato chiesto di scusarsi. Ora, peraltro, non può più farlo, dopo essere morto di cancro poco tempo fa, nascondendo al pubblico la sua malattia fino alla fine.
Le clip in questione sono ancora visibili su YouTube, che non sappiamo se dovrà, anch’essa, ad un certo punto scusarsi.
Nel frattempo, gli USA continuano a finanziare ed armare l’Ucraina dei battaglioni neonazisti.
Un membro del battaglione Azov, con tatuaggi runici in bella vista, è stato premiato come atleta paralimpico a Disney World, tra un Topolino gigante e il comico goscista Jon Stewart, che peraltro spesso ha parlato delle sue origini ebraiche-askenazite – all’anagrafe si chiama Jonathan Stuart Leibowitz.
Come ha detto Zelens’kyj (che pure ha il padre di origine ebraica) in una intervista alla TV americana, in fondo i gruppi neonazi che combattono in Ucraina «sono quello che sono».
Immagine di John Bauld via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0)
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Wim Wenders ritira un film di 50 anni fa: compariva Nastassja Kinski nuda a 13 anni
Il regista tedesco Wim Wenders ha ritirato dalla circolazione il suo film del 1975 Falso Movimento (Falsche Bewegung) e ha presentato scuse «senza riserve» all’attrice Nastassja Kinski per una scena in cui appare a seno nudo all’età di 13 anni.
Il road movie ha segnato il debutto cinematografico della figlia dell’attore Klaus Kinski. Nel cast figura anche Rudiger Vogler, che interpreta un aspirante scrittore in viaggio per la Germania. Tra i suoi incontri spicca quello con un’adolescente acrobata apparentemente muta, interpretata da Kinski.
In una breve scena, Vogler, all’epoca trentenne, fa visita alla tredicenne nella sua camera da letto, dove lei è sdraiata su un letto indossando solo le mutandine. Si spoglia fino alle mutande e si sdraia sopra di lei, schiaffeggiandola prima di accarezzarle il viso.
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In una dichiarazione rilasciata mercoledì, Wenders, 80 anni, si è scusato con la Kinski e ha affermato che la fondazione no-profit Wim Wenders, proprietaria del film, lo avrebbe ritirato dalla distribuzione. Ha inoltre ordinato alle piattaforme di streaming, alle emittenti televisive e ai distributori di interrompere la diffusione pubblica del film.
«Essendo l’unica persona all’epoca responsabile di Falso Movimento ancora in vita, riconosco che Nastassja Kinski avrebbe dovuto essere protetta meglio a quel tempo», ha affermato Wenders, uno dei registi tedeschi più influenti del dopoguerra, che in seguito ha lavorato con Kinski come protagonista dei suoi acclamati film Paris, Texas (1984) e Così lontano, così vicino (1993).
«Per questo, Nastassja, ti chiedo scusa senza riserve, senza se e senza ma», ha aggiunto. Il film rimarrà non disponibile, ha dichiarato Wenders, finché non verrà trovata una soluzione di comune accordo.
La decisione arriva dopo che Kinski, ora 65enne, ha dichiarato il mese scorso al quotidiano Süddeutsche Zeitung di aver trascorso 15 anni cercando invano di convincere Wenders a rimuovere la scena dal film.
«Sebbene a 13 anni non ne sapessi molto, già allora capivo che qualcosa non andava», ha dichiarato alla testata, aggiungendo: «Quello era il mio primo film, lui era il mio primo regista e non mi ha protetta».
Il Wenders aveva risposto pubblicamente per la prima volta alle richieste della Kinski nel 2024, affermando di comprendere le sue «percezioni e i suoi sentimenti attuali» e aggiungendo che oggi non girerebbe la scena in quel modo.
La Kinski si era già battuta con successo contro un film televisivo del regista di Das Boot, Wolfgang Petersen, in cui appariva nuda all’età di 15 anni. Il suo avvocato ha dichiarato a Spiegel di aver raggiunto un accordo con l’emittente NDR in merito alla distribuzione del film.
Figlia del leggendario attore Klaus Kinski (1926-1991), la Kinski (nata nel 1961) interpretò il ruolo della protagonista nel film di Roman Polanski Tess, adattamento del romanzo di Thomas Hardy Tess dei d’Urberville. Aveva 17-18 anni durante le riprese (cominciate nel 1978): compì 18 anni sul set e il film uscì nel 1979, quando era ancora diciottenne. La sua performance, intensa e delicata, le valse un Golden Globe come Migliore Attrice Esordiente e lanciò la sua carriera internazionale.
Polanski, che all’epoca era già fuggito dagli USA per le accuse di minorenne, la scelse dopo averla conosciuta nel 1976 (quando la Kinski aveva 15 anni) e l’allenò a lungo, facendola studiare recitazione e accento inglese. Vi fu, secondo la stampa, una relazione sentimentale con Polanski stesso che confermò in interviste di aver avuto una storia d’amore con lei quando era molto giovane. La Kinski in seguito minimizzò parlando di flirt senza arrivare a una relazione sessuale vera e propria, sottolineando il rispetto reciproco.
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L’attrice nel 1984 sposò Ibrahim Moussa, un produttore e regista egiziano (a volte descritto come egiziano-americano o di origine araba), da cui ebbe due figli. Dopo la separazione, la sua relazione più nota è stata con il leggendario musicista e produttore Quincy Jones (1992-1995), con cui ha avuto la figlia Kenya Kinski-Jones, oggi modella affermata. Il Jones è noto per aver dato, qualche anno fa, forse la più incredibile intervista del secolo, in cui spazia, con giudizi eccezionali sui Beatles («Erano i peggiori musicisti del mondo. Paul era il bassista peggiore che avessi mai sentito. Ringo? Non ne parliamo nemmeno»), su Michael Jackson (che definiva avido e machiavellico, «ladro» di canzoni e praticante di chirurgia plastica), sull’assassinio di JFK (indicando Sam Giancana e la mafia di Chicago, per poi parlare di Sinatra e Joe Kennedy) e su Mussolini (di cui dà analisi inaspettate, forti della conoscenza del figlio, il celeberrimo jazzista Romano).
Il tema dei nudi minorili nel vecchio cinema era già emerso anni fa quando i due attori del Romeo e Giulietta cinematografico firmato da Franco Zeffirelli nel 1968, oramai anziani, avevano fatto causa sostenendo che una scena di nudo che avevano girato durante l’adolescenza costituiva pornografia infantile e che erano stati abusati sessualmente durante le riprese.
Il giudice americano aveva archiviato una causa.
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Renovatio 21 saluta Zeudi Araya
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«I like Chopin» per sempre. Renovatio 21 intervista Gazebo
Il nome di Gazebo, al secolo Paul Mazzolini, evoca le atmosfere raffinate, elettroniche e sognanti che hanno ridefinito la musica pop dei primi anni Ottanta. Figlio di un diplomatico, l’artista nato a Beirut incarna alla perfezione la figura del cosmopolita grazie a un’infanzia trascorsa interamente all’estero. È stata proprio questa sua anima internazionale, unita a una solida formazione nella chitarra classica e a un’innata curiosità per il movimento musicale New romantic della scena londinese, a permettergli di firmare alcune delle pagine più memorabili e sofisticate del fenomeno Italo disco.
Lontano dai cliché commerciali dell’epoca, il suo approccio alla composizione è sempre stato guidato da una spiccata sensibilità letteraria e cinematografica: dalle suggestioni hollywoodiane di Master Piece al romanticismo ottocentesco di I like Chopin – un successo planetario da milioni di copie vendute – fino all’intuizione testuale dietro l’iconica Dolce vita interpretata da Ryan Paris.
Lo abbiamo incontrato a Perugia, al cinema Méliès, dove ha presenziato – insieme al critico Fabio Melelli – alla proiezione di un documentario sulla Italo disco.
In questa intervista, Gazebo ci ha accompagnato in un viaggio nel tempo dietro le quinte delle sue hit più famose, raccontandoci la genesi dei suoi brani, il rapporto con i pionieri dell’industria discografica dell’epoca e quell’euforia irripetibile degli anni Ottanta, di cui è stato indiscusso protagonista.
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Il tuo primo singolo di successo è Master Piece uscito nel 1982. Qual è il tuo percorso musicale e come nasce questa tua prima canzone?
Ho cominciato a fare musica da bambino, intorno ai 9 anni, quando ero in Danimarca. Musica pop e rock del tempo. Mio padre era un diplomatico e ogni tre o quattro anni cambiavamo paese: dopo la Danimarca ci siamo spostati in Francia, per poi stabilirci a Roma nel 1974. Lì nacque la passione per la musica progressive, sia internazionale che italiana, che andava tanto in quel periodo. Quegli ascolti mi hanno avvicinato alla musica classica e il mio sogno era quello di fare il chitarrista in una band. Per poter suonare in questi gruppi ci voleva una certa educazione musicale, non bastava essere rockettari. Iniziai così a studiare seriamente chitarra classica ma poi, una volta raggiunta la maturità, ho capito che non sarei mai diventato un virtuoso delle sei corde, perché ciò avrebbe implicato uno studio giornaliero costante di diverse ore ed io non ne ero capace! [ride]
Il mio approccio alla musica è più creativo che strumentale. Non sono uno strumentista, sono un creativo. Pertanto, quando ho a disposizione un giro armonico o un arpeggio, ecco che entra in azione la mia fantasia ed esce un’idea, una canzone, bella o brutta che sia. Per cui alla fine degli anni Settanta, anche con la grande rivoluzione del punk e del post-punk, avevo iniziato ad ascoltare e ad apprezzare un’altra tipologia di gruppi con l’avvento dell’elettronica. Gruppi quali i Kraftwerk, gli Ultravox, gli Human League… ero entrato in quest’ottica qua. Apprezzavo anche i lavori solisti di Peter Gabriel.
Dopo il liceo mi iscrissi a Lettere alla Sapienza e tra un esame e l’altro andavo spesso a Londra, dove vedevo e sentivo cose interessanti. Nel mentre a Roma c’era un noto DJ che si chiama Paolo Micioni [Paul Micioni, ndr] che mi chiedeva se ogni tanto lo aiutavo per le sue produzioni discomusic; non era esattamente ciò che io avevo in mente di fare, ma pur di stare nell’ambiente discografico gli davo una mano. C’era anche Pierluigi Giombini, tastierista con cui suonavo.
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Un giorno di rientro da Londra, in un pomeriggio del 1981, incontro Pierluigi e gli comincio a raccontare quella che era la scena londinese della New wave e della nuova ondata del New romantic. Ero andato per caso in un club che si chiamava The Blitz, dove è nato il fenomeno del New romantic: erano questi pazzi scatenati che si truccavano, si vestivano strano, mettevano i brani dei Kraftwerk a metà velocità… c’era un forte senso di trasgressione in un contesto di musica elettronica molto interessante. Lì è anche nato e cresciuto Steve Strange, il cantante dei Visage. Era molto preponderante l’attenzione al look e all’immagine, un’idea molto anglosassone.
Quindi, parlando con Pierluigi, gli dissi: «Sarebbe bello fare anche noi una cosa del genere, però mettendoci le nostre caratteristiche musicali italiane, come la melodia e l’armonia, che sono diverse da quello che è il mondo anglofono del rock». Un pomeriggio lavorammo io e lui e nacque Master Piece. Lui aveva una piccola parte strumentale e io il giorno prima avevo visto, in un piccolo cinema come questo dove siamo oggi, un film in lingua originale che si intitola Viale del tramonto di Billy Wilder. Mentre cercavamo di comporre la nostra musica, mi passavano per la testa le immagini del film e ho immaginato l’attrice Gloria Swanson compiere il suo capolavoro di recitazione, il suo masterpiece. Così nacque la canzone.
Pierluigi era militare e la sera rientrò in caserma. Io presi questa cassettina e cominciai a girare per farla sentire a più persone possibili, ma fu bocciata da tutti.
Nasce come produzione indipendente quel brano, prima di essere distribuito dalla Baby Records.
Esatto. Quando la feci ascoltare a Paolo Micioni, s’innamorò del brano e decise di produrlo. Uscì nel circuito dei grossisti per DJ come mix 12”. Per me era già un piccolo successo averlo fatto e non potevo immaginare che i disc jockey lo stessero già passando in discoteca. Così il pezzo ha iniziato a crescere da solo e a quel punto è subentrato Freddy Naggiar [fondatore della Baby Records, ndr]. Noi lo stavamo cercando perché in quel momento la sua etichetta era potentissima.
Mi ricordo la label dei vinili quando ero piccolo. Logo iconico.
Era indipendente, ma al tempo stesso potente. Naggiar era uno che decideva da solo la scelta dei brani da produrre e lo faceva all’istante: «Mi piace» o «Non mi piace». Non era come le major, che avevano tempi di attesa lunghi. Pertanto Naggiar s’innamorò di Master Piece e ci cercò lui. Ci incontrammo e mi disse: «Ti voglio mettere sotto contratto come artista». Una volta firmato, mi fece fare passaggi televisivi e radiofonici con una promozione fatta a dovere. Il pezzo esplose! Nell’inverno 1982 arrivò fino alla seconda posizione in classifica, dietro a Der Kommissar di Falco.
Un bel risultato.
Purtroppo non arrivò al numero uno! [ride]
Nel 1983 esce I like Chopin. Un brano con un giro di piano iconico e riconoscibile. Ricordo nel film Vacanze di Natale la scena in cui Jerry Calà entra al club, apre il pianoforte e partono le note della tua canzone.
Eh sì!
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Quel brano ha segnato positivamente la tua carriera e ha segnato parte della storia dell’Italo disco.
I like Chopin è diventato uno dei pezzi più famosi di questo nuovo genere musicale che si stava affermando in Italia e all’estero.
Come nasce questa canzone?
Dopo il successo di Master Piece dovevo incidere un album intero. La Baby Records mi chiamò a fare dei provini musicali. A quei tempi un pezzo lento doveva essere inserito per forza nel disco, mentre gli altri sette o otto dovevano essere più ritmati. I like Chopin nasce come lento, con gli archi e il pianoforte. Quando andai a far sentire i demo a Naggiar, gli feci ascoltare tutti i brani più dance, saltando quello. Lui non ne fu per niente impressionato e mi disse: «Non hai un altro brano?». Io risposi: «Guarda, ho un lento, ma non sono convinto». Glielo feci sentire e lui rimase di stucco. Ecco come nasce questo grande successo.
Quando l’avete composta, assieme a Pierluigi Giombini, non immaginavate che potesse arrivare a diventare una hit famosa in tutto il mondo.
No. La cosa bella di I like Chopin è che non è nata con il condizionamento di dover essere per forza un brano di successo. È un pezzo che contiene moltissima libertà creativa, sia da parte mia che da parte di Pierluigi. Per comporlo abbiamo parafrasato il grandissimo compositore Fryderyk Chopin, appunto. Andai a ricercare la sua storia d’amore con George Sand per raccontare un po’ la Parigi dell’Ottocento, la Parigi dei grandi poeti maledetti e dei pittori impressionisti. Fu l’occasione per assemblare tutto questo.
Come hai gestito quella grande popolarità che ti è arrivata all’improvviso?
Ero molto giovane. I like Chopin è stato un successo travolgente in tutta Europa, nel Sud-est asiatico, in Giappone e in America Latina. Peccato che non sia uscito negli Stati Uniti. Non fu facile la gestione di tanta popolarità, perché non avevo un vero manager né un discografico che mi seguisse passo dopo passo, anche se Naggiar era indubbiamente un genio nel vendere i suoi prodotti. Lui riusciva a vendere i frigoriferi agli esquimesi, tanto per darti un’idea del personaggio.
Il fenomeno dell’Italo disco è stato un qualcosa che ha segnato gli anni Ottanta e la pop culture. È una musica dance che non rientra prettamente nella nostra tradizione musicale, ma siamo riusciti a darle un’identità, ad arrangiarla bene e ad esportarla con successo in tutto il mondo. Come ci descriveresti oggi quel mondo che tu hai vissuto da protagonista?
È stata una bella avventura. Venivamo dagli anni Settanta, lasciandoci dietro il progressive, il rock e gli anni di piombo. Ad un tratto gli anni Ottanta hanno cambiato tante cose. La gente ha cominciato a uscire, è tornato di moda vestirsi bene, mentre prima il vestiario curato in un certo modo era secondario. Le persone hanno iniziato a divertirsi la sera. Mi ricordo il sabato sera a Piazza Navona, che a un tratto si riempiva di gente. Contemporaneamente vincevamo i Mondiali di calcio del 1982, la Roma vinceva lo Scudetto e c’era veramente un’atmosfera di allegria e di euforia; quella musica è stata perfetta per quel tipo di situazione. È stata un’ottima combinazione.
Un catalizzatore per i giovani.
Assolutamente! I giovani di allora si sono differenziati da quelli della generazione precedente, trovando una propria identità nel modo di vestirsi e nel movimento dei paninari. C’è stata una differenziazione netta con gli anni Settanta.
Per promuovere i tuoi successi hai girato il mondo, trovandoti in contesti musicali con altre star del music business già affermate quali Elton John, i Culture Club, gli Human League… Che effetto ti ha fatto essere catapultato in quel mondo un po’ all’improvviso?
Era surreale [ride]! Considero Elton John un mio maestro musicale e trovarlo sul palco – mentre io salivo e lui scendeva – che mi faceva l’in bocca al lupo… mi sembrava irreale. Era il frutto anche di una mia convinzione, perché quando giravo con la mia cassettina cercando di farmi conoscere pensavo: «Ma perché non possiamo fare musica in inglese partendo dall’Italia?». Siamo persone come gli inglesi o come gli americani, alla fine. Forse per me non c’era differenza visto che sono cresciuto in scuole internazionali, per cui non ho mai distinto le persone per la loro nazionalità o per la loro etnia.
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Negli anni Ottanta le discoteche sono state un punto fondamentale per l’aggregazione e il divertimento. In quegli anni lì, che fotografia ci puoi fare delle discoteche che hai frequentato? Molte tue canzoni sono state dei riempipista.
Erano locali con le innovazioni tecnologiche del tempo. I giradischi Technics 1200 con il pitch sono stati fondamentali per i disc jockey. Rappresentarono una grande rivoluzione, perché con i piatti di prima era molto più difficile mettere a tempo i brani, rallentarli o accelerarli. Quella tecnologia ha permesso a molti DJ di potersi esprimere al meglio. Io andavo spesso a vedere Marco Trani a Roma, un dj straordinario. Solo vederlo lavorare era come vedere Santana fare un assolo di chitarra! Era la vera arte del dj.
Oggi sarebbe replicabile un movimento musicale così importante come l’Italo disco?
Oggi siamo un po’ troppo globalizzati. Il rap che si fa in Italia è lo stesso che si fa in Ucraina o in Argentina… cambia solo la lingua. Stiamo usando tutti la stessa applicazione, gli stessi strumenti. Non c’è varietà.
Non c’è una vera caratterizzazione.
Esatto! Negli anni Ottanta c’era la sperimentazione. Se tu prendi una classifica a caso di inizio anni Ottanta, ci trovi Michael Jackson, i Police, Gazebo, i Trio – grande gruppo tedesco – insomma, c’era spazio per tutti. Oggi, se non usi certi standard di suoni e cose preconfezionate, non passi in radio. Non c’è spazio per chi fa cose diverse.
Oggi per qualcuno che fa un percorso come il tuo è molto più difficile riuscire a emergere. Sono cambiate le dinamiche per cercare e scovare talenti.
Certamente! Io dico sempre che oggi difficilmente verrebbe fuori un Lucio Battisti, un Lucio Dalla o un Franco Battiato. Sarebbero considerati troppo fuori schema e non potrebbero trovare spazio in televisione o in radio. Intendo dire per i giovani di adesso, all’interno del mercato attuale.
Le parole del brano dance Dolce vita di Ryan Paris sono le tue. Come nasce quella tua intuizione nello scriverle? E la domanda sorge spontanea per i più: perché non hai cantato tu quel brano?
Stavo pensando al seguito di Master Piece. Siccome Master Piece è ambientata a Hollywood, un giorno, passeggiando per Roma, mi venne in mente che qua abbiamo avuto la Dolce vita e Cinecittà. Mi pareva assurdo che nessuno avesse mai pensato di scriverci un pezzo. Chiamai Pierluigi e gli proposi l’idea. «Che figata! Facciamola!», mi disse. Andai subito a casa sua e il brano nacque partendo proprio dalle parole. Di solito il testo viene dopo la musica, invece in questo caso fu l’inverso. La strofa contiene già tutta l’idea della canzone. Non l’ho cantata io perché Naggiar non la considerava un singolo potenziale di successo e forte quanto I like Chopin. Allora il mio coautore mi disse: «Facciamola cantare a un altro e magari la facciamo diventare comunque un successo». A malincuore acconsentii.
Grazie Paul, sei stato molto gentile.
Grazie a te!
Francesco Rondolini
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