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Il premio Oscar Jamie Foxx si scusa per un post ritenuto «antisemita». Ricordiamo cosa successe a Marlon Brando…
L’attore vincitore dell’American Academy Award Jamie Foxx si è scusato per un post su Instagram cancellato da allora che alcune persone avevano interpretato come un attacco ai membri della comunità ebraica.
Foxx, che ha vinto numerosi riconoscimenti per la sua interpretazione dell’iconico musicista Ray Charles nel film biografico del 2004 Ray, ha scritto sul social media: «Voglio scusarmi con la comunità ebraica e con tutti coloro che sono stati offesi dal mio post. Ora so che la mia scelta di parole ha causato offesa e mi dispiace. Non è mai stata mia intenzione».
Le scuse seguono un precedente post sui social media pubblicato dall’attore che aveva dichiarato: «Hanno ucciso questo tizio di nome Gesù. Cosa pensi che ti faranno???! #fakefriends #falsoamore».
In contesti ebraici è scattato immediatamente il campanello l’allarme riguardo l’accusa di deicidio, che si tendeva a pensare archiviata con il Concilio Vaticano II.
A Wider Frame, un sito web che raccoglie notizie rilevanti per gli ebrei, ha evidenziato il post iniziale sui social media di Foxx, descrivendolo come «orribilmente antisemita» aggiungendo che il post propagava quella speciosa leggenda secondo cui la comunità ebraica di quel tempo sarebbe collettivamente responsabile della morte di Gesù Cristo.
L’attore 55enne ha aggiunto nelle scuse rilasciate ai suoi 17 milioni di follower su Instagram: «per chiarire, sono stato tradito da un falso amico ed è quello che intendevo con “loro” niente di più. Ho solo amore nel mio cuore per tutti». «Amo e sostengo la comunità ebraica. Le mie più sentite scuse a chiunque sia stato offeso. Nient’altro che amore sempre», ha concluso.
Voleva parlare di un amico traditore, una realtà etnoreligiosa ha capito male e si è offesa. Insomma, attenti a parlare di Giuda, potrebbero capire male i giudei, riassume satiricamente qualche buontempone sul web.
Anche Jennifer Aniston, l’attrice nota per il suo lavoro nella sitcom americana Friends, si è dovuta scusare dopo che era stato notato sui social media che la bionda aveva «apprezzato» il post iniziale di Foxx su Instagram: la Aniston ha quindi detto di non aver fatto «apposta», o di averlo fatto per caso.
«Questo mi fa davvero schifo», ha scritto l’americano, anche lui 55enne, sui social media. «Voglio essere chiaro ai miei amici e a chiunque sia stato ferito da questo apparire nei loro feed: NON sostengo alcun tipo di antisemitismo. E davvero non tollero l’ODIO di alcun tipo».
Il post di scuse di Foxx, che recentemente è stato molto male ma è riapparso per dire che non era stato a causa del vaccino, è stato «apprezzato» più di 130.000 volte a partire da domenica sera e ha ricevuto più di 21.000 risposte.
Il Foxx, oltre che un attore premiato, è un comico impressionante, capace di imitazioni ineguagliate: si tratta l’unico caso di attore nero in grado di interpretare perfettamente il presidente Ronald Reagan. Davvero notevole anche quella di Donald Trump.
Le accuse di antisemitismo a Foxx sono probabilmente scoppiare in risonanza con le recenti sparate sugli ebrei del popolarissimo, e ricchissimo, cantante nero Kanye West, ora detto Ye, che con Foxx ha inciso delle canzoni di successo.
Lo Ye, tra dichiarazioni di amore universali che comprendono anche Hitler e altre idee politicamente scorrettissime, aveva attaccato frontalmente Ari Emanuel, fratello dell’ex capo-gabinetto di Obama Rahm Emanuel, potentissimo figura hollywoodiana a capo dell’agenzia degli attori Endeavour.
Come riportato da Renovatio 21, i fratelli Emmanuel – cui si aggiunge Ezekiel, bioetico di Obama e Biden favorevole all’eutanasia, all’obbligo vaccinale e alle mancate cure per i maggiori di 70 anni – sono figli di un terrorista dell’Irgun Tzvai Leumi, l’organizzazione terrorista sionista che bombardò l’hotel King David durante gli ultimi giorni del mandato britannico della Palestina, costato 91 morti di cui 17 civili ebrei.
Riguardo alle immediate scuse fatte da un attore di Hollywood, fa scuola il caso di Marlon Brando, che negli anni Novanta si spinse a chiedersi perché ci fosse così tanta violenza nella cinematografia americana, visto che, secondo il divo, è diretta da produttori ebrei che vengono quindi spesso da una storia recente segnata.
Il caso fu mirabilmente riassunto all’epoca da un breve sketch dell’indimenticato comico Norm McDonald durante un’edizione del programma Saturday Night Live.
«La scorsa settimana su Larry King Live [famosa trasmissione di interviste TV, ndr] Marlon Brando ha rilasciato la scioccante dichiarazione secondo cui Hollywood è “gestita dagli ebrei”. In risposta organizzazioni ebraiche indignate hanno fatto nevicare a New York ad aprile».
Risate e applausi del pubblico in studio.
In un altro sketch apparso successivamente, McDonald torna sulla vicenda.
«Bene, all’inizio di questa settimana l’attore Marlon Brando ha incontrato i leader ebrei per scusarsi per i commenti che ha fatto su Larry King Live tra cui quello per cui “Hollywood è gestita da ebrei”».
«I leader ebraici hanno accettato le scuse dell’attore e hanno annunciato che Brando è ora libero di lavorare di nuovo».
Altre risa, altri battimani – più timidi, però, forse.
Non è dato sapere se anche a McDonald è stato chiesto di scusarsi. Ora, peraltro, non può più farlo, dopo essere morto di cancro poco tempo fa, nascondendo al pubblico la sua malattia fino alla fine.
Le clip in questione sono ancora visibili su YouTube, che non sappiamo se dovrà, anch’essa, ad un certo punto scusarsi.
Nel frattempo, gli USA continuano a finanziare ed armare l’Ucraina dei battaglioni neonazisti.
Un membro del battaglione Azov, con tatuaggi runici in bella vista, è stato premiato come atleta paralimpico a Disney World, tra un Topolino gigante e il comico goscista Jon Stewart, che peraltro spesso ha parlato delle sue origini ebraiche-askenazite – all’anagrafe si chiama Jonathan Stuart Leibowitz.
Come ha detto Zelens’kyj (che pure ha il padre di origine ebraica) in una intervista alla TV americana, in fondo i gruppi neonazi che combattono in Ucraina «sono quello che sono».
Immagine di John Bauld via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0)
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Casa produttrice di videogiuochi «woke» chiude i battenti
La storica casa produttrice di videogiochi BioWare ha annunciato mercoledì la chiusura dell’attività e, secondo i critici, l’eccessiva enfasi sul proselitismo «woke» nei suoi prodotti ha contribuito al suo declino. BioWare, uno studio canadese acquisito dalla statunitense Electronic Arts nel 2007, è noto soprattutto per i suoi popolari e acclamati giochi d’avventura e serie come Mass Effect, Baldur’s Gate e Star Wars: Knights of the Old Republic.
«Dopo oltre trent’anni di avventure condivise, BioWare chiude i battenti e la fase di sviluppo iniziale del prossimo progetto di Mass Effect si conclude», ha annunciato lo studio sul suo blog. «Scrivere queste parole non è affatto facile. Ora la nostra attenzione è rivolta al nostro team di incredibile talento, che ha dedicato anima e corpo a questi giochi, e al sostegno reciproco durante questa transizione.»
Secondo quanto riportato da Bloomberg, BioWare è stata una delle aziende colpite dai licenziamenti di EA, che hanno interessato circa 400 posti di lavoro, pari al 3% del personale complessivo dell’azienda. L’ultimo gioco completato e pubblicato da BioWare è stato Dragon Age: The Veilguard del 2024, generalmente accolto positivamente dalla critica specializzata ma stroncato dai giocatori medi sul sito di aggregazione di recensioni Metacritic.
I difensori hanno cercato di liquidare le critiche come un «bombardamento di recensioni» coordinato, dovuto alla forte presenza di «rappresentazione» transgender nel gioco, come ad esempio una scena ampiamente derisa in cui un personaggio mostra il modo «giusto» di esprimere un sincero pentimento per aver «sbagliato il genere» di un compagno.
I think BioWare went out of business because their entire customer base got AIDS and died after sitting through this scene pic.twitter.com/ZV5IgVwfzH
— Enguerrand VII de Coucy (@ingelramdecoucy) October 21, 2026
Non altrettanto facile da ignorare è stato il rendimento finanziario del gioco. Bloomberg ha riportato l’anno scorso che Veilguard aveva riscosso un successo iniziale nelle classifiche di vendita subito dopo la sua uscita alla fine di ottobre 2024, ma non era riuscito a mantenere il supporto nelle settimane successive. Il gennaio seguente, EA ha annunciato che il gioco «aveva raggiunto solo 1,5 milioni di giocatori, mancando le aspettative dell’azienda del 50%».
Tra il fallimento di Veilguard e le scarse prestazioni di un altro gioco sportivo, EA ha subito un calo del 18% del prezzo delle sue azioni, ha rivisto al ribasso le previsioni di vendita per il prossimo anno fiscale e ha licenziato parte del personale di BioWare.
Sebbene le tematiche di genere affrontate nel gioco non siano state l’unica (né necessariamente la principale) causa del suo insuccesso, esso si è verificato in un momento in cui la pazienza del pubblico generalista nei confronti delle prediche «woke» nel mondo dell’intrattenimento e degli affari era giunta al limite.
Negli ultimi anni, gli attivisti di sinistra hanno utilizzato gli standard di Diversità, Equità e Inclusione (DEI) e Ambiente, Società e Governance (ESG) per fare pressione sulle principali aziende statunitensi affinché prendano posizioni favorevoli su questioni politiche e culturali come l’omosessualità, il transessualismo, le relazioni razziali, l’ambiente e l’aborto.
Gli sforzi degli attivisti «woke» per organizzare un boicottaggio di Hogwarts Legacy del 2023, un videogioco del popolarissimo franchise di Harry Potter, a causa della posizione della creatrice della serie J.K. Rowling contro l’ortodossia transgender, sono falliti in modo clamoroso: il gioco ha venduto oltre 12 milioni di copie nelle prime due settimane dall’uscita e ha superato i 40 milioni di copie vendute entro dicembre 2025.
L’influenza della cultura woke sui videogiochi si è intensificata negli ultimi anni, manifestandosi attraverso l’enfasi su diversità, inclusione e tematiche di giustizia sociale. Molti titoli AAA (cioè di prima fascia, la cui produzione costa centinaia di milioni) hanno introdotto personaggi di genere non binario, pronomi personalizzabili, rappresentazioni di minoranze etniche e narrative che affrontano questioni di identità, spesso su consiglio di consulenti come la società Sweet Baby Inc. o per pressioni ESG degli investitori.
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Esempi includono Assassin’s Creed Shadows con il samurai nero Yasuke, criticato per inaccuratezza storica, e lo stesso Dragon Age: The Veilguard con opzioni di personalizzazione per cicatrici da mastectomia e personaggi non binari, che ha deluso le vendite. Concord di Sony, con un cast diversificato, è stato un flop clamoroso chiuso in settimane. Dustborn, finanziato dall’UE, ha avuto picchi di giocatori minimi a causa di temi percepiti come propagandistici.
I critici sostengono che ciò prioritizza il messaggio politico sul gameplay e sulla qualità, alienando il pubblico (prevalentemente maschile) e contribuendo al mantra «go woke, go broke». Alcuni flop sono attribuiti a problemi di sviluppo più ampi. Altri vedono l’inclusione come progresso positivo. Non tutti i giochi con elementi progressisti falliscono: Baldur’s Gate 3 ha avuto successo. La polarizzazione sui social amplifica le controversie, mentre la maggior parte dei giocatori cerca semplicemente divertimento.
La situazione era stata anticipata più di dieci anni fa dal cosiddetto Gamergate, una controversia esplosa nell’agosto 2014 nella comunità videoludicainiziata con accuse di conflitto d’interessi legate a Zoe Quinn e al giornalista Nathan Grayson di Kotaku, poi si è allargata a critiche sull’etica del giornalismo di settore, sulla collusione tra media e sviluppatori e sulla crescente influenza di tematiche di giustizia sociale, femminismo e diversità nei giochi e nelle recensioni.
I sostenitori (spesso sotto l’hashtag #GamerGate) sostenevano di lottare contro la corruzione mediatica e la politicizzazione forzata del medium, chiedendo maggiore trasparenza. Gli oppositori lo hanno descritto come una campagna di molestie e odio mirata contro donne del settore (Quinn, Anita Sarkeesian, Brianna Wu), con doxxing, minacce e trolling. La polarizzazione sui social ha amplificato entrambi gli aspetti.
L’evento ha lasciato un’eredità duratura: ha accentuato le divisioni culturali nel gaming, influenzato successive guerre culturali online e alimentato dibattiti ancora oggi sulla rappresentazione, sull’etica giornalistica e sul ruolo della politica nei videogiochi. Molti gamer volevano semplicemente concentrarsi sul divertimento, ma la vicenda ha reso evidente quanto il settore fosse diventato un campo di battaglia ideologico.
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Immagine di Michael B. via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic
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Stelle del cinema e tute alari. Renovatio 21 intervista il decano degli stuntmen italiani Claudio Pacifico
Adesso l’hanno perfezionata e non è più come ai tempi di de Gayardon. Mi ricordo che con Patrick saltavamo al Garda facendo base jump e lui già usava la tuta alare; aveva preso in mano questo progetto militare partito anni prima, ma non sviluppato. Patrick lo riprese e iniziò a sperimentare; all’inizio aveva questi quattro pezzi di stoffa, non come oggi con la camera d’aria dove l’aria entra, gonfia la tuta e ti fa diventare un’ala rigida mentre viaggi. È grazie a lui che è partito tutto quanto.
De Gayardon è stato un pioniere.
Certo, specialmente per la tuta alare. Il suo progetto è stato poi migliorato e sviluppato nel tempo.
Hai mai provato a fare base jump con la tuta alare?
Con la tuta mi sono buttato solo dall’aereo, ma ho fatto quasi 500 base jump. Ho saltato ovunque.
Ultimamente il wingsuit è uno sport che sta prendendo sempre più piede all’interno del mondo del paracadutismo.
Hai detto bene. Quando una cosa diventa uno sport significa che molta gente pratica quella disciplina. Purtroppo anche troppa, nel senso che si approcciano persone che non sono veramente così esperte. Un conto è saltare da un aereo con la tuta alare, un altro è fare base jump, e un altro conto ancora è saltare da un ponte alto magari cinquecento metri: se c’è una piccola incertezza, se non sei più che esperto nella posizione, può essere molto rischioso.
Ti sono mai capitate situazioni difficile o particolarmente rischiose nei tanti lanci che hai effettuato?
Ci sono state, anche se sono sempre molto attento a tutto quello che faccio. Nella mia vita da paracadutista ho fatto una sola emergenza con il tandem. Ho rischiato nel fare base jump, perché ho saltato in posti veramente bassi dove non ho fatto in tempo neanche a prendere i comandi della vela. Una volta sono finito dentro un cespuglio di rovi e mi sono graffiato tutto, ho rotto la vela e ho fatto un casino! Il tutto perché un mio amico mi aveva detto che erano cento metri, e invece erano settantacinque: c’è una bella differenza quando fai dei base così bassi, venti o trenta metri in più cambiano davvero tutto. E comunque è andata [ride]!
Un’altra volta eravamo al Garda, ma non era la giornata adatta per lanciarsi perché c’era vento. Sono saltato ugualmente e ho aperto dopo pochi secondi di caduta libera, ma il vento che sbatteva addosso alla montagna mi ha riportato su. Sono ritornato nel punto di partenza con la vela che shakerava e ho pregato Dio dicendo: «Giuro che non lo faccio più!». E non so quanto tempo ci ho messo a scendere, perché il vento mi teneva lì. Si era creata una turbolenza incredibile che mi apriva e chiudeva la vela. Una bella situazione di stress!
Un’altra volta stavo facendo il film Double Team con Jean-Claude Van Damme, dove ero skydiver supervisor — colui che si occupava della gestione dei lanci dagli aeroplani — ed ero anche l’operatore video in aria. Facciamo un lancio dove io esco dall’elicottero e gli altri due dal Pilatus [velivolo spesso usato per queste attività, ndr] da una quota di circa tremila metri. Ci lanciamo, faccio tutte le riprese e poi, quando apriamo, vediamo che siamo lontanissimi dalla zona di atterraggio, in un’altra città. Lì vedi e ti rendi conto di quanto devi essere veramente esperto. Non basta fare paracadutismo la domenica, devi essere pronto e preparato a ogni evenienza.
Di fatto hanno sbagliato il punto di lancio.
Lo hanno sbagliato totalmente! Stavamo aspettando l’ok da terra che però tardava ad arrivare e, quando ce lo hanno dato, eravamo dieci chilometri più avanti, in un altro paese. Siamo atterrati in una piazzola in mezzo alla città. Ci siamo salvati [ride]! In quel film ci siamo impegnati molto e ho fatto da controfigura a Van Damme attaccato fuori dal C-130: una delle scene più stressanti della mia carriera. C’era questa scena dove il protagonista si trovava sopra un cargo che galleggiava in acqua; passava l’aereo e lo agganciava portandolo in quota. Piano piano il protagonista riesce a entrare nel velivolo e a combattere con due persone: le due persone che butta di sotto sono sempre io, e anche quello fuori dall’aereo sono io.
Dovevamo girare in aria e ci siamo messi a quota duemila metri col C-130, un grande aereo da trasporto militare, con il personale di bordo francese che supervisionava — molto bravi — e mi dovevano tirare dentro mentre stavo appeso al cargo a una quindicina di metri dal portellone posteriore. C’era una turbolenza che ti portava via e in quel momento ho cercato di mantenere il controllo, ma a un certo punto stavo svenendo.
Sentivo che stavo per andar via e non ho fatto altro che chiudere gli occhi, tenermi stretto, rilassarmi e aspettare che mi ritirassero dentro.
Il problema è che ci sono voluti sette minuti per completare questa operazione! Avevo un gancio che in caso di emergenza potevo staccare per lanciarmi, ma considera che stavamo sorvolando l’oceano, quindi sarei atterrato in acqua; c’erano delle barche che ci seguivano, ma non mi piaceva l’idea di ammarare, anche perché se fossi svenuto sarebbe stato davvero rischioso. Alla fine è andato tutto bene proprio grazie all’esperienza e al grado di professionalità, che ti permette di conoscere te stesso in maniera perfetta e capire quali azioni intraprendere anche sotto forte stress.
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C’è anche Dennis Rodman in quel film.
Anche Mickey Rourke. Bei personaggi.
Torno un attimo al paracadutismo: tu sei anche istruttore. Come ti approcci ai tuoi allievi?
Avendo un’accademia di stuntmen istruisco su tantissime discipline, compreso il paracadutismo. Vedo, guardo e sto molto attento alla persona che ho davanti, perché non siamo tutti uguali, e mi adeguo a chi mi trovo di fronte: sia nel linguaggio, sia nel comportamento. Sono tecniche d’insegnamento e la vedo come una cosa molto seria. Il paracadutismo è goliardico e divertente — tu lo sai bene — ma ha i suoi rischi e, secondo me, non tutti sono portati per farlo.
Proprio per questo bisogna essere bravi, come istruttori, a capire chi si ha davanti, e l’insegnamento dev’essere veramente ad hoc, fatto bene e con professionalità. Si gioca, si ride e si scherza, ma quando spieghi una tecnica o una manovra che poi l’allievo dovrà fare in aria, la lezione dev’essere perfetta, precisa. E devi essere sicuro — questa è la cosa più importante — che lui l’abbia capita.
Perché tutte le persone che imparano tendono a dire subito: «Sì, ho capito». È un’attitudine automatica. In realtà, dai piccoli movimenti del corpo o dai test che gli fai, intuisci subito se non ha compreso. Dico sempre che il lancio si prepara a terra: è a terra che devi farmi tutto perfettamente, perché tanto so che in aria un trenta percento di scarto c’è sempre, se non di più. Perciò, se non sono sicuro e non vedo la tua sicurezza almeno nei movimenti a terra, è inutile andare su. Questa è una cosa basilare, ma fondamentale per un istruttore.
La prossima domanda sarebbe stata se il paracadutismo è uno sport per tutti, ma in parte già hai risposto.
Non è uno sport per tutti. Qualche mio collega mi criticherà, ma io la penso così. È come fare lo stunt: non è per tutti. I nuovi materiali e le nuove tecniche agevolano molto l’allievo, ma non è comunque una disciplina per chiunque. Aprire il portellone di un aereo a quattromila metri e buttarsi di sotto non è una cosa naturale, c’è gente che soffre di vertigini. Non tutto è per tutti. Poi, ripeto, con la tecnica e i mezzi che ci sono oggi si riesce a portare molta gente in aria; vedo però che la maggior parte degli allievi che cominciano finisce per smettere.
In tantissimi anni di esperienza ho visto il terrore sulla faccia delle persone mentre erano in aria e, una volta atterrati, capitava di dire loro educatamente: «Senti, questo sport non fa per te, perché lo stai facendo?». Gli davo dei consigli e non mi sbagliavo mai. L’allievo può avere le sue paure che si porta appresso: lo vuole fare per farsi bello con la fidanzata, per l’amico, per esibirsi o che ne so io.
Purtroppo l’essere umano è fatto così, siamo un po’ tutti così. Solo che lì devi fare i conti con te stesso e con una situazione abbastanza drastica, perché lanciarsi da un aereo non è naturale. Noto che alcuni, pur avendo centinaia di lanci alle spalle, ancora non sanno atterrare: e questo succede per la paura, non perché non abbiano appreso la tecnica.
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Pacifico con l’attore e cineasta italo-tedesco Mario Girotti, detto Terence Hill (1939)
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Pacifico come Stuntmen di Bill il macellaio, personaggio interpretato da Daniel-Day Lewis in Gangs of New York
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Quali sono le scene più pericolose che hai girato?
La maggior parte delle scene che ho girato erano pericolose e ad alto rischio. Quando lavori in acqua non fai una semplice nuotata, ma devi andare sott’acqua dentro una macchina cappottata con una bomboletta d’aria e aspettare che si inizi a girare. Basta che qualcosa non funzioni e affoghi. Una volta ero sotto una barca rovesciata facendo finta di essere rimasto incastrato e dovevo aspettare l’arrivo dei sub.
Un’altra volta mi sono messo all’esterno di un aeroplano in volo senza paracadute. Dovevamo girare questa scena con me che uscivo dall’aereo tenendomi a delle maniglie, come quando fai paracadutismo. L’avevo fatto tantissime volte, ma sempre con la sacca sulla schiena. Lì non potevo metterlo perché nel film si sarebbe visto, e allora sono uscito — a più di duemila metri di altezza — senza nulla. E se mi fosse scivolata una mano o un piede? Ero più giovane… Oggi non l’avrei mai fatta, e comunque per questioni di sicurezza non te la farebbero nemmeno più fare.
Anche con i cavalli abbiamo fatto cose davvero complesse. Oppure la caduta con i cavi — cavetti sottili di pochi millimetri — sulle navi corsare: un tuffo da più di cinquanta metri fino a dentro l’acqua, profonda appena un metro e mezzo. Se avessero sbagliato anche di poco la misura dei cavi, ci si faceva male sul serio.
Il problema in realtà non era tanto la caduta in sé, ma quando mi ritiravano su con l’argano: guardando quel cavetto così sottile, non ti nego che qualche pensiero mi è passato per la testa [ride]. Mi sono fidato di loro, che erano grandissimi tecnici, ed è andato tutto benissimo. Se mi fossi preoccupato sul serio avrei accumulato un’inutile tensione, e questo avrebbe inciso negativamente sul mio lavoro.
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Apu è tornato
Il personaggio dei Simpson, Apu, il cui nome completo è Apu Nahasapeemapetilon jr., ha trascorso gran parte dell’ultimo decennio in una sorta di limbo in cui era stato relegato dal politicamente corretto.
La cancel culture aveva giudicato il personaggio politicamente troppo scorretto per essere tollerato nel 2017, portando al suo esilio dalla serie. Sul caso era pure stato fatto un documentario, The Problem with Apu (2017), dove il comico di origini indiche Hari Kondabolu rifletteva sugli stereotipi e le «microaggressioni razziste» che la figura dei cartoni, secondo i detrattori, provocherebbe.
Nove anni dopo, Apu è finalmente tornato.
I fan dei Simpson hanno ricevuto una sorpresa questa settimana, quando Apu ha fatto la sua prima apparizione in un nuovo episodio dopo tanto tempo, tornando sullo schermo per continuare a gestire la sua attività locale, il Kwik-E-Mart. Questa volta a dare la voce ad Apu è un doppiatore indiano-americano, mentre prima era stata interpretata da un bianco, il mitico attore neoeboraceno (di origini ebraico-sefardite elleniche) Hank Zakaria.
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Lo Zakaria, alla fine, dovette cedere alla pressione woke, ammettere che qualcosa non andava, e «fare un passo a lato». Non solo: nella miglior tradizione maoista, dovetta fare autocritica, andando in un podcast nel 2021 e scusarsi per «razzismo, la mia partecipazione al razzismo, o almeno a una pratica razzista o al razzismo strutturale, in quanto correlato al mondo dello spettacolo o… tutto quanto sopra».
Viene ora comunicato che la fortunata serie, arrivata all’invidiabile numero di 38 stagioni, non si affida più a doppiatori bianchi per i personaggi non bianchi.
Molti sud-asiatici hanno a lungo apprezzato Apu nonostante la sua «cancellazione». Il produttore dei Simpson, Amar Shah, ad esempio, ha affermato che Apu gli ricorda suo padre. Nel 2022, il comico e intrattenitore Akaash Singh ha realizzato uno speciale di stand-up comedy intitolato «Bring Back Apu» («Ridateci Apu»), in cui afferma che il personaggio «non è razzista» e rappresentava il sogno americano.
Le origini del personaggio sono cinefile: il suo nome gli fu dato in onore del protagonista della Trilogia di Apu di Satyajit Ray, cineasta indiano conosciuto nei circuiti d’essai di tutto il mondo, apprezzato particolarmente in Unione Sovietica, e paragrafo ineludibile dei manuali di storia del cinema mondiale.
L’epurazione di Apu fu parodiata in un famoso episodio dell’altra grande serie di cartoni satirici statunitensi, South Park.
Nell’ottobre del 2018, nell’episodio di South Park intitolato «The Problem with a Poo» («il problema con una pupù»), il personaggio di Mr. Hankey – di fatto una cacca parlante, che ricorre in varie storie della serie – viene espulso e mandato in una terra dove «alla gente non importano il bigottismo e l’odio»: Springfield, città omonima di quella dei Simpsons. L’episodio si concludeva con una schermata con la scritta #cancelthesimpsons, simile al promo di South Park che chiedeva la cancellazione della serie stessa.
Il ritorno di Apu coincide in realtà con un enorme ondata di indiani o sudasiatici che investe la scena politica America.
La Kamala Harris era in realtà mezza Tamil, Usha Vance, moglie del vicepresidente JD Vance, è indiana; è di origine indiana il miliardario ex candidato presidente, ora candidato a governatore dell’Ohio, Vivek Ramaswami, così come è di origini asiatiche, benché nato in Uganda, il neosindaco neoeboraceno Zoran Mamdami, figlio della premiata regista indiana Mira Nair; è parimenti indiano di famiglia immigrata dall’Uganda il direttore dell’FBI Kash Patel.
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Immagine di Dave Woodward via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC-ND 2.0
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