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Attraverso il rock italiano degli ultimi 30 anni. Intervista a Sergio Carnevale

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Sergio Carnevale è batterista – e membro storico e inamovibile – di una delle band italiane più innovative degli ultimi decenni, i Bluvertigo. Drummer versatile ed eclettico che ha prestato la sua esperienza musicale affiancando artisti del calibro dei Baustelle, Max Pezzali e del Maestro Franco Battiato, Sergio attualmente siede anche dietro ai tamburi di un altro gruppo storico del rock italiano recente, i Marlene Kuntz, accompagnando la band nei live in tutta Italia. Ma la vera sorpresa è la reunion dei Bluvertigo. Un tour che questa estate porta in giro il verbo musicale di questo gruppo, che tanto ha dato alla musica italiana e che ancora ha molto da dare.

 

Con Sergio abbiamo parlato a 360° della sua carriera, della sua musica e del suo batterismo.

 

Attualmente sei in tour con i Marlene Kuntz, avendo preso il posto di Luca Bergia dopo la sua prematura e dolorosa scomparsa. Ci racconti com’è nato il tuo incontro con la band e come ti sei approcciato alla loro discografia nell’adattare il tuo drumming?

Conoscevo i ragazzi già da molto tempo, ma ho approfondito il rapporto con Cristiano Godano anni fa grazie a un progetto parallelo con Federico Poggipollini, lo storico chitarrista di Ligabue. Avevamo messo in piedi questa superband un po’ per gioco: l’idea nostra era coinvolgere colleghi che arrivassero da veri contesti di band, non classici turnisti. Una volta è passato Saturnino, un’altra Max Gazzè… e anche alla voce avevamo diversi cantanti che si alternavano. Cristiano l’ho coinvolto a fare Colpa d’Alfredo di Vasco Rossi e Com’è profondo il mare di Lucio Dalla con Roberto Dell’Era al basso. In questo contesto stimolante ci siamo conosciuti ancor meglio.

 

Dopo il biennio pandemico mi arriva una sua chiamata per chiedermi se fossi disponibile. Feci il provino con loro a Cuneo, ci confrontammo e nacque la collaborazione. Luca non lo conoscevo bene: ci si incontrava ai concerti come con gli altri Marlene, ci salutavamo ma niente più. Così è partita questa nuova avventura.

 

La cosa che mi ha stimolato da subito è il loro approccio, completamente diverso dal mio modo di suonare. Ho fatto tante cose differenti nella mia carriera, ma il bello dei Marlene è che hanno un atteggiamento molto cuneese: sono duri e puri, intensi, determinati e con un mood molto cupo. Ammetto candidamente che non sono mai stato un loro fan, perché non ascoltavo quel tipo di musica e il drumming di Luca l’ho scoperto solo col tempo. Noi abbiamo fatto musica negli stessi anni e con i Bluvertigo ero proiettato verso tutt’altra situazione, per cui loro non rientravano nei miei ascolti, anche se qualche canzone mi piaceva.

 

Quel mondo musicale — dei Marlene, degli Afterhours, dei Karma e delle band di quell’epoca — prendeva ciò che arrivava dall’estero e lo trasformava, con testi in italiano, in qualcos’altro. Devo dire che con il tempo mi sono innamorato della loro musica e li ho capiti davvero solo quando ci sono entrato. All’inizio è un lavoro, ma la verità è che tutto il contesto e quell’atmosfera mi prendono e mi divertono, proponendomi qualcosa di diverso da ciò che stavo facendo; ed è una cosa che mi piace dal punto di vista professionale, perché mi arricchisce.

 

Questo picchiare ed essere così energici è un’attitudine che a sprazzi ho vissuto anche in qualche brano dei Bluvertigo, ma con i Marlene è l’esatto opposto: ci sono magari due lenti in un contesto dove si pesta di brutto, con un sound violento che ti arriva come un pugno nello stomaco. È una situazione bellissima e Cristiano e Riccardo sono bravissimi. Al mio fianco ho Lagash al basso, con cui ho trovato un’intesa basso/batteria molto coesa e — non vorrei peccare di presunzione — abbiamo un suono decisamente esterofilo e particolare.

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Avendovi visto dal vivo confermo questa energia rock che emanate dal palco.

Con Lagash c’è una bellissima alchimia: mi trovo bene, ci divertiamo e ci sorprendiamo a vicenda. In questo tour che celebra l’album Il Vile non c’è più Davide Arneodo per scelte artistiche, ma questa dimensione a quattro è decisamente più definita, molto più focalizzata su certi aspetti. Ci si diverte parecchio.

 

Un’altra cosa che ci tengo a dire su Luca è che quando sono entrato nei Marlene, ho fatto fatica all’inizio a trovare una quadra per interpretare i suoi brani. Dal punto di vista del drumming era davvero fantasioso e stimo moltissimo il suo stile: ha creato groove e soluzioni originali, e ci sono parecchi spunti che ho scoperto e amato soltanto suonandoli.

Va da sé che, mettendomi a studiare i pezzi, ho dovuto rielaborarli a modo mio: non sono un turnista e non potrei mai rifare esattamente ciò che faceva lui… anche perché non ne sarei capace! [ride] Non potrei mai scrivermi le parti e riprodurle alla lettera, non so neanche leggerle e poi non fa proprio per me rifare la stessa identica cosa ogni sera. Io sono fatto così, vado molto a istinto: una volta imparato il pezzo eseguo gli obbligati, la strofa, il ritornello, ma i fill ogni volta li faccio diversi. Questo fa parte da sempre del mio modo di suonare… lo facevo perfino con Max Pezzali, quindi figurati!

 

I Bluvertigo sono la tua band e la parte fondamentale della tua carriera. In questo momento siete in partenza per il tour estivo. Ci racconti questo vostro ritorno sulle scene?

Abbiamo fatto una data il 14 di aprile all’Alcatraz di Milano ed è stato un grosso successo; tutti ne hanno parlato molto bene. Erano tutti lì ad aspettare l’ennesima minchiata, invece è stato un gran bel concerto e abbiamo dimostrato a tutti di essere tornati con un impianto sonoro di un certo tipo e con dei visual che ho curato io personalmente. Una situazione molto bella e professionale. È la mia band, che cosa posso dire? È bello risuonare i pezzi dopo tanti anni, e pur non suonandoli da un po’ ce li hai dentro, ma al contempo certe cose le fai diversamente rispetto a gli anni che furono. Questa cosa la trovo molto bella e abbiamo molta libertà in questo. 

 

Mi muovete nel vostro territorio musicale in libertà.

Nella nuova scaletta ci sono i primi due pezzi che io ho espressamente voluto, perché sono brani molto attuali secondo me, Il dio denaro e Decadenza, visto il momento storico che stiamo vivendo. C’è anche una logica nel titolo del tour che si chiama Essere umani, in un presente dove da una parte la tecnologia sta cambiando tutto e dall’altra le guerre che rendono l’essere umano il peggiore dei peggiori. 

 

Oggi si avverte una disumanizzazione in tanti aspetti del quotidiano, come l’invadenza digitale che subiamo e accettiamo ogni giorno.

Nell’arte possiamo trovare un’ancora di salvezza. La tecnologia fa già parte della nostra vita e sempre più lo sarà, per cui liberarcene sarà impossibile: dovremo conviverci. La fantasia appartiene al nostro essere umani e quella potrà salvarci; per quanto un’AI possa tentare di ricrearla, non è la stessa cosa. Questo aspetto va difeso e preservato.

 

È anche vero che la tecnologia ci aiuterà in una serie di cose, ma ci sarà un controllo sempre più pervasivo, dove noi saremo sempre più dei numeri. Questa cosa mi rattrista molto, ma non ne possiamo fare a meno.

 

C’è anche l’aspetto della tecnologia applicata alla guerra: noi passiamo con uno scroll da un bambino a cui viene sparato in testa a una modella che mostra le sue curve. Ci passa tutto davanti agli occhi in maniera velocissima. Mi sento in balia di situazioni rispetto alle quali, per quanto non possa essere d’accordo, non so cosa possa effettivamente fare io. Posso insegnare a mio figlio a stare attento, spiegargli quello che succede così che possa quantomeno rendersene conto, ma siamo già dentro a tutto questo.

 

Già riuscire a prenderne consapevolezza è un fatto. 

È un primo passo. 

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Tornando ai Bluvertigo, Acidi è basi del 1995 è il vostro primo album in studio e Metallo non metallo (1997) il secondo. Ci racconti come avete lavorato a questi dischi?

Il primo album è un disco in cui io arrivai in corsa e infatti nei credits trovi scritto «con Sergio Carnevale», perché il batterista se ne andò mentre loro erano in studio. Feci delle batterie molto volanti, perché mancavano solo quelle, mentre il resto era tutto fatto. Entro nella band, firmo il contratto con loro e da lì parte tutto.

 

Per Metallo non metallo lavorammo un mese alle registrazioni nello studio Officine Meccaniche di Milano. La cosa molto divertente è che per ogni pezzo c’era «il santino»: in Cieli neri il santino erano i King Crimson e quella era la direzione che volevamo prendere. Ogni pezzo aveva delle situazioni che dovevano essere in qualche modo veicolate idealmente verso quell’ispirazione musicale, senza copiare, ovviamente.

Fu un lavoro molto bello, con tanta sperimentazione: voci fatte dentro i pick up della chitarra, batterie passate dentro gli amplificatori del basso, saturazioni… non c’erano i plug-in, per cui tutto quello che è il suono che siamo riusciti a ottenere è stato frutto di un lavoro di ricerca certosina. Potevamo stare tre ore sul suono di un charleston passato, filtrato ed effettato per poi dire: «è una merda, rifacciamo tutto». È stato divertente e molto stimolante, sia dal punto di vista professionale sia della ricerca del suono. Ho dei ricordi molto belli di Metallo non metallo.

 

Quando registrammo l’album Zero [1999, ndr] avevamo un budget più consistente. Con la vittoria degli MTV Music Award appena conseguita eravamo famosi, ma non siamo mai stati mainstream. Non siamo mai stati una band da centro, ma neanche un gruppo da prima serata nelleTV tv generaliste. Siamo stati sempre un crossover strano, forse un po’ troppo avanti con i tempi e capito troppo tardi. Speriamo che adesso la gente se ne accorga e mi aspetto che venga in tanti ai nostri concerti.

 

Sull’album Zero c’è la mano di David Richards, già al servizio dei Queen, noto produttore discografico e ingegnere del suono.

L’album lo abbiamo mixato nel suo studio, quello dei Queen. Le registrazioni le facemmo in vari studi a Milano e poi, per un mese, siamo andati in quello studio a Montreux a mixare il tutto. David Richards mixò originariamente Always Crashing in the Same Car di Bowie, che noi inserimmo come cover nel nostro album, sempre mixata da Richards. Mi ricordo che c’erano la batteria Ludwig cromata e la batteria elettronica con cui programmavano le basi ritmiche. Ci sono passati tutti i big della musica internazionale lì dentro. Una figata!

 

 

L’assistente di studio ci mostrò un preset che aveva fatto Brian Eno e allora ci siamo detti: «dobbiamo usarlo di default!». Era il periodo in cui era venuto fuori Pro Tools, a cui noi abbiamo fatto una sorta di doppio passaggio: avevamo Pro Tools da una parte che entrava nel banco mixer, per cui c’era il suono digitale e poi quello analogico. Si usavano comunque i nastri per comprimere le batterie, poi passarle sul digitale e quindi ancora sul banco analogico. È stato molto bello perché avevamo la libertà di fare cose diverse ed era veramente sperimentazione e avanguardia della tecnologia.

 

Oggi è più facile fare dischi e ciò ha portato a una quantità ragguardevole di uscite musicali. Con la tecnologia che c’è oggi, a casa puoi incidere tranquillamente un album. Una volta dovevi andare in studio e lo studio costava. Le Officine Meccaniche, all’epoca, costavano 750 mila lire al giorno: erano tanti soldi.

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Zero ha avuto una produzione molto costosa, in un momento in cui l’industria discografica aveva ancora margini economici notevoli.

Da lì in poi le case discografiche si sono fuse l’una nell’altra ed è arrivato lo streaming, facendo crollare le vendite dei supporti fisici; di conseguenza non avevano più quei budget a disposizione. Noi abbiamo goduto di finanziamenti importanti proprio alla fine di quel periodo. Quando i dischi si vendevano, l’industria discografica si poteva permettere cose che poi non ha più potuto fare, per cui tutto si è ridimensionato ed è cambiato.

 

Nel registrare le batterie negli album dei Bluvertigo avevi totale fantasia e creatività nel creare i groove e i fill?

Quando si lavora in gruppo c’è sempre un confronto e quando eseguo una take chiedo sempre il parere agli altri. Ci si confronta, modifico e la risuono in base ai vari suggerimenti finché non esce quella che mette d’accordo tutti.

 

Su La crisi c’è un punto dove si ferma tutto e quello stop è venuto fuori in studio di registrazione mentre stavo facendo la take; non ero convinto di quello che stavo suonando e mi sono fermato con un fill improvvisato talmente bene in battere, per pura casualità, perché non era assolutamente voluto o cercato. Dall’altra parte mi hanno detto: «Figata! Rientra da quel punto in poi» [ride]. Era un errore, ma è talmente incastrato a tempo nel brano che sembra studiato! A volte queste cose capitano in studio.

 

Quando feci il session man per i Baustelle sul disco Amen, uscito nel 2008, c’era il produttore Carlo Ubaldo Rossi che mi diceva: «Metti il piatto qui, il fill qui, fai questa cosa…» e io cercavo di eseguire. Le idee erano sue e io ho suonato come diceva e voleva lui. Poi gli ho detto: «Posso farti una take a mio gusto?». Ho fatto la registrazione senza pensare e mi ha detto: «Stai suonando meglio!». «Eh, grazie al cazzo! Non penso a tutto quello che devo o non devo fare nei vari punti del brano».

 

Tutto ciò rientra in un mio problema e in una mia mancanza: non sono il batterista che si scrive le cose e legge le partiture. Se penso troppo a dove mettere o non mettere quel piatto vado già in agitazione. Nel momento in cui sono libero mentalmente faccio una take che sento più mia. Sta poi al produttore decidere quale usare. Ma l’intuizione, l’espressività, avvengono solo in quel momento, non possono essere dettate da una rigida partitura. Io non funziono così e in quei casi non sono il batterista giusto. Belli i Baustelle, però il mio batterismo è questo.

 

I Bluvertigo hanno vissuto l’ultimo momento dell’industria discografica. Oggi un gruppo come i Bluvertigo potrebbe ripetersi in quello che avete fatto voi? Ci saranno dei nuovi Bluvertigo in futuro?

Ma magari! Quello spazio lì non se l’è acchiappato nessuno, perché quella specie di art-rock libero a trecentosessanta gradi senza guardare il genere, non lo ha fatto ancora nessuno. 

 

Oggi le nuove produzioni appaiono più standardizzate.

Ma anche all’epoca. Noi siamo cresciuti con i Subsonica e loro hanno fatto sempre quella cosa lì che fanno ancora oggi; vanno dritti per la loro strada musicale. Non c’è niente d’improvvisazione. È un loro modo di suonare e un concetto totalmente diverso dal nostro, e non è che uno è giusto e l’altro sbagliato. Loro sono bravissimi, ma hanno il loro modo di essere, che è molto differente dal nostro.

 

 

Anche noi abbiamo sempre avuto le basi, ma abbiamo un atteggiamento punk dettato dal nostro «capitano», che è completamente pazzo, e dall’altra parte questo fa sì che noi siamo cresciuti con quell’atteggiamento, in totale libertà di espressione, che è quello che sto portando avanti adesso anche con i Marlene.

 

Un pezzo dei MK l’ho sempre eseguito in un modo, ma poi dal vivo ci metto dentro una roba, Lagash si gira perché capisce e si mette a ridere e poi mi dice: «Figata!». Mi permetto queste licenze perché mi vengono naturali e devo cercare sempre di divertirmi mentre suono. Mi annoierei a fare sempre la stessa identica cosa.

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Come avete costruito la fanbase dei Bluvertigo? Al tempo non c’erano i social, che oggi sono un fattore determinante per la visibilità.

Radio Popolare passava tutti i gruppi alternativi, mentre a noi ci odiava. Ci consideravano dei fighetti. Facevamo il verso agli anni Ottanta, ma non eravamo solo quello, anche se Andy si metteva le gonne e Marco si truccava. Per cui era un atteggiamento che per loro era eccessivo, perché al tempo c’erano riviste musicali come Rumore o Il Mucchio Selvaggio che, se ti etichettavano come alternativo, ok, sennò eri uno sfigato. Poi c’era la parte mainstream, come potevano essere Tv Sorrisi e Canzoni e il Festival di Sanremo, e noi non siamo mai stati nemmeno quella cosa lì.

 

Per cui è sempre stato difficile venir fuori e abbiamo costruito la nostra credibilità suonando veramente tanto. Quando uscì Metallo non metallo il primo singolo estratto fu Il mio mal di testa. Quel brano venne trasmesso in un momento storico in cui VideoMusic stava scemando e dall’altra parte non c’era più niente. Per cui il videoclip decidemmo di non farlo, perché non sarebbe servito a nulla, e la nostra fortuna è stata che poi arrivò MTV e le cose per noi cambiarono radicalmente. Loro, essendo esterofili e arrivando con uno sguardo più aperto rispetto alle tv nostrane, ci considerarono diversamente.

 

Nel 1998 vincemmo gli MTV Music Award e potevamo essere il fiore all’occhiello della musica italiana nel mondo, perché il nostro sound era internazionale. Quando vincemmo quel premio, in lizza con noi c’erano Vasco Rossi, Ligabue, 99 Posse e Articolo 31 e tutti rappresentavano un sound che all’estero non se lo sarebbero mai cagato. Noi avevamo un’immagine da boy band, apparentemente molto colorata, ma in verità si suonava per davvero.

 

 

Nel 2002 aprite il concerto di David Bowie. 

Quello fu un momento storico. Peccato non avere foto. Ci siamo trovati ad aprire il concerto di Bowie perché il batterista dei Travis si fece male e non poterono esibirsi, così ci trovammo noi ad aprire David Bowie davanti, peraltro, a un pubblico affine alla nostra musica. Bowie, finito il suo show, se ne andò subito perché aveva un impegno a Nizza il giorno dopo. Abbiamo avuto giusto il piacere di un saluto veloce.

 

MTV StoryTellers nel 2008 fu un’altra vostra bella performance in chiave più intima.

Fu un live più acustico e riarrangiammo i brani in quella chiave lì, inframezzati da nostre interviste tra un brano e l’altro. Non fu una novità per noi, in quanto dopo l’uscita di Zero facemmo una situazione analoga, tutta processata attraverso Pro Tools, e i suoni erano esattamente come in studio. Un suono molto freddo e digitale, senza amplificatori sul palco.

 

Per poi passare alla seconda parte di quel tour, dove abbiamo abbandonato tutto e tenuto solo un click in cuffia per lanciare i pezzi, tutto riarrangiato senza sequenze. Molto rock! L’ultima parte, invece, era un ibrido tra le due situazioni sopracitate. Tutto ciò fa parte del nostro essere. No regole!

 

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Com’erano i backstage dei Bluvertigo negli anni Novanta?

Eravamo ragazzi e avevamo una cazzimma completamente diversa. Considera che al tempo di Metallo non metallo avevo ventotto anni e trovarsi in giro a suonare, avere i propri camerini, le fan e tutto quello che ne consegue, erano momenti divertenti e goliardici. Non ci siamo risparmiati, questo lo posso dire [ride].

 

Quando ti intervistai per il mio libro Visti da dietro. La musica raccontata dai batteristi, mi raccontasti di una serata milanese con David Byrne.

C’erano dei miei amici galleristi che organizzarono una mostra di David Byrne a Milano. Essendo loro impegnati, mi chiesero di portare Byrne in giro la sera. Io avevo una vecchia Polo e passai a prendere Marco e Andy e poi caricai lui. Abbiamo passato una settimana dove lo abbiamo accompagnato per concerti, locali e serate varie. 

 

Nel 2001 partecipate a Sanremo con il brano L’assenzio. Come arrivaste al Festival?

A noi di Sanremo non ce ne fregava niente, perché avevamo già la nostra considerazione e per noi era solo una vetrina. Arrivammo con un pezzo che trovo attuale ancora oggi. Da una parte sono orgoglioso di essere arrivato ultimo, ma dall’altra non ci ha fatto bene, perché il brano è molto forte e forse un po’ troppo avanti per i tempi. Andò come andò.

 

Alla nostra seconda partecipazione, nel 2016, portammo una canzone che s’intitola Semplicemente, un pezzo che io non ho mai amato, però Marco era in fissa con quel brano. Secondo me lo facemmo anche un po’ troppo in fretta. In questo tour quel brano non c’è in scaletta.

 

Prima abbiamo citato la tua collaborazione con i Baustelle. Come ti sei trovato con loro e con il loro leader Francesco Bianconi? 

Quello che ti posso dire è che loro sono molto bravi, Amen è un bel disco e Francesco è molto bravo nella scrittura. I pezzi, dopo un po’, risultano sempre quella roba lì. Loro, per scelta, hanno quel sound ben delineato e lo portano avanti. Non c’è rock ‘n roll, è tutto fottutamente mentale, per cui le cose sono sempre le stesse. Almeno quando ci ho suonato io era così.

 

Nel tempo poi non ci siamo più visti, ma adesso so che hanno una bella band e spero che un’evoluzione ci sia stata. All’epoca soffrivo un po’ del fatto che suonavamo troppo legati: «Sleghiamoci un attimo, usciamo un minimo dal seminato…». Le cose invece erano tutte molto diritte e inquadrate. È il loro modo di essere, alla fine. Non è una critica.

 

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Come mai, secondo te, si è esaurito il decennio del rock italiano anni Novanta?

I Baustelle, i Verdena – grande band – sono quello che è venuto dopo quel decennio. Non saprei dirti, le cose sono andate come sono andate e c’è stata una deriva verso l’hip hop e la trap di oggi, tutta ’sta merda che comunque ha scassato le balle per tanti anni e che ora si sta ridimensionando.

 

Spero e credo che ci siano delle nuove leve di giovani ragazzini che inizino a guardare a quel passato che rappresentavamo noi come a un esempio da cui poter trarre qualche spunto interessante.

 

Suoni all’Heineken Jammin’ Festival sia con i Bluvertigo sia con i Baustelle. Un palco importante.

Nel 2008 con i Baustelle suonammo prima dei Police. Nell’edizione del 1999 con i Bluvertigo c’era un cartellone da urlo: noi, Placebo, Hole, Blur e Marilyn Manson all’apice della sua popolarità. Nel 1997 aprimmo un concerto dei Tears for Fears, abbiamo aperto agli Oasis nel 1996…

 

Che sensazioni avevi in un palco così grande e importante come quello del Jammin’ Festival?

Beh, ti caghi anche un po’ sotto e intorno a te hai dei super professionisti e dei tuoi miti. Devi cercare di fare bella figura e non fare figure di merda. Ammetto che c’era un po’ di tensione, anche perché tutto viene allestito in maniera molto veloce e devi sperare che tutte le cose funzionino. Una serie di stress non indifferenti. Una volta che sei su parti e via! È un momento bello intenso.

 

Tu collabori con Max Pezzali in studio incidendo alcuni brani nel disco Terraferma del 2011 e facendo quattro tour con lui. Come arrivi a suonare con Max?

Ci arrivai tramite Pierpaolo Peroni, perché era il braccio destro di Cecchetto, il quale lavorava con Max. Volevano cambiare la band, dove tra l’altro avevano dei turnisti di prim’ordine.

 

Ricordo questi live con un’attitude da sessionman – come ti dicevo prima – senza l’anima. Va bene che è Pezzali, ma tutto è impacchettato, tutto perfetto, tutto sempre allo stesso modo e non c’è mai niente fuori posto. Questo modo di suonare lo trovo distante dal mio essere ed è tutto quello che non mi rappresenta.

 

Se penso a quando suonavo Hanno ucciso l’uomo ragno, il fill non era mai uguale: lo facevo sempre sullo stesso punto, ma ogni sera era diverso, anche perché non me lo ricordavo. Posso ricordarmi uno stop, ma non esattamente il tipo di fill. Mi piace avere questo mio atteggiamento e mi gasa questa cosa.

 

Max Pezzali è una persona meravigliosa, di una simpatia indicibile. È stato sicuramente un gran bel lavoro, molto professionale, con palchi enormi e una produzione di livello superiore: la mensa che viaggiava con noi, un palco di venticinque metri…

 

In studio come ti sei trovato invece?

Il pezzo era quello e lo dovevo suonare in quel modo; scelgono la take migliore e via. Citando i Bluvertigo ti dico che «sono come suono».

 

Quando ci siamo incontrati l’ultima volta mi dicesti che voi Bluvertigo avete delle registrazioni inedite con Franco Battiato.

C’è un lavoro che speriamo prima o poi venga alla luce. Le registrazioni risalgono al 2002 e noi suonammo i suoi pezzi con lui alla voce, mentre lui cantò Altre forme di vita con noi. Meraviglioso.

 

 

Francesco Rondolini

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 Immagine di Angela_Anji via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC-SA 2.0.

 

 

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Patti Smith avrebbe dato in adozione sua figlia con la promessa che non fosse cresciuta cattolica. Ora è accolta dal papa

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Ecco servite le immagini che tutti giornali, giornaloni, giornaletti si aspettano: Patti Smith in Vaticano, va a trovare il papa, che sarebbe puro suo concittadino chicagoano. Sono quelle notizie per le quali dovremmo provare stupore, curiosità, forse – pensano i padroni del discorso – perfino gioia.   È, crediamo, quello che spera il gesuita Antonio Spadaro, già sostenitore di pellicole che esaltano l’apostasia invece del martirio (il terrificente Silenzio di Martino Scorsese) ed autore di pensieri come «Gesù appare come fosse accecato dal nazionalismo e dal rigorismo teologico», che a dir il vero credevamo per qualche ragione messo da parte dallo stesso Bergoglio che lo aveva dapprima innalzato (lo ha fatto con tanti).  

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«Quando quella porta si è aperta è successo qualcosa… una scintilla non priva di “siparietti”, ma anche un senso di profonda commozione e di una missione in questo mondo difficile. Due americani, due di Chicago, due figure altissime che sono voci di speranza per un mondo diviso: la “sacerdotessa” del rock Patti Smith come viene chiamata, e il Santo Padre papa Leone. Una lunga udienza che è stata come una conversazione tra due persone che si scoprono vecchi amici e condividono ricordi fatti di parole e musica, di sogni, visioni e speranze di ieri e di oggi».   Il post del gesuita, tra il melenso e il pretenzioso (con qualche immancabile segno inquietante, come l’uso della parola «sacerdotessa») rappresenta, con probabilità, il più grande spreco neuronale della settimana. Ma va così.   Lo Spadaro, un tempo definito lo «spin doctor» del papa precedente, continua spindoctorare con immagini e didascalie zuccherose sino all’insulino-resistenza.   Per chi, come il lettore di Renovatio 21, intuisce che vi sono – sempre – dinamiche profonde in gioco, potrebbe scattare un senso di fastidio. Ancora di più se poi ci si ricorda di alcune cose – ma sappiamo che i giornali sono fatti, appunto, non per rammentare, ma per dimenticare.   Ad esempio, dovrebbe essere chiaro a tutti che non si tratta della prima volta che la «madrina del punk» (la chiamano così: ma a noi sembra che la sua musica sopravvalutata e scadente nulla abbia a che fare col genere) si reca in Vaticano. Con evidenza i suoi sponsores vaticani continuano a riscaldare la ministra. Forse perché le sue canzonette ebeti sono legate alla loro vita di religiosi mezzi ribelli, preti un po’ pentiti e sicuramente rovinati dalle chitarre del Concilio Vaticano II.   Noi in effetti la ricordiamo in piazza San Pietro a stringere la mano di papa Francesco fresco di elezione. L’americana, ci era rimasto impresso, aveva questa espressione caprina… Eccola invitata a suonare al concerto di Natale in Vaticano nel 2014. Un altro invito a suonare nella città-Stato nel 2021.   Nel frattempo, l’incompatibilità dell’anziana rocker con la morale cattolica era stata reiterata: nel 2018 aveva dichiarato alla stampa che «salvare la vita delle giovani donne è più importante di qualsiasi ideologia». Sapete cosa significa: la trita convinzione, profusa a piene mani da radicali e dai loro omologhi dagli anni Settanta (e che mai hanno sentito il bisogno di aggiornare), secondo cui l’aborto legale, che uccide i bambini non ancora nati, «salvi la vita» delle madri impedendo loro di morire praticando figlicidi autonomamente.

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Non solo, nel 2022, l’ugola vegliarda definì «terribile» l’annullamento della sentenza Roe v. Wade (cioè la fine dell’aborto concepito come diritto federale americano) da parte della Corte Suprema degli Stati Uniti, affermando che le aveva spezzato il cuore.   Ma che importa. Oggi i monsignori pattismittisti impenitenti ci ricicciano la vecchia perfino al padiglione della Biennale di Venezia, quella attaccata dall’Europa per la presenza del Padiglione russo, che sta lì dal 1914. Capiamoci: il Vaticano, il Paese che può rivendicare il più grande ruolo nella Storia dell’Arte, con capolavori seminati nei secoli ovunque, alla Biennale Internazionale dell’Arte mostra… Patti Smith. È, sì, davvero disperante.   Vanno spese due parole sulle interazioni tra la Smith e il cattolicesimo, perché ce ne sono state, e sono spesso problematiche, quando non spaventose.   Innanzitutto, la Smith non è, come forse pensano i più, una lapsa. Non è una delle usuali ragazze cresciute nell’America cattolica che ad una certa perdono la strada, divenendo attrici, pornostar, cantanti o altre pizie della società della dissoluzione. La famiglia della Smith è… testimone di Geova.   L’attrazione per concetti cattolici apparrebbe, quindi, in qualche modo indotta da preferenze estetiche. Scrivono che si sarebbe interessata della storia dei Santi, in particolare a San Francesco, concepito come santo ambientalista – eccerto. La vedete, anche nella foto sopra, con un bel Tau francescano al collo.   Tuttavia in queste ore è un altro il riferimento, a dire il vero inquietante, che qualche giornale ha riconosciuto. La Smith avrebbe salutato Leone dicendo «hi, hi», «ciao, ciao». Si tratta di un’espressionr che aveva usato nell’oscura canzone che dava il titolo ad uno dei suoi album più noti, Wave. «Hi, hi» era l’apertura di un dialogo immaginato tra la cantante e Giovanni Paolo I, Albino Luciani, il cui papato era durato pochissimo, quanto la registrazione del disco, e che era morto quando il pezzo, angosciante, fu inciso.   Insomma, la Smith parla al papa vivo come quando parlava al papa morto.  

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Riferimenti li possiamo trovare anche altrove, come nella canzone Dancing Barefoot, qualcuno definita come un «incantesimo». La canzone dice di essere dedicata alle donne, in particolare all’amante di Amedeo Modigliani, Jeanne Hébuterne (1898-1922), che si suicidò all’ottavo mese di gravidanza appena due giorni dopo la scomparsa di Modigliani.   Ebbene la canzone termina con un pezzo recitativo, le cui ultime parole sono «blessed among women», «benedetta fra le donne». Lasciamo al lettore interrogarsi su tale riferimento mariano calato in questo contesto raccapricciante.     In realtà, l’ambiente da cui proviene la Smith è molto più raccapricciante di così. In molti dimenticano che la sua carriera era partita assieme a quella del suo compagno, il fotografo Robert Mapplethorpe (1946-1989), con cui, dice, ha condiviso anni di amore e povertà a Nuova York alla fine dei Sessanta.   Mapplethorpe era cresciuto in una famiglia cattolica all’interno di una parrocchia neoeboracena. Divenuto artista dapprima vendendo bigiotteria a tema religioso, era inserito, con la sua girlfriend, in quel milieu culturale dove spopolava la «Factory» di Andy Warhol. Si racconta che lui e la Smith si considerassero «muse» l’uno dell’altra.

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Più avanti, come fotografo, vi fu la svolta. I suoi scatti lo rendono, ancora oggi, famosissimo, ma a guardarli ci si chiede cosa c’entri Patti con lui, visto che si tratta di foto che non è nemmeno possibile definire «omoerotiche»: sono foto di pornografia omosessuale anche violentissima (al punto, in un episodio famoso, che la polizia britannica chiese lo strappo di alcune pagine di un suo libro in una biblioteca), immagini invero rivoltanti che, scrivono antisetticamente le storie dell’arte e pure l’enciclopedia online, «documentano ed esaminano la sottocultura BDSM gay maschile di New York City tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta».   Per chi non lo sapesse, il BDSM sta per «bondage, discipline, dominance and submission, sadomasochism», ossia la sottocultura organizzata attorno alla perversione del sadomasochismo. In pratica, il moroso della Smith – che non disdegnava di autofotografarsi con i cornetti, talvolta pure con corna di capro o simili – contribuì più di chiunque altro allo sdoganamento, con la scusa dell’arte, della parafilia più indegna e violenta, oggi bellamente accettata dalla società e interamente visibile nei gay pride: prima che per le strade della vostra città, omosessuali al guinzaglio erano finiti nelle mostre e nei cataloghi di Mapplethorpe.   Il quale non è che si limitasse a fare foto. Nel suo libro di memorie Taking Woodstock (poi divenuto pellicola per la regia di Ang Lee), lo scrittore gay Elliot Tiber racconta di un incontro in cui Robert Mapplethorpe lo prelevò in una sauna di Nuova York e lo portò in un loft per un rapporto sessuale sadomasochista sotto una bandiera nazista con la svastica. L’estetica hitlerista, lo sappiamo, eccita non poco alcuni omosessuali, specie quelli con certe pulsioni di degrado e dissoluzione.   La vulgata vuole che, una volta che Mapplethorpe capì il suo orientamento, il rapporto amoroso con la Smith cessò, tramutandosi in una amicizia durata sino alla sua morte nel 1989, causata, non un dettaglio scioccante, dall’AIDS. Nella sua autobiografia Just Kids, la Smith sostiene che inizialmente nutriva l’idea romantica di poterlo salvare dalla sua attrazione per gli uomini, e di essere stato emotivamente sopraffatta quando lui le rivelò la sua omosessualità e si unì alla comunità gay. Non si capisce allora, ma questi siamo noi, come possa aver continuato l’amicizia, anche quando, vista la sua arte, era chiaro quale strada terrificante il ragazzo stesse imboccando.   Tuttavia, è un altro il dettaglio che può colpire, e non siamo in grado di giudicarne la veridicità, perché comparso in una biografia non autorizzata apparsa a fine anni Novanta. In Patti Smith: An Unauthorized Biography l’autore Victor Bockris scrive della prima figlia avuta a vent’anni in Pennsylvania dalla cantante, poco prima di trasferirsi a Nuova York e conoscere Mapplethorpe.   Secondo il libro, «nonostante le dichiarazioni successive di Patti secondo cui avrebbe avuto un parto cesareo (e una grande cicatrice a provarlo), ha detto ad almeno un’amica intima che ha avuto una nascita vaginale regolare. Indipendemente dal metodo di parto, Patti ha aderito al suo piano di dare in adozione la bambina, con il solo caveat che non dovesse essere cresciuta cattolica».   Fermo restando che siamo, sinceramente, grati a Patti di non aver ucciso la sua primogenita, non possiamo non restare sconvolti da questa informazione, che ripetiamo non sappiamo verificare, la vediamo solo riportata in questa biografia non autorizzata. Perché l’esclusione del cattolicesimo? È molto controintuitivo: la Smit, ripetiamo, non era una ragazza fuggita dall’ambiente cattolico, era una Testimone di Geova… E in un altro caso famoso, quello dell’adozione di Steve Jobs, i giovani genitori biologici, si ricorda, avevano chiesto il contrario – che i genitori adottivi del futuro inventore di Apple fossero cattolici, desiderio che fu poi disatteso.   Non sappiamo dire di più di questa strana storia, se non rimanere affranti davanti a questa ennesima iniezione di Patti Smith nel cuore della cristianità.   Non c’è chiarezza. Non appare nessun pentimento rispetto a nulla, eppure il romano pontefice è lì a stringerle la mano, sorriderle, concederle tempo: cioè a rilanciare, presso i fedeli cattolici, il messaggio artistico ed esistenziale di Patti Smith.   Non siamo distanti, notiamo, da altri casi, alcuni dei quali allignano persino nel governo, di signore che hanno fatto cose indicibili negli anni Settanta e poi sono state cooptate dalle strutture ecclesiastiche e cattopolitiche senza che vi sia stata una minima storia di conversione.   E quindi, il quadretto è chiaro: dentro le Patti Smith, fuori i cattolici, fuori la FSSPX, con terrorismo nelle diocesi e nelle parrocchie, dove la scorsa settimana sono state fatte, in varie parti d’Italia, omelie che annunziavano la scomunica per cui i fedeli che frequentano la Fraternità – cioè, per coloro che, più che ascoltare Patti Smith, desiderano di restare cattolici.   Siamo all’inversione assoluta, con punte di parodia e di satanismo piuttosto evidenti.   Questa è Roma oggi. Questo è ciò contro cui combatteremo fino a che non sarà riportato l’ordine di Nostro Signore.   Roberto Dal Bosco  

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Immagine di Birgit Fostervold via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International; immagine tagliata  
   
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Accuse di abusi sessuali anche per lo strano divo Jared Leto, padrone del Laurel Canyon

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L’attore hollywoodiano Jared Leto, pure frontman della rock-banda di successo Thirty Seconds to Mars, è al centro di un recente documentario della BBC in cui quattro donne lo accusano di molestie sessuali, secondo quanto riferito mercoledì dall’emittente britannica.

 

Le accuse esposte nel documentario Jared Leto: Hollywood’s Dark Secret» riguardano il periodo dal 2002 al 2016. Stando al documentario, tutte e quattro le donne erano minorenni all’epoca dei presunti incontri con l’attore e musicista.

 

Una di loro ha dichiarato di essere stata «aggredita sessualmente nel bagno di un motel» quando aveva 17 anni. Un’altra ha raccontato di essere stata minacciata di «violenza sessuale» da Leto all’età di 19 anni, dopo essere stata lasciata improvvisamente sola con lui in una stanza d’albergo.

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Una terza donna ha affermato di aver avuto una relazione sessuale con la star di Hollywood in California all’età di 17 anni, circostanza che in quello Stato configura il reato di stupro di minore. Secondo il documentario, Leto avrebbe «minimizzato» una conversazione sull’età del consenso, fissata a 18 anni in California.

 

Una quarta donna ha riferito che Leto le avrebbe fatto «ripetute telefonate a sfondo sessuale» quando aveva 16 anni e le avrebbe proposto almeno una volta di avere rapporti sessuali. Ha aggiunto di aver ricevuto in seguito un accordo di riservatezza, che però ha rifiutato di firmare.

 

Altre quattro donne hanno raccontato alla BBC di aver ricevuto «telefonate strane e spesso a sfondo sessuale da Leto quando erano più giovani».

 

La BBC ha dichiarato di aver intervistato complessivamente dieci donne, nove delle quali hanno parlato pubblicamente per la prima volta. Hanno affermato di aver incontrato Leto quando lui aveva tra i 30 e i 40 anni. L’emittente ha spiegato di aver verificato parte di diverse testimonianze attraverso parenti e amici, oltre a fotografie e messaggi che supportavano alcune delle dichiarazioni.

 

Il documentario si collega alle precedenti accuse pubblicate da Air Mail nel giugno 2025, quando nove donne accusarono Leto di molestie sessuali che, a loro dire, sarebbero avvenute quando erano minorenni, tra il 2006 e il 2009. Le testimonianze includevano telefonate notturne, comportamenti espliciti e avances inappropriate.

 

All’epoca, il rappresentante di Leto aveva negato che l’attore si fosse reso responsabile di condotte sessuali scorrette o di relazioni inappropriate con donne.

 

Si tratta, per il Leto, di un #Metoo che arriva in colossale ritardo, e ci si chiede perché mai solo ora arrivino le accuse.

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Va detto che nella vita e nella carriera di Leto vi sono elementi pieni di interesse. Il vero successo arriva con un film, Texas Buyers Club (2013), dove interpreta un transessuale malato di AIDS. Per l’interpretazione nel 2014 l’attore ha ricevuto il premio Oscar per il miglior attore non protagonista. Per alcuni si è trattato del segnale di start per l’immissione indiscriminata di personaggi ed attori transgender nel cinema hollywoodiano, tradottasi dal 2024 (96ª edizione) con i Representation and Inclusion Standards dell’Academy, cioè criteri di eleggibilità per la categoria Miglior Film (Best Picture).

 

 

Per inciso, secondo una credenza ricorrente, ma non esplicitata nel film, il cattivo della storia di Texas Buyers Club sarebbe stato il dottor Anthony Fauci, accusato di aver dato alla comunità dei malati di AIDS (tra cui, inizialmente, una maggioranza schiacciante di omosessuali) un farmaco che avrebbe cagionato la morte di moltissimi. Il Fauci all’epoca era plenipotenziario per l’emergenza HIV, e andava in TV diffondendo fake news plateali come quella secondo cui i contatti domestici erano sufficienti a trasmettere il virus.

 

Va infine notata la strana scelta abitativa del Leto. Il divo nel 2015 ha comprato l’ex Lookout Mountain Air Force Station, un vecchio complesso militare che fungeva da studio cinematografico segreto della Guerra Fredda situato nel quartiere di Lookout Mountain, a Laurel Canyon (Los Angeles). Pagandolo circa 5 milioni di dollari lo ha reso la sua residenza.

 

Si tratta di un luogo piuttosto particolare: un compound grande e isolato, con una storia legata a filmati propagandistici e – suppongono alcuni – alla produzione di video fake come quelli, dice una teoria circolante su internet, dei test nucleari, creati a fine psicagogico.

 

Le teorie su Laurel Canyon girano soprattutto attorno al libro Weird Scenes Inside the Canyon di David McGowan (2014), pubblicato in italiano con il titolo Nel cuore oscuro del sogno hippie. Spie, assassini e rockstar nella Hollywood degli anni ’60. Secondo l’autore, il Laurel Canyon sarebbe stato un’operazione della CIA e dell’apparato militare.

 

Di fatto, negli anni Sessanta e primi Settanta Laurel Canyon diventò improvvisamente il centro della scena rock/hippie californiana (The Doors, The Byrds, Frank Zappa, Crosby Stills Nash & Young, Joni Mitchell, Love, The Monkees, etc.). Secondo McGowan non fu un fenomeno spontaneo, ma un’operazione di controllo sociale orchestrata da ambienti militari e di Intelligence per canalizzare e «addomesticare» il movimento di protesta anti-guerra e anti-establishment promuovendo una controcultura basata su droga, sesso e musica invece che su un’opposizione politica lucida e più radicale.

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Molti musicisti chiave avevano genitori o parenti strettamente legati all’esercito, alla marina o all’Intelligence: Jim Morrison (il famigerato cantante dei Doors era figlio dell’ammiraglio George Stephen Morrison, pesantemente coinvolto nell’incidente del Golfo del Tonchino, l’operazione false-flag che diede il via all’intervento americano in Vietnam.

Frank Zappa aveva un padre che svolgeva la professione di chimico e ricercatore per progetti militari. John Phillips (The Mamas & the Papas), Stephen Stills, David Crosby e altri avevano background familiari simili.

Anche il nonno materno di Leto, va ricordato, era un militare dell’aviazione USA. La madre, curiosamente, aveva aderito al movimento hippy.

 

Marilyn Monroe viene spesso citata nelle teorie riguardo il Laurel Canyon: si dice che avesse legami con la zona, che frequentasse certi ambienti e che alcune versioni delle teorie sulla sua morte (1962) la colleghino a cerchie di potere, intelligence o ambienti occulti che gravitavano anche intorno al Canyon. Secondo alcune voci, la diva godeva di un pass per entrare nel complesso.

 

Altre voci riguardano altre star dell’epoca e pure collegamenti con il mondo delle sette – Charles Manson e la Family avevano contatti con la scena del Canyon.

 

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Immagine di Stefan Brending via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons CC-BY-SA-3.0 de

 

 

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Elon Musk è disposto a finanziare con 100 milioni di dollari Mel Gibson per un adattamento storicamente accurato dell’Odissea

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Elon Musk ha dichiarato di essere disposto a finanziare Mel Gibson con 100 milioni di dollari per realizzare un adattamento storicamente accurato dell’Odissea di Omero.   Il 22 luglio, Musk ha risposto a un post dell’utente X John Carter, il quale aveva scritto: «Voglio che Elon Musk dia a Mel Gibson 100 milioni di dollari per girare un adattamento dell’Odissea con navi, armature, armi e cast meticolosamente accurati dal punto di vista storico, con tutti i dialoghi tratti direttamente dal poema originale e recitati in greco omerico».   Musk ha risposto dicendo: «Ci sto».   Nel frattempo, il magnate aveva anche approvato il tentativo fatto di qualcuno in rete di fare un’Odissea storicamente accurata usando i video generati dall’Intelligenza artificiale di Musk, Grok.    

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L’adattamento dell’Odissea di Christopher Nolan è stato duramente criticato, soprattutto per la scelta di un cast «woke» incentrato su diversità, equità e inclusione (DEI), che include un ruolo per Ellen  Page, un tempo celebre attrice giovane che ora sostiene di essere un uomo di nome Elliot, che interpreta per qualche ragione il ruolo di Sinone, che nel poema omerico nemmeno appare, essendo invece un personaggio dell’Eneide di Virgilio. Il film è stato inoltre oggetto di critiche per numerose inesattezze storiche, come l’utilizzo di armature non adatte al periodo in cui è ambientata la storia.   Al centro delle critiche vi è pure la scelta di casting che vede l’attrice nerissima Lupita Nyong’o nel ruolo di Elena di Troia (definita da Omero «dalle bianche braccia»). Vi sono state inoltre critiche per i costumi e le armature, attaccati per scarsa accuratezza storica rispetto all’età del bronzo.   Elon Musk, che ha definito Nolan un «razzista anti-bianco». Nolan ha liquidato le polemiche definendole «irrilevanti», sottolineando che nascono prima che il pubblico veda il film e ricordando le critiche già affrontate con il suo Batman. Nonostante le discussioni online, il film ha comunque ottenuto un discreto di pubblico.   Alcuni sostengono che il Nolan abbia piazzato attori di colore e transessuali solo per ottenere i punteggi necessari per ottenere dei premi Oscar.   Non è chiaro se la promessa di Musk costituisca un’offerta definitiva a Mel Gibson. Tuttavia i film di Gibson, d’altro canto, sono lodati per la loro accuratezza storica, come La Passione di Cristo, in cui gli attori parlano in aramaico e latino, secondo la pratica in uso nella Terra Santa nel I secolo. Nel kolossal Apocalypto, diretto da Mel Gibson e ambientato nel 1511 in America Latina, tutti gli attori sono nativi americani che parlano solo la lingua maya.   Anche se Musk avesse offerto di finanziare la versione di «L’Odissea» diretta da Gibson, non è ancora chiaro se il regista accetterebbe il progetto. Ha infatti recentemente terminato le riprese di La Resurrezione di Cristo, l’attesissimo sequel di La Passione di Cristo, la cui uscita è prevista in due parti, il 6 maggio 2027 e il 25 maggio 2028. Era stato detto due anni fa che stesse pure preparando un film sull’assedio ottomano di Malta e l’eroica resistenza dei cavalieri.   Constatando incontrovertibilmente la purezza dell’intento artistico e spirituale dei suoi lavori, Renovatio 21 definisce da tempo Mel Gibson come il più grande artista vivente.   Due anni fa Gibson aveva scritto a monsignor Viganò attaccando la cerimonia di apertura delle Olimpiadi parigine: «hanno deriso la mia Fede», scrisse l’attore e regista. Quando arrivò la scomunica a Sua Eccellenza, Gibson scrisse ancora una volta a Viganò dicendo: «spero che Bergoglio scomunichi anche me dalla sua falsa chiesa».   Mel Gibson è figlio di Hutton Gibson, personaggio noto sia nella storia dei Quiz TV che del sedevacantismo cattolico: dotato di intelligenza e memoria prodigiosa, Gibson padre, un ferroviere che aveva combattuto la Seconda Guerra Mondiale nel Pacifico e testimoniato come la guerra renda gli uomini orrendi, partecipò al notorio quiz televisivo americano Jeopardy!, divenendo uno dei più grandi campioni di sempre e racimolando così il danaro necessario per emigrare con tutti gli 11 figli (tra cui Mel) in Australia, così evitando ai maschi la leva militare per il Vietnam, guerra che riteneva ingiusta.

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Hutton Gibson creebbe i figli nel tradizionalismo cattolico più rigoroso. Divenne quindi uno dei pensatore sedevacantisti più conosciuti nel mondo pre-internet.   Mel, divenuto divo di Hollywood, mai ha deviato dal solco paterno, nonostante tutti le tentazioni e i peccati in cui incorse.   L’uscita nel 2004 della Passione, film autofinanziato, costò a Gibson l’immediata accusa di antisemitismo: fu detto che il film descriveva i giudei come autore dell’assassinio di Cristo, cioè, in una parola, deicidi.   Non è sbagliato pensare che la guerra fatta da varie figure ed istituzioni ebraiche contro Mel Gibson e la sua Passione nascondesse un attacco a Hutton Gibson, che rappresentava la Chiesa preconciliare, e quindi la Chiesa che, rifiutando il documento del Concilio Nostra Aetate, respingeva l’idea di un accordo con il mondo ebraico, mantenendo viva l’accusa di deicidio nei confronti di nostro signore e la preghiera per la conversione dei «perfidi» (cioè, dall’etimo latino per fides, «dalla fede deviata») ebrei.   Hutton Gibson è morto nel 2020, sostenuto ed aiutato fino all’ultimo da Mel e dagli altri dieci figli. Aveva più di 50 nipoti.  

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