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Geopolitica

Il ministro degli Esteri austriaco: la Russia deve far parte della sicurezza europea

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Parlando alla School of International Affairs dell’Università di Parigi, o Sciences Po, «Youth & Leaders Summit» il 16 gennaio, il ministro degli Esteri austriaco Alexander Schallenberg ha criticato alcune delle azioni dei paesi occidentali rispetto alla guerra in Ucraina.

 

«Al “Youth & Leaders Summit” presso la Paris School of International Affairs della prestigiosa Sciences Po, il ministro degli Esteri ha parlato dell’architettura di sicurezza europea dopo la guerra di aggressione russa e del contributo che le giovani generazioni possono dare alla esso» scrive il ministero degli Esteri di Vienna. «Ha poi discusso, tra le altre cose, della non proliferazione nucleare… Nel pomeriggio si è svolto un incontro informale con gli studenti dell’università, tra cui alcuni austriaci».

 

«Uno dei compiti più grandi per il 2023 e per i prossimi anni è mantenere la nostra unità da un lato… e dall’altro mantenere il senso delle proporzioni» ha dichiarato agli studenti il ministro austriaco. «Dovremo preservare piattaforme come l’OSCE, che sono state create per ottime ragioni negli ultimi decenni. Le nostre azioni di oggi determineranno lo stato del mondo libero per gli anni a venire».

 

Allo stesso modo, riporta EIRN, lo Schallenberg ha detto nel suo incontro con il ministro degli Esteri Catherine Colonna, il primo tra loro, che «è importante pensare a come potrebbe essere una soluzione al tavolo dei negoziati, perché in un modo o nell’altro l’architettura di sicurezza europea dovrà includere la Russia come membro permanente del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e potenza nucleare. L’OSCE ha un ruolo importante da svolgere in questo come una delle poche piattaforme rimaste in cui i diplomatici russi e occidentali siedono l’uno di fronte all’altro», ha riferito il ministero.

 

All’Università di Parigi, ha quindi dovuto criticare il rifiuto della Polonia di consentire al ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov di partecipare alla conferenza annuale del Consiglio ministeriale dell’OSCE l’1 e il 2 dicembre, a Lodz, poiché Varsavia ha affermato di ritenere necessario «assolutamente isolare» Russia.

 

«La brutale guerra di aggressione istigata dalla Russia è una follia. Allo stesso tempo, dobbiamo anche pensare al giorno dopo, alla settimana dopo e ai mesi dopo», ha ribattuto Schallenberg.

 

Il ministero degli Esteri ucraino ha reagito in modo isterico: «gli appelli a continuare il dialogo con la Russia, a rispettarne la storia e la cultura aumentano il senso di impunità del Cremlino. Lo percepiscono esclusivamente come un invito a continuare il genocidio degli ucraini».

 

Il predecessore di Schallenberg agli Esteri, l’ex ministro Karin Kneissl del governo Kurz caduto improvvisamente, ha dichiarato in primavera che la Russia non sta crollando e la crisi era già qui. La Kneissl era ritenuta personalità molto vicina a Putin, che fu ospite al suo matrimonio e ballò con lei.

 

Come riportato da Renovatio 21, l’ex vicecancelliere austriaco Heinz-Christian Strache ha dichiarato lo scorso dicembre le sanzioni alla Russia stanno producendo «insolvenze e fallimenti di massa» in Europa.

 

Il cancelliere austriaco Karl Nehammer lo scorso luglio ha dichiarato che «la posizione dell’Austria è che un embargo sul gas è impossibile. Non solo perché l’Austria dipende dal gas russo, anche l’industria tedesca dipende da esso, e se crolla, anche l’industria austriaca crollerà e ci troveremo ad affrontare una disoccupazione di massa».

 

«Le sanzioni devono colpire maggiormente coloro contro cui sono dirette, ma non danneggiare coloro che le decidono» aveva detto il cancelliere alla stampa austriaca.

 

L’Austria non ha solo paura dei fallimenti economici: il capo dell’agenzia di sicurezza e intelligence austriaca (DSN) Omar Haijawi-Pirchner ha dichiarato la scorsa estate di non escludere la possibilità di rivolte nel Paese durante la probabile crisi energetica che potrebbe pararsi innanzi al Paese.

 

In Austria attualmente l’FPO, il partito fondato da Joerg Haider che ora ha le posizioni più anti-immigrati e anti-sanzioni di tutto l’arco politico viennese, è primo nei sondaggi.

 

 

 

 

Immagine di Karl Gruber via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 4.0 International (CC BY-SA 4.0)

 

 

 

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Geopolitica

Israele rifiuta la pressione degli Stati Uniti per fornire batterie di difesa aerea all’Ucraina

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Gli Stati Uniti starebbero facendo pressione su Israele perché trasferisca i suoi vecchi missili antiaerei Hawk in Ucraina per favorire il regime di Kiev contro la Russia. Lo riporta la testata amercana Axios.

 

Israele ha 10 batterie Hawk, insieme a centinaia di intercettori per loro, che ha ritirato dieci anni fa e ha tenuto in deposito.

 

Inoltre, il funzionario israeliano sentito da Axios ha riferito che i sistemi Hawk di Israele sono «obsoleti» e disfunzionali per essere stati immagazzinati a lungo senza manutenzione.

 

Al contempo, i funzionari israeliani ribattono che mentre i lanciatori potrebbero essere completamente disfunzionali, le centinaia di intercettori Hawk che Israele ha in deposito possono essere rinnovati e utilizzati.

 

Tuttavia, il ministero della Difesa israeliano ha ribadito ad Axios in una dichiarazione che «la posizione dell’establishment della sicurezza israeliana [sulla concessione di aiuti militari all’Ucraina] non è cambiata. Ogni richiesta viene esaminata caso per caso».

 

Come riportato da Renovatio 21, le pressioni dell’amministrazione Biden su Tel Aviv per la fornitura di armi a Kiev risale ad inizio conflitto.

 

Tre mesi fa l’ex presidente russo e attuale vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo Dmitrij Medvedev aveva messo in guardia Israele dal fornire armi all’Ucraina in risposta alle affermazioni secondo cui l’Iran sta vendendo missili balistici e droni da combattimento alla Russia.

 

Israele a inizio 2022 ha rifiutato la vendita di armi cibernetiche all’Ucraina o a Stati, come l’Estonia, che potrebbero poi rivenderle al regime Zelens’kyj.

 

Il ritorno al potere di Bibi Netanyahu, uomo con forti e pluriennali relazioni con Putin (che, si dice, andava a trovare a Mosca anche due volte al mese), parrebbe non favorire Kiev – o così sembra al momento, per lo meno.

 

Nel frattempo, è emerso che la guerra ha raddoppiato l’immigrazione in Israele da parte di cittadini ucraini di origine ebraica.

 

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Geopolitica

La Turchia lascerà la NATO tra 5 o 6 mesi: politico turco

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Ethem Sancak, vice leader del Vatan Partisi 0 il Partito patriottico di Turchia – ha suggerito che la Turchia potrebbe lasciare la NATO entro cinque o sei mesi.

 

«Gli sviluppi ci spingono a compiere tali passi. Ce lo fa fare la NATO con le sue provocazioni. La Turchia lascerà la NATO tra cinque o sei mesi. Hanno cercato di farci prendere dal fuoco incrociato in Medio Oriente. Infine, puoi vedere campagne contro il Corano in Svezia e nei Paesi Bassi», ha detto il quotidiano del partito Aydinlik facendo riferimento alle proteste viste in Svezia, con l’effige del presidente Erdogan calpestate e il Corano bruciato in pubblica piazza.

 

Il Sancak, un businessmen considerato vicino all’Erdogano, ha fatto poi riferimento a recenti sondaggi che mostrano che almeno l’80% della popolazione turca ritiene che «gli Stati Uniti siano un paese che conduce la politica più ostile e distruttiva» nei confronti della Repubblica – un sentimento strisciante non nuovissimo in Anatolia, riemerso anche dopo l’attentato terroristico a Costantinopoli dello scorso novembre.

 

«Il popolo turco ha recentemente mostrato simpatia per la Russia e Putin», ha concluso il politico. Come noto, la posizione di Ankara riguardo alla guerra in corso, è piuttosto anfibola: vende droni a Kiev (i Bayraktar, dell’azienda controllata dal genero di Erdogan) ma al contempo riesce a tenere tutte le porte aperte con la Russia di Putin.

 

Il 19 gennaio, il Vatan Partisi ha annunciato una campagna nazionale affinché la Turchia lasci la NATO.

 

Il Partito Patriottico si considera un partito nazionalista nella tradizione di Müstafa Keml Ataturk, il leader fondatore della Repubblica Turca. Il partito  sostenuto la politica del governo nei confronti di Russia e Ucraina, nonché la Belt and Road Initiative, cioè il colossale e controverso progetto di «Nuova via della Seta» intrapreso da Pechino, e ora, dopo il COVID e le tensioni internazionali, messo in forse.

 

Come riportato da Renovatio 21, ad aprile 2022 il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu ha accusato alcuni alleati della NATO di voler prolungare la guerra in Ucraina per indebolire la Russia.

 

I progetti di Erdogan, che confliggono con gli interessi russi in Azerbaigian/Armenia e in Libia e probabilmente in Siria e Iraq, potrebbero andare molto al di là delle questioni NATO, sognando l’instaurazione del «grande Turan», un’area di influenza turca che va dall’Oriente asiatico fino al Mediterraneo.

 

La Turchia sta vivendo in questo momento una crisi economica senza precedenti.

 

Come riportato da Renovatio 21, già un anno fa si vociferava che Ankara stesse reclutando jihadisti da mandare in Ucraina. I jihadisti, di fatto, avrebbero il motivo della vendetta per l’operazione russa in Siria. Il rapporto tra Turchia e ISIS è tuttora fonte di grandi dubbi ed imbarazzi internazionali.

 

È emerso che Abu Ibrahim al-Hashimi al-Qurayshi, l’uomo definito dalla Casa Bianca come successore di al-Baghdadi a capo Stato Islamico e per questo eliminato con un raid delle forze speciali USA, di fatto abitava in una residenza a più piani ad Atmeh, nella città di Idlib, che si trova in un’area controllata dalla Turchia e da Hay’at Tahrir al-Sham («Organizzazione per la liberazione del Levante»), conosciuta anche come al-Qaeda in Siria, spesso abbreviata nell’acronimo HTS. È emerso altresì che a Istanbul miliziani ISIS ottengono passaporti falsi con i quali poi fuggono in Europa e in America.

 

La Turchia nel 2021 aveva arrestato un analista strategico locale accusandolo di spionaggio a favore dell’Italia, Paese considerato concorrente nell’area di influenza libica.

 

 

 

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Geopolitica

Un viaggio del Papa ad alto rischio

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Papa Francesco ha programmato di compiere il suo prossimo viaggio apostolico nella Repubblica Democratica del Congo (RDC) e in Sud Sudan, dal 31 gennaio al 5 febbraio 2023. Due regioni dove i cristiani sono spesso le prime vittime del jihadismo e della guerra civile.

 

 

Il viaggio africano del successore di Pietro nella RDC e nel Sud Sudan avrebbe dovuto svolgersi nel luglio 2022, ma era stato rinviato a causa dei timori per la salute del Sommo Pontefice.

 

In questi due Paesi regolarmente scossi dalla violenza, l’incolumità del Papa promette di essere una sfida importante per i servizi di protezione e gli organizzatori in loco.

 

La RDC è un Paese che conta circa il 40% di cattolici, il 35% di protestanti e pentecostali, il 9% di musulmani e il 10% di kimbanguisti (setta derivata dal cristianesimo) su cento milioni di abitanti; il Paese non vedeva un Papa mettere piede nella sua terra dalla storica visita di Giovanni Paolo II nel 1985, quando il Paese si chiamava ancora Zaire.

 

Il pontefice argentino troverà lì una situazione critica. Nell’Est del Paese la situazione della sicurezza è molto complessa: vi operano più di cento gruppi paramilitari, jihadisti o mafiosi, spesso entrambi, a volte sovvenzionati dall’estero.

 

Le violenze contro i cristiani sono all’ordine del giorno: il 15 gennaio 2023, un attentato perpetrato in un luogo di culto pentecostale, e attribuito a terroristi delle ADF – Allied Democratic Forces – ha provocato 10 vittime e quasi quaranta feriti.

 

L’ADF – insieme a un altro gruppo terroristico autoproclamato Madina a Tauheed Wau Mujahedeen (MTM) – ha promesso fedeltà al ramo africano dell’organizzazione dello Stato islamico (IS) che porta il nome di ISCAP (Islamic State Central Africa Province).

 

All’indomani dell’attacco, l’ISCAP ha rivendicato la responsabilità del massacro: «I combattenti dello Stato Islamico sono riusciti a piazzare e far esplodere una bomba all’interno di una chiesa cristiana nella città di Kasindi, ulteriore prova del fallimento delle recenti campagne militari delle forze congolesi e dei loro alleati per garantire la sicurezza dei cristiani».

 

Nel Nord-Est del Paese, nella provincia di Ituri, dall’inizio di gennaio 2023 sono morti più di 80 civili in un contesto largamente sfavorevole ai cristiani.

 

Il 3 febbraio Papa Francesco volerà a Juba, capitale del Sud Sudan. Paese a maggioranza cristiana diventato indipendente nel 2011 dopo essersi staccato dal suo fratello maggiore musulmano, il Sud Sudan è sprofondato in una guerra civile tra il 2013 e il 2018 che ha causato quasi 400.000 morti.

 

Vi si oppongono due clan, uno guidato dal presidente Salva Kiir, l’altro dal vicepresidente Riek Machar, accusato di aver fomentato un golpe. Entrambi sono cristiani, uno cattolico e l’altro protestante. Nonostante la firma di un accordo di pace nel 2018, le tensioni continuano e si accumulano ritardi nel calendario per l’accordo di pace.

 

Si tratterà del quarantesimo viaggio all’estero di papa Francesco dalla sua elezione nel 2013. Un viaggio ad alto rischio diplomatico, perché se il pontefice argentino è risolutamente impegnato nel dialogo con l’islam, non può ignorare la sorte di decine di milioni di cristiani perseguitati per la loro fede, nelle regioni che deve attraversare.

 

 

 

 

 

Immagine pubblico dominio CCO via Flickr

 

 

 

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