Geopolitica
Il Kosovo accusa Belgrado per l’esplosione del canale dell’acqua
Il primo ministro del Kosovo Albin Kurti ha accusato le autorità serbe di essere dietro l’esplosione di un canale che fornisce acqua alle due principali centrali elettriche a carbone della regione separatista.
Kurti ha parlato dell’attacco al canale Ibar-Lepenac vicino alla città di Zubin Potok durante un discorso televisivo venerdì sera. Parti della regione potrebbero rimanere senza elettricità se i danni causati dall’esplosione non saranno riparati al più presto, ha avvertito.
«Si tratta di un attacco criminale e terroristico mirato a danneggiare le nostre infrastrutture critiche», ha affermato il primo ministro.
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L’attentato «è stato compiuto da professionisti. Crediamo che provenga da bande dirette dalla Serbia», ha affermato senza, tuttavia, fornire alcuna prova.
Non si sono registrati decessi o feriti a seguito dell’esplosione, che ha anche interessato le riserve idriche della regione separatista.
Il governo di Belgrado non ha ancora commentato l’incidente. La Lista Serba, un partito che rappresenta gli interessi della minoranza serba nel Kosovo a maggioranza albanese, ha dichiarato ai media che l’attacco al canale era «assolutamente contrario agli interessi del popolo serbo». Il partito ha chiesto un’«indagine urgente» sull’esplosione da parte della forza internazionale di mantenimento della pace (KFOR) guidata dalla NATO e della missione civile dell’UE nella regione separatista (EULEX).
In un post su X, Kurti ha promesso che le autorità di Pristina «chiederanno conto ai responsabili».
«L’attacco ha preso di mira specificatamente un canale idrico chiave nel nord del paese per destabilizzare l’intera produzione energetica e l’approvvigionamento idrico del Paese» scrive l’albanese.
Last Friday night, Kosova’s critical infrastructure was targeted in a kinetic terrorist attack of high calculation. The attack specifically targeted a key water canal in north of the country in order to destabilize the country’s entire energy production and water supply.… pic.twitter.com/KpMGBcjMOS
— Albin Kurti (@albinkurti) December 1, 2024
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Nel suo messaggio sui social il Kurti si avventura in parallelismi tra Kosovo e Ucraina: Solo un giorno prima, la Russia aveva lanciato un attacco alla rete elettrica dell’Ucraina. Questa era una pagina dello stesso copione. Questo è il motivo per cui lanciamo l’allarme sull’alleanza della Russia con la Serbia. Sebbene l’indagine sia in corso, i materiali sequestrati mostrano un numero considerevole di toppe militari serbe e russe».
La non troppo inaspettata comparizione di retorica antirussa anche in questo contesto sembra fatta apposta per sollevare l’interesse degli USA, grandi protettori degli albanesi sin dai tempi delle guerre clintoniane degli anni Novanta.
Ed infatti, ecco che l’ambasciatore statunitense in Kosovo Jeff Hovenier è apparso su X scrivendo che Washington ha offerto «pieno supporto al governo del Kosovo per garantire che i responsabili di questo attacco criminale siano identificati e ritenuti responsabili».
The United States strongly condemns the November 29 attack on critical infrastructure in Kosovo damaging a water canal in Zubin Potok that is essential to Kosovo’s water supply and, operation of Kosovo’s power plants. We are monitoring the situation closely, will support a…
— Ambassador Jeff Hovenier (@USAmbKosovo) November 29, 2024
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Anche l’inviato dell’UE nella regione, Aivo Orav, ha condannato l’attacco e ha chiesto che venga aperta un’inchiesta sull’incidente. Bruxelles del resto sembra pure istericamente interessata al tema del Kosovo.
Come riportato da Renovatio 21, due anni fa era emerso che il cancelliere tedesco Olaf Scholz aveva detto al presidente serbo Aleksandar Vucic che senza riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo Belgrado non sarebbe entrata in Europa. Isterie simili si erano poi viste quando il ministro degli Esteri di Mosca Lavrov doveva visitare la Serbia.
L’esplosione sul canale Ibar-Lepenac è il terzo attacco in Kosovo questa settimana. Martedì, autori non identificati hanno lanciato due granate nel cortile di una stazione di polizia nella città di Zvecan, nel nord della regione. Ci sono stati danni materiali, ma nessun ferito a seguito dell’incidente.
Il giorno dopo, un edificio comunale a Zvecan è stato anch’esso preso di mira con una granata. L’edificio e quattro auto parcheggiate all’esterno hanno subito danni minori nell’attacco, ha affermato la polizia.
Gli USA e molti dei loro alleati hanno riconosciuto il Kosovo come stato sovrano nel 2008, dopo che la provincia ha dichiarato l’indipendenza. Belgrado considera ancora la regione parte della Serbia, così come Russia e Cina, tra gli altri Paesi.
Il Kosovo è essenzialmente una creazione dei Clinton, che si appoggiavano al cosiddetto «Ulivo mondiale»: Blair a Londra e l’ex comunista Massimo D’Alema a Roma, che fornì aiuto politico, materiale, militare dal nostro Paese. Lo «Stato» kosovaro fu creato grazie a massicci bombardamenti NATO della Serbia voluti dall’amministrazione americana a fine anni Novanta, in primis il senatore Joe Biden, che, amico personale di Tito, rivendica addirittura di aver indicato ai militari le zone da colpire.
Secondo il New York Times il Kosovo è percentualmente il più grande fornitore di foreign fighter ISIS in rapporto alla popolazione.
L’ex presidente kosovaro Hashim Thaci, pupillo del segretario di Stato clintoniano Madeleine Albright a lungo al vertice del Paese, è stato accusato di crimini tra cui il traffico di organi.
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Immagine di European Union, 2024 via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International
Geopolitica
Lavrov: UE sta commettendo un «harakiri». E aggiunge: europei terrorizzati dai piani di Trump
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Geopolitica
Otto Paesi musulmani denunciano i piani israeliani di espellere i palestinesi da Gaza
I ministri degli Esteri di Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Qatar, Giordania, Indonesia, Pakistan, Turchia ed Egitto hanno rilasciato una dichiarazione congiunta in cui condannano le proposte discusse la scorsa settimana dal ministro della Sicurezza nazionale israeliano Itamar Ben Gvir e dal ministro della Difesa Israel Katz per l’espulsione della popolazione palestinese da Gaza, mascherata da eufemismi come «emigrazione volontaria». Lo riporta EIRN.
La dichiarazione congiunta condanna tali proposte affermando: «Tali dichiarazioni e proposte incendiarie violano palesemente i principi del diritto internazionale, compreso il diritto internazionale umanitario, e rappresentano una minaccia diretta ai diritti legittimi e inalienabili del popolo palestinese… I ministri ribadiscono il loro inequivocabile rifiuto e la loro condanna di qualsiasi tentativo o piano volto a sfollare il popolo palestinese, sia all’interno che all’esterno dei Territori Palestinesi Occupati, con qualsiasi pretesto o giustificazione. Mettono in guardia contro le gravi conseguenze derivanti dal trasformare gli appelli allo sfollamento forzato in politiche dichiarate o misure concrete volte a sradicare i palestinesi dalla loro terra».
Tali azioni costituiscono una sfida diretta agli sforzi internazionali volti al raggiungimento della pace, primo fra tutti il Piano globale del presidente Donald Trump per porre fine al conflitto di Gaza, che include il suo inequivocabile rifiuto degli sfollamenti forzati, e rischiano seriamente di compromettere le prospettive di stabilità nella regione.
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I ministri «ribadiscono che l’unica via per raggiungere una pace giusta e duratura risiede nell’attuazione della soluzione dei due Stati con la creazione di uno Stato palestinese indipendente, secondo i principi del 4 giugno 1967, con Gerusalemme Est come capitale, in conformità con le pertinenti risoluzioni del diritto internazionale».
«I ministri invitano inoltre la comunità internazionale, in particolare il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ad assumersi le proprie responsabilità e a contrastare con fermezza qualsiasi tentativo di imporre una nuova realtà demografica o geografica nei Territori Palestinesi Occupati, garantendo il rispetto delle norme del diritto internazionale. Ribadiscono il loro pieno e continuo sostegno alla fermezza del popolo palestinese sulla propria terra e il loro rifiuto di ogni tentativo volto a cancellare la causa palestinese o a minare i legittimi diritti del popolo palestinese».
Il 3 agosto il ministro israeliano della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir ha presentato un piano per favorire l’emigrazione «volontaria» dei palestinesi da Gaza, secondo quanto riferito dal quotidiano israeliano Ynet. La proposta punta a far uscire da Gaza 250.000 palestinesi nel primo anno e 1,86 milioni entro sette anni.
L’idea di sfollare con la forza milioni di palestinesi da Gaza è stata avanzata più volte da leader israeliani e statunitensi dall’inizio di quello che il testo definisce il genocidio dei palestinesi nell’ottobre 2023.
Una proposta del ministero dell’Intelligence israeliano che chiedeva la pulizia etnica di Gaza è trapelata pochi giorni dopo l’operazione di Hamas contro la moschea di Al-Aqsa del 7 ottobre 2023, scrive The Cradle. Il piano prevedeva di scatenare su Gaza una violenza tale che lo spostamento forzato dei palestinesi verso campi nella penisola del Sinai, in Egitto, o in Paesi ancora più lontani apparisse come un’iniziativa umanitaria destinata a salvare vite palestinesi.
Da allora, secondo il ministero della Salute di Gaza, Israele ha ucciso oltre 73.000 palestinesi, in gran parte donne e bambini. Stime indipendenti, che tentano di quantificare anche le morti indirette legate alla guerra, arrivano a centinaia di migliaia.
Almeno 800.000 palestinesi sono senzatetto e vivono in campi di tende precari lungo la costa della Striscia, dopo che bombardamenti e demolizioni israeliane hanno distrutto le loro case.
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Ben Gvir e altri coloni ebrei in Israele hanno sostenuto tali piani come parte dell’obiettivo più ampio di annettere Gaza e insediare colonie ebraiche nell’enclave devastata. Come riportato da Renovatio 21, a febbraio 2024 ministri del gabinetto Netanyahu si trovarono ad un convegno pubblico che celebrava la colonizzazione celebrato con balli sfrenati su musica tunza-tunza.
Nel febbraio 2025 il presidente degli Stati Uniti Donald Trump propose di svuotare Gaza dai palestinesi nell’ambito dei suoi progetti per ricostruire la Striscia e trasformarla nella «Riviera del Medio Oriente». In alcune fasi anche il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha promosso piani analoghi.
Secondo Ben Gvir, Turchia, Etiopia, Congo e diversi Paesi arabi figurano tra le possibili destinazioni dello sfollamento forzato dei palestinesi. Al momento, tuttavia, nessun Paese ha accettato di accogliere come rifugiati i palestinesi cacciati da Gaza.
La proposta prevede un investimento iniziale israeliano di 3,3 miliardi di dollari per avviare il programma, più un finanziamento israeliano di pari importo fino a 16 miliardi di dollari, subordinato alla partecipazione internazionale e ad accordi con i Paesi che accoglieranno i palestinesi.
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Immagine di Jaber Jehad Badwan via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
Geopolitica
Bardella: la Francia non può finanziare l’Ucraina per sempre
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