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Il cosmo divino contro il caos della rivoluzione di Lucifero: omelia di mons. Viganò per l’Epifania di Nostro Signore

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Renovatio 21 pubblica l’omelia di monsignor Carlo Maria Viganò per l’Epifania di Nostro Signore

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REPLEBITUR MAJESTATE EJUS OMNIS TERRA

Omelia nella festa dell’Epifania di Nostro Signore

 

Ecce advenit Dominator Dominus:
et regnum in manu ejus, et potestas, et imperium.

Mal. 3, 1; 1 Par 29, 12

 

Nella festività odierna celebriamo il Mistero dell’Epifania di Nostro Signore, ossia della triplice, miracolosa manifestazione della Sua divinità:

 

Tribus miraculis ornatum diem sanctum colimus:
hodie stella magos duxit ad præsepium;
hodie vinum ex aqua factum est ad nuptias;
hodie in Jordane a Joanne Christus baptizari voluit,
ut salvaret nos, alleluja
 (Ant. ad Magn.).

 

Tre miracoli hanno illustrato il santo giorno che celebriamo:
oggi la stella condusse i Magi al presepio;
oggi fu cambiata l’acqua in vino alle nozze;
oggi Cristo volle essere battezzato nel Giordano da Giovanni
per salvarci. Alleluia.

 

Contempliamo dunque, l’adorazione dei Magi, il miracolo dell’acqua mutata in vino alle nozze di Cana e il Battesimo nel Giordano.

 

Nella Notte santa gli Angeli hanno chiamato i pastori a prostrarsi dinanzi al Verbo fatto carne; nell’Epifania sono l’intero genere umano e tutto il creato che si inchinano al Dio vivo e vero e Gli offrono il loro tributo: et procidentes adoraverunt eum. I saggi giunti da Oriente aprono i loro scrigni e Gli donano oro, incenso e mirra: l’oro della Regalità, l’incenso del Sacerdozio, la mirra del Sacrificio.

 

Questa festa, con la quieta serenità con cui opera il Signore, si sovrappone e si sostituisce a quella che nel sesto giorno del primo mese del calendario romano era dedicata alla celebrazione del triplice trionfo di Augusto, alla pax augustea, tributando all’Imperatore immortale i pubblici onori divini. Per questo la Chiesa di Roma considera con maggior attenzione l’adorazione dei Magi, vedendo in essi i primi testimoni istituzionali di quella Regalità universale che la Provvidenza ha voluto irradiare nel mondo dalla capitale della gentilità, rinviando alla seconda Domenica dopo l’Epifania la celebrazione del Battesimo del Signore.

 

Non vi sarà sfuggito che è Maria Santissima, il Trono della divina Sapienza, ad accogliere tutti i membri di quella corte come Madre e Regina; è Lei che presenta il Figlio alle adorazioni della terra e alle compiacenze del cielo. Dio si manifesta agli uomini nella Sua grandezza, ma lo fa attraverso Maria, colmando nell’Incarnazione mediante la divina Maternità della Vergine la distanza siderale tra il Verbo eterno del Padre e l’umanità caduta.

 

Ma se Giuliano l’Apostata e l’Imperatore Valente, pur nemici della Chiesa ed eretici, non osarono sottrarsi al tributo verso il Re divino, esso fu voluto e incoraggiato da Teodosio, Carlo Magno, Alfredo il Grande, Stefano d’Ungheria, Edoardo il Confessore, Enrico II Imperatore, Ferdinando di Castiglia e Luigi IX di Francia, che avevano ben compreso come la loro autorità terrena non potesse prescindere dalla suprema Signoria del Re dei re, né dalla sottomissione del potere civile alla santa Legge di Dio.

 

Quell’ordine divino, quel κόσμος perfetto che realizza la preghiera del Signore – adveniat regnum tuum, sicut in cœlo et in terra – è stato infranto dal χάος infernale della Rivoluzione, dal grido luciferino del Non serviam.

 

Noi non celebriamo però una speranza remota e illusoria, una chimera di pace ventura in un mondo dal quale Gesù Cristo è stato bandito.

 

Noi celebriamo la realtà presente ed eterna della vittoria di Cristo, unica Luce di salvezza del mondo, sapendo che tutti i popoli e i re della terra adoreranno il Salvatore e Lo riconosceranno come loro Dio, Re e Signore.

 

Le profezie dell’Antico Testamento non ci lasciano dubbi: et adorabunt eum omnes reges terræ: omnes gentes servient ei, dice il Salmo (Sal 71, 11). Adorabunt, dominabitur, liberabit, benedicent: sono tutti verbi al futuro, a indicare un destino certissimo e indefettibile, una necessità ontologica, che nessuna ribellione – angelica o umana – può impedire nella sua realizzazione.

 

Quando vediamo compiersi sotto i nostri occhi gli ultimi passi verso l’abisso dell’apostasia e il baratro della rivolta satanica, dobbiamo ricordarci l’ineluttabilità del trionfo di Cristo e della sconfitta eterna di Satana, proprio alla luce delle antiche profezie e delle parole del Salvatore: Confidite: Ego vici mundum (Gio 16, 33). Cristo ha vinto. Ha vinto tutti i tiranni che nel corso della Storia hanno creduto di poter combattere la Chiesa, e tutta la Scrittura celebra questa vittoria alternando l’umano sconforto per il momentaneo successo del nemico alla gioia fiduciosa del trionfo universale di Dio.

 

A lui si piegheranno gli abitanti del deserto,
lambiranno la polvere i suoi nemici.
Il re di Tarsis e delle isole porteranno offerte,
i re degli Arabi e di Saba offriranno tributi.
A lui tutti i re si prostreranno,
lo serviranno tutte le nazioni (Sal 71, 9-11).

 

Questo non è un augurio, un pio desiderio: è l’annuncio di una realtà già in atto nell’eternità di Dio, e che deve solo compiersi nel tempo, permettendoci di meritare con l’atto di fede e la santità della vita di partecipare alla gloria della vittoria di Cristo. È ciò che chiediamo nell’orazione della Messa: ut, qui jam te ex fide cognovimus, usque ad contemplandam speciem tuæ celsitudinis perducamur, affinché noi che ti abbiamo conosciuto mediante la fede, possiamo giungere alla contemplazione dello splendore della tua maestà.

 

Noi jam cognovimus, abbiamo già conosciuto il Signore offrendoGli nell’atto di fede il tributo della volontà e dell’intelletto. Altri conosceranno il Signore quando tornerà nella gloria judicare vivos et mortuos, e Lo conosceranno nel furore della Sua giustizia, nella restaurazione dell’ordine infranto:

 

Egli libererà il povero che grida e il misero che non trova aiuto,
avrà pietà del debole e del povero e salverà la vita dei suoi miseri.
Li riscatterà dalla violenza e dal sopruso,
sarà prezioso ai suoi occhi il loro sangue (Sal 71, 12-14).

 

Come durante l’Avvento ci siamo preparati alla celebrazione del Santo Natale e dell’Epifania, così in questa fase epocale della Storia del genere umano siamo chiamati a prepararci alla venuta finale del Signore, sapendo che egli ci libererà, che avrà pietà di noi, che ci salverà, ci riscatterà dalla violenza e dal sopruso, e che humiliabit calumniatorem (ibid., 4), umilierà il mentitore.

 

E chi è più mentitore di Satana e dei suoi servi, chi più falso e ingannatore di chi sostituisce la chimera di una impossibile pace umana alla pax christiana inaugurata dall’Incarnazione del Figlio di Dio e da Lui sancita sul Golgota con il Sacrificio di Sé al Padre? Chi più mentitore di chi distoglie i popoli dalla Verità eterna di Cristo con la frode di una felicità terrena fatta di controlli, di violenze, di crimini esecrandi sui deboli e sui piccoli?

 

Nolite timere pusillus grex, quia complacuit Patri vestro dare vobis regnum (Lc 12, 32). Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto di darvi il suo regno: regnum veritatis et vitæ; regnum sanctitatis et gratiæ; regnum justitiæ, amoris et pacis (Præfatio Christi Regis). E così sia.

 

+ Carlo Maria Viganò

Arcivescovo

 

6 Gennaio MMXXIV
In Epiphania Domini

 

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Immagine: Luca Cambiasso, Adorazione dei Magi, circa 1550, Galleria Matthiesen, Londra

Immagine di Sailko via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 3.0 Unported

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Spirito

Il viaggio di Papa Leone XIV in Spagna

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Papa Leone XIV ha visitato la Spagna per una breve settimana, dal 6 al 12 giugno. Si è fermato a Madrid, Barcellona, ​​Montserrat e infine alle Isole Canarie. Il suo predecessore, papa Francesco, non aveva mai visitato il Paese, a differenza di Benedetto XVI, che vi si recò tre volte, e Giovanni Paolo II, che vi si recò cinque volte.   Durante il suo viaggio, il Papa regnante ha pronunciato sei omelie, ha partecipato a due veglie di preghiera, ha incontrato i vescovi di Spagna, nonché il clero e i fedeli di Madrid e Las Palmas. Ha inoltre incontrato autorità, rappresentanti della società civile e del corpo diplomatico, e ha tenuto un importante discorso ai membri del Parlamento spagnolo.   Inoltre, ha incontrato diversi rappresentanti di organizzazioni caritatevoli e di aiuto umanitario, ha visitato un carcere e ha trascorso molto tempo con organizzazioni che accolgono e integrano i migranti, nonché con i migranti stessi. Ha anche avuto un incontro privato con i membri dell’Ordine di Sant’Agostino.  

Una storia avvincente

I fondamenti del diritto secondo Leone XIV

Lunedì 8 giugno, Leone XIV si rivolse al Congresso dei Deputati, o più precisamente alle “Cortes Generales”, l’assemblea composta dal Congresso dei Deputati (camera bassa) e dal Senatore (camera alta). Il suo discorso fu incisivo sul tema del rispetto per la vita e si distinse nettamente, per tono e profondità, dagli interventi del suo predecessore.   Il Sommo Pontefice afferma innanzitutto che «ogni compito legislativo si scontra inevitabilmente con una questione decisiva: quale concezione della persona umana ispira le leggi e che tipo di società queste leggi costruiscono?». Descrive poi la risposta offerta dalla storia della Spagna, da Don Chisciotte a Unamuno, passando per Santa Teresa d’Avila.   Si sofferma poi sulla Scuola di Salamanca, fondatrice del diritto internazionale moderno e di un nuovo concetto di comunità internazionale, che il papa descrive come «l’intuizione del totus orbis, di una comunità umana più ampia di qualsiasi potenza particolare, che ci permette di affermare l’esistenza di legami giuridici e morali tra i popoli».   Leone XIV fonda in definitiva la sua riflessione sul «riconoscimento dell’inviolabile dignità della persona umana», che appartiene «a ogni essere umano in virtù della sua esistenza». Ciò richiama irresistibilmente i fondamenti posti dalla recente enciclica del Papa per la dottrina sociale della Chiesa: la dignità umana intesa nel suo senso ontologico e la Dichiarazione universale dei diritti umani.   Tale fondamento è chiaramente insufficiente, come spiegato nel commentario all’enciclica Magnifica humanitas. Pio XII affermò infatti che i diritti umani non possono garantire l’ordine, l’unità e la pace di una società se quest’ultima non ottiene il riconoscimento ufficiale dei diritti di Dio e della sua legge o, quantomeno, dei diritti naturali (Siamo molto sensibili , 11 novembre 1948).   Poco prima aveva affermato che la garanzia data dalla Chiesa alla dignità dell’uomo «trascende infinitamente ciò che tutte le possibili dichiarazioni dei diritti umani potrebbero realizzare» ( Benignitas et humanitas , 24 dicembre 1944).

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Un manifesto per il rispetto della vita

Il Sommo Pontefice afferma quindi che «se la vita cessa di essere riconosciuta come valore fondamentale, quale futuro può avere la nostra società? Possiamo definire veramente giusta una comunità che lascia nell’ombra il bambino non ancora nato, l’anziano, il malato, chi soffre in silenzio o chi dipende interamente dalle cure altrui?».   Proseguì: «La difesa della vita umana non è una questione parziale né una questione di appartenenza religiosa: è un obiettivo della civiltà. Ogni vita umana deve essere riconosciuta e protetta dal concepimento al naturale declino, in ogni circostanza della sua esistenza».   Leone XIV si appellò al bene comune, «la ‘forma sociale della dignità umana’ ( Magnifica humanitas , n. 59)», che non consiste nella somma di interessi particolari, ma nella totalità delle condizioni della vita sociale. (…) Quando il bene comune cessa di essere un orizzonte condiviso, l’azione pubblica rischia di frammentarsi in interessi parziali, incapaci di preservare ciò che appartiene a tutti.   Sulla base di questa osservazione, il Papa auspica il sostegno della famiglia «quale realtà umana primaria e fondamento naturale della comunità», nonché delle istituzioni educative che devono contribuire all’educazione dei bambini. Ciò implica il rispetto del «diritto primario e inalienabile» dei genitori di «scegliere il tipo di educazione e formazione che i propri figli ricevono, secondo le proprie convinzioni morali, culturali e religiose» (Magnifica humanitas, n. 143).  

Appello per i migranti

Questo appello non è a favore dell’immigrazione. Leone XIV afferma infatti un duplice requisito: «offrire percorsi sicuri e legali, un’accoglienza rispettosa e reali opportunità di integrazione; e promuovere, al tempo stesso, il diritto di rimanere nella propria terra, adoperandosi affinché nessuno sia costretto ad abbandonare la propria casa per mancanza di pace, sicurezza o condizioni di vita dignitose».

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Guerra e pace

Il Papa spiega la pace come «un’aspirazione politica e, ancor più, un vero e proprio imperativo morale». Invoca il rispetto per «chi la pensa diversamente, istituzioni al servizio dell’incontro, una memoria storica alla ricerca della verità e della riconciliazione», un’allusione neanche troppo velata alla controversia della Valle dei Caduti .   Il papa, in modo alquanto utopico, esorta la Spagna ad abbracciare una «coesistenza matura» in politica, nonché un «linguaggio disarmato». Chiede poi che venga prestata particolare attenzione alla “libertà di pensiero, di coscienza e di religione, un diritto fondamentale che tutela la sfera più intima dell’individuo».ù

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Libertà religiosa

In particolare, il Sommo Pontefice precisa che «la legittima autonomia dell’ordine temporale non deve mai essere interpretata come ostilità verso il fenomeno religioso. La fede non cerca di imporsi attraverso privilegi o costrizioni; tuttavia, non può nemmeno essere relegata al silenzio come se non avesse alcuna importanza per la vita pubblica».   «In questo contesto, il segreto sacramentale della confessione assume un’importanza particolare per la Chiesa cattolica. Esso si inserisce nel più ampio quadro della libertà religiosa, che garantisce alle comunità di fedeli un proprio spazio di vita, organizzazione e disciplina interna», alludendo agli attacchi contro tale segreto, in particolare agli abusi, e molto recentemente anche in Francia.  

Un appello (moderato) per qualcosa che vada oltre la politica

Infine, Papa Leone XIV invitò a considerare una nuova dimensione. «In quest’Aula», spiegò, «la luce naturale entra attraverso la vetrata che si affaccia sulla stanza. Questa luce dall’alto può ricordarci che anche la politica deve riconoscere una dimensione che la precede e la trascende». E il Pontefice fece un ulteriore passo avanti:   «Analogamente, i dipinti nella parte superiore della parete principale, raffiguranti l’accoglienza del Vangelo e del Decalogo, ci ricordano qualcosa di essenziale. Senza confondere l’ordine politico con quello religioso, questi simboli ci invitano a riconoscere che la libertà moderna è stata preparata anche da una lunga educazione della coscienza, profondamente segnata dalla tradizione cristiana».   Sebbene Leone XIV avesse concluso che fosse necessario un «rinnovamento morale», sembra che Cristo venga invocato solo come fondatore lontano della società, e non come suo Re. In tali circostanze, qualsiasi appello alla giustizia rimane fondamentalmente viziato.   Pertanto, sebbene questo discorso affronti con fermezza una vasta gamma di punti difficili o dolorosi nella nostra società de-cristianizzata e rappresenti un insegnamento benvenuto, resta al di sotto di ciò che ci si può legittimamente aspettare da un papa.

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Autorità, rappresentanti della società civile e corpo diplomatico

Davanti ai rappresentanti delle autorità, papa Leone XIV ha innanzitutto ricordato «l’antichissimo legame tra la fede cristiana» e la Spagna, che ha profondamente plasmato la sua cultura. Ha poi evocato due figure che «per cinque secoli hanno nutrito la vita della Chiesa e la ricerca religiosa di molte persone»: San Giovanni della Croce e Santa Teresa d’Avila.   Egli evoca la «notte beata» del primo secolo per contrapporla alla nostra epoca di tenebre. Aggiunge che «abbiamo bisogno, anche nella vita pubblica, di uomini e donne che percepiscano la luce nelle tenebre». Un paragone difficile da seguire: la notte che avvolge il mistero di Dio ha ben poco a che fare con le tenebre del peccato.   Leone XIV, tuttavia, credeva che la nostra epoca «aspiri in sé stessa profondamente alla pace, a una nuova comprensione della persona umana e della sua inviolabile dignità, alla civiltà dell’amore». Per questo motivo, il papa «invita tutti, per amore della verità, ad abbandonare i discorsi che dividono e polarizzano la vostra realtà sociale e la vostra storia» e a «fuggire da quegli approcci basati sull’identità che sembrano illuminare ogni cosa, ma che popolano il mondo di fantasmi e nemici».   «La sicurezza», ha proseguito, «matura imparando ad andare avanti insieme, a crescere fianco a fianco. La vostra stessa storia ne è testimonianza. La presenza dell’Islam nella penisola iberica, ad esempio, è una realtà politica, culturale e religiosa di lunga data. Durante questo periodo, non ci sono stati solo scontri, ma anche tentativi di creare uno spazio di incontro, di dialogo e di confronto sul significato della verità tra cristiani, musulmani ed ebrei».   Un’affermazione anacronistica di «dialogo interreligioso», che vorrebbe far dimenticare la Reconquista che i regni cristiani condussero per secoli contro l’Islam invasore.  

Creazione di reti

Durante un incontro alla Movistar Arena, papa Leone XIV ha affrontato il tema del dialogo della Chiesa con il mondo contemporaneo. Ha affermato, come punto di partenza, che «il desiderio di bontà, bellezza e verità è radicato nel DNA dell’umanità». Forse è opportuno precisare che ciò non è più del tutto vero per l’umanità decaduta…   Il Papa passa quindi a una «questione decisiva»: «che cosa significa essere veramente umani?». Dopo aver affermato che «Gesù Cristo risponde alle grandi domande sulla vita umana e sulla sua pienezza, già in questo mondo e fino al suo compimento nell’eternità», il papa ripete quanto scritto nella Magnifica humanitas , ovvero che «la persona umana rimane sempre ‘la via della Chiesa’ e il cuore di ogni autentico cammino verso lo sviluppo integrale della persona» (n. 50).   Questa posizione rappresenta una deviazione dalle priorità della Chiesa, perché Cristo stesso è la via, la verità e la vita.   Leone XIV spiega quindi che «costruire ponti» richiede un dialogo sociale paragonabile all’«arte di creare reti». Sviluppa poi la metafora di questa rete in tre punti: «dialogo tra istituzioni incentrato sulla dignità umana», «creare insieme» e «servire in modo disinteressato».   Prosegue con una domanda: «Dobbiamo chiederci onestamente se il mondo – e l’Europa in particolare – avrebbe forgiato la propria identità senza l’impronta spirituale che ha permeato la sua storia. (Questo è) un invito a riflettere sulla possibilità di conciliare l’eternità, che ha fatto irruzione nel tempo e nello spazio con l’incarnazione di Gesù Cristo, con la quotidianità. È davvero possibile credere che l’Europa – che amiamo tanto – sarebbe se stessa senza l’impronta della fede? Perché temere che l’eternità permei la quotidianità?»   La questione delle «radici cristiane» ha quantomeno il merito di essere sollevata. Ma è rilevante solo in un contesto in cui l’Europa è in gran parte apostata e impegnata nella distruzione sistematica della legge naturale, a cominciare dal divorzio, seguito dalla contraccezione, dall’aborto, dall’eutanasia e dal suicidio assistito, per non parlare di tutte le perversioni derivanti dalla teoria di genere.   Attualmente l’attenzione è focalizzata sulla conversione di questi europei, prima ancora di prendere in considerazione la trasformazione delle strutture europee.

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Incontro con i vescovi spagnoli

Papa Leone XIV ha avuto cura di inquadrare il suo discorso ai vescovi come un contributo al processo sinodale, volendo collocare le sue parole «in questo dialogo nello Spirito che consiste nell’accogliere tutto il bene che il Signore ci comunica attraverso il fratello». Ha aggiunto che «il cammino sinodale intrapreso dalla Chiesa è un processo di ascolto profondo. Saper riconoscere la voce di Dio che parla attraverso la comunità ecclesiale è uno dei suoi valori fondamentali».   In questo processo, una prima fase deve affrontare «la questione di come affrontare questa sfida che ci siamo posti, con prudenza, libertà e coraggio, per abbandonare le strutture che non ci aiutano, che non soddisfano le nostre aspettative, o addirittura che ci allontanano dal nostro obiettivo». – Se si tratta del Concilio Vaticano II e delle sue conseguenze, perché no?   In una seconda fase, è necessario «cominciare imparando il linguaggio dell’altro, avviando processi e costruendo relazioni in cui seminare il seme del Regno». Poi, è necessario seguire «la chiamata a creare realtà capaci di comunicare la propria esperienza di fede». E in particolare, a dare «testimonianza di unità nella pluralità: una comunione capace di accogliere la ricchezza di doni, carismi e sensibilità che lo Spirito Santo suscita nel Popolo di Dio».   Il Santo Padre pone l’accento sulle vocazioni, un vero e proprio punto dolente in Spagna, come del resto in tutta l’Europa cattolica. Afferma giustamente che queste nascono da comunità vivaci, da sacerdoti felici, da famiglie capaci di testimoniare la bellezza della fedeltà, da una Chiesa che sa mostrare con semplicità che seguire Cristo non impoverisce la vita, ma la arricchisce.   Egli chiede che i seminari siano «vere case di formazione»; che garantiscano «un’adeguata esperienza di vita comunitaria»; che abbiano «formatori interamente dediti allo studio e all’insegnamento»; che siano «dotati di centri di teologia superiore equipaggiati con le risorse necessarie».

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Incontro con le comunità diocesane

Rivolgendosi alla comunità di Madrid, il Santo Padre ha ripreso la figura di Neemia per chiederci di costruire nella pluralità, che per un cristiano significa: «orientare l’azione verso Dio affinché, nella sua luce, il pluralismo non si disperda nel disordine, ma diventi, nell’esercizio della sinodalità, lo spazio in cui l’umanità trova i suoi solidi fondamenti e il suo fine ultimo».   Nel corso del suo discorso, ci invita a esplorare nuove strade e a cantare nuove melodie. In particolare, chiede ai sacerdoti «di considerare la pratica del discernimento comunitario come una delle maggiori opportunità che la sinodalità offre al loro ministero»,   A Las Palmas, dove si presenta come padre e fratello nella fede, Leone XIV indica come prima «linea guida» quella di abbracciare la croce di Cristo, «accompagnando e aiutando a portare i fardelli di tanti fratelli e sorelle crocifissi dai drammi della vita». Ma anche quella di «coltivare una spiritualità eucaristica», dalla quale scaturisce una spiritualità di comunione.  

Omelie

Il 7 giugno a Madrid, nella solennità del Corpus Domini, l’omelia di Leone XIV fu interamente dedicata a questa festa, alle sue origini e alla sua rilevanza attuale.   Il 9 giugno, l’omelia ha accompagnato la celebrazione della Sesta domenicale nella Cattedrale della Santa Croce e di Sant’Eulalia a Barcellona. Il tema era l’immagine della Sposa e del Corpo, applicata alla Chiesa.   Lo stesso giorno, dopo la veglia di preghiera tenutasi allo Stadio Olimpico di Lluís Companys, è stata pronunciata un’omelia in seguito alle risposte date ai giovani che vi avevano partecipato. Il Papa ha poi citato l’esempio di Nicodemo, che andò a trovare Nostro Signore di notte.   Il giorno seguente, Leone XIV pronunciò un’omelia nella basilica della Sagrada Familia a Barcellona, ​​il celebre edificio tuttora in costruzione. Utilizzò l’immagine delle pietre vive.   Giovedì 11 giugno, il Santo Padre ha predicato nello stadio di Gran Canaria. Alla vigilia della festa del Sacro Cuore, il Papa ha ricordato la carità del Cuore di Cristo, così come la sua umiltà.   Il giorno seguente, festa del Sacro Cuore, Leone XIV si trovava al porto di Santa Cruz de Tenerife: «Davanti a noi, il mare evoca l’infinito, così come il cielo, ma l’infinito è soprattutto il desiderio che unisce il cuore di Dio a tanti cuori umani, le cui gioie e speranze, dolori e ansie trovano eco nel cuore della Chiesa». Parlò anche della vocazione turistica del luogo e della sua accoglienza dei migranti.

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Il viaggio in Spagna e i migranti

Durante questo viaggio, papa Leone XIV dedicò molto tempo ad affrontare le necessità dei migranti e dei prigionieri, e a visitare organizzazioni caritative. Si espresse con fermezza contro certi atteggiamenti, comportamenti e persino forme di sfruttamento in questo ambito.   La dignità umana è stata il tema centrale del discorso papale: «la Chiesa non può ignorare queste acque, né alcun luogo in cui la fame, la sete, la violenza, la paura o l’esilio continuano a violare la dignità umana. I discepoli di Gesù non possono ignorare il grido di coloro che gridano nella notte».   Pur chiedendo, in nome della dignità umana, “percorsi legali e sicuri, aiuti e assistenza, una reale cooperazione contro i trafficanti, processi seri di accoglienza e integrazione”, ha anche auspicato politiche che consentano a ogni persona di vivere con dignità nella propria terra.   Egli spiegò così il suo pensiero: «se esiste il diritto di cercare rifugio quando la vita è minacciata, esiste anche il diritto di non dover emigrare: il diritto di rimanere a casa senza fame, senza guerra, senza persecuzioni, senza violenza, senza che la terra diventi inabitabile, senza che la corruzione rubi il pane ai poveri, senza che le armi distruggano il futuro dei bambini».   Il papa si è rivolto anche ai trafficanti che sfruttano la situazione: «Voglio mandare un messaggio chiaro a coloro che traggono profitto dalla disperazione; a coloro che organizzano rotte della morte, trafficano esseri umani, trattengono documenti, sfruttano i lavoratori, minacciano le donne, ingannano le famiglie e trasformano la sofferenza altrui in un business. Fermatevi. Pentitevi (cfr. Mc 1,15). (…)   «Per ogni vita perduta, ogni famiglia ingannata, ogni corpo reso schiavo, ogni donna minacciata, ogni lavoratore sfruttato, dovrete comparire davanti alla giustizia divina (cfr. 2 Cor 5,10). Spezzate queste catene e liberate coloro che tenete sotto il vostro dominio (cfr. Is 58,6). Restituite ciò che vi è stato tolto e riparate al danno per quanto vi è possibile».   Certamente, questi sfruttatori sono spregevoli e condannabili. Ma coloro che trafficano nella fede; che lasciano perire le pecore del Signore; che le conducono a falsi pascoli; che non ricordano alle nazioni i loro doveri; che dimenticano il Regno di Cristo e in tal modo rendono sterile l’opera della sua Sposa, questi meritano una condanna ben maggiore. Questo è il paradosso.   Ed è proprio questo che giustifica il fatto che la Fraternità Sacerdotale San Pio X, che vuole occuparsi soprattutto della salvezza delle anime, senza dimenticare le opere di carità, debba dunque assumere la condizione imposta alla Chiesa e giungere a compiere le consacrazioni che avranno luogo, se Dio vorrà, il 1° luglio.   Al ritorno dalla Spagna non c’era nessun “magistero volante”. Infatti, l’Airbus 320 della Iberia che avrebbe dovuto riportare il Papa ebbe dei problemi, quindi il Pontefice decollò da Tenerife con il jet Falcon messo a sua disposizione dal re Filippo VI di Spagna.   Articolo previamente apparso su FSSPX.News

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L’apertura mentale di un oppositore delle consacrazioni episcopali FSSPX

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Nel numero del 27 maggio 2026 di La Vie, padre Benoist de Sinety attacca le consacrazioni episcopali di Ecône, in un franglais informale … per sembrare giovane.

 

Sotto un titolo allitterativo che mira all’audacia: «Nuove consacrazioni alla Fraternità San Pio X: sacro fallimento…», l’ex vicario generale dell’arcidiocesi di Parigi scrive: «la caratteristica della comunicazione moderna è sempre più quella di dire qualsiasi cosa con sicurezza e veemenza senza curarsi di chi ci crederà, certi che gli slogan resteranno».

 

«Un capolavoro di questo cinismo si può ammirare nel luogo delle future consacrazioni dei vescovi lefebvristi a Écône. Gli organizzatori dell’evento hanno scelto di farne uno spettacolo al cui confronto impallidisce persino l’incoronazione di Carlo III!»

 

È ironico vedere padre de Sinety denunciare una cerimonia che per lui non è altro che uno spettacolo, se ricordiamo che il 9 dicembre 2017, in occasione dei funerali nazionali di Johnny Hallyday, trasformò la chiesa della Madeleine a Parigi in un santuario mediatico.

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Quel giorno, davanti a telecamere provenienti da tutto il mondo, sotto gli occhi dell’intera élite politica e artistica parigina, con l’ausilio di maxi-schermi, celebrò il defunto «idolo della gioventù»: «Entra nella luce, Johnny Hallyday, una luce, un fuoco che non si spegne mai», dichiarò con un’orazione che fa impallidire le elogi funebri di Bossuet.

 

Inoltre, e con maggiore veemenza, padre de Sinety brandì la minaccia di uno scisma che, a suo dire, non era tanto religioso quanto politico: «la rottura è una scelta politica che da tempo si maschera da motivazioni spirituali, conducendo le folle su sentieri senza orizzonte».

 

Secondo padre de Sinety, il pericolo che la Chiesa si trova ad affrontare oggi non è il declino della pratica religiosa né il crollo delle vocazioni, bensì il «cristianesimo identitario», ovvero queste nuove generazioni che riscoprono i pellegrinaggi, la liturgia tradizionale, i dogmi e la morale cattolica, le radici cristiane della Francia.

 

Non gli viene in mente che questi giovani cattolici potrebbero essere legittimamente preoccupati per una civiltà sradicata, una società de-cristianizzata. Le 160 pagine del suo ultimo libro, La causa di Cristo: Il Vangelo contro l’identità cristiana (Grasset, 2026), si possono riassumere in quattro parole: «l’identità cristiana, ecco il nemico!».

 

Padre de Sinety ritiene certamente che l’identità cristiana non sia abbastanza rock ‘n’ roll . Vuole piacere al mondo moderno, quindi adatta il messaggio del Vangelo e adotta il discorso dominante. Vede il dogma come una forma rigida di politica identitaria e preferisce gli idoli del momento.

 

Seguire gli idoli, rifiutare i dogmi: Chesterton non lo considerava un progresso, bensì una regressione intellettuale, un ritorno al regno vegetale, all’«inconsapevolezza dell’erba», come disse, osservando giustamente: «gli alberi non hanno dogmi. Le rape sono singolarmente di ampie vedute». (…)

 

Padre Alain Lorans

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

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Processione del Corpus Domini della FSSPX ad Anversa

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In occasione della solennità del Corpus Domini, questa domenica, 7 giugno 2026, i fedeli del priorato della Società di San Pio X di Anversa (Belgio) hanno accompagnato Nostro Signore Gesù Cristo per le vie della città.  

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Estratto dall’omelia della Messa

Se coloro che vivevano in Galilea duemila anni fa desideravano ardentemente toccare Gesù nel suo corpo visibile, noi oggi possediamo una grazia ancora maggiore. Gesù Cristo rimane realmente presente nella Santa Eucaristia, nel Santissimo Sacramento. Lo stesso Signore che camminava per le strade della Palestina è presente oggi sui nostri altari, nella nostra processione per le vie di Anversa.   Forse qualcuno per strada si chiederà: «Cosa stai facendo? Chi stai seguendo?». Sì, qui il sacerdote porta il Santissimo Sacramento. Non vediamo nemmeno il sacerdote stesso; scompare dietro l’ostensorio. Stiamo camminando sulle orme di Nostro Signore Gesù Cristo.   La stessa vita divina che emanava da Lui continua a essere comunicata alle anime che si avvicinano a Lui con fede. La domanda, dunque, è questa: possediamo ancora questa fame, questo fervore, questo desiderio di toccare Cristo, di toccarlo nel Santissimo Sacramento, nella Santa Eucaristia?   Quanti santi si formarono davanti al tabernacolo! Il Cristo eucaristico continua a guarire: guarisce la superbia attraverso l’umiltà; guarisce la tristezza attraverso il suo amore; guarisce la debolezza attraverso la sua grazia; guarisce le anime ferite attraverso il suo perdono.   Ma dobbiamo desiderare di toccarlo; dobbiamo avvicinarci a lui; dobbiamo cercarlo. Ed è proprio questo il significato della nostra processione di oggi: seguiamo Gesù come la folla nel Vangelo. Ogni passo di questa processione dovrebbe essere una preghiera interiore: «Signore, fammi toccare te».   Articolo previamente apparso su FSSPX.News

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Immagine screenshot da YouTube
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