Economia
I talebani firmano contratti da 6,5 miliardi di dollari per l’estrazione mineraria
I rappresentanti dei talebani al potere in Afghanistan hanno firmato ieri accordi con aziende nazionali ed estere che sono diventati il più grande accordo mai firmato da quando i talebani sono saliti al potere con la fuga degli USA di Joe Biden due anni fa.
I contratti da 6,557 miliardi di dollari includono piani per sette miniere, per oro, rame, piombo e ferro, e saranno coinvolti anche alcuni elementi relativi alla lavorazione dei materiali.
Gli accordi furono firmati a Kabul e includevano il Ministero delle Miniere e del Petrolio con società private provenienti da Afghanistan, Turchia, Iran, Gran Bretagna e Cina.
L’ufficio del vice primo ministro ad interim per gli affari economici dell’Afghanistan ha scritto su Twitter: «Ciò creerà migliaia di posti di lavoro e migliorerà significativamente la situazione economica del Paese».
1/6: In the presence of Deputy Prime Minister for Economic Affairs Mullah Abdul Ghani Baradar Akhund, contracts worth $6.557 billion for seven large-scale mines were signed today, Thursday, August 31, between the Ministry of Mines and Petroleum and the winning companies. pic.twitter.com/xcnKhiEfvH
— د ریاست الوزراء اقتصادي معاونیت (@FDPM_AFG) August 31, 2023
Come riportato da Renovatio 21, le risorse minerarie dell’Afghanistan hanno un valore immane.
«L’Afghanistan è afflitto dalla maledizione dell’abbondanza» scriveva due anni fa l’investitore texano Kyle Bass, lamentando che con la ritirata degli USA si spalancava la strada ai cinesi per lo sfruttamento dei giacimenti afghani». Riteniamo che abbiano minerali per un valore di oltre 3 trilioni di dollari. Il Pentagono degli Stati Uniti crede che una provincia… abbia il più grande deposito di litio del mondo», ha affermato Bass.
Come sia possibile che gli USA si siano tirati indietro da un simile ben di Dio? L’ipotesi fatta su Renovatio 21 è che vi fosse, alla base, una combine tra Biden e Xi, sempre considerando il materiale ricattatorio, riguardo a corruzione ma non solo, che Pechino potrebbe esprimere sul clan Biden.
Tuttavia, la situazione afghana in sé è ancora piuttosto complessa.
Come riportato da Renovatio 21, gli Stati Uniti di Biden stanno trattenendo 7 miliardi di fondi propri degli afghani.
Secondo quanto riportato da grandi testate americane vi sarebbe inoltre un traffico di organi, oltre che di figli, con famiglie disperate che vendono per comprare legna e cibo e resistere all’inverno.
A inizio 2022 si scrisse che c’erano già 14 mila morti per mancanza di cibo, mentre l’UNICEF denunciava un «mercato di spose bambine di 20 giorni», parte di una tratta di «schiave sessuali» divenuta fiorente.
Nell’Emirato degli studenti coranici continua copiosa l’attività violenta della branca locale dell’ISIS, chiamata ISIS-K, che ha bombardato un hotel cinese lo scorso mese.
Un mese fa è stato riportato che un patogeno sconosciuto aveva infettato 80 persone uccidendo due bambini nella provincia di Zabul, a Sud del Paese. Bill Gates si è tuttavia offerto di incontrare i vertici talebani per parlare di vaccini.
Secondo l’ONU, dall’avvento dei talebani vi sono migliaia di morti e feriti.
Nel frattempo, il portavoce dell’Emirato va sui social glorificando la prima supercar talebana, costruita con probabilità coi pezzi di una Toyota Corolla.
Immagine da Twitter
Economia
La Volkswagen taglierà 50.000 posti di lavoro in Germania
La più grande casa automobilistica dell’UE, la Volkswagen (VW), ha annunciato che taglierà circa 50.000 posti di lavoro in Germania, motivando la decisione con il crollo dei profitti, l’impennata dei costi energetici e le crescenti pressioni commerciali.
Nel suo rapporto annuale di martedì, la VW ha comunicato che l’utile netto si è quasi dimezzato nel 2025, scendendo a 6,9 miliardi di euro (oltre 8 miliardi di dollari), il risultato più debole dallo scandalo diesel del 2016, mentre i ricavi sono calati a poco meno di 322 miliardi di euro.
VW «ridurrà sistematicamente i costi» nei prossimi anni, hanno dichiarato i dirigenti, confermando che decine di migliaia di posizioni saranno eliminate in tutte le sedi tedesche del gruppo entro il 2030, oltre alle riduzioni di personale già annunciate in precedenza. Nel 2024 l’azienda aveva raggiunto un accordo con i sindacati per evitare licenziamenti involontari e chiusure di stabilimenti nei siti produttivi tedeschi.
«L’anno 2025 è stato caratterizzato da tensioni geopolitiche, tariffe e forte concorrenza», ha affermato il direttore finanziario della VW, Arno Antlitz, precisando che entro il 2030 saranno tagliati 50.000 posti di lavoro e che potrebbero seguire ulteriori misure di riduzione dei costi per rendere la casa automobilistica più competitiva.
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Il settore automobilistico tedesco versa in difficoltà a causa dell’aumento dei prezzi dell’energia, della debole domanda in Europa, della crescente concorrenza dei produttori cinesi, dei dazi statunitensi e di una transizione ai veicoli elettrici più lenta del previsto. Dopo l’escalation del conflitto in Ucraina nel 2022, l’UE ha ridotto drasticamente le importazioni di petrolio e gas russi, obbligando gli Stati membri a ricorrere ad alternative più costose. La crisi energetica che ne è derivata ha alimentato timori sulla tenuta della più grande economia manifatturiera del blocco e sul rischio di una recessione più profonda.
I mercati energetici hanno registrato una nuova ondata di volatilità negli ultimi giorni a causa dei bombardamenti israelo-americani sull’Iran e delle interruzioni del trasporto marittimo globale attraverso lo Stretto di Ormuzzo, arteria cruciale per le forniture mondiali di petrolio e GNL. Secondo le notizie, il traffico nello Stretto è diminuito dell’80% nell’ultima settimana. I prezzi all’ingrosso del petrolio greggio e del gas in Europa sono saliti bruscamente, aggravando la pressione sulle industrie ad alta intensità energetica e accendendo allarmi sulla sicurezza energetica dell’Unione.
La situazione ha spinto alcuni politici dell’UE a rilanciare con forza le richieste di riconsiderare le sanzioni alla Russia, dopo che il presidente Vladimir Putin ha avvertito che Mosca potrebbe interrompere le forniture di gas prima del divieto previsto da Bruxelles per il 2027.
Secondo indiscrezioni, la Commissione Europea starebbe valutando possibili misure di emergenza per tutelare i produttori dall’aumento dei costi dell’elettricità, tra cui una revisione delle tasse nazionali sull’energia, delle tariffe di rete e dei meccanismi di fissazione del prezzo del carbonio.
Come riportato da Renovatio 21, mesi fa VW affrontò la crisi dei chip dopo che l’Olanda aveva sequestrato una fabbrica cinese. Allo stesso tempo si parlò di una crisi di liquidità della grande società germanica.
Ora il destino del colosso automobilistica sembra essere quello di tornare ad una piena produzione di armi come ai tempi di Adolfo Hitlerro.
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Immagine di Harrison Keely via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International
Economia
L’UE ha dato all’Ucraina 195 miliardi di euro
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Economia
Putin: la produzione di petrolio nel Golfo potrebbe fermarsi tra poche settimane
Il presidente russo Vladimir Putin ha dichiarato che la produzione di petrolio che dipende dallo Stretto di Hormuz potrebbe interrompersi del tutto entro un mese, mettendo in guardia sui gravi rischi che il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran potrebbe comportare per il mercato energetico mondiale.
Lo scorso anno, circa un terzo delle esportazioni mondiali di petrolio via mare è transitato attraverso lo stretto, ha affermato Putin lunedì durante una riunione di governo dedicata ai mercati energetici globali. «Si tratta di circa 14 milioni di barili al giorno, di cui l’80% è diretto ai paesi asiatici e del Pacifico», ha precisato, aggiungendo che «ora questa rotta è di fatto chiusa».
Secondo le informazioni disponibili, il traffico nello stretto è calato dell’80% la scorsa settimana, in seguito alla campagna di bombardamenti lanciata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran, che ha scatenato attacchi di rappresaglia da parte di Teheran. Diverse petroliere sono state colpite nelle vicinanze. Questi sviluppi hanno portato il prezzo del greggio oltre i 100 dollari al barile e hanno alimentato previsioni di misure energetiche d’emergenza da parte dell’UE e di altre grandi economie.
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«La produzione di petrolio che dipende dallo stretto rischia di fermarsi completamente nel prossimo mese. Sta già calando», ha sottolineato il presidente. Ripristinare la produzione potrebbe richiedere settimane o addirittura mesi, ha proseguito.
I prezzi globali del petrolio sono già in rialzo, ha osservato Putin, precisando che l’aumento ha superato il 30% solo nell’ultima settimana. Le interruzioni nelle forniture energetiche, secondo il presidente, aggravano l’inflazione e provocano un calo della produzione industriale.
Putin ha avvertito che il mondo si trova di fronte a una «nuova… realtà dei prezzi», definendola «inevitabile».
La Russia si conferma un «fornitore energetico affidabile», ha dichiarato il presidente, assicurando che continuerà a fornire petrolio e gas alle nazioni considerate partner affidabili. Secondo Putin, tra questi figurano paesi asiatici e membri dell’UE come Slovacchia e Ungheria.
Lunedì, il Primo Ministro ungherese Viktor Orban e il ministro degli Esteri Peter Szijjarto hanno chiesto a Brusselle di revocare il divieto sul petrolio e sul gas russi, alla luce dell’escalation del conflitto in Medio Oriente. In precedenza, il segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent ha annunciato un allentamento parziale delle sanzioni sul petrolio russo per contribuire alla stabilizzazione dei mercati.
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Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0)
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