Storia
Gli inglesi accusati di genocidio contro gli aborigeni australiani
I coloni britannici hanno commesso un «genocidio» contro il popolo aborigeno nello stato australiano di Victoria dopo il loro arrivo nella zona nei primi anni del 1830. Lo ha affermato una commissione che indaga sulle ingiustizie contro la popolazione indigena.
La colonizzazione di Victoria, il secondo stato più piccolo dell’Australia, situato nel sud-est del paese, ebbe luogo tra il 1834 e il 1851. Durante quel periodo, la popolazione indigena ha subito una «quasi completa distruzione fisica», passando da circa 60.000 a 15.000 unità, secondo un rapporto pubblicato martedì dalla Yoorrook Justice Commission.
Tra i crimini commessi dagli inglesi a Victoria si legge: «omicidi di massa, malattie, violenza sessuale, esclusione, linguicidio [distruzione della lingua, ndr], cancellazione culturale, degrado ambientale, allontanamento dei bambini, assorbimento e assimilazione».
«Si è trattato di genocidio», ha stabilito la commissione dopo aver tenuto più di due mesi di udienze pubbliche e ascoltato le testimonianze di oltre 1.300 aborigeni.
Il rapporto suggeriva circa 100 raccomandazioni per «riparare» i danni causati agli aborigeni da «invasione e occupazioneÐ, tra cui il pagamento di riparazioni e la concessione di poteri decisionali all’Assemblea dei Primi Popoli di Victoria.
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La premier del Victoria, Jacinta Allan, ha dichiarato in una nota di aver accolto con favore il rapporto e che il suo governo ne avrebbe preso in considerazione le conclusioni.
«Il processo di rivelazione della verità in Victoria è un’opportunità storica per ascoltare le storie del nostro passato che sono state sepolte: sono storie che tutti i vittoriani hanno bisogno di sentire», ha affermato la Allana.
Jill Gallagher, responsabile della Victorian Aboriginal Community Controlled Health Organization (VACCHO), ha dichiarato ad ABC: «Non incolpiamo nessuno dei viventi oggi per queste atrocità”, ma ha sottolineato che “è responsabilità di coloro che sono viventi oggi accettare questa verità».
La Commissione Giustizia di Yoorrook è stata istituita nel 2021, diventando la prima del suo genere in Australia. Inchieste formali simili, mirate a “verificare la verità”, sono attualmente in corso in altri stati.
In precedenza, l’Australian Museum aveva affermato che tra la fine del XVIII e l’inizio del XX secolo i coloni avevano compiuto almeno 270 massacri contro gli aborigeni australiani «come parte di un tentativo organizzato e sancito dallo Stato di sradicare il popolo delle Prime Nazioni».
Secondo il museo, a causa di queste azioni, la popolazione indigena australiana diminuì da circa 1-1,5 milioni a meno di 100.000 persone all’inizio del 1900.
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Immagine di matt hrkac via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic
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Storia
Operazioni segrete oltre la Cortina di Ferro e ricerca storica: un libro per capire
Oltre la cortina di ferro è il titolo dell’ultimo saggio di Alessandro Giorgi, storico militare di vocazione perché svolge con successo un altro mestiere da sempre. Ma le due strade si possono toccare, supportare e rendere complementari proprio come nel caso dell’autore. Dirigente d’azienda di giorno, Giorgi è un raffinato ricercatore di vicende nascoste in attesa di essere riportate alla luce nel tempo che gli resta. Un lavoro che compie con dedizione e profondità impressionanti.
Giorgi aveva iniziato anni fa pubblicando una sua prima ricerca basata sulla storia dell’utilizzo di marinai norvegesi in Vietnam. Questi «vichinghi» capitarono nella terribile guerra in Vietnam semplicemente perché la popolazione autoctona non era abbastanza preparata ad utilizzare i mezzi forniti dagli statunitensi e altri candidati prima di loro declinarono la gentile offerta.
Uno dei grandi insegnamenti di questo suo mestiere «notturno», mi confessa l’autore, è la raggiunta consapevolezza che la realtà supera di gran lunga la fantasia. A giudicare dalle storie che riporta nelle sue opere non c’è come dargli torto.
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L’ultimo suo scritto tratta invece delle operazioni di infiltrazione messe in atto dai servizi anglo americani dagli anni Quaranta in avanti verso i paesi sotto controllo sovietico. Gli scenari delle operazioni, esplorate con estrema dovizia di ricerca su fonti primarie, sono diversi e coprono tutto l’arco del confine che Winston Churchill ebbe per primo a definire Iron Curtain.
I vari ambienti vanno da quelli del Grande Nord tra i paesi scandinavi, con un cono di luce dedicato alla Finlandia e alla sua frontiera con URSS, a tutto il mondo dei paesi baltici assieme alla Polonia dove ebbe luogo l’Operation Jungle portata avanti dai britannici.
Il difficilissimo appoggio alla resistenza in Ucraina, dove venne ampiamente sottovalutato il fermissimo controllo sovietico nel territorio alle operazioni CARCASS e Shrapnel in Russia e il ruolo del NTS. Si prosegue poi sul teatro albanese dove i servizi USA e britannici si misurarono in efficacia e gli italiani ebbero un ruolo di primo piano fino ad arrivare all’Europa sud-orientale con l’apertura anche a francesi e olandesi.
Nel libro vi è quindi l’approfondimento sui mezzi e i reparti aerei utilizzati dagli americani dal loro quartier generale a Wiesbaden e infine un cenno anche sulla nascita dell’operazione Stay Behind che ovviamente raccoglieva parallela e intrinseca tutto il lavoro svolto oltre cortina da ognuna di queste missioni.
Il grande aiuto nello studio, racconta l’autore, viene soprattutto da quelle fonti consultabili in rete. Per ogni ricercatore di documenti contemporanei il pilastro indiscutibile è quello strumento nato negli USA negli anni Sessanta chiamato Freedom For Information Act (FOIA), e oggi accessibile da chiunque in possesso di una connessione ad internet. Un sistema creato dal mondo statunitense perché i documenti prodotti dalla macchina burocratica della grande Repubblica nordamericana diventassero accessibili al pubblico vaglio, dopo un controllo e una pulizia interna.
Nonostante la facilità di accesso e la dimensione smisurata dei documenti disponibili su FOIA, la ricerca non sarà mai facile ne immediata. Tutt’altro. Giorgi conferma che il 90% sono delusioni ma quando si incontra finalmente il jolly, tutta la fatica viene ripagata. Dovendo fare ricerca su materiale digitale, si è giocoforza costretti a saltare tra compartimenti stagni. Cambia tutto quando si incontra il filone giusto, la parola chiave da ricercare, il nome corretto da digitare perché allora, mi spiega, è come una crepa in una diga che si riversa finalmente nella narrazione della storia.
Tuttavia la ricerca non è fatta solo da una vita da topi di biblioteca perché, Giorgi racconta, una parte fondamentale è quella dell’incontro con le persone, che possano essere diretti testimoni o famigliari informati sui fatti. L’autore mi ha spiegato come spesso si fosse fatto cruccio a telefonare per paura di essere malamente rimbalzato, ma che invece la stragrande maggioranza delle volte avesse invece incontrato persone che non vedevano l’ora di condividere con entusiasmo.
L’incontro con la gioia, spesso traboccante, delle avventure vissute in gioventù del suo interlocutore oppure le storie d’eccezione di qualcuno in famiglia che finalmente avrebbero ricevuto l’onore della cronaca finivano spesso per travolgere Giorgi nei suoi viaggi di conoscenza in giro per il mondo.
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Altro capitolo invece diventa la ricerca su fonti primarie in archivi cartacei, a maggior ragione quelli che facevano parte della defunta Unione Sovietica. La difficoltà a lavorare sugli archivi russi è sempre stata molto elevata. Mi spiega che nel momento in cui Gorbachev diede inizio a quel periodo denominato con la parola russa di glasnost, traducibile in italiano come trasparenza, fino ai primissimi anni Novanta c’era stata la possibilità di accedere alla totalità dell’archivio. Successivamente però gli archivi statali russi vennero nuovamente limitati in linea con le pratiche standard del mondo.
Oltre all’enorme archivio centrale sotto il controllo di Rosarkhiv, un agenzia federale che vigila su quindici diversi archivi, però, mi dice Giorgi, esistono ancora tutti quelli minori in giro per le vecchie Repubbliche sovietiche.
Molto venne distrutto dal ‘91 in avanti ma molto rimase anche nascosto alle tracce dei radar vista anche l’enormità della documentazione prodotta dal colosso comunista. In molti di questi si possono ancora ritrovare molte perle fondamentali per mandare avanti la ricerca su un ambito storiografico che non finisce di produrre interesse e conseguente nuovo materiale.
Marco Dolcetta Capuzzo
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Immagine di Oswald Hedenström, Military Museum of Finland via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International; immagine tagliata
Storia
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