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Francia, lettera aperta di ex militari: un complotto contro la Repubblica?

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Renovatio 21 pubblica questo articolo di Réseau Voltaire.

 

 

Negli ultimi tre anni la Francia ha attraversato due grandi crisi, cui non è stata data risposta: la messa in discussione della globalizzazione da parte dei Gilet Gialli e la denuncia da parte dei sindacati di polizia del disgregamento dello Stato. Entrambe non hanno ricevuto risposte adeguate alla sostanza dei problemi sollevati. Sebbene le ragioni di coloro che hanno suonato l’allarme siano condivise da tutti, è impossibile discuterne pubblicamente. Così la democrazia muore, non già per mancanza di confronto, ma perché si ergono tabù.

 

 

Nel 2018 la Francia è stata scossa da un vasto movimento popolare, i Gilet Gialli. Nato da una protesta contro il rialzo delle imposte sulla benzina, molto presto si è palesato come contestazione degli effetti sociologici della globalizzazione degli scambi: scomparsa delle classi medie occidentali, emarginazione in zone rurali malservite

I Gilet Gialli contro la globalizzazione

Nel 2018 la Francia è stata scossa da un vasto movimento popolare, i Gilet Gialli. Nato da una protesta contro il rialzo delle imposte sulla benzina, molto presto si è palesato come contestazione degli effetti sociologici della globalizzazione degli scambi: scomparsa delle classi medie occidentali, emarginazione in zone rurali malservite. (1)

 

Due settimane dopo l’inizio delle manifestazioni, gruppi non identificati si sono infiltrati nel movimento e l’hanno sabotato dall’interno. Così, dopo 15 giorni in cui tutti i manifestanti brandivano con fierezza la bandiera francese e cantavano la Marsigliese – cosa che da cinquant’anni non accadeva nelle manifestazioni popolari – teppisti incappucciati e vestiti di nero vandalizzavano l’Arco di Trionfo, in particolare la scultura della Marsigliese. Al processo che seguì si dimostrò come questo gruppo di provocatori non avesse alcun rapporto con i Gilet Gialli, che però furono gli unici a venire arrestati.

 

In mancanza di un leader che denunciasse l’infiltrazione, nel giro di un anno il movimento dei Gilet Gialli si smorzò progressivamente. Tuttavia, i problemi che erano all’origine permangono.

 

Due settimane dopo l’inizio delle manifestazioni, gruppi non identificati si sono infiltrati nel movimento e l’hanno sabotato dall’interno

In altri tempi i politici creavano le «commissioni Théodule» [ossia commissioni che servono a poco o a nulla, espressione creata dal generale De Gaulle, ndt], per affossare i problemi che volevano ignorare. Al tempo dei media che sfornano ininterrottamente informazione, il presidente Macron ha inventato, con il medesimo obiettivo, il «Grande dibattito nazionale»: tutti dicono la loro, ma nessuno riceve una risposta pertinente, né dall’Esecutivo né dall’Assemblea.

 

 

I poliziotti contro lo sfaldamento della nazione

Recentemente è stato suonato un secondo allarme. Il problema è l’affossamento del terzo dei diritti proclamati nella Dichiarazione dei Diritti dell’uomo e del cittadino del 1789 – diritti che non vanno confusi con i Diritti dell’uomo intesi in senso anglosassone: la sicurezza. Vale a dire la garanzia ai cittadini di poter esercitare i diritti imprescrindibili della libertà e della proprietà.

 

In effetti si può constatare non tanto un aumento generale della delinquenza, ma una disparità geografica sempre più accentuata. Se i cittadini del VII arrondissement di Parigi non si sentono minacciati, quelli del XV arrondissement di Marsiglia temono in continuazione le aggressioni dei delinquenti.

 

Parallelamente, la polizia, che dovrebbe difenderli, ha cambiato mansioni: esita a inoltrarsi in alcuni quartieri dove viene sempre più di frequente attaccata.

Alcuni poliziotti hanno fatto un uso sproporzionato della forza, prima contro i Gilet Gialli, ora contro i contestatori della politica sanitaria. Benché si tratti di casi non molto numerosi a livello nazionale, essi dimostrano che non si tratta di un orientamento occasionale, ma deliberato, sostenuto dai vertici dello Stato

 

Molti poliziotti temono, a ragion veduta, per la loro vita: ogni anno ne muoiono una decina. Inoltre, alcuni di loro cominciano a trasformarsi in agenti di repressione dell’opposizione politica. Così, in molti casi, alcuni poliziotti hanno fatto un uso sproporzionato della forza, prima contro i Gilet Gialli, ora contro i contestatori della politica sanitaria. Benché si tratti di casi non molto numerosi a livello nazionale, essi dimostrano che non si tratta di un orientamento occasionale, ma deliberato, sostenuto dai vertici dello Stato.

 

Al momento, la mentalità dei poliziotti è ancora repubblicana: si ritengono al servizio dei cittadini e non soltanto delle autorità politiche. Ma i loro sindacati moltiplicano gli allarmi e denunciano le norme di reclutamento oggi in vigore. Vengono infatti ammessi alla scuola di polizia sia persone che hanno sofferto di problemi psichiatrici sia piccoli delinquenti.

 

 

Le elezioni presidenziali del 2022

Questo movimento, che segue quello dei Gilet Gialli, arriva proprio quando il Paese si prepara alla campagna elettorale: a maggio 2022 si eleggerà il presidente della Repubblica. Già ora, due terzi dell’elettorato è contrario alla ricandidatura del presidente Emmanuel Macron.

I sindacati dei poliziotti  moltiplicano gli allarmi e denunciano le norme di reclutamento oggi in vigore. Vengono infatti ammessi alla scuola di polizia sia persone che hanno sofferto di problemi psichiatrici sia piccoli delinquenti

 

In considerazione dei fallimenti di Nicolas Sarkozy e di François Hollande – entrambi sconfitti dopo il loro primo e unico mandato – Macron può sperare di ottenere una seconda investitura soltanto mostrandosi sensibile alle aspettative popolari. A quella dei Gilet Gialli contro la globalizzazione e a quella dei sindacati di polizia contro l’arretramento della Repubblica, ossia dell’Interesse Generale.

 

Pur non avendo alcuna intenzione di aderirvi, il presidente Macron può però tentare una manovra elettorale:

 

  • Moltiplicare artificiosamente le candidature per poi screditare i candidati che potrebbero risultare vincenti al primo turno, a eccezione di quello di propria scelta, in modo da vedersela con quest’ultimo al secondo turno.

 

Macron può sperare di ottenere una seconda investitura soltanto mostrandosi sensibile alle aspettative popolari

  • Organizzare un secondo turno contro Marine Le Pen, ma dopo averla demonizzata, in modo da costringere la maggior parte dei propri oppositori a dargli il voto, in nome di un «fronte repubblicano» contro il fascismo.

 

Una strategia che funzionò nel 2002, quando Jacques Chirac riportò l’82% dei voti contro il 17% di Jean-Marie Le Pen. Una strategia che oggi potrebbe essere azzardata, perché Marine Le Pen, a differenza del padre, non ha l’immagine di fascista, ma di repubblicana. L’Eliseo è perciò a caccia di opportunità per trasformarla in mostro.

 

 

L’appello degli ex militari

Recentemente è accaduto che alcuni ex militari abbiano scritto una Lettera aperta ai governanti, ove sottolineano l’attuale disgregazione delle istituzioni e prospettano un possibile ricorso alle forze armate, ove fosse inevitabile per risolvere il problema della sicurezza.

 

Recentemente è accaduto che alcuni ex militari abbiano scritto una Lettera aperta ai governanti, ove sottolineano l’attuale disgregazione delle istituzioni e prospettano un possibile ricorso alle forze armate, ove fosse inevitabile per risolvere il problema della sicurezza

L’appello è stato pubblicato il 13 aprile 2021 sul loro sito internet, Place d’armes. Il 21 aprile 2021 il settimanale di destra, Valeurs actuelles, l’ha ripreso, ma non nell’edizione cartacea, bensì sul sito. Marine Le Pen, che ha dichiarato di condividere da molto tempo la diagnosi degli ex militari, li ha esortati a votarla alle prossime elezioni presidenziali.

 

L’Eliseo ha colto al volo l’occasione e ha mandato tutti i propri ministri, a turno, a denunciare davanti ai media un «pugno di generali a riposo» che, secondo loro, esortano i colleghi in attività a perpetrare un colpo di Stato. Tutti hanno finto di credere che l’appello fosse datato 21 aprile, e non il 13, in modo da poterlo stigmatizzare come una manovra faziosa, a sessant’anni esatti dal golpe dei generali di Algeri contro l’indipendenza dell’Algeria. Per finire, tutti hanno denunciato la fascinazione di Marine Le Pen per «il tintinnar di sciabole».

 

Consapevole dell’opportunità di battere Macron al primo turno del 2022, il leader della France Insoumise, Jean-Luc Mélenchon, si è rivolto al procuratore della Repubblica per denunciare i «generali faziosi». Mélenchon era infatti arrivato terzo al primo turno delle ultime elezioni presidenziali, ottenendo il 19% dei voti, contro il 21% di Marine Le Pen e il 24% di Macron.

 

 

La collocazione dei militari nel pubblico dibattito

Invitiamo i lettori a leggere il testo della Lettera aperta (2) e constatare che si tratta di molto rumore per nulla.

 

L’Eliseo ha colto al volo l’occasione e ha mandato tutti i propri ministri, a turno, a denunciare davanti ai media un «pugno di generali a riposo» che, secondo loro, esortano i colleghi in attività a perpetrare un colpo di Stato

La facoltà del governo di ricorrere all’esercito per mantenere l’ordine viene chiamata «stato di emergenza». Ma i militari non sono addestrati per questa mansione e il loro intervento potrebbe causare perdite umane che soltanto pompieri e gendarmi sono addestrati ad affrontare.

 

Lo «stato d’emergenza» è stato decretato da alcuni governi nel 2005, 2015 e 2017. Attualmente 10 mila militari possono essere precettati nell’ambito dell’Operazione Sentinella, per proteggere i cittadini dal rischio di atti terroristici. È così anche in Belgio e nel Regno Unito.

 

Inoltre, l’art. 36 della Costituzione del 1958 prevede la possibilità di trasferire in casi estremi i poteri di polizia e di ordine pubblico dal ministero dell’Interno alle forze armate. È lo «stato d’assedio», cui non si è mai ricorso durante la V Repubblica, nemmeno in occasione del colpo di Stato dei generali del 1961.

 

Governo e France Insoumise sottolineano come gli ex militari firmatari della Lettera aperta non affermino di collocarsi nel quadro costituzionale, insinuando che abbiano una volontà golpista. È un processo alle intenzioni sbagliatissimo. Nella lettera non ci sono assolutamente elementi che giustifichino l’accusa agli ex militari di avere intenti faziosi.

 

Nella lettera non ci sono assolutamente elementi che giustifichino l’accusa agli ex militari di avere intenti faziosi

Tutto questo chiasso è servito solo ad attirare l’attenzione sul testo: è stato firmato da oltre 10 mila ex militari, fra cui una trentina di generali. Tutti ora possono valutare i problemi sollevati nella lettera ed è ormai palese l’inerzia di chi ci governa, senza distinzione di partito.

 

 

Sanzioni contro chi ha lanciato l’allarme

La ministra della Difesa ha annunciato di voler sanzionare i firmatari: si vuole estendere l’infamia destinata a colpire Marine Le Pen a tutti quelli cui lei si rivolge.

 

Peccato che dei 10 mila militari firmatari soltanto 18 siano ancora in servizio. Questi ultimi rischiano di essere radiati per violazione del dovere di riserbo. Quanto ai militari a riposo, godono del pieno diritto della libertà di parola. Possono solo incorrere nel biasimo per l’allarme suscitato; sarebbe invece quantomeno sorprendente che 10 mila persone fossero sanzionate collettivamente per aver esercitato il legittimo diritto di cittadini a esprimersi liberamente.

 

I militari, che siano in servizio o a riposo, non sono più sudditi, ma cittadini come gli altri

I militari, che siano in servizio o a riposo, non sono più sudditi, ma cittadini come gli altri.

 

Dopo il golpe di Algeri il presidente Charles de Gaulle avviò una profonda riforma delle forze armate. I militari che si rifiutarono di obbedire ai generali golpisti erano infatti passibili di essere puniti per disobbedienza agli ordini. Il generale De Gaulle – che nel 1940 si rifiutò di obbedire al proprio superiore, il maresciallo Philippe Pétain, e creò la Francia Libera – introdusse una distinzione fra quel che è da ritenere «legale» e quel che invece è “legittimo”. Il Codice della Difesa fu quindi modificato: non consente ai militari di scegliere il campo, ma impone loro l’obbligo di rifiutarsi di eseguire ordini illegittimi o contrari all’onore, nonché di arrestare i superiori che li emettono.

 

Non c’è quindi nessun complotto contro la Repubblica, nessun maneggio fazioso.

 

È a giusto titolo che i firmatari della Lettera aperta hanno chiesto di «parlare da pari a pari» con il loro capo di stato-maggiore che li ha insultati. Ogni soldato, in servizio attivo o a riposo, gode di tale diritto in qualità di cittadino. Un diritto che fa da corollario all’obbligo dei militari di Obbedire e Servire

Ed è a giusto titolo che i firmatari della Lettera aperta hanno chiesto di «parlare da pari a pari» con il loro capo di stato-maggiore che li ha insultati. Ogni soldato, in servizio attivo o a riposo, gode di tale diritto in qualità di cittadino. Un diritto che fa da corollario all’obbligo dei militari di Obbedire e Servire.

 

Bollando come «faziosi» i firmatari della lettera, il guardasigilli, Éric Dupont-Moretti, si è esposto a un’azione giudiziaria penale. L’ex avvocato non stava infatti facendo un’arringa in un’aula di tribunale. È chiamato perciò a rispondere delle proprie affermazioni.

 

 

Tabù

Il fatto che alcuni dei 10 mila firmatari siano membri del partito di Marine Le Pen, il Rassemblement National – uscito dal partito storico, fondato da ex collaboratori dei nazisti e dei golpisti d’Algeri, il Front National – o a esso vicini, non autorizza a condannare né Marine Le Pen né collettivamente i militari firmatari. Nella Repubblica francese non c’è colpevolezza ereditaria né collettiva. Tutti sono cittadini francesi a pieno titolo.

Con la loro diagnosi, gli ex militari non si sono accontentati di denunciare la retorica del woke, che vorrebbe impedire l’uso del monopolio pubblico della violenza, né di denunciare l’ideologia dell’islam politico. Hanno voluto anche esprimere il timore per l’uso in chiave antirepubblicana delle forze dell’ordine contro i Gilet Gialli

 

Nessuno dei 10 mila firmatari si è macchiato di reati contro la Nazione, anzi molti hanno servito il Paese con onore.

 

Con la loro diagnosi, gli ex militari non si sono accontentati di denunciare la retorica del woke, che vorrebbe impedire l’uso del monopolio pubblico della violenza, né di denunciare l’ideologia dell’islam politico. Hanno voluto anche esprimere il timore per l’uso in chiave antirepubblicana delle forze dell’ordine contro i Gilet Gialli. La reazione sproporzionata alla loro Lettera aperta dimostra che hanno toccato un punto dolente.

 

Siamo in presenza di un rovesciamento di valori che sottopone al giudizio mediatico – e in futuro fors’anche al giudizio dei corpi militari d’appartenenza – persone, non per quanto fatto, né per le opinioni espresse, ma perché espongono una diagnosi che tutti sottoscrivono ma che pochi osano enunciare a voce alta.

 

Il discorso politico si è progressivamente allontanato dalla realtà. Ora si sta inoltrando in una zona torbida ove, come in alcune società della Polinesia, quel che non si controlla diventa tabù. «Il circolo della ragione» (3) non solo cerca da trent’anni di vietare opinioni controcorrente, ora tenta anche d’impedire che si affrontino determinati argomenti.

Il discorso politico si è progressivamente allontanato dalla realtà. Ora si sta inoltrando in una zona torbida ove, come in alcune società della Polinesia, quel che non si controlla diventa tabù

 

Dal momento che i primi tre diritti enunciati nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino sono andati perduti – la libertà, la proprietà e la sicurezza – è lecito ricorrere al quarto: «la resistenza all’oppressione» (articolo 2).

 

 

Thierry Meyssan

 

 

 

Articolo ripubblicato su licenza Creative Commons CC BY-NC-ND

 

 

 

 

 

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Kabul, si muore di fame e freddo nei campi degli sfollati

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Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di Asianews

 

 

La crisi umanitaria diventa sempre più grave in Afghanistan. Gli ospedali sono al collasso senza gli aiuti umanitari. I funzionari pubblici non ricevono lo stipendio da 4 mesi. Gli sforzi della diplomazia sembrano non portare da nessuna parte.

 

 

A Kabul, nei campi per gli sfollati interni, nei giorni scorsi sono morti cinque bambini per il freddo e la fame. Le famiglie erano scappate dalle province per sfuggire alle rappresaglie dei talebani prima che questi arrivassero alla capitale.

 

Nei campi non ci sono strutture sanitarie, i bambini che nascono restano senza vestiti per ore. Senza i soldi degli aiuti internazionali anche gli ospedali sono al collasso.

 

«Eravamo abituati a far nascere 70 bambini al giorno, ma ora siamo scesi a meno di 15. Avevamo più di 100 ostetriche, ora ne abbiamo 6»

«Non siamo in grado di pagare gli stipendi e le forniture a causa della situazione economica», ha raccontato Atiqullah Kariq, direttore dell’ospedale Dasht-e-Barchi a Kabul. «Eravamo abituati a far nascere 70 bambini al giorno, ma ora siamo scesi a meno di 15. Avevamo più di 100 ostetriche, ora ne abbiamo 6. Stiamo facendo del nostro meglio, ma senza un maggiore aiuto internazionale, non possiamo tornare a lavorare come prima».

 

Circa 9 miliardi di dollari (oltre 7,5 miliardi di euro) di riserve della banca centrale afghana restano bloccati nelle banche americane, per cui i salari dei dipendenti pubblici non vengono ancora pagati.

 

A Herat centinaia di insegnanti si sono uniti in protesta perché da quattro mesi non ricevono lo stipendio. La gente non riesce a pagare le bollette, gli insegnanti lamentano di non avere i soldi e i mezzi per portare i figli dal medico. «Guadagnano i soldi per vivere vendendo elettrodomestici ma ora non hanno più nulla da vendere», ha detto Mohammad Sabir Mashal, capo dell’associazione degli insegnanti.

 

Prima della creazione dell’Emirato islamico dell’Afghanistan, il 75% della spesa pubblica era finanziato da aiuti internazionali.

Prima della creazione dell’Emirato islamico dell’Afghanistan, il 75% della spesa pubblica era finanziato da aiuti internazionali

 

Intanto i Paesi confinanti hanno chiuso le porte ai richiedenti asilo afghani: il governo talebano ha detto che in meno di un mese ricomincerà a rilasciare passaporti, ma intanto la sofferenza di chi è rimasto bloccato in Afghanistan aumenta.

 

Human Rights Watch ha chiesto alle Nazioni unite e alle altre agenzie internazionali di aumentare il sostegno agli afghani che sono fuggiti o vogliono fuggire dal Paese. Chi è già scappato in Occidente ha bisogno di «soluzioni sicure e durature», mentre per chi è rimasto dovrebbe essere stabilito «un programma di partenze controllate».

 

È in questo contesto che va inserita la partecipazione dei talebani alla conferenza internazionale tenutasi ieri a Mosca, alla quale hanno partecipato i rappresentanti di Russia, Cina, Pakistan, India, Iran e cinque «stan» dell’Asia centrale. Nella dichiarazione finale chiedono l’intervento dell’ONU per evitare una crisi umanitaria di proporzioni catastrofiche, soprattutto ora che arriva l’inverno.

 

«L’onere principale dovrebbe essere sostenuto dalle forze i cui contingenti militari sono stati presenti in questo Paese negli ultimi 20 anni», hanno affermato, riferendosi agli Stati Uniti.

I talebani continuano a rassicurare il mondo di essere in grado di controllare il Paese, ma in realtà non hanno i mezzi per tenere a bada i combattenti dello Stato Islamico che nei giorni scorsi hanno condotto l’ennesima serie di attacchi, anche a Kandahar, culla del potere talebano

 

I talebani continuano a rassicurare il mondo di essere in grado di controllare il Paese, ma in realtà non hanno i mezzi per tenere a bada i combattenti dello Stato Islamico che nei giorni scorsi hanno condotto l’ennesima serie di attacchi, anche a Kandahar, culla del potere talebano.

 

La Russia e tutti gli altri Paesi vogliono evitare l’instabilità e l’infiltrazione di «estremisti islamici» (cioè l’ISISs e al-Qaeda), ma restano reticenti a riconoscere il governo dell’Emirato.

 

Il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha però dichiarato che bisogna prendere atto che «una nuova amministrazione è ora al potere». E ha chiesto ai talebani un governo più inclusivo, in cui cioè siano rappresentate tutte le fazioni etniche del Paese. Ma su questo punto la diplomazia incontra l’ennesimo stallo, perché i talebani non danno segno di voler fare concessioni.

 

 

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Immagine di ResoluteSupportMedia via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0)

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Pechino costruisce basi militari sul suolo tagiko per controllare l’Afghanistan

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I cinesi starebbero sviluppando un vecchio avamposto sovietico vicino al Corridoio di Wakhan. L’obiettivo è di bloccare infiltrazioni terroristiche in territorio cinese. I talebani afghani hanno promesso di cacciare gli estremisti uiguri, nemici di Pechino. La Russia osserva le mosse della Cina nella regione.

 

 

La Cina sta costruendo basi militari e punti di osservazione alla frontiera tra Tagikistan e Afghanistan. Pechino vuole controllare la minaccia dei guerriglieri afghani più estremisti.

 

In una località non precisata, non lontano dal Corridoio di Wakhan nella provincia del Badakhshan, i cinesi mostrano ambizioni di controllo sulla regione, anche con l’addestramento di forze tagike.

 

I militari cinesi sono posizionati con ogni probabilità vicino a un vecchio avamposto sovietico (v. foto sotto), dove in realtà sono presenti già da qualche anno, per monitorare questa zona montuosa strategica. Sono state elevate torri d’osservazione e altre strutture difensive.

 

Il governo cinese e quello tagiko negano la presenza del contingente di Pechino

 

Il totale dei soldati di Pechino cresce a dismisura con la giustificazione della garanzia della sicurezza nella regione

Il governo cinese e quello tagiko negano la presenza del contingente di Pechino, ma i corrispondenti locali di Radio Azattyk hanno mostrato alcune foto del complesso in forte sviluppo negli ultimi mesi.

 

Dalle conversazioni con diversi esponenti passati e presenti delle strutture di potere in Tagikistan e Afghanistan, e con gli abitanti della zona, i giornalisti e gli analisti di Azattyk hanno fatto una stima della forza militare cinese.

 

Il totale dei soldati di Pechino cresce a dismisura con la giustificazione della garanzia della sicurezza nella regione. La Cina ha sviluppato il progetto militare basandosi sulle relazioni conflittuali tra il governo tagiko e i talebani.

 

La Cina ha sviluppato il progetto militare basandosi sulle relazioni conflittuali tra il governo tagiko e i talebani

La prima preoccupazione di Pechino rimane il controllo dei combattenti uiguri in Afghanistan, che vengono accusati di tentati attacchi nello Xinjiang.

 

Intervistato da Azattyk, Haiyun Ma, docente dell’università USA di Frostburg, nota che «la situazione in Afghanistan è piuttosto scivolosa per i cinesi, visti i rapporti tra i talebani e i terroristi uiguri, eppure Pechino deve cercare di collaborare con il regime di Kabul».

 

Gli abitanti del versante tagiko del Corridoio di Wakhan raccontano di droni militari che sorvolano continuamente la zona, e di diverse altre tecnologie di sorveglianza sparse sul territorio.

 

Il corridoio di Wakhan, stretto tra Tagikistan e Pakistan fino ai confini cinesi, è la vera zona nevralgica di tutti i possibili sviluppi militari ed economici, e la Cina è interessata a bonificarlo come punto di transito della nuova Via della Seta

Due intervistati sotto anonimato hanno affermato di aver frequentato più volte la struttura militare prima del golpe talebano, e di aver visto all’opera personale cinese insieme a tagiki e afghani: si scambiavano informazioni su entrambi i lati della frontiera. Ora questo equilibrio si è rotto, come conferma un’altra fonte anonima del governo di Dušanbe.

 

Gli afghani (talebani) non si vedono più alle trattative con i militari cinesi e tagiki, che si svolgevano in media ogni due mesi.

 

Basandosi su fonti militari afghane e tagike, a inizio ottobre Azattyk ha scritto che i talebani hanno cacciato gli estremisti uiguri dall’Afghanistan, che condivide 76 chilometri di frontiera con la Cina. Si tratterebbe degli estremisti del «Partito islamico del Turkestan», nemici giurati di Pechino. Essi erano già attivi nell’Afghanistan talebano degli anni ’90, e i rapporti da allora non si sono mai interrotti. L’allontanamento dalle zone più calde non comporta, del resto, la loro consegna ai cinesi, e un’eccessiva pressione in questo senso potrebbe avere conseguenze disastrose, portando gli uiguri a saldarsi con i resti dell’ISIS sparsi nella regione.

 

È in gioco non solo il controllo dell’Afghanistan, ma dell’Asia intera, nel confronto tra le grandi potenze mondiali.

Il corridoio di Wakhan, stretto tra Tagikistan e Pakistan fino ai confini cinesi, è la vera zona nevralgica di tutti i possibili sviluppi militari ed economici, e la Cina è interessata a bonificarlo come punto di transito della nuova Via della Seta (Belt and Road Initiative).

 

I russi hanno ceduto il controllo della zona ai cinesi anni fa, ma rimangono vigili con le loro forze attive in Tagikistan: circa 7mila uomini intorno alla capitale Dušanbe.

 

È in gioco non solo il controllo dell’Afghanistan, ma dell’Asia intera, nel confronto tra le grandi potenze mondiali.

 

 

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Arabia Saudita, religioso dissidente morto in carcere per le torture subite

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La vittima è il 66enne intellettuale Musa al-Qarni, deceduto in seguito alle gravi ferite riportate. Egli ha ricevuto percosse al volto e alla testa con oggetti appuntiti, che hanno provocato fratture al cranio. Nel 2018 era stato vittima di un infarto, ma non aveva ricevuto cure adeguate. Le autorità del carcere lo avevano bollato come malato di mente. 

 

 

 

Musa al-Qarni, studioso dissidente e leader religioso saudita, è morto a causa delle gravi ferite riportate durante le torture subite in prigione. È la denuncia lanciata da alcune associazioni pro-diritti umani, secondo le quali egli avrebbe subito percosse, violenze e pesanti maltrattamenti all’interno delle carceri del Paese.

 

La morte del 66enne risale al 12 ottobre scorso, mentre si trovava in cella nonostante una salute in progressivo peggioramento per la condanna a 15 anni inflitta dalle autorità.

 

La morte del 66enne risale al 12 ottobre scorso, mentre si trovava in cella nonostante una salute in progressivo peggioramento per la condanna a 15 anni inflitta dalle autorità

Secondo quanto riferisce Alqst, una ONG indipendente che promuove i diritti umani nel regno wahhabita, Qarni ha subito violente percosse al volto e alla testa con oggetti appuntiti, che hanno procurato numerose ferite comprese fratture al cranio che ne hanno causato il decesso.

 

Il rapporto cita numerose testimonianze di persone che, dietro anonimato, confermano di aver visto il leader religioso mentre veniva torturato in cella.

 

«Invochiamo con urgenza una indagine indipendente – affermano gli attivisti – su questo crimine, sia per assicurare la giusta punizione ai responsabili che per proteggere gli altri prigionieri di coscienza da nuove tragedie di questo tipo».

 

Secondo Alqst, Qarni  aveva subito un infarto nel maggio 2018 e aveva ricevuto cure sbagliate dal personale sanitario della prigione, per poi essere trasferito in un ospedale psichiatrico nel tentativo di dipingerlo come un malato di mente.

 

Lo studioso dissidente era stato arrestato nel 2007 e condannato a 15 anni di galera nel 2011, durante un maxi-processo a carico dei «riformisti di Jeddah». Il gruppo, disciolto nel 2007 per mano della magistratura con fermi e sentenze giudiziarie, era stato accusato di voler rovesciare il governo saudita

Lo studioso dissidente era stato arrestato nel 2007 e condannato a 15 anni di galera nel 2011, durante un maxi-processo a carico dei «riformisti di Jeddah». Il gruppo, disciolto nel 2007 per mano della magistratura con fermi e sentenze giudiziarie, era stato accusato di voler rovesciare il governo saudita.

 

Nel 2012 i membri avevano ricevuto la libertà condizionata o una grazia reale, previa firma di una lettera in cui chiedevano scusa e ringraziavano per l’atto di clemenza.

 

Tuttavia, sei elementi del gruppo hanno declinato la proposta, mentre il pubblico ministero rilanciava la richiesta di condanna a morte per i rei.

 

Il regno saudita è ancora in cima alla lista delle nazioni che violano i diritti umani

A dispetto delle riforme promosse dal principe ereditario Mohammed bin Salman (MS) che attraverso l’economia tenta di cancellare un passato – ancora attuale – di estremismo, sharia e pena di morte, il regno saudita è ancora in cima alla lista delle nazioni che violano i diritti umani.

 

Riyadh continua a incarcerare attivisti, pacifisti, intellettuali e usa la pena di morte con decapitazione per reati che vanno dallo spaccio di droga all’omosessualità.

 

Lo stesso bin Salman, pur sostenendo maggiori aperture all’economia e al turismo, ha rafforzato la repressione del dissenso politico interno e dell’attivismo pacifico.

 

 

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