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Francia, lettera aperta di ex militari: un complotto contro la Repubblica?

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Renovatio 21 pubblica questo articolo di Réseau Voltaire.

 

 

Negli ultimi tre anni la Francia ha attraversato due grandi crisi, cui non è stata data risposta: la messa in discussione della globalizzazione da parte dei Gilet Gialli e la denuncia da parte dei sindacati di polizia del disgregamento dello Stato. Entrambe non hanno ricevuto risposte adeguate alla sostanza dei problemi sollevati. Sebbene le ragioni di coloro che hanno suonato l’allarme siano condivise da tutti, è impossibile discuterne pubblicamente. Così la democrazia muore, non già per mancanza di confronto, ma perché si ergono tabù.

 

 

Nel 2018 la Francia è stata scossa da un vasto movimento popolare, i Gilet Gialli. Nato da una protesta contro il rialzo delle imposte sulla benzina, molto presto si è palesato come contestazione degli effetti sociologici della globalizzazione degli scambi: scomparsa delle classi medie occidentali, emarginazione in zone rurali malservite

I Gilet Gialli contro la globalizzazione

Nel 2018 la Francia è stata scossa da un vasto movimento popolare, i Gilet Gialli. Nato da una protesta contro il rialzo delle imposte sulla benzina, molto presto si è palesato come contestazione degli effetti sociologici della globalizzazione degli scambi: scomparsa delle classi medie occidentali, emarginazione in zone rurali malservite. (1)

 

Due settimane dopo l’inizio delle manifestazioni, gruppi non identificati si sono infiltrati nel movimento e l’hanno sabotato dall’interno. Così, dopo 15 giorni in cui tutti i manifestanti brandivano con fierezza la bandiera francese e cantavano la Marsigliese – cosa che da cinquant’anni non accadeva nelle manifestazioni popolari – teppisti incappucciati e vestiti di nero vandalizzavano l’Arco di Trionfo, in particolare la scultura della Marsigliese. Al processo che seguì si dimostrò come questo gruppo di provocatori non avesse alcun rapporto con i Gilet Gialli, che però furono gli unici a venire arrestati.

 

In mancanza di un leader che denunciasse l’infiltrazione, nel giro di un anno il movimento dei Gilet Gialli si smorzò progressivamente. Tuttavia, i problemi che erano all’origine permangono.

 

Due settimane dopo l’inizio delle manifestazioni, gruppi non identificati si sono infiltrati nel movimento e l’hanno sabotato dall’interno

In altri tempi i politici creavano le «commissioni Théodule» [ossia commissioni che servono a poco o a nulla, espressione creata dal generale De Gaulle, ndt], per affossare i problemi che volevano ignorare. Al tempo dei media che sfornano ininterrottamente informazione, il presidente Macron ha inventato, con il medesimo obiettivo, il «Grande dibattito nazionale»: tutti dicono la loro, ma nessuno riceve una risposta pertinente, né dall’Esecutivo né dall’Assemblea.

 

 

I poliziotti contro lo sfaldamento della nazione

Recentemente è stato suonato un secondo allarme. Il problema è l’affossamento del terzo dei diritti proclamati nella Dichiarazione dei Diritti dell’uomo e del cittadino del 1789 – diritti che non vanno confusi con i Diritti dell’uomo intesi in senso anglosassone: la sicurezza. Vale a dire la garanzia ai cittadini di poter esercitare i diritti imprescrindibili della libertà e della proprietà.

 

In effetti si può constatare non tanto un aumento generale della delinquenza, ma una disparità geografica sempre più accentuata. Se i cittadini del VII arrondissement di Parigi non si sentono minacciati, quelli del XV arrondissement di Marsiglia temono in continuazione le aggressioni dei delinquenti.

 

Parallelamente, la polizia, che dovrebbe difenderli, ha cambiato mansioni: esita a inoltrarsi in alcuni quartieri dove viene sempre più di frequente attaccata.

Alcuni poliziotti hanno fatto un uso sproporzionato della forza, prima contro i Gilet Gialli, ora contro i contestatori della politica sanitaria. Benché si tratti di casi non molto numerosi a livello nazionale, essi dimostrano che non si tratta di un orientamento occasionale, ma deliberato, sostenuto dai vertici dello Stato

 

Molti poliziotti temono, a ragion veduta, per la loro vita: ogni anno ne muoiono una decina. Inoltre, alcuni di loro cominciano a trasformarsi in agenti di repressione dell’opposizione politica. Così, in molti casi, alcuni poliziotti hanno fatto un uso sproporzionato della forza, prima contro i Gilet Gialli, ora contro i contestatori della politica sanitaria. Benché si tratti di casi non molto numerosi a livello nazionale, essi dimostrano che non si tratta di un orientamento occasionale, ma deliberato, sostenuto dai vertici dello Stato.

 

Al momento, la mentalità dei poliziotti è ancora repubblicana: si ritengono al servizio dei cittadini e non soltanto delle autorità politiche. Ma i loro sindacati moltiplicano gli allarmi e denunciano le norme di reclutamento oggi in vigore. Vengono infatti ammessi alla scuola di polizia sia persone che hanno sofferto di problemi psichiatrici sia piccoli delinquenti.

 

 

Le elezioni presidenziali del 2022

Questo movimento, che segue quello dei Gilet Gialli, arriva proprio quando il Paese si prepara alla campagna elettorale: a maggio 2022 si eleggerà il presidente della Repubblica. Già ora, due terzi dell’elettorato è contrario alla ricandidatura del presidente Emmanuel Macron.

I sindacati dei poliziotti  moltiplicano gli allarmi e denunciano le norme di reclutamento oggi in vigore. Vengono infatti ammessi alla scuola di polizia sia persone che hanno sofferto di problemi psichiatrici sia piccoli delinquenti

 

In considerazione dei fallimenti di Nicolas Sarkozy e di François Hollande – entrambi sconfitti dopo il loro primo e unico mandato – Macron può sperare di ottenere una seconda investitura soltanto mostrandosi sensibile alle aspettative popolari. A quella dei Gilet Gialli contro la globalizzazione e a quella dei sindacati di polizia contro l’arretramento della Repubblica, ossia dell’Interesse Generale.

 

Pur non avendo alcuna intenzione di aderirvi, il presidente Macron può però tentare una manovra elettorale:

 

  • Moltiplicare artificiosamente le candidature per poi screditare i candidati che potrebbero risultare vincenti al primo turno, a eccezione di quello di propria scelta, in modo da vedersela con quest’ultimo al secondo turno.

 

Macron può sperare di ottenere una seconda investitura soltanto mostrandosi sensibile alle aspettative popolari

  • Organizzare un secondo turno contro Marine Le Pen, ma dopo averla demonizzata, in modo da costringere la maggior parte dei propri oppositori a dargli il voto, in nome di un «fronte repubblicano» contro il fascismo.

 

Una strategia che funzionò nel 2002, quando Jacques Chirac riportò l’82% dei voti contro il 17% di Jean-Marie Le Pen. Una strategia che oggi potrebbe essere azzardata, perché Marine Le Pen, a differenza del padre, non ha l’immagine di fascista, ma di repubblicana. L’Eliseo è perciò a caccia di opportunità per trasformarla in mostro.

 

 

L’appello degli ex militari

Recentemente è accaduto che alcuni ex militari abbiano scritto una Lettera aperta ai governanti, ove sottolineano l’attuale disgregazione delle istituzioni e prospettano un possibile ricorso alle forze armate, ove fosse inevitabile per risolvere il problema della sicurezza.

 

Recentemente è accaduto che alcuni ex militari abbiano scritto una Lettera aperta ai governanti, ove sottolineano l’attuale disgregazione delle istituzioni e prospettano un possibile ricorso alle forze armate, ove fosse inevitabile per risolvere il problema della sicurezza

L’appello è stato pubblicato il 13 aprile 2021 sul loro sito internet, Place d’armes. Il 21 aprile 2021 il settimanale di destra, Valeurs actuelles, l’ha ripreso, ma non nell’edizione cartacea, bensì sul sito. Marine Le Pen, che ha dichiarato di condividere da molto tempo la diagnosi degli ex militari, li ha esortati a votarla alle prossime elezioni presidenziali.

 

L’Eliseo ha colto al volo l’occasione e ha mandato tutti i propri ministri, a turno, a denunciare davanti ai media un «pugno di generali a riposo» che, secondo loro, esortano i colleghi in attività a perpetrare un colpo di Stato. Tutti hanno finto di credere che l’appello fosse datato 21 aprile, e non il 13, in modo da poterlo stigmatizzare come una manovra faziosa, a sessant’anni esatti dal golpe dei generali di Algeri contro l’indipendenza dell’Algeria. Per finire, tutti hanno denunciato la fascinazione di Marine Le Pen per «il tintinnar di sciabole».

 

Consapevole dell’opportunità di battere Macron al primo turno del 2022, il leader della France Insoumise, Jean-Luc Mélenchon, si è rivolto al procuratore della Repubblica per denunciare i «generali faziosi». Mélenchon era infatti arrivato terzo al primo turno delle ultime elezioni presidenziali, ottenendo il 19% dei voti, contro il 21% di Marine Le Pen e il 24% di Macron.

 

 

La collocazione dei militari nel pubblico dibattito

Invitiamo i lettori a leggere il testo della Lettera aperta (2) e constatare che si tratta di molto rumore per nulla.

 

L’Eliseo ha colto al volo l’occasione e ha mandato tutti i propri ministri, a turno, a denunciare davanti ai media un «pugno di generali a riposo» che, secondo loro, esortano i colleghi in attività a perpetrare un colpo di Stato

La facoltà del governo di ricorrere all’esercito per mantenere l’ordine viene chiamata «stato di emergenza». Ma i militari non sono addestrati per questa mansione e il loro intervento potrebbe causare perdite umane che soltanto pompieri e gendarmi sono addestrati ad affrontare.

 

Lo «stato d’emergenza» è stato decretato da alcuni governi nel 2005, 2015 e 2017. Attualmente 10 mila militari possono essere precettati nell’ambito dell’Operazione Sentinella, per proteggere i cittadini dal rischio di atti terroristici. È così anche in Belgio e nel Regno Unito.

 

Inoltre, l’art. 36 della Costituzione del 1958 prevede la possibilità di trasferire in casi estremi i poteri di polizia e di ordine pubblico dal ministero dell’Interno alle forze armate. È lo «stato d’assedio», cui non si è mai ricorso durante la V Repubblica, nemmeno in occasione del colpo di Stato dei generali del 1961.

 

Governo e France Insoumise sottolineano come gli ex militari firmatari della Lettera aperta non affermino di collocarsi nel quadro costituzionale, insinuando che abbiano una volontà golpista. È un processo alle intenzioni sbagliatissimo. Nella lettera non ci sono assolutamente elementi che giustifichino l’accusa agli ex militari di avere intenti faziosi.

 

Nella lettera non ci sono assolutamente elementi che giustifichino l’accusa agli ex militari di avere intenti faziosi

Tutto questo chiasso è servito solo ad attirare l’attenzione sul testo: è stato firmato da oltre 10 mila ex militari, fra cui una trentina di generali. Tutti ora possono valutare i problemi sollevati nella lettera ed è ormai palese l’inerzia di chi ci governa, senza distinzione di partito.

 

 

Sanzioni contro chi ha lanciato l’allarme

La ministra della Difesa ha annunciato di voler sanzionare i firmatari: si vuole estendere l’infamia destinata a colpire Marine Le Pen a tutti quelli cui lei si rivolge.

 

Peccato che dei 10 mila militari firmatari soltanto 18 siano ancora in servizio. Questi ultimi rischiano di essere radiati per violazione del dovere di riserbo. Quanto ai militari a riposo, godono del pieno diritto della libertà di parola. Possono solo incorrere nel biasimo per l’allarme suscitato; sarebbe invece quantomeno sorprendente che 10 mila persone fossero sanzionate collettivamente per aver esercitato il legittimo diritto di cittadini a esprimersi liberamente.

 

I militari, che siano in servizio o a riposo, non sono più sudditi, ma cittadini come gli altri

I militari, che siano in servizio o a riposo, non sono più sudditi, ma cittadini come gli altri.

 

Dopo il golpe di Algeri il presidente Charles de Gaulle avviò una profonda riforma delle forze armate. I militari che si rifiutarono di obbedire ai generali golpisti erano infatti passibili di essere puniti per disobbedienza agli ordini. Il generale De Gaulle – che nel 1940 si rifiutò di obbedire al proprio superiore, il maresciallo Philippe Pétain, e creò la Francia Libera – introdusse una distinzione fra quel che è da ritenere «legale» e quel che invece è “legittimo”. Il Codice della Difesa fu quindi modificato: non consente ai militari di scegliere il campo, ma impone loro l’obbligo di rifiutarsi di eseguire ordini illegittimi o contrari all’onore, nonché di arrestare i superiori che li emettono.

 

Non c’è quindi nessun complotto contro la Repubblica, nessun maneggio fazioso.

 

È a giusto titolo che i firmatari della Lettera aperta hanno chiesto di «parlare da pari a pari» con il loro capo di stato-maggiore che li ha insultati. Ogni soldato, in servizio attivo o a riposo, gode di tale diritto in qualità di cittadino. Un diritto che fa da corollario all’obbligo dei militari di Obbedire e Servire

Ed è a giusto titolo che i firmatari della Lettera aperta hanno chiesto di «parlare da pari a pari» con il loro capo di stato-maggiore che li ha insultati. Ogni soldato, in servizio attivo o a riposo, gode di tale diritto in qualità di cittadino. Un diritto che fa da corollario all’obbligo dei militari di Obbedire e Servire.

 

Bollando come «faziosi» i firmatari della lettera, il guardasigilli, Éric Dupont-Moretti, si è esposto a un’azione giudiziaria penale. L’ex avvocato non stava infatti facendo un’arringa in un’aula di tribunale. È chiamato perciò a rispondere delle proprie affermazioni.

 

 

Tabù

Il fatto che alcuni dei 10 mila firmatari siano membri del partito di Marine Le Pen, il Rassemblement National – uscito dal partito storico, fondato da ex collaboratori dei nazisti e dei golpisti d’Algeri, il Front National – o a esso vicini, non autorizza a condannare né Marine Le Pen né collettivamente i militari firmatari. Nella Repubblica francese non c’è colpevolezza ereditaria né collettiva. Tutti sono cittadini francesi a pieno titolo.

Con la loro diagnosi, gli ex militari non si sono accontentati di denunciare la retorica del woke, che vorrebbe impedire l’uso del monopolio pubblico della violenza, né di denunciare l’ideologia dell’islam politico. Hanno voluto anche esprimere il timore per l’uso in chiave antirepubblicana delle forze dell’ordine contro i Gilet Gialli

 

Nessuno dei 10 mila firmatari si è macchiato di reati contro la Nazione, anzi molti hanno servito il Paese con onore.

 

Con la loro diagnosi, gli ex militari non si sono accontentati di denunciare la retorica del woke, che vorrebbe impedire l’uso del monopolio pubblico della violenza, né di denunciare l’ideologia dell’islam politico. Hanno voluto anche esprimere il timore per l’uso in chiave antirepubblicana delle forze dell’ordine contro i Gilet Gialli. La reazione sproporzionata alla loro Lettera aperta dimostra che hanno toccato un punto dolente.

 

Siamo in presenza di un rovesciamento di valori che sottopone al giudizio mediatico – e in futuro fors’anche al giudizio dei corpi militari d’appartenenza – persone, non per quanto fatto, né per le opinioni espresse, ma perché espongono una diagnosi che tutti sottoscrivono ma che pochi osano enunciare a voce alta.

 

Il discorso politico si è progressivamente allontanato dalla realtà. Ora si sta inoltrando in una zona torbida ove, come in alcune società della Polinesia, quel che non si controlla diventa tabù. «Il circolo della ragione» (3) non solo cerca da trent’anni di vietare opinioni controcorrente, ora tenta anche d’impedire che si affrontino determinati argomenti.

Il discorso politico si è progressivamente allontanato dalla realtà. Ora si sta inoltrando in una zona torbida ove, come in alcune società della Polinesia, quel che non si controlla diventa tabù

 

Dal momento che i primi tre diritti enunciati nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino sono andati perduti – la libertà, la proprietà e la sicurezza – è lecito ricorrere al quarto: «la resistenza all’oppressione» (articolo 2).

 

 

Thierry Meyssan

 

 

 

Articolo ripubblicato su licenza Creative Commons CC BY-NC-ND

 

 

 

 

 

Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

 

 

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Merz cambia posizione sulla Russia e chiede dialogo

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Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha affermato che l’Unione Europea dovrebbe «ritrovare un equilibrio con il nostro più grande vicino europeo», segnando un evidente cambio di rotta rispetto alle sue precedenti posizioni sui rapporti con la Russia.

 

Dopo l’escalation del conflitto in Ucraina nel febbraio 2022, la maggior parte degli Stati membri dell’UE ha adottato una linea di isolamento nei confronti di Mosca. Questo approccio ha tuttavia marginalizzato il blocco nei negoziati di pace promossi dal presidente statunitense Donaldo Trump a partire dall’anno scorso.

 

In questo contesto, negli ultimi tempi diversi Paesi europei hanno espresso la necessità di rilanciare il dialogo diplomatico con la Russia.

 

Nel corso di un discorso pronunciato mercoledì, Merz ha dichiarato: «se riusciremo, in una prospettiva a lungo termine, a ritrovare un equilibrio con la Russia, se ci sarà la pace… allora potremo guardare avanti con grande fiducia oltre il 2026».

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Le sue parole contrastano nettamente con quanto affermato in un’intervista alla Süddeutsche Zeitung lo scorso giugno, quando Merz aveva escluso categoricamente contatti telefonici con il presidente russo Vladimir Putin, suggerendo che tali comunicazioni fossero prive di utilità.

 

Il mutamento di posizione del cancelliere tedesco arriva pochi giorni dopo le dichiarazioni della portavoce capo della Commissione Europea Paula Pinho, la quale aveva osservato che «ovviamente, a un certo punto, si dovranno tenere colloqui anche con il presidente Putin».

 

Il mese scorso, il presidente francese Emmanuel Macron aveva già invocato la ripresa di un dialogo «degno» con Mosca sul conflitto ucraino, affermando: «Penso che tornerà utile parlare di nuovo con Vladimir Putin».

 

Il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov ha accolto positivamente l’apertura francese, confermando la disponibilità di Putin al dialogo con Macron, ma precisando che qualsiasi confronto non dovrà trasformarsi in un’occasione per «fare lezioni», bensì puntare alla «comprensione reciproca delle posizioni».

 

Venerdì scorso, la presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni ha espresso sostegno alle aperture diplomatiche di Macron verso la Russia, dichiarando: «Credo che sia giunto il momento per l’Europa di dialogare con la Russia».

 

La Meloni ha proposto la nomina di un inviato speciale dell’UE per l’Ucraina, al fine di garantire una rappresentanza più efficace del blocco al tavolo dei negoziati.

 

Come riportato da Renovatio 21, nel frattempo riemerge l’idea da parte russa di effettuare lanci nucleari sull’Europa, in particolare proprio in Germania: lo ha ribadito il politologo Sergej Karaganov in una densa ed inquietante intervista recentemente condotta da Tucker Carlson.

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Immagine di European People Party via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International

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Geopolitica

Trump accusa Zelens’kyj di aver bloccato i colloqui di pace

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In un’intervista concessa all’agenzia Reuters dallo Studio Ovale, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha indicato nel presidente ucraino Volodymyr Zelensky il principale impedimento a un accordo di pace capace di porre fine al conflitto con la Russia.   Trump ha manifestato a più riprese la propria frustrazione per il mancato successo dei suoi sforzi di mediazione volti a ottenere un cessate il fuoco tra Mosca e Kiev nell’ultimo anno, attribuendo alternativamente la responsabilità dello stallo sia alla Russia sia all’Ucraina.   Mercoledì, alla domanda su chi stesse bloccando i negoziati, Trump ha risposto con un nome solo: «Zelens’kyj».   «Penso solo che stia… avendo difficoltà ad arrivarci», ha aggiunto. «Penso che [il presidente russo Vladimir Putin] sia pronto a raggiungere un accordo… Penso che l’Ucraina sia meno pronta a raggiungere un accordo».   Il rapporto tra Trump e Zelens’kyj – che in passato il presidente americano ha definito «un dittatore senza elezioni» – è rimasto teso fin dal celebre incontro alla Casa Bianca dell’inizio dell’anno scorso. Domenica Trump ha ribadito al New York Times che Zelens’kyj «non ha carte in regola» né nel conflitto né nei negoziati con la Russia: «Non le ha avute fin dal primo giorno. Ha una sola cosa: Donald Trump».

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Nel frattempo, Mosca si è detta disponibile a proseguire i contatti con Trump e i suoi inviati di alto livello, come confermato mercoledì dal ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov. Funzionari russi, incluso Putin, hanno più volte sottolineato la preferenza di Mosca per una soluzione diplomatica del conflitto ucraino, pur avvertendo che continueranno a ricorrere alla forza se gli obiettivi fondamentali non potranno essere conseguiti solo tramite negoziati.   Il mese scorso Trump aveva dichiarato che un accordo di pace era «pronto al 95%», riferendosi verosimilmente a un piano trapelato che prevedeva la cessione da parte di Kiev del restante territorio del Donbass alla Russia, la rinuncia definitiva alle aspirazioni NATO e un tetto alle forze armate ucraine. La bozza iniziale, composta da 28 punti e criticata da Kiev e dai suoi alleati europei per essere eccessivamente favorevole a Mosca, è stata poi ridotta a 20 punti, ma i nodi principali restano irrisolti: Zelensky si oppone fermamente a qualsiasi cessione territoriale o a elezioni senza garanzie di sicurezza paragonabili a quelle offerte dalla NATO.   Il mandato presidenziale di Zelens’kyj è scaduto nel maggio 2024. Il leader ucraino ha rifiutato di convocare nuove elezioni, motivando la decisione con lo stato di guerra in corso. In risposta, Mosca lo ha dichiarato «illegittimo».   Come riportato da Renovatio 21, funzionari russi hanno più volte avvertito che lo status giuridico di Zelens’kyj costituirebbe un ostacolo legale significativo alla stipula di qualsiasi accordo di pace.   All’inizio di questa settimana, Zelens’kyj ha presentato al parlamento due proposte di legge per prorogare di ulteriori 90 giorni sia la legge marziale sia la mobilitazione generale, rinviando di fatto ancora una volta lo svolgimento di elezioni.  

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Gli Stati Uniti sequestrano un’altra petroliera battente bandiera straniera

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Gli Stati Uniti hanno confiscato un’ulteriore petroliera nel Mar dei Caraibi, sospettata di trasportare petrolio venezuelano in violazione delle sanzioni imposte al Paese sudamericano, hanno dichiarato funzionari militari americani.

 

L’operazione si inserisce nella strategia del presidente Donald Trump volta a intensificare il controllo sulle esportazioni di greggio venezuelano, in seguito al raid del 3 gennaio che ha portato alla cattura del presidente Nicolás Maduro.

 

Nelle scorse settimane, forze armate statunitensi e Guardia Costiera hanno sequestrato cinque navi in acque internazionali, tra cui la petroliera Marinera, battente bandiera russa, intercettata a nord-ovest della Scozia. La Russia ha duramente condannato quell’azione, qualificandola come una violazione della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare.

 

Giovedì il Comando Sud degli Stati Uniti ha annunciato su X che la petroliera in questione – identificata come Veronica e registrata sotto bandiera guyanese – è stata abbordata in un’«operazione all’alba». Secondo il comunicato, la nave rappresentava «l’ultima petroliera ancora attiva in violazione della quarantena imposta dal presidente Trump alle imbarcazioni sanzionate nei Caraibi».

 

Il post includeva un video aereo in bianco e nero, di qualità granulosa, che pareva mostrare le truppe calarsi dal ponte di una petroliera direttamente da un elicottero.

 

 

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Il Comando Sud degli Stati Uniti non ha reso nota la posizione esatta dell’abbordaggio. Secondo i dati di tracciamento marittimo, la petroliera Veronica – lunga 815 piedi (circa 249 metri) – era stata avvistata per l’ultima volta circa 12 giorni prima al largo delle coste venezuelane.

 

«Il Dipartimento della Guerra resta fermo nella sua missione di contrastare le attività illecite nell’emisfero occidentale», ha dichiarato il Comando Sud, precisando che il sequestro rientra nell’operazione Southern Spear.

 

Reuters ha riferito questa settimana che il Dipartimento di Giustizia statunitense ha avviato una serie di procedimenti civili di confisca non resi pubblici presso tribunali federali, richiedendo mandati di sequestro per decine di altre petroliere sospettate di aggirare le sanzioni e di trasportare greggio proveniente dal Venezuela, dall’Iran e dalla Russia. L’azione legale fa parte di una strategia più ampia finalizzata a imporre un controllo sulle esportazioni di petrolio venezuelano.

 

Dopo la cattura di Maduro, il presidente Trump ha dichiarato che Washington avrebbe «gestito» il Venezuela durante una fase di transizione e che necessita di «accesso totale… al petrolio e alle altre risorse del Paese». Il segretario all’Energia statunitense Chris Wright ha aggiunto che gli Stati Uniti intendono mantenere il controllo sulle vendite di petrolio venezuelano «a tempo indeterminato».

 

Le iniziative americane hanno provocato una forte condanna a livello internazionale. La Russia ha definito il rapimento di Maduro una «flagrante violazione» del diritto internazionale, rinnovando la propria solidarietà al Venezuela «di fronte alle evidenti minacce neocoloniali e all’aggressione armata esterna» e chiedendo l’immediato rilascio del presidente catturato.

 

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