Pensiero
Elogio degli Stati Uniti, vera nazione
Gli Stati Uniti d’America compiono un quarto di millennio. Il 4 luglio 2026 segna ben 250 anni dalla Dichiarazione d’Indipendenza avvenuta nel 1776 a Philadelphia, quando il Secondo Congresso Continentale approvò il documento.
È una bella contraddizione: noi europei (ma anche, più sommessamente, i cinesi e i giapponesi…) accusiamo gli americani di non aver storia, eppure si tratta di uno degli Stati più antichi del pianeta, sicuramente una Repubblica antica: sono più vecchie solo San Marino (301 d.C.) e la Svizzera (1291), non esattamente dei contendenti della possanza storica di Washingtone.
L’Italia, quanti anni ha? La Repubblica italiana ha 80 anni. Il Paese nel senso dell’«Italia unita» seguita dalle guerre massoniche ottocentesche ne ha 165 anni. Se il fine della storia è la democrazia, gli americani ci possono guardare come fossimo bambocci: i senza storia siamo noi.
Certo, non posso dirmi filo-americano. Riconosco il disegno intorno alla prima storia americana, e ho parlato, in passato del suo lato demonologico, di certo ereditato dai britannici.
Non si può nemmeno far finta di niente dinanzi al disegno dei padri fondatori, che era quello di creare una «Nuova Atlantide» scevra dagli influssi cristiani dell’Europa, e cioè dai re del vecchio continente e soprattutto dalla Chiesa cattolica. Tommaso Jefferson, Giorgio Washington e Beniamino Franklin erano per la creazione di un’utopia progressista, quanto talmente lontana dalla religione organizzata al punto da avere essa stessa dei nuovi toni religiosi, quelli della cosiddetta «religione civile».
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È interessante guardare la bella serie che oramai quasi venti anni fa produsse il canale HBO su John Adams, l’altro vero grande padre fondatore, motore politico ed ideologico del nuovo Stato nonché secondo presidente dopo Washington.
In una scena divertente, il Jefferson consegna una bozza della Costituzione ad Adams e Franklin. Vi sono quelle espressioni teistiche come quella per cui tutti gli uomini sono «dotati dal loro Creatore di certi diritti inalienabili», come la vita e la libertà, che sono «self-evident», e che la Costituzione e lo Stato americano si limita quindi a ribadire e garantire – e non a concedere. Nella prima versione, lo slancio spirituale è tale che Adams e Franklin storcono il naso: il secondo arriva addirittura a dire che «puzza un po’ di papisteria» («popery», una parola dispregiativa per i cattolici usata dai coloni: Adams stesso era fieramente anticattolico…).
La serie andrebbe vista anche per l’allucinante sequenza in cui la moglie di Adams, Abigail, decide di variolizzare i figli contro il vaiolo. La variolizzazione era una pratica medica antica utilizzata per indurre l’immunità prima dello sviluppo dei vaccini moderni. I vaccini non esistevano, ma l’élite «laica» americana già vaccinava dolorosamente la prole. Una figlia degli Adams, notiamo en passant, fu in seguito uccisa dal cancro, dovendo subire nel processo anche l’amputazione della mammella.
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In pratica, già dal primo giorno, l’utopia USA ci dà dentro con tutti gli ingredienti del progresso, dall’anticristianismo, appena velato, al vaccino.
È facile spiegare perché: i Padri Fondatori erano tutti massoni. Non diciamo niente di sconvolgente: le immagini di Washington col grembiulino le abbiamo viste tutte, così come l’occhiuta piramidona dietro alla banconota del dollaro. C’è molto di più: un libro accademico scritto dallo storico britannico Nicholas Hagger, The Secret Founding of America: The Real Story of Freemasons, Puritans and the Battle for the New World («La fondazione segreta dell’America: la vera storia dei massoni, dei puritani e della battaglia per il Nuovo Mondo»), sostiene che la nascita degli Stati Uniti non sia stata solo un evento politico spontaneo, ma il primo passo pianificato dalla Massoneria per stabilire un Nuovo Ordine Mondiale basato su ideali del progressismo muratorio.
Lo Hagger parla delle società segrete che operavano in USA praticamente da subito, compresi i famosi Illuminati di Baviera, ma non solo. Prima dell’arrivo della Mayflower a Plymouth nel 1620, i coloni di Jamestown avessero già fondato il primo avamposto inglese nel 1607. Il nuovo Stato, argomenta l’autore, apparentemente concepito nel nome della libertà, viene fortemente influenzato dalle credenze e dai simboli della massoneria, plasmando l’ossatura stessa delle istituzioni americane.
L’America, tuttavia, non si esaurisce con il suo Stato e i suoi massoni. Anzi.
Il consigliere elettorale del presidente Nixon, Kevin Phillips aveva un’analisi molto precisa di come l’America era composta: da una parte l’élite anglosassone, bagnata degli ideali puritani, che voleva di fatto replicare il modello aristocratico inglese senza però avere il re – essi sono i veri autori della Costituzione, che è di fatto un manuale di spartizione di potere con ramificazioni grottesche.
Dall’altra parte, vi era il popolo: quello che aveva combattuto, e vinto, la guerra di indipendenza antibritannica, e che non era puritano, talvolta nemmeno protestante (specie in seguito). Il neonato popolo americano sapeva di essere disprezzato dalla nuova élite cripto-aristo-inglese, ma accettò la Costituzione, tuttavia – forse credendo nella libertà più degli stessi ideologi del nuovo Stato – imposero la Dichiarazione dei Diritti (Bill of Rights), che garantisce che il nuovo potere non avrebbe in nessun modo potuto passare sopra i diritti dei cittadini in nome di una supposta «ragione di Stato».
Sono i famosi emendamenti in aggiunta al testo costituzionale – il diritto alla libera espressione, il diritto ad armarsi, il diritto a non essere perquisiti, il diritto ad essere giudicati da una giuria di pari, etc. – che di fatto sono più caratteristici della Costituzione stessa, al punto da essere confusi con essa.
Ora, nei secoli abbiamo visto come gli elitisti massoni puritani si sono evoluti: l’attivismo progressista statunitense, con il suo fondamentalismo abortista ed omotransessualista, porta una chiarissima cifra puritana, lo stesso zelo assolutista.
Dall’altra parte, abbiamo visto come il popolo americano, divenuto sempre meno protestante e sempre più cattolico (sì: proprio la religione contro lo Stato era stato programmato) abbia prosperato nel Nuovo Mondo.
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È qui che voglio finalmente partire con il mio elogio dell’America: dalla famiglia. Il famoso «sogno americano», vivo o morto che sia, per milioni di immigrati degli scorsi secoli (per quelli attuali la faccenda è molto differente) coincideva con la possibilità di lavorare e guadagnare a sufficienza per mettere su famiglia, magari in una bella casa indipendente, di dimensioni certo maggiori dei tuguri dei borghi europei da cui si partiva.
Questo è, in ultima analisi, il vero motore della storia della potenza americana: non gli spazi infiniti, non gli oceani, non le infinite risorse materiali, ma la capacità di produzione biologica, la moltiplicazione degli esseri umani sulla Terra.
Nel 1776, gli Stati Uniti contavano appena 2,5 milioni di abitanti. Oggi la popolazione supera i 342 milioni. Il popolo USA è più che centuplicato, un n fenomeno unico per rapidità e dimensioni. Subito dopo l’indipendenza, la popolazione era concentrata lungo la costa atlantica ed era prevalentemente rurale ed europea. Nel corso dell’Ottocento, l’espansione verso l’Ovest e l’acquisizione di nuovi territori hanno spinto milioni di pionieri a colonizzare il continente, supportati da tassi di natalità eccezionalmente alti.
Tra il 1776 e l’Ottocento, le famiglie rurali erano numerosissime, con una media di sette figli per donna. Nel Novecento il fenomeno del Baby Boom – che ha prodotto l’amata generazione dei boomer – dopo la Seconda Guerra Mondiale, ha registrato l’ultimo grande picco: nel 1960 ogni donna americana faceva 3,5 figli, ben oltre la soglia di sostituzione del 2.1.
Più tardi, sotto l’influsso della Necrocultura scatenatasi intorno agli anni Settanta, il tasso è crollato, ma nel 1980 si aveva ancora un rispettabile 1,8. In questo 2026 siamo scesi a 1,6 figli per donna, ma si tratta di una cifra molto più alta di Italia (1,3), Germania (1,3), Spagna (1,1), Polonia (1,1), Giappone (1,1).
L’America fa ancora figli. Crede ancora nelle famiglie numerose – specie nei cosiddetti Flyover States, gli Stati interni dove persiste una popolazione collegata alle proprie tradizioni e al senso della famiglia – e ovviamente al cristianesimo. È soprattutto questo: la Cultura della Morte, che regna sulle popolazioni delle due coste oceaniche (da cui il voto per il Partito Democratico che fa i congressi con fuori le camionette per il feticidio) non arriva a disinstallare lo slancio vitale dell’americano medio.
Lo Stato profondo non è riuscito a piegare il popolo profondo. Che continua a mettere su famiglia, con le sue casette e i suoi truck, pickup e macchinoni vari. Non è solo una questione di tasso di fertilità. Osserviamo anche il dato dell’età in cui si diventa madre è indicativo. Le americane fanno in media il primo figlio a 27,5 anni. Anche qui, la divisione che stiamo descrivendo, in termini spirituali, politici e biologici, è netta: . Tuttavia, la demografia americana è fortemente polarizzata: nelle grandi aree urbane e negli Stati costieri (come New York o Washington D.C.) la media supera i 30 anni, mentre nelle zone rurali e negli Stati del Sud scende drasticamente a circa 24,5 anni. Un raffronto veloce lo si fa pensando all’Italia, dove l’età media è 31,9.
Chi mette su famiglia in America lo fa sfidando non solo il clima generale, ma anche la minaccia più diretta, sempre possibile negli USA – che sono, diceva un banchiere congolese decenni fa, «un frammento del Terzo Mondo che ha avuto successo e ha conservato le sue immense zone di sottosviluppo» – della povertà travolgente. Chi mette su famiglia lo fa alla faccia del rischio immane di venirne inghiottito, magari grazie al libero divorzio. Per riprodurti, e seguire la tradizione della villetta col giardino, ogni americano vive sui limiti delle proprie possibilità, rischiando continuamente la bancarotta.
Nemmeno ciò li fa desistere. Pensiamo invece all’Italia, dove invece del debito privato, specie per la generazione dei boomer, c’è un immenso accumulo di risparmio, che poi produce, spesso, un bel figlio unico.
In definitiva, l’America, nonostante il comando della sua élite, rifiuta farsi sterilizzare. E sappiamo che le stanno provando tutte per impedire di fargli creare una famiglia. Ogni ingrediente per il depopolamento è stato gettato sul popolo americano in primis: anticoncezionali, aborto, cultura edonista (con i voli a basso costo a fungere da vettore primario di autosterilizzazione) e pure le tasse, che consideriamo come un grande dispositivo antibiologico, ma ne parleremo un’altra volta.
Per cui è importante dare agli USA il titolo giusto: gli Stati Uniti sono una vera nazione.
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La parola «nazione» avrebbe in teoria un etimo di facile comprensione: viene da natus, participio passato di nasci, il verbo latino per nascere.
E quindi: se un Paese non produce più nascite non dovrebbe più dirsi come nazione. Se rifiuta la famiglia come sua base, come può essere una nazione, un sistema di nascite?
Ecco che comprendiamo quel concetto che tentiamo di spiegare da anni su Renovatio 21: lo Stato non è la nazione. Lo Stato moderno, soprattutto, non è fatto di persone (la pia illusione degli ottusi: «lo Stato siamo noi») ma è una struttura, una macchina, che programmato con i codici della Necrocultura diventa essenzialmente un sistema di morte, un dispositivo per torturare ed uccidere il proprio stesso popolo.
A differenza dello Stato, la nazione è fatta non solo di esseri umani: è fatta di nascite. È fatta di una volontà, condivisa per legge naturale da quasi tutta la popolazione, di riprodurre la vita umana.
Chi in questi anni ha blaterato di nazionalismo con ogni probabilità pensava, più che a questa semplice realtà ultima della politica (la nazione è vita!), alla difesa di uno Stato, con il suo territorio (come se esso non fosse cangiante), una sua lingua (come se fosse importante), perfino alle sue tradizioni culinarie. Il vecchio nazionalismo, che ingenuamente si fonda sul concetto contraddittorio di Stato-nazione (due cose che in realtà ora sono in contrapposizione violenta) non può andare oltre al tifo calcistico.
Gli Stati Uniti si sono dati come una delle patrie della Necrocultura: gran parte della spinta è venuta da lì, in particolare da casati come quello dei Rockefeller, che per qualche ragione si sono trasmessi per generazioni non solo l’immane ricchezza ma anche l’imperativo della riduzione della popolazione. Gli investimenti dell’élite per creare una cultura contro la vita – una cultura anticristiana – in USA sono stati impressionanti, e Hollywood ne è un esempio luccicante.
Il piano non è riuscito. Se il popolo è sufficientemente libero non può rifiutare la vita. Non può negare la sua continuazione biologica e spirituale, non può sputare sul suo futuro. Non può odiare i propri figli.
E quindi: sì, gli Stati Uniti sono ora un esempio di vera nazione, nel vero senso del termine. Quando pensiamo alla loro complicata egemonia, in fondo alla testa sappiamo anche questo: gli americani ci credono. Credono alla propria nazione, fatta dall’insieme non solo dei singoli, ma delle loro famiglie. Ecco il segreto del loro potere.
Certo, nell’élite americana, sin dal principio, alberga un impulso di morte e distruzione consistente, ed essendoci di mezzo la massoneria non è che poteva essere diversamente. Ancora oggi, Washington ha la possibilità di sterminare la vita sul pianeta, disponendo di circa 3.700 testate nucleari attive su un totale di 5.042.
Si tratta, in fondo della scelta che ogni Stato, che ogni uomo è tenuto a fare: la vita contro la morte. Una nazione vera, tuttavia, non può che avere una risposta, quella della vita.
È l’auspicio che rivolgiamo anche ad un altro Paese, più giovane degli USA, parimenti creato dai massoni: l’Italia. Per fare dell’Italia una nazione bisognerà, tuttavia, riformulare il suo Stato.
E, vista la prospettiva di sterilità e morte che vediamo quando guardiamo alla nostra società, non crediamo che ci sia ancora tantissimo tempo.
Roberto Dal Bosco
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
Pensiero
Dall’aborto alla strage figlicida, il ritorno della strega Medea
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Pensiero
Cos’è lo Stato e chi lo controlla?
Renovatio 21 traduce e pubblica questo articolo del Brownstone Institute.
Che cos’è lo Stato, da dove proviene e chi lo controlla? Si potrebbe pensare che queste domande abbiano risposte ovvie. In realtà la risposta è sfuggente, non facilmente identificabile nemmeno da chi fa parte del sistema.
Trump lo ha scoperto durante il suo primo mandato. Dava per scontato che il presidente avrebbe avuto il controllo, almeno per quanto riguarda il potere esecutivo. Si è ricreduto quando le agenzie governative collaborarono strettamente con i media per minarlo a ogni passo. Dopo una pausa di quattro anni, tornò con la ferma intenzione di diventare presidente.
È più facile a dirsi che a farsi. I funzionari di gabinetto si lamentano spesso in privato di dover affrontare burocrazie inflessibili che possiedono tutta la conoscenza istituzionale. Spesso si sentono come dei sostituti o dei manichini. Trump è un raro esempio di presidente che ha persino tentato di essere al comando. La maggior parte si accontenta degli emolumenti della carica e degli elogi che ne derivano.
In ogni caso, chiunque raggiunga i vertici di un qualsiasi apparato statale scopre che la realtà è ben diversa da quella descritta nei libri di testo.
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Platone concepiva lo Stato come parte integrante della vita stessa, rispecchiando la struttura dell’anima umana. La società era divisa tra i governanti (i re-filosofi), i guardiani (i guerrieri) e i produttori (i lavoratori). Lo Stato esiste per realizzare la giustizia, dove ogni classe svolge il proprio ruolo assegnato in armonia.
Aristotele offrì una visione più realistica. Sebbene lo Stato sia un’entità organica, non è dotato di anima. Ha funzioni ben precise per promuovere il benessere di tutti attraverso leggi ed istruzione, bilanciando gli interessi delle diverse classi. Aristotele era favorevole a un governo misto per prevenire la tirannia e promuovere la stabilità.
Passando al periodo dell’Illuminismo, le teorie sullo Stato in Occidente si evolsero di pari passo con i progressi tecnologici ed economici. Thomas Hobbes considerava lo Stato essenziale per prevenire la guerra civile tra le fazioni. Senza di esso, la vita sarebbe stata solitaria, sgradevole, brutale e breve. Va detto che scriveva nel pieno della Guerra civile inglese.
Anche John Locke, nel suo Secondo trattato sul governo, considerava lo Stato essenziale ma estremamente limitato. Il suo compito era quello di proteggere la proprietà e i diritti fondamentali. Poteva anche essere rovesciato in condizioni di tirannia. La questione gli stava particolarmente a cuore, essendo stato vittima del trauma della guerra, della rivoluzione e della censura.
Locke fu l’autore del modello di quello che in seguito divenne la Dichiarazione d’Indipendenza. In essa troviamo la visione secondo cui lo Stato è un «male necessario», una prospettiva ampiamente accettata come vera dai Padri Fondatori degli Stati Uniti.
Poco dopo, all’interno della tradizione platonica, nacque la visione hegeliana. G.F.W. Hegel valorizzò lo Stato come un dio che marcia sulla terra, la forza convergente del firmamento sociale destinata a piegare la storia all’inevitabile vittoria dei legittimi vincitori. Questa visione fu ripresa sia a destra (nazionalsocialismo) che a sinistra (socialismo internazionale) per infondere ad altre concezioni dello Stato un’aura di inevitabilità.
Tutto questo parlare del carattere organico ed essenziale dello Stato apparve a una tradizione di pensiero più radicale come irrimediabilmente ingenuo. Franz Oppenheimer scrisse che lo Stato è una forza inorganica invasiva, una forza conquistatrice, sempre sgradita, un’istituzione esogena alla società stessa.
Questa visione fu sostenuta da Albert Jay Nock e in seguito da Murray Rothbard, entrambi convinti che lo Stato fosse intrinsecamente sfruttatore. La soluzione era semplice: eliminarlo una volta per tutte, ma non nel modo immaginato da Marx. Il risultato dell’assenza dello Stato non sarebbe stata un’utopia, bensì qualcosa di più simile a ciò che Locke aveva immaginato: una società pacifica e ben funzionante, organizzata sulla base della proprietà e della cooperazione volontaria.
Bertrand de Jouvenel offre una prospettiva storica profondamente informata sullo Stato . A suo avviso, lo Stato si organizza a partire dal tessuto stesso della società, man mano che le élite naturali conquistano la fiducia del pubblico nella risoluzione delle controversie. Le élite si costituiscono come arbitri e figure culturali, acquisendo gradualmente il controllo monopolistico sull’uso legale della coercizione nella società. Questa visione è stata sostenuta da Erik von Kuehnelt-Leddihn , Hans-Hermann Hoppe e, ai giorni nostri, da Auron MacIntyre . Ognuno di loro ha interpretato i dettagli che tratta, ma tutti concordano sul fatto che lo Stato sia un prodotto delle élite, con i suoi pregi e difetti.
Esiste una vasta letteratura su questo argomento, naturalmente. Ogni ideologia offre una teoria su cosa sia lo Stato e cosa dovrebbe essere. Una visione che mi sembra vicina alla mia migliore intuizione sul funzionamento dello Stato nel secolo scorso proviene da Gabriel Kolko nella sua storia dell’era progressista.
A suo avviso, non sono le élite qualsiasi a guidare le politiche statali, ma in particolare le élite industriali. Analizzando la storia dell’industrializzazione moderna, ha individuato le industrie dominanti al centro di ogni agenzia. Il Safe Food and Drug Act del 1906 fu concepito dall’industria in cerca di un’alleanza con il potere per soffocare la concorrenza di mercato. La Federal Reserve è un cartello di banche. Anche il Dipartimento del Commercio e il Dipartimento del Lavoro sono frutto dell’organizzazione sindacale industriale.
Tutte queste istituzioni incarnano ciò che James Burnham definì la rivoluzione manageriale. Essa consiste nell’esaltazione da parte delle élite industriali della propria competenza scientifica e capacità organizzativa, che esse consideravano superiori al caos della società naturale e dei mercati. Date potere e risorse ai meritocrati, ed essi saranno in grado di portare razionalità nella vita economica e nell’organizzazione sociale e culturale molto meglio del popolo. Altri autori che scrivono in questa tradizione sono C. Wright Mills, Philip H. Burch, G. William Domhoff e Carroll Quigley.
Da questa letteratura, ricaviamo un quadro dello Stato che abbiamo ereditato ai giorni nostri. In effetti, nessuna persona vivente ne ha mai conosciuto un altro. Al di là di tutti gli slogan di democrazia e libertà, lo Stato, così come lo conosciamo, consiste in un cartello ambizioso di interessi industriali dominanti in ogni settore, impegnati in continue cospirazioni contro un mercato libero e competitivo. Normalmente non pensiamo allo Stato in questo modo, ma questa sembra la concezione più realistica di ciò che effettivamente è e fa.
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Consideriamo la FDA. La sua forza trainante è l’industria, che ne finanzia metà e condivide i diritti di proprietà intellettuale con essa, così come con le agenzie sorelle e madri del NIH, del CDC e dell’HHS. L’industria farmaceutica esercita di gran lunga la maggiore influenza sul funzionamento di queste agenzie, ed è per questo che Robert F. Kennedy Jr., acerrimo nemico del settore, ha enormi difficoltà a gestirle e a riorientarne le priorità. Ciò non dovrebbe sorprendere, dato che questa è stata la sua stessa origine: l’industria in cerca di legittimità e protezione dalle insidie della sovranità dei consumatori.
Lo stesso dramma influenza tutti i tentativi di riforma presso la Federal Reserve (banche), il dipartimento dell’Agricoltura (le grandi aziende agricole), il dipartimento per l’Edilizia e lo Sviluppo Urbano (i costruttori edili), il Dipartimento dell’Istruzione (i sindacati degli insegnanti), il Dipartimento dei Trasporti (treni e automobili) e il Dipartimento della Difesa/Guerra (i produttori di munizioni). Ovunque si guardi oggi a Washington, si trova la mano dei potenti attori industriali. È così nella maggior parte del mondo.
Questo stato industriale ha almeno tre livelli. C’è un livello profondo composto dalle agenzie di Intelligence e dai loro benefattori e partner nell’industria. La NSA e la CIA esternalizzano la maggior parte delle loro attività a società digitali del settore privato, con risultati classificati. C’è poi il livello superficiale (o di vendita al dettaglio) in cui le industrie regolamentate eseguono i desideri delle agenzie asserviti; ecco perché CVS ha rimosso le terapie tradizionali dai suoi scaffali a favore delle iniezioni di mRNA modificato e perché l’establishment medico ha aderito con tanto entusiasmo alla risposta al COVID. E infine c’è il livello intermedio, costituito dalle agenzie stesse che hanno orchestrato tutti i trasferimenti.
Se questa è la situazione ai nostri giorni, che dire del passato? Il modello è ancora valido? Forse, se consideriamo la Chiesa come un’industria, possiamo individuare le stesse forze all’opera nel Medioevo. Se pensiamo agli apparati militari come a delle industrie, otteniamo una prospettiva diversa su ciò che animava gli stati antichi di Roma e Atene.
Come si concilia questa visione concreta e leggermente cupa della genesi e del funzionamento dello Stato con le teorie precedenti? Essa mette a tacere l’idealismo di Platone e Hegel, introduce un elemento di realismo tipico di Hobbes e Locke, arricchisce le teorie di Marx e Rothbard e dà maggiore sostanza a quelle di de Jouvel e Hoppe.
Per quanto ne sappiamo, si tratta della descrizione più accurata della realtà dello statalismo moderno attualmente disponibile. E questo sottolinea ulteriormente l’enorme sfida che si presenta a qualsiasi amministratore temporaneo che pretenda di prosciugare la palude, eliminare la cattura delle agenzie o comunque arginare la corruzione. Il problema è che l’intero apparato statale è di fatto la palude. La cattura del regolatore è essenziale. La corruzione è intrinseca al funzionamento dello Stato.
Tutto ciò non significa che non valga la pena tentare una riforma. Ma è fondamentale comprendere che nessuno degli apparati statali è concepito per adattarsi ai riformatori e alle pressioni democratiche. L’inerzia è sempre nella direzione opposta. Già quanto accaduto con Trump 2.0, pur con i limitati successi che abbiamo visto, rappresenta un’anomalia. Ci vorrà un miracolo per ottenere ulteriori cambiamenti, ma è possibile.
Una delle affermazioni più sagge nella storia della teoria politica proviene da David Hume. A suo avviso, il ruolo dell’opinione pubblica è cruciale in ogni esercizio del potere. Quando il pensiero pubblico cambia, lo Stato non ha altra scelta che adeguarsi.
«Nulla appare più sorprendente a coloro che considerano le vicende umane con occhio filosofico della facilità con cui i molti sono governati dai pochi, e dell’implicita sottomissione con cui gli uomini rinunciano ai propri sentimenti e alle proprie passioni in favore di quelli dei loro governanti. Quando ci interroghiamo su come si realizzi questo prodigio, scopriremo che, poiché la forza è sempre dalla parte dei governati, i governanti non hanno altro sostegno che l’opinione pubblica. È dunque sull’opinione stessa che si fonda il governo; e questa massima si estende ai governi più dispotici e militaristi, così come a quelli più liberi e popolari».
Cambiare l’opinione pubblica: questo è il compito essenziale.
Jeffrey A. Tucker
Jeffrey Tucker è fondatore, autore e presidente del Brownstone Institute. È inoltre editorialista senior di economia per Epoch Times, autore di 10 libri, tra cui Life After Lockdown , e di migliaia di articoli pubblicati su riviste accademiche e divulgative. Tiene numerose conferenze su temi di economia, tecnologia, filosofia sociale e cultura. È inoltre un tabarrista.
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Civiltà
La devastazione prodotta dalla Scuola di Francoforte
The Most Destructive Intellectual Project of the Twentieth Century.
The Frankfurt School. You should know what it was, what it built, and why you are still living inside it. 1. The Institute for Social Research was founded in Frankfurt in 1923 and relocated to Columbia… https://t.co/tuqvEblLIN pic.twitter.com/hXnNKmqPrW — Krzysztof Szczawinski 🇵🇱 (@Kristof_Poland) August 19, 2026
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