Bioetica
È vero che il 99% delle donne crede che il proprio aborto sia stata la decisione giusta?
Renovatio 21 traduce questo articolo di Bioedge.
Come vedono le donne i loro aborti passati?
L’idea diffusa è che l’aborto equivale a una gravidanza indesiderata: la maggior parte delle donne vuole l’aborto e sono soddisfatte della loro decisione. Quando alle donne viene chiesto in clinica di partecipare a ricerche di follow-up (come nel famoso «Turnaway Study»), i ricercatori citano cifre fino al 99% per la «correttezza della decisione», interpretata come soddisfazione per l’aborto.
Ma le donne sono davvero così soddisfatte della loro decisione di abortire e i loro aborti sono davvero desiderati? Un nuovo studio peer-reviewed sulla rivista Cureus – uno di una serie di studi del Charlotte Lozier Institute sulla rivista – mostra un quadro più complesso e preoccupante.
Gli autori David Reardon, Katherine Rafferty e Tessa Longbons sono critici nei confronti della metodologia di ricerca Turnaway utilizzata dal gruppo Advancing New Standards in Reproductive Health (ANSIRH). Il sondaggio di Reardon, Rafferty e Longbons sulle donne statunitensi ha un alto tasso di partecipazione: il 91% delle donne in un sondaggio più generale ha completato un sondaggio sull’aborto dopo aver confermato un aborto passato, quindi quasi tre volte il tasso di turnaway del 31%.
Questo è importante, poiché i bassi tassi di partecipazione – comuni nella ricerca sull’aborto – possono distorcere i dati. Inoltre, quando le donne vengono invitate presso la clinica per partecipare a uno studio, quelle con i sentimenti più negativi in quel momento potrebbero essere le meno propense a dire di sì.
Coloro che accettano di partecipare possono abbandonare a causa dello stress che tali studi possono creare, ad esempio le donne più colpite dall’aborto potrebbero non completare lo studio, se mai lo iniziano.
Al contrario, le partecipanti a Cureus sono un gruppo di donne più anziane (41-45) che non sono state contattate in clinica per partecipare, ma sono state selezionate in modo più casuale e stavano riflettendo sul loro aborto a distanza. Questo può aiutare a spiegare il tasso di partecipazione molto più elevato.
Come commentano gli autori dello studio, «è stata scelta una fascia di età ristretta per eliminare gli effetti di confusione dell’età, catturando al contempo l’esperienza delle donne che hanno completato la maggior parte della loro vita riproduttiva».
Al posto di quella che chiamano la «valutazione dicotomica, sì o no, della correttezza della decisione» di ANSIRH, Reardon e colleghi hanno sviluppato le proprie scale più sensibili per valutare la correttezza della decisione e per identificare il tipo di decisione (vale a dire Ricercata, Incoerente, Indesiderata, o Forzata). Hanno scoperto che «il 33% ha descritto i propri aborti come ricercati, il 43% come incoerenti [ovvero, incoerenti con i propri valori e le proprie preferenze], il 14% come indesiderati e il 10% come forzati».
Significativamente, il 60% delle donne ha testimoniato che avrebbe continuato la gravidanza se avesse avuto più sicurezza finanziaria e/o più sostegno emotivo da parte degli altri. Il sottogruppo più simile al campione di ANSIRH era un gruppo minoritario di donne che descrivevano i loro aborti come voluti, con il 94,7% di loro che concordava sul fatto che la loro decisione fosse quella giusta.
Riassumendo i risultati dello studio, gli autori sottolineano che «solo una donna su tre ha descritto i propri aborti come desiderati e coerenti con i propri valori e le proprie preferenze». Al contrario, «due terzi hanno vissuto la decisione di abortire come una violazione dei propri valori e preferenze, con il 24% che descrive i propri aborti come indesiderati o forzati».
Questo dovrebbe allarmare tutti. Indipendentemente dalle opinioni di chiunque sull’aborto, è molto preoccupante se le donne abortiscono controvoglia, in particolare se ciò va contro le loro convinzioni. Non sorprende che coloro che hanno aborti indesiderati siano particolarmente propensi a sperimentare effetti dannosi sulle loro emozioni e sulla salute mentale, come del resto lo studio ha confermato.
Scegliere un aborto – magari sotto forte pressione – non significa che si è moralmente felici dell’aborto in quel momento, tanto meno che lo si sarà felici dopo. È un’esperienza umana comune fare scelte che non riflettono i propri valori e tali esperienze, come nel caso dell’aborto, possono avere effetti negativi duraturi.
In considerazione della posta in gioco per la donna, spetta chiaramente alla società offrire e pubblicizzare il sostegno alla gravidanza e alla genitorialità sia da parte dello Stato che del settore del volontariato. Dobbiamo costruire una cultura in cui le donne abbiano il potere di resistere alle pressioni sull’aborto, e anche in cui partner, familiari e altri siano più favorevoli al desiderio della donna di portare a termine la gravidanza.
Gli aborti involontari scelti sotto pressione accumulano infelicità per la donna interessata. Anche coloro che credono sinceramente di aver preso, o cercato di prendere, la decisione migliore che potevano nella loro situazione potrebbero comunque risentirne negativamente.
C’è, in effetti, un certo accordo tra i ricercatori sull’aborto sul fatto che l’ambivalenza e il vedere la gravidanza come desiderata o significativa possa portare a effetti negativi.
Uno studio di Donald Sullins ha rilevato che il 14,7% degli aborti riguardava gravidanze desiderate e che questi aborti erano particolarmente inclini ad avere effetti come depressione e ideazione suicidaria.
I pensieri e le sensazioni delle donne riguardo ai loro aborti possono essere complessi, non sorprende, dato l’evento che la donna sta elaborando. L’aborto non è una cosa da poco, come molte donne sanno bene. La «soddisfazione» trovata nel gruppo selettivo Turnaway potrebbe semplicemente non riflettere come si sente la maggior parte delle donne.
Elena Watt
Senior Research Fellow presso il Bios Centre nel Regno Unito. È stata direttrice dell’Anscombe Bioethics Centre, Oxford, Regno Unito
Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.
Bioetica
La bambina risucchiata dal bocchettone della piscina e la morte cerebrale
Ci risiamo. Un’altra bambina, un’altra piscina e un’altra corsa disperata verso un reparto di terapia intensiva. E infine un altro titolo che, puntualmente, troviamo identico su tutti i giornali: «È morta la bambina risucchiata dal bocchettone della piscina».
Il lettore scorre una notizia di questo tipo e crede di aver capito tutto. Immagina una vittima che, dopo l’incidente, «non ce l’ha fatta». È la conclusione naturale della tragedia. Fine della storia.
E invece no. La prassi in questi casi è molto più complessa e nessun mezzo di informazione avverte la necessità di raccontarla.
Il paziente di questo tipo, infatti, non arriva in ospedale da cadavere: il cuore batte, il sangue circola e il suo organismo viene sostenuto dai medici che riescono a stabilizzarlo. Le condizioni sono molto critiche, ma si tratta tecnicamente di un paziente ricoverato in terapia intensiva, non un corpo senza vita consegnato all’obitorio.
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A un certo punto, però, al percorso terapeutico se ne affianca un altro: quello dell’accertamento della cosiddetta morte con criteri neurologici convenzionali. Dopo il periodo di osservazione previsto dalla legge, una commissione medica dichiara la morte dell paziente. Solo da quel momento diventa giuridicamente possibile procedere al prelievo degli organi, al quale i parenti, travolti dal dolore, acconsentono.
Tutto questo, però, nel racconto mediatico scompare; la notizia viene compressa in una formula tanto semplice quanto ingannevole: morti per l’incidente. Ma è davvero questo che è accaduto? Perché esiste una differenza enorme tra dire che una persona è morta in conseguenza di un annegamento o un incidente d’auto e dire che, dopo pochissimi giorni di terapia intensiva, una commissione medica ne ha accertato la morte secondo i criteri neurologici previsti dall’ordinamento italiano.
Non è un sofisma, è la differenza tra un evento naturale e un atto medico. Eppure, questa differenza viene sistematicamente cancellata dal linguaggio dell’informazione.
Si tratta di uno schema che si ripete con impressionante regolarità. Ogni volta che un bambino o un giovane arriva in ospedale dopo un arresto cardiaco rianimato, soprattutto quando il danno cerebrale appare importante, il percorso clinico segue ormai una sequenza ben nota: si stabilizza il paziente, si valutano le sue condizioni neurologiche e, qualora ne ricorrano i presupposti, si avvia il protocollo per l’accertamento della morte encefalica. Se quest’ultima viene confermata dai risultati di determinati test diagnostici, si apre immediatamente la possibilità della donazione degli organi.
Cos’è la morte cerebrale, quali sono i suoi presupposti scientifici, filosofici e antropologici? Chi decide quali siano le procedure volte a stabilire la morte di un paziente e sulla base di quali criteri? Esiste da parte della comunità scientifica un consenso unanime a riguardo? Ancora: perché affrettare le procedure di accertamento, invece di continuare a prendersi cura del paziente? La bambina, avrebbe potuto riprendersi se adeguatamente trattata?
A queste domande non si cerca mai di dare una risposta. Anzi, si lavora per occultarle, come se fossero dei dettagli irrilevanti, mentre invece rappresentano il cuore della questione. Si preferisce una narrazione rassicurante: la bambina è morta, i genitori hanno compiuto un gesto d’amore e la vita continua in altre persone bisognose di un trapianto. Chiuso il sipario.
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Tuttavia proprio questa banalizzazione della notizia dovrebbe insospettire, perché quando una questione bioetica di capitale importanza viene ridotta a poche formule ripetute identiche da tutti i mezzi di informazione, significa che il linguaggio ha già svolto il suo compito: non quello di descrivere la realtà, ma di interpretarla prima ancora che il lettore possa farsene un’idea.
Le parole non sono mai neutrali, il linguaggio è diventato il primo e più efficace strumento della necrocultura trapiantista: prima ancora dei protocolli, prima ancora delle leggi. Perché se si riesce a far coincidere, nell’immaginario collettivo, la dichiarazione di morte con la morte nel senso comune del termine, il problema è già risolto e nessuno sentirà più il bisogno di interrogarsi.
È forse proprio questa la trasformazione più inquietante: non si ridefinisce soltanto la morte, si ridefinisce l’uomo. E quando perfino le parole vengono accuratamente scelte per impedire che le persone comprendano ciò che realmente accade, allora il problema non riguarda più soltanto la bioetica.
Riguarda la verità.
Alfredo De Matteo
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Bioetica
Si fa largo l’idea delle sanzioni penali per le donne che abortiscono
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Bioetica
Primo caso di eutanasia sotto i 12 anni, ecco la profonda trasformaziona antropologica della morte cerebrale
La notizia proveniente dai Paesi Bassi secondo cui, per la prima volta, è stata praticata l’eutanasia su un bambino di età inferiore ai dodici anni, rappresenta molto più di un fatto di cronaca. Essa costituisce un passaggio simbolico di straordinaria importanza, in quanto mostra fino a che punto sia giunta una determinata concezione dell’essere umano.
Come sempre accade in questi casi, l’attenzione dell’opinione pubblica viene focalizzata sul singolo dramma: la malattia, la sofferenza, l’assenza di prospettive terapeutiche. Tuttavia, la questione vera che rimane sullo sfondo è un’altra: quali sono i presupposti antropologici che rendono oggi non solo possibile ma anche solo pensabile la soppressione medicalmente assistita di un minore?
Nei Paesi Bassi l’eutanasia viene praticata sui bambini gravemente malati la cui morte appare imminente e le autorità, all’indomani dell’introduzione della legge, hanno tenuto a precisare che i casi di minori coinvolti nella cosiddetta morte compassionevole sarebbero stati pochissimi, forse cinque o dieci all’anno. Ma la storia degli ultimi decenni insegna che i numeri iniziali dei morti ammazzati non sono indicativi né tantomeno definitivi: ciò che conta infatti è il principio che viene introdotto, la cui coerente applicazione conduce inevitabilmente a una spirale di morte non controllabile.
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Nel caso olandese, la vita del bambino può essere «interrotta» quando sussistano sofferenze ritenute insopportabili e senza prospettive di miglioramento. Il criterio decisivo non è dunque l’appartenenza alla specie umana, né la semplice esistenza biologica, ma una valutazione circa la qualità dell’esistenza. In altri termini, il valore della vita viene associato alla presenza o meno di determinate condizioni funzionali. E questa logica non nasce oggi.
Quando si ripercorrono le vicende come quelle di Charlie Gard o Alfie Evans emerge una dinamica analoga: anche in quei casi il conflitto non riguardava semplicemente le cure, ma il valore che si attribuisce all’essere umano. I genitori ritenevano che la vita del figlio avesse un valore intrinseco nonostante le menomazioni fisiche e/o intellettive; le istituzioni sanitarie e giudiziarie ritenevano invece che la prosecuzione delle cure non fosse più nel migliore interesse del minore, sulla base di criteri valutativi calati dall’alto e stabiliti a tavolino.
La medesima domanda si ripresenta oggi: chi stabilisce quando una vita abbia ancora un valore sufficiente per essere vissuta?
La bioetica contemporanea tende sempre più a identificare la persona con alcune funzioni: coscienza, autonomia, capacità relazionali, qualità della vita, possibilità di provare esperienze significative. Quando tali funzioni risultano gravemente compromesse, la persona rischia di trasformarsi da soggetto di diritti a oggetto di valutazione.
In questo senso, il criterio della morte cerebrale ha inaugurato una nuova antropologia, introducendo il concetto, indimostrato e indimostrabile, che la perdita di determinate funzioni cognitive coincida con la morte della persona. L’organismo biologicamente vivente viene reinterpretato alla luce di un criterio funzionale: il cervello diventa il luogo dell’identità.
Almeno all’apparenza, l’eutanasia dei bambini non c’entra nulla con la morte cerebrale. Eppure, ad uno sguardo attento non può sfuggire il fatto che tali omicidi di stato sembrano condivire con il criterio encefalico il medesimo orizzonte antropologico, in cui il valore della vita dipende sempre meno dall’essere e sempre più dal funzionare.
Particolarmente inquietante appare inoltre il meccanismo giuridico previsto nei Paesi Bassi, dove prima l’eutanasia viene praticata e soltanto successivamente le autorità competenti verificano se il medico abbia rispettato le «linee guida» e abbia agito con la necessaria diligenza professionale. Il controllo giuridico non precede l’atto: lo segue. Il giudizio arriva dopo che la sentenza di morte è già stata emessa.
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Nella tradizione medica e giuridica occidentale, quando è in gioco un bene indisponibile come la vita umana, il dubbio favorisce sempre la conservazione del bene stesso. Nel modello olandese, invece, la logica viene rovesciata e l’atto irreversibile precede la valutazione.
Evidentemente, quando il valore della vita viene associato alle funzioni, all’autonomia o alla qualità dell’esistenza, i soggetti più fragili diventano i più esposti: il malato terminale, il disabile grave, il paziente in stato vegetativo, il bambino gravemente malato.
Per tale motivo, il primo caso olandese di eutanasia su un bambino sotto i dodici anni non rappresenta una semplice eccezione, ma costituisce l’ennesimo segnale di una trasformazione antropologica profonda, in cui la medicina non si limita più a curare o accompagnare la vita, ma assume sempre più il potere di stabilire quando una vita possa ancora essere considerata degna di essere vissuta.
Alfredo De Matteo
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Immagine di Franciscans of the Immaculate via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic
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