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Don Giussani, errori ed misteri di Comunione e Liberazione. Una vecchia intervista con Don Ennio Innocenti

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A pochi giorni dalla chiusura del Meeting di Comunione e Liberazione, evento di potere sempre più grottesco e, dal nostro occhio cristiano, incomprensibile, Renovatio 21 ripubblica l’intervista che nel 2019 Don Ennio Innocenti (1932-2021) diede al direttore Roberto Dal Bosco in merito alla figura del fondatore di Comunione e Liberazione Don Luigi Giussani. Don Ennio era un sacerdote unico, che avuto una vita avventurosa, tra l’aver vissuto in prima persona drammatici massacri di fine guerra e l’aver sfiorato intrighi vaticani e internazionali. I suoi studi sono di enorme importanza, soprattutto per quanto riguarda il tema della gnosi, su cui si è cimentato a lungo, uscendo con un testo in due volume di densità senza pari, La gnosi spuria, oramai introvabile. Sì è spento durante la pandemia, ma per un male che lo aveva colpito prima. Renovatio 21 ha avviato da tempo gli sforzi per ripubblicare alcune opere di Don Ennio, ma la questione dell’acquisizione dei diritti parrebbe più complicata del previsto. Il suo calore umano, il suo acume di studioso, la sua saggezza di anziano prete buono ci mancano moltissimo.

 

Incontro don Ennio Innocenti nel suo appartamento romano, all’ultimo piano di un palazzone da cui vedo la ferrovia di Roma Ostiense e il verde di Villa Osio. Con don Ennio, con cui ci conosciamo da molto tempo, ho già pubblicato due libri e un altro è in preparazione.

 

«Luigi si sedeva dove sei seduto tu ora» dice sorridendomi. «Luigi» è Luigi Calabresi, che don Ennio conobbe bene quando entrambi erano nel Movimento Oasi. Ora don Innocenti promuove la causa di beatificazione del Commissario. «Era un eroe, era ispirato da uno spirito cattolico tradizionale davvero autentico». Tuttavia non siamo qui per parlare di Calabresi, ma di un suo saggio pubblicato diversi decenni fa, e poi riproposto ora nel suo opus magnus, La gnosi spuria.

 

Don Ennio, rara avis nel panorama di studi religiosi italiani, è il solo ad aver trattato senza timidezze il tema di Comunione e Liberazione e del suo fondatore, don Luigi Giussani. «Qualcosa di buono lo hanno pure fatto» dice. «CL fu l’unica realtà del cattolicesimo italiano contemporaneo a proporre Calabresi come modello di comportamento».

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Nel tuo saggio ricordavi dei rapporti tra CL e l’establishment ecclesiastico.

Tendiamo a dimenticarci quanto CL, pur diventata potente ecclesialmente, economicamente, politicamente fosse vista con sospetto dai vescovi italiani, anche perché gli stessi seminaristi ciellini, spesso arrivati alla vocazione piuttosto adulti, creavano scompiglio nei seminari. I vescovi dicevano: aspettiamo a giudicare, ci vuole tempo. In realtà, basta leggere il pensiero di Giussani per capire come il movimento sia profondamente e gravemente inquinato da errori e idee ingiuste.

 

Don Ennio, chi era davvero don Giussani?

Mi colpisce che, professore di teologia al Seminario Maggiore di Venegono, abbia preferito insegnare religione al liceo Berchet. Qui organizza un nuovo ramo dell’Azione Cattolica e gli dà nome Gioventù Studentesca, quella che tutti chiamano GS, e giessini i suoi giovani membri. L’esperienza, dice lui, fu un totale fallimento. GS si rivelò ben presto come un realtà filomarxista.

 

Perché finì GS?

Forse perché non gli giovò l’insegnamento serale alla Facoltà di Economia e Commercio della Cattolica – dove teneva lezioni di morale. Di certo è riportato che era entrato in dissidio anche con i suoi stessi seguaci. Molti infatti andarono a ingrossare le fila del militantismo marxista, alcuni perfino a livello extraparlamentare.

 

E la CL propriamente detta come nasce?

Nasce lì, proprio nel ‘68. C’erano i moti studenteschi, e di fatto Giussani dice che il gruppo nato all’Università del Sacro Cuore «si ritrovò in piena sintonia con le forze che stavano egemonizzando il movimento degli studenti».

 

Vuoi dire che il marxismo può essere considerato un ingrediente costitutivo di CL?

Giussani aveva coscienza di avere anticipato le lotte del ‘68, e includerà Gramsci e Lukacs nel panthéon dei pensatori nutritivi per il Movimento. Nel libro intervista con Robi Ronza ammette anche, tra corti di attenuazioni fumogene, di non volere essere contro il marxismo, per «valorizzarne gli aspetti giusti e accettabili», mentre la sentenza pontificia lo qualificava come «intrinsecamente perverso».

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Questa composizione genetica marxista del movimento, mai in realtà discussa (anche se sappiamo che Formigoni alla Cattolica si è laureato proprio con una tesi su Marx) può essere indizio di certo materialismo che traspare in CL?

Posso ricordare che l’ISTRA, Istituto Superiore di Cultura legato a CL, ha studiato con impegno la «possibile appropriazione del concetto di materialismo». Il bello è che Giussani ha la sfrontatezza di dirsi tomista. Una assurdità, che dà la misura di chi Giussani, a dispetto della realtà, credeva di essere. Ma, purtroppo, era dal tempo di Leone XIII che si tentava deliberatamente la contraffazione del tomismo.

 

E da un punto di vista religioso, quale idee aveva la prima CL quindi?

Giussani dice di voler «entrare al più presto in dialogo con le grandi culture dell’Asia e dell’Estremo Oriente». Riesce ad espandere la sua rete tra gli studenti in Italia, in Svizzera, in Francia, in Brasile, Uganda, Zaire. L’impianto sembra progressista. Dice cose tipo: «strutture e metodi tradizionali sono chiaramente condannati dalla storia»… Poi si mette ad accusare l’Azione Cattolica di sessuofobia, «frutto inevitabile di forme di moralismo schematico».

 

Era la recezione del ‘68 americano arricchito dalla psicoanalisi con le occupazioni scolastiche divenute bordelli.

 

La tirata contro la sessuofobia, alla luce di tante storie venute a galla di recente, lascia pensare…

Quando scoppia lo scandalo de La Zanzara, il giornale studentesco del Liceo Parini che aveva pubblicato testi sconci sull’educazione sessuale delle studentesse, Giussani arriva a ripudiarne la condanna. È scritto ambiguamente nel libro con Ronza. Non meraviglia perché la psicanalisi era entrata nei seminari anche in Italia.

 

Strana associazione ecclesiale, CL.

Inquietano anche altre posizioni. Per esempio quando Giussani dice: «se anche su mille studenti ce ne fosse stato uno solo non cattolico, l’associazione avrebbe dovuto fondarsi su valori umani accettabili anche da costui, per un dovere di rispetto ed accoglienza della sua posizione». Si tratta di un pluralismo riduttivistico davvero errato, per esempio sul piano dei rapporti tra natura e Grazia. Parrebbe quasi che don Giussani dica che la redenzione non abbia avuto bisogno di Rivelazione, mentre Gesù pone l’ultimatum.

 

Come è possibile approvare un movimento come cattolico su questa base de facto laicista?

Sospetto che Don Giussani avesse in mente già allora di fare di CL una organizzazione di massa, e questo forse per sue nostalgie operaiste mai espresse. Confidare nella massa, poi, è il contrario dell’autentico personalismo cristiano, come aveva severamente avvisato Pio XII.

 

Di qui fenomeni massivi come il Meeting di Rimini…

Giussani dice a chiare lettere che per lui l’essenza del Cristianesimo è il comunitarismo, e che lo specifico cristiano è l’egualitarismo. Gioca sull’equivoco.

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È possibile salvare qualcosa del pensiero di Giussani?

Sì, egli intuì che la sinistra radicale e il marxismo erano dipendenti dal liberalismo, così come che il vero nemico del Cristianesimo era il laicismo illuministico-liberale. Arrivò anche ad attaccare la DC, perché aveva compreso che essa altro non faceva che aiutare la realizzazione del programma radicale e marxista, in quanto i dirigenti democristiani erano quasi tutti di formazione laico-liberale. De Mita proclamò spudoratamente che la concezione politica democristiana era quella liberale.

 

I ciellini si misero comunque dentro la DC.

Sì, esatto. Ci sarebbe stato da aspettarsi un po’ più di coerenza, almeno da Augusto Del Noce. Ma anche lui aveva una storia non lineare.

 

Tu sei uno dei pochi che tiene in considerazione il viaggio di Giussani negli Stati Uniti.

Sì, sarà perché è un Paese che detesto: quando ci arrivai, tantissimi anni fa, feci di tutto per andarmene via al più presto. C’è da dire che Giussani, dagli USA, tornò cambiato, l’inclinazione a sinistra pareva, almeno in apparenza, mitigata e poco dopo i ciellini crearono la casa editrice Jaca Book, ben finanziata. Tornò americanista, come Maritain, del resto. Eppure Leone XIII aveva messo in guardia contro l’americanismo. Ma al settembre ‘43 l’Italia si era arresa senza condizioni e gli USA sono i nostri veri padroni.

 

Curiosa casa editrice cattolica, che pubblica in Italia, per esempio, i testi di Mircea Eliade

Non solo. La Jaca Book pubblica le bandiere del Movimento come de Lubac, di Teilhard de Chardin e anche il Don Milani di Lettere ad una professoressa… In particolare, don Milani è un «convertito» sul quale invito alla riflessione. La sua eredità corrotta è stata condannata dai tribunali italiani.

 

I ciellini come reagirono alle tue critiche?

Rifiutano la legittimità di qualsiasi giudizio su di loro, come i carismatici.

 

In definitiva, visto che sei uno dei massimi esperti di gnosi, individui degli influssi gnostici in CL?

Sì. Innanzitutto è un influsso gnostico l’ambiguità di Giussani rispetto al marxismo. Ma anche l’influsso dell’americanismo in Giussani è di matrice gnostica. Non stupisce quindi la produzione di Jaca Book tra Mircea Eliade e caterve di altri autori ambigui che sono in catalogo.

 

Hai mai esposto direttamente a Giussani queste critiche?

Posso dirti che pubblicai per la prima volta questi rilievi sulle aberrazioni del pensiero ciellino su Focalizzazioni nel 1989. Il saggio fu poi ripubblicato con Giussani vivente. Non ho mai ricevuto smentite, né correzioni.

 

Roberto Dal Bosco

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Spirito

Diocesi americana chiede alle parrocchie di dichiarare bancarotta per finanziare i risarcimenti per gli abusi sessuali

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La diocesi di Buffalo, Nuova York, ha rilasciato un mese fa una dichiarazione annunciando di aver invitato tutte le sue parrocchie a presentare istanza di fallimento per raggiungere un accordo con le vittime di abusi sessuali. Lo riporta LifeSite.   In una dichiarazione del 30 maggio, la diocesi ha affermato di aver chiesto a tutte le sue parrocchie di presentare istanza di fallimento «accelerato pre-concordato» ai sensi della procedura fallimentare chiamata Chapter 11, che consentirebbe a ciascuna parrocchia di ristrutturare le proprie finanze ed evitare la liquidazione dei propri beni, al fine di pagare un risarcimento di 150 milioni di dollari a oltre 800 vittime di abusi da parte del clero e chiudere il caso. La diocesi ha sottolineato che ogni parrocchia sarà in stato di fallimento solo per circa 48 ore e che la procedura potrà procedere solo se e quando tutte le parrocchie avranno approvato la proposta.   Questo sviluppo giunge quasi un anno dopo che la diocesi aveva annunciato l’intenzione di licenziare circa il 22% del proprio personale per contribuire a finanziare l’accordo.

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«Questo approccio è stato discusso tra tutti i parroci ed è quello seguito dalle parrocchie della diocesi di Rockville Centre e dell’arcidiocesi di Nuova  Orleans, che ha portato alla risoluzione positiva e all’uscita dai rispettivi casi di fallimento ai sensi del Chapter 11», ha scritto la diocesi nel suo annuncio.   «Forniremo ulteriori aggiornamenti man mano che questo processo progredirà e siamo incoraggiati dalla possibilità di offrire finalmente alle vittime-sopravvissute la possibilità di trovare pace e guarigione», prosegue la dichiarazione. «Con la prospettiva di raggiungere finalmente questo obiettivo, guardiamo al futuro con rinnovato impegno e concentrazione sulla nostra missione e sul nostro lavoro al servizio dei fedeli cattolici in tutto lo stato di New York occidentale e nella nostra comunità più ampia».   Durante un’intervista con ABC7 Buffalo, monsignor Robert Zapfel, membro del Consiglio finanziario diocesano, ha affermato che, poiché la procedura fallimentare è «di portata limitata», il merito creditizio delle parrocchie non subirà ripercussioni negative.   Monsignor Zapfel ha inoltre chiarito alla rete televisiva che se anche una sola parrocchia votasse «no», l’intera proposta fallirebbe «perché le compagnie assicurative non accetterebbero mai di assicurare quella parrocchia, che potrebbe essere esposta a uno o due sinistri, o addirittura a nessuno, ma (potrebbe averne) in futuro». Il monsignore ha aggiunto che se questo piano fallisse, la diocesi sarebbe costretta a ricominciare da capo perché al momento non esiste un «piano B».   I parrocchiani della diocesi di Buffalo hanno dichiarato ad ABC7 di non essere convinti dall’affermazione di monsignor  Zapfel secondo cui il fallimento non avrebbe gravi ripercussioni finanziarie per le parrocchie di Buffalo.   I sacerdoti accusati in modo credibile avevano precedentemente concelebrato la messa nella parrocchia di monsignor  Zapfel.   Un sopravvissuto ad abusi sessuali da parte del clero e difensore delle vittime nella diocesi di Buffalo, aveva precedentemente dichiarato a LifeSiteNews che la diocesi avrebbe potuto facilmente pagare il risarcimento senza prelevare un centesimo dai parrocchiani, licenziare dipendenti o danneggiare i fedeli che non avevano nulla a che fare con questi casi di abuso, attingendo alla Mother Cabrini Health Foundation, un’organizzazione no-profit che sostiene l’assistenza sanitaria e il benessere dei «newyorkesi vulnerabili» con un patrimonio di circa 4 miliardi di dollari. La Cabrini Foundation è nata dalla vendita, nel 2018, per 3,75 miliardi di dollari, di un ente no-profit, Fidelis Care, un’assicurazione sanitaria cattolica gestita dai vescovi delle otto diocesi di New York, il cui presidente era il cardinale Timothy Dolan.   Nell’agosto del 2025 la diocesi annunciò il licenziamento di circa il 22% del personale per contribuire a finanziare l’ingente risarcimento di 150 milioni di dollari concordato con centinaia di vittime di abusi solo pochi mesi prima.   Due mesi prima, a giugno, la diocesi aveva anche chiesto alle parrocchie di contribuire all’accordo con una percentuale compresa tra il 10% e l’80% delle loro entrate.

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Nel 2018, iniziarono a emergere notizie secondo cui la diocesi di Buffalo, sotto la guida di diversi vescovi, aveva insabbiato per decenni gli abusi commessi da sacerdoti, tra cui quello dell’allora vescovo Richard J. Malone. L’anno successivo, monsignor Malone si dimise in seguito allo scandalo scoppiato dopo che un’inchiesta vaticana rivelò che aveva coperto gli abusi sessuali su diversi seminaristi e aveva reintegrato nel ministero un sacerdote sorpreso due volte a consumare materiale pornografico omosessuale, tra le altre accuse.   Siobhan O’Connor, ex segretaria di monsignor Malone, contribuì alla sua caduta dopo aver denunciato la sua condotta corrotta durante un’intervista al programma televisivo di giornalismo d’inchiesta 60 Minutes sul canale CBS nel 2019.   Nel 2020, mentre si trovava ad affrontare oltre 900 cause legali relative a casi di abusi, la diocesi ha dichiarato bancarotta ai sensi del Chapter 11, che ha portato infine all’accordo da 150 milioni di dollari di aprile. Nel settembre 2024, il successore di monsignor Malone, il vescovo Michael Fisher, ha anche annunciato la chiusura di quasi 80 chiese e «luoghi di culto» nell’ambito di un più ampio piano di ristrutturazione chiamato «Road to Renewal» (La strada verso il rinnovamento).  

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Concistoro di giugno: Messa tradizionale accantonata, «guerra giusta» all’ordine del giorno

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Il prossimo concistoro straordinario convocato da Papa Leone XIV il 26, 27 e 29 giugno 2026 sta prendendo forma. E con esso si conferma una direzione già percepibile dall’inizio del nuovo pontificato: la questione liturgica, pur cruciale nell’attuale crisi della Chiesa, rimane in secondo piano. I cardinali saranno invece invitati a riflettere sulla situazione internazionale, sulla pace, sulla dottrina della «guerra giusta» e sulla prosecuzione del processo sinodale.

 

Secondo una lettera pubblicata dal blog italiano Messa in Latino e indirizzata il 3 giugno ai membri del Sacro Collegio dal Cardinale Giovanni Battista Re, Decano del Collegio Cardinalizio, i lavori del concistoro si struttureranno attorno ad alcuni temi: la situazione internazionale nel mondo e nella Chiesa, l’enciclica Magnifica Humanitas, recentemente pubblicata da Papa Leone XIV, e l’attuazione della prossima fase del Sinodo sulla Sinodalità. La liturgia, tuttavia, non è all’ordine del giorno.

 

Da gennaio a giugno: una graduale marginalizzazione

Il concistoro di gennaio aveva già fornito una prima indicazione. I cardinali erano stati invitati a scegliere due temi prioritari tra i quattro proposti dal Papa. Missione e sinodalità avevano ricevuto una priorità significativa, mentre la liturgia e la riforma della Curia erano state relegate in secondo piano.

 

Ai cardinali era stato inoltre distribuito un documento del cardinale Arthur Roche, Prefetto del Dicastero per il Culto Divino. Questo testo difendeva fermamente la Traditionis custodes e presentava il Messale di Paolo VI come «unica espressione della lex orandi del Rito Romano». Il Messale latino tradizionale era considerato solo una concessione temporanea, strettamente regolamentata, e non un diritto fondato sulla tradizione liturgica della Chiesa.

 

Questo documento aveva il merito di essere chiaro. Mostrava che, nella mente del dicastero romano responsabile della liturgia, la riforma post-conciliare non era una mera riforma disciplinare: era considerata la necessaria traduzione dell’ecclesiologia del Concilio Vaticano II.

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La relazione Roche non ha trovato spazio

Per diversi mesi, ci si aspettava che il cardinale Roche tornasse ai cardinali con una difesa più elaborata della Traditionis custodes. Il concistoro imminente sembrava offrire l’opportunità per un dibattito più approfondito, in particolare sull’applicazione delle restrizioni riguardanti la Messa tradizionale. Ciò non accadrà.

 

L’ordine del giorno inviato ai cardinali non include alcuna sessione dedicata alla liturgia. La relazione del prefetto del Culto Divino non sarà quindi discussa ufficialmente. Questo silenzio è tanto più sorprendente se si considera la scottante questione: le tensioni relative all’applicazione della Traditionis Custodes, le crescenti divisioni tra i vescovi e il contesto molto particolare delle consacrazioni episcopali annunciate dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X per il 1° luglio, appena due giorni dopo il concistoro.

 

Il paradosso del messaggio indirizzato ai vescovi di Francia

L’assenza della liturgia al concistoro giunge, tuttavia, quasi due mesi dopo un importante intervento della Santa Sede.

 

Durante l’assemblea plenaria primaverile della Conferenza Episcopale di Francia, svoltasi a Lourdes dal 24 al 27 marzo, il Cardinale Pietro Parolin ha indirizzato una lettera ai vescovi francesi a nome di Papa Leone XIV.

 

Il testo affrontava esplicitamente «il delicato tema della liturgia» e riconosceva l’esistenza di una «dolorosa ferita riguardante la celebrazione della Messa, il sacramento stesso dell’unità». La lettera invitava i vescovi a cercare «soluzioni concrete» che consentissero loro di «includere generosamente coloro che sono sinceramente legati al Vetus Ordo», pur rimanendo soggetti alle linee guida del Concilio Vaticano II.

 

Se la questione liturgica costituisce davvero una «ferita» abbastanza grave da giustificare l’intervento della Santa Sede presso l’episcopato francese, come si spiega che non sia stata ritenuta sufficientemente importante da essere inserita nell’ordine del giorno del concistoro straordinario dei cardinali?

 

Nel metodo sinodale ormai prediletto, l’organizzazione dei temi determina in larga misura la direzione delle conclusioni. Un argomento assente dall’ordine del giorno diventa una questione marginale, anche se menzionato di sfuggita. Si perde in una riflessione generale sulle tensioni ecclesiali, senza che ne venga riconosciuta la gravità dottrinale.

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Il futuro del cardinale Roche in bilico

L’assenza del dossier liturgico solleva anche interrogativi sul futuro del cardinale Arthur Roche. Il prefetto del Dicastero per il Culto Divino ha superato la normale età pensionabile (fissata a 75 anni). Rimane uno dei principali artefici diLa politica perseguita contro la Messa tradizionale durante il precedente pontificato.

 

Il suo documento di gennaio ha espresso in modo inequivocabile la logica di questa politica: la riforma liturgica post-conciliare è presentata come la necessaria espressione del Concilio Vaticano II, mentre il vecchio messale è tollerato solo nella misura in cui non metta in discussione l’adesione al Concilio e alla nuova liturgia.

 

Il fatto che questa linea non sia stata posta al centro del concistoro di giugno potrebbe essere interpretato da alcuni come un indebolimento della sua influenza. Sarebbe imprudente concludere troppo frettolosamente che stia per lasciare l’incarico. Ma è chiaro che Papa Leone XIV non sembra voler fare della difesa pubblica di Traditionis Custodes una delle priorità immediate del suo pontificato. Questo è un punto da tenere d’occhio.

 

Il vero problema rimane dottrinale.

Tuttavia, sarebbe illusorio ridurre la crisi liturgica a una questione di singoli individui. Il problema non risiede solo nel Cardinale Roche, né tantomeno in Traditionis Custodes. È più profondo.

 

Fin dalle riforme liturgiche di Paolo VI, la Messa tradizionale è stata troppo spesso trattata da Roma come una concessione da revocare o limitare a seconda delle circostanze. Sebbene gli indulti – Ecclesia Dei, Summorum Pontificum e poi Traditionis Custodes – abbiano certamente adottato toni e disposizioni diverse, non hanno mai pienamente riconosciuto il ruolo normativo della Messa tradizionale nella vita della Chiesa.

 

La Fraternità Sacerdotale San Pio X ha sempre respinto questa logica di concessione. La Messa di sempre non è un privilegio concesso a pochi fedeli. È un tesoro della Chiesa, l’espressione liturgica della fede cattolica trasmessa e uno dei baluardi più sicuri contro le ambiguità dottrinali introdotte o alimentate dal Concilio Vaticano II e dalle sue riforme.

 

Il dibattito non può essere risolto con accordi pastorali. Non basta concedere una Messa tradizionale qua e là, per placare certi istituti o per ammorbidire la disciplina. Finché Roma continuerà a presentare la riforma post-conciliare come criterio di unità ecclesiale, il problema persisterà. La questione fondamentale è semplice: la Messa tradizional è pienamente legittima perché esprime la fede cattolica di sempre, oppure è solo una tolleranza temporanea destinata a scomparire una volta che i fedeli interessati avranno accettato la riforma conciliare? Tutto il resto deriva da questa risposta.

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Pace liturgica impossibile senza verità

Il concistoro di giugno evita quindi la questione liturgica. Forse per prudenza. Forse per tattica. Forse per il desiderio di non riaprire una questione estremamente delicata. Ma l’evitamento non è affatto una soluzione.

 

La Chiesa non troverà la pace aggirando le questioni che la feriscono più profondamente. Né la troverà dissolvendo le questioni dottrinali nel linguaggio della sinodalità, dell’ascolto e della riconciliazione. La vera pace presuppone la verità. E in ambito liturgico, la verità esige che riconosciamo ciò che la Messa tradizionale è veramente: non una reliquia del passato, ma la viva espressione della Tradizione cattolica.

 

Scegliendo di discutere della «guerra giusta» anziché della liturgia, il prossimo concistoro presenta l’immagine di una Roma preoccupata dalle dinamiche delle grandi potenze mondiali, ma esitante di fronte alla crisi interna della Chiesa. Prima o poi, però, il pontificato di Leone XIV dovrà affrontare questa questione: può esserci una vera unità cattolica finché la Messa tradizionale, che ha santificato la Chiesa per secoli, continua a essere considerata una concessione sospetta piuttosto che un bene comune di tutta la Chiesa?

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

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Immagine di Catholic Church England and Wales via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivs 2.0 Generic (CC BY-NC-ND 2.0)

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Mons. Schneider: un numero considerevole di leader della Chiesa ha perso la fede

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Il vescovo Athanasius Schneider di Astana, in Kazakistan, ha affermato che un «numero considerevole di alti prelati» ha «perso la fede cattolica». Lo riporta LifeSite.   «Vogliono un’altra Chiesa: metà protestante, metà mondana, adattata all’impressione del mondo», ha detto Schneider allo scrittore e podcasterro cattolico Matt Gaspers durante una discussione più ampia sul Concilio Vaticano II e la Fraternità Sacerdotale San Pio X.   «Negli ultimi 60 anni ce ne sono stati un numero considerevole. Hanno influenza nella Chiesa (…) Hanno promosso tutto ciò con convinzione interiore, con il desiderio di cambiare veramente la fede cattolica, di adattarla completamente al mondo e di avere una nuova religione che sia relativistica, una sorta di sincretismo», ha affermato il vescovo.   Il lasso di tempo da lui indicato fa riferimento alla conclusione del Concilio Vaticano II nel 1965 come punto di svolta per l’apparente ortodossia dei leader cattolici. Monsignor Schneider ha infatti criticato apertamente il Vaticano II e la perdita di un insegnamento chiaro e tradizionale – e della fede – che ne è conseguita.  

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Il prelato ha affermato che è «difficile» accertare quali membri del clero abbiano l’atteggiamento di «cambiare la fede cattolica», ma che possiamo dichiararne il risultato, i «frutti»: «Un’enorme confusione generale, offuscamento, oscurità riguardo alla dottrina, alla morale e alla liturgia».   Durante l’intervista, Gaspers e monsignor Schneider hanno concordato sul fatto che il Concilio Vaticano II stesso fosse problematico a causa delle sue affermazioni ambigue che potevano essere interpretate in modo eretico.   Gaspers ha chiesto al vescovo kazako perché il cardinale Victor Manuel Fernández, prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede (DDF), stia chiedendo alla Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX) di accettare incondizionatamente il Concilio Vaticano II come condizione per essere considerata «cattolica».   Il vescovo ha fatto notare che i papi del passato avevano chiesto la stessa cosa al fondatore della Fraternità Sacerdotale San Pio X, l’arcivescovo Marcel Lefebvre. Anche solo chiedere a qualcuno di affermare che il Concilio Vaticano II è coerente con la tradizione significa chiedere «violenza alla propria ragione» o «un esercizio di acrobazie mentali», ha detto monsignor Schneider.   Infatti, papa Francesco, come papa Leone, ha presentato le sue innovazioni dottrinalmente «discutibili» come uno «sviluppo degli insegnamenti del Concilio Vaticano II», ha sottolineato il vescovo.   «Ma vediamo che è un disastro. Se il frutto è solo confusione, ambiguità, come può l’ambiguità essere la voce dello Spirito Santo?» ha detto monsignore. «Nessuno dà la vita per qualcosa di ambiguo», ha aggiunto.

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Come riportato da Renovatio 21, in un testo pubblicato giorni fa monsignor Schneider aveva dichiarato che le generazioni future rimpiangeranno le scomuniche della FSSPX. In un’altra comunicazione di questa primavera il vescovo aveva esortato a sostenere la Fraternità fondata da monsignor Lefebvre, arrivando a dire che la scomunica sarebbe invalida.   Precedentemente monsignor Schneider aveva dato una risposta al cardinale Fernandez e lanciato un appello a Leone XIV riguardo il tema delle nuove consacrazioni FSSPX del prossimo primo luglio. Il vescovo aveva inoltre raccontato che lo stesso pontefice regnante gli avrebbe detto di aver incontrato tanti giovani convertiti attraverso la Messa in latino.   Il mese scorso in un’intervista aveva dichiarato che la crisi nella Chiesa è provocata dall’infiltrazione della massoneria al suo interno. In una conversazione con un vaticanista aveva rivelato che vari vescovi segretamente non si sottomettono agli insegnamenti di Bergoglio.   Il vescovo, che è etnicamente tedesco, due mesi fa aveva accusato i vescovi germanici coinvolti nel progetto del «Cammino Sinodale», dicendo che passeranno alla storia come una «grande vergogna» per aver tradito la fede cattolica.    

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