Cina
«Democrazia diretta»: Xi crede di essere Pericle
Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di AsiaNews. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.
Per Xi Jinping, novello Pericle, la democrazia vera è quella «consultiva» cinese, che coinvolge tutto il popolo. Il regime si è dimenticato di consultare tutti i cinesi che continuano a protestare per i lockdown anti-Covid. Ma anche dissidenti, religiosi o accademici che languono in prigione o vengono licenziati per non allinearsi.
«Il processo decisionale in Cina non è limitato ai politici, come in Occidente, ma include anche la gente comune». Il vantaggio della democrazia socialista cinese è che, grazie alla Conferenza politica consultiva del popolo cinese, sostiene «un’ampia consultazione [popolare] nel processo decisionale e nella risoluzione dei problemi».
Questo è il tenore degli articoli che circolano spesso sui media governativi cinesi, soprattutto dopo che Xi Jinping ha ottenuto un terzo, storico mandato al potere: è l’elogio della «democrazia diretta» cinese, che i suoi sostenitori chiamano «consultiva». Nell’antichità c’era Atene, ora Pechino. Xi, novello Pericle, dice che «la democrazia è risolvere i problemi reali delle persone», non promesse, elettorali, un ornamento o una decorazione.
In un editoriale pubblicato da China Daily il 10 novembre si legge: «Studi accademici dimostrano che le scelte politiche adottate in base a consultazioni pubbliche appaiono strettamente allineate all’opinione pubblica».
Sì, il popolo cinese è così consultato che continua a protestare per i continui lockdown imposti secondo la politica «zero-COVID» di Xi. Questi giorni il caso più eclatante si è avuto nella metropoli meridionale di Guangzhou (Guangdong). Lo scorso mese gruppi di lavoratori sono fuggiti a piedi da uno stabilimento Foxconn (un assemblatore di iPhone) di Zhengzhou, nell’Henan, in quarantena per il COVID-19. Significative proteste si sono avute poi in Tibet, senza dimenticare i cittadini di Shanghai, costretti in primavera nelle loro abitazioni senza viveri per giorni.
È la democrazia che funziona quella incapace di portare avanti un’efficace campagna vaccinale contro la pandemia (vaccini che funzionano per davvero sarebbero intanto utili). È la democrazia che funziona quella che – parole di Xi – «coinvolge tutti, indipendentemente dall’appartenenza al Partito [comunista cinese], tutte le organizzazioni popolari e i gruppi etnici di ogni estrazione sociale».
I dissidenti no, quelli non li coinvolge: il Partito unico li ha consultati, magari via web, ma loro si sono opposti a quello che gli veniva proposto (imposto?) dall’alto.
Invece di uno scranno nella Conferenza politica consultiva del popolo cinese, ai «consultati» non allineati si assicura un posto in prigione o in una residenza speciale sorvegliata, magari in attesa di un processo o di un verdetto da anni. Oppure, perché no, gli si toglie il lavoro.
Chiedere a Xu Zhiyong, fondatore del Movimento dei nuovi cittadini, da più di due anni in prigione per aver criticato la gestione della crisi pandemica da parte di Xi.
All’avvocato per i diritti umani Li Yuhan, in cella da più di quattro per aver difeso un gruppo di colleghi finiti nel mirino della polizia.
Al vescovo cattolico di Xinxiang (Henan), mons. Giuseppe Zhang Weizhu, detenuto illegalmente senza alcuna condanna o accusa da oltre un anno.
E al giurista Xu Zhangrun, licenziato nel luglio 2021 dall’università Qinghua dopo aver denunciato «la tirannia» del Partito, colpevole di aver distrutto «il sistema politico cinese» che si avviava alle riforme dopo la morte di Mao Zedong.
Purtroppo la lista è molto più lunga, ma il Partito non consulta i cinesi sul fatto o meno se essi vogliano la protezione dalla tirannide, un elemento insostituibile di una vera società democratica.
Quello che ha bisogno in realtà di orpelli è Xi: spacciare un regime di polizia per una «democrazia di diverso tipo» fa comodo come forma di legittimazione, interna e internazionale.
(…)
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Cina
Pechino dice che il leader di Taiwano è un «topo»
La Cina ha paragonato il presidente di Taiwano, Lai Ching-te, a un «topo che attraversa la strada» dopo che questi si è imbarcato segretamente su un aereo del governo dell’Eswatini ed è volato nel piccolo regno dell’Africa meridionale per una visita di Stato non annunciata.
La reprimenda con similitudine murina è stata pronunciata sabato dall’Ufficio per gli Affari di Taiwano della Cina, che ha duramente criticato Lai per la visita, considerata da Pechino una sfida diretta al principio di «una sola Cina».
La visita di Lai era inizialmente prevista per la fine di aprile, ma è stata annullata all’ultimo minuto dopo che le Seychelles, Mauritius e il Madagascar hanno revocato i permessi di sorvolo per l’aereo charter del leader taiwanese, una decisione che Taipei ha attribuito alle pressioni cinesi.
Lai, tuttavia, non ha rinunciato ai piani per la visita e si è imbarcato su un aereo del governo dell’Eswatini per completare il viaggio. L’Eswatini, precedentemente noto come Swaziland, è uno dei soli 12 Paesi con relazioni diplomatiche formali con Taipei. Questa nazione senza sbocco sul mare, con meno di 1,3 milioni di abitanti, è l’unico alleato africano rimasto all’isola.
L’Ufficio per gli affari di Taiwano della Cina ha definito Lai un «piantagrane» e lo ha accusato di aver abbandonato gli abitanti dell’isola dopo un forte terremoto per volare in Eswatini.
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«Le azioni spregevoli di Lai Ching-te, come un topo che attraversa la strada, saranno inevitabilmente derise dalla comunità internazionale… Il disprezzo di Lai Ching-te per la sicurezza del popolo e il suo sfacciato inganno ai danni dell’opinione pubblica saranno sicuramente disprezzati dalla stragrande maggioranza dei compatrioti taiwanesi. I cosiddetti “successi diplomatici” che Lai Ching-te ha faticosamente fabbricato non sono altro che inganni e oggetto di scherno», ha affermato l’organizzazione.
Lai ha replicato, scrivendo su X che Taiwano «non si lascerà mai scoraggiare dalle pressioni esterne», aggiungendo che l’isola «continuerà a interagire con il mondo, a prescindere dalle sfide da affrontare».
Anche il Consiglio per gli Affari Continentali di Taiwano ha replicato, definendo il rimprovero di Pechino «chiacchiere da pescivendolo» e «estremamente noioso».
La Cina considera Taiwano parte integrante del proprio territorio sovrano. Pur avendo dichiarato di perseguire la riunificazione pacifica con l’isola, Pechino ha segnalato nel 2022 che «non rinuncerà all’uso della forza» per raggiungere tale obiettivo.
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Immagine di 總統府 via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International
Cina
Trump fa riferimento in modo criptico a un «regalo» cinese intercettato dagli USA e destinato all’Iran
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Cina
Cina: secondo un nuovo rapporto, la morsa si stringe attorno ai cattolici
Sottoposta alla costante pressione di un regime ossessionato dal controllo ideologico, la Chiesa «clandestina» cinese sta attraversando il suo periodo più buio. Un recente rapporto di Human Rights Watch (HRW) mette in guardia contro un’intensificazione della repressione, evidenziando i limiti evidenti dell’accordo diplomatico tra la Santa Sede e Pechino.
Sia nelle province più remote che nelle grandi città, la situazione è chiara: la libertà religiosa si sta erodendo a favore di una «sinizzazione» forzata. Secondo Human Rights Watch, le autorità cinesi stanno impiegando una serie di tattiche per costringere i cattolici fedeli a Roma ad aderire all’Associazione Cattolica Patriottica Cinese, l’organismo ufficiale sotto lo stretto controllo del Partito Comunista Cinese (PCC).
Una volta sotto sorveglianza elettronica
L’ultimo rapporto descrive un sofisticato arsenale repressivo. Il riconoscimento facciale all’ingresso de
i luoghi di culto, le drastiche restrizioni alla libertà di movimento del clero e la formazione politica obbligatoria sono ormai parte della vita quotidiana.
Per i sacerdoti che operano nell’ombra, la scelta è binaria: sottomettersi all’ideologia del Partito o rischiare l’arresto. Nel 2026, almeno dieci vescovi, riconosciuti dal Vaticano, risultano ancora in detenzione o agli arresti domiciliari per essersi rifiutati di giurare fedeltà a uno stato ufficialmente ateo.
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L’accordo tra Vaticano e Cina: uno «scudo» trafitto?
Firmato nel 2018 e rinnovato più volte, l’accordo provvisorio sulla nomina dei vescovi mirava a unificare i due rami della Chiesa (ufficiale e clandestina). Tuttavia, per molti osservatori, questo accordo è diventato lo strumento della caduta della Chiesa clandestina.
I limiti di questo compromesso storico sono ormai palesemente evidenti:
1) L’asimmetria di potere: sebbene il Papa abbia teoricamente il diritto di veto sulle nomine, è spesso Pechino a dettare legge. In diverse occasioni, il governo cinese ha nominato unilateralmente dei vescovi, costringendo il Vaticano a porre rimedio retroattivamente alla situazione per evitare uno scisma.
2) L’illusione della protezione: lungi dal proteggere i fedeli clandestini, l’accordo è paradossalmente servito da copertura legale per le autorità per smantellare le strutture non ufficiali, sostenendo che qualsiasi pratica al di fuori del quadro statale è ora “illegale”.
3) Silenzio diplomatico: la Santa Sede, desiderosa di mantenere il dialogo, è accusata dagli attivisti per i diritti umani di essere troppo discreta di fronte alle persecuzioni. «L’accordo è stato trasformato in un’arma astuta per distruggere la Chiesa clandestina», confida un esperto citato da Human Rights Watch.
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Verso una scomparsa pianificata
La strategia di Pechino sembra chiara: attendere la naturale estinzione dei vecchi prelati clandestini, impedendo al contempo la formazione di nuovi. Vietando l’insegnamento religioso ai minori e imponendo sermoni in linea con i «valori socialisti», il regime spera di trasformare il cattolicesimo in mero folklore adattato alla cultura cinese.
Di fronte a questo pericolo, l’appello di Human Rights Watch è urgente: il papa deve rivalutare la situazione con la massima urgenza. Interpellato il 15 aprile 2026 sulle conclusioni del rapporto di HRW, Matteo Bruni, direttore della Sala Stampa della Santa Sede, si è rifiutato di commentare.
Eppure, dietro la diplomazia dei sorrisi, l’anima stessa di una comunità millenaria rischia di estinguersi sotto il peso della sinizzazione.
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
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Immagine di T.CSH via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC-ND 2.0.
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