Economia
Cuba vuole entrare nei BRICS
Cuba ha ufficialmente presentato domanda per entrare a far parte dei BRICS come stato partner, ha rivelato l’alto funzionario del Ministero degli Esteri Carlos Pereira. L’ambasciatore russo all’Avana, Viktor Coronelli, ha dichiarato il mese scorso che il Presidente Vladimir Putin aveva esteso un invito alla sua controparte cubana, Miguel Diaz-Canel, per partecipare a un imminente vertice dei BRICS a Kazan.
In un post su X di martedì, Pereira ha scritto: «Cuba ha ufficialmente presentato domanda di adesione ai BRICS come paese partner in una missiva al presidente russo, Vladimir Putin, che detiene la presidenza del gruppo».
#Cuba ha solicitado oficialmente su incorporación a los BRICS como “País Socio”, a través de una misiva al presidente de Rusia, Vladimir Putin, quien ostenta la Presidencia del Grupo, que se consolida como actor clave en la geopolítica global y esperanza para los países del Sur. pic.twitter.com/gapdhZ0pTi
— Carlos M. Pereira (@cmphcuba) October 7, 2024
Iscriviti al canale Telegram ![]()
Il diplomatico cubano, che è direttore generale per gli affari bilaterali, ha definito il gruppo un «attore chiave nella geopolitica globale e una speranza per i paesi del Sud».
I BRICS sono stati originariamente fondati nel 2006 da Brasile, Russia, India e Cina, con l’adesione del Sudafrica nel 2011. Quest’anno, altri quattro paesi (Egitto, Iran, Etiopia ed Emirati Arabi Uniti) sono diventati ufficialmente membri del gruppo, con l’Arabia Saudita che sta attualmente ultimando il processo di adesione.
Durante un incontro dei rappresentanti della sicurezza dei BRICS a San Pietroburgo il mese scorso, Putin ha rivelato che «ad oggi, circa tre dozzine di Paesi, 34 stati per l’esattezza, hanno dichiarato il loro desiderio di unirsi alle attività del nostro gruppo». Ha aggiunto che gli attuali stati membri avevano concordato di discutere la concessione dello status di partner ad alcune di queste nazioni e di approvare potenzialmente alcune delle offerte durante il vertice di Kazan dal 22 al 24 ottobre.
Se concordato, lo status di partner diventerà una nuova forma di adesione parziale per i paesi aspiranti, destinata a rappresentare una transizione graduale verso la piena integrazione nel gruppo.
A fine settembre, il ministro degli Esteri bielorusso Maksim Ryzhenkov ha affermato che almeno dieci nuovi membri, tra cui il suo Paese, avrebbero potuto essere ammessi all’evento.
All’inizio dello stesso mese, l’assistente presidenziale russo Yury Ushakov ha confermato che la Turchia aveva ufficialmente presentato domanda di adesione ai BRICS, diventando il primo Stato della NATO a farlo.
Tra le altre nazioni che hanno espresso il desiderio di entrare a far parte dei BRICS ci sono Azerbaigian, Algeria, Vietnam, Indonesia, Pakistan, Malesia, Nigeria, Thailandia, Venezuela, Kazakistan, Palestina, Repubblica Democratica del Congo, Gabon, Bangladesh, Bahrein, Kuwait, Senegal e Bolivia.
Con gli attuali stati membri che rappresentano il 28% del prodotto interno lordo nominale mondiale, Putin ha annunciato il mese scorso che il gruppo ha «lavorato per creare il nostro sistema di pagamento e regolamento». Ciò aiuterebbe a garantire «l’assistenza efficace e indipendente di tutto il commercio estero» tra gli Stati membri, ha spiegato.
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Immagine di travelmag.com via Flickr pubblicata su licenza CC BY 2.0
Economia
Jaguar Land Rover taglierà 4.000 posti di lavoro
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Iscriviti al canale Telegram ![]()
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Economia
Volkswagen licenzia 100.000 lavoratori: «ristrutturazione»
Il più grande gruppo automobilistico europeo, Volkswagen, si prepara a sopprimere circa 100.000 posti di lavoro a livello mondiale, dopo l’intesa tra vertici e sindacati su un ulteriore taglio di 50.000 posizioni entro la fine del decennio, come comunicato dall’azienda. Si tratterebbe di circa un settimo della forza lavoro globale.
Il megataglio, che riguarda anche fabbriche italiani come quella della Ducati, che è di proprietà del colosso germanico dell’automotive, era stato annunziato ancora a giugno, ma era con evidenza nell’aria da ancora più di tempo, con licenziamenti di massa pianificati ancora due anni fa, e l’amministratore delegato che dichiarava che l’azienda non poteva più continuare come prima.
Come gran parte dell’industria tedesca, Volkswagen affronta una crisi finanziaria e operativa pesante, con margini di profitto in forte calo. L’amministratore delegato Oliver Blume ha indicato tra le cause principali l’interruzione delle forniture energetiche russe e la crescente concorrenza cinese.
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
La portata della ristrutturazione segna una svolta netta per un’impresa a lungo vista come emblema della potenza industriale della Germania. L’azienda aveva già avviato un piano di riduzione di circa 50.000 posti nei marchi principali, Audi, Porsche e nella controllata software CARIAD, soprattutto tramite uscite volontarie e pensionamenti anticipati. Il nuovo piano di fatto raddoppia quella cifra.
Se applicato per intero, il piano di riduzione del personale, con la perdita di circa 100.000 posti, sarebbe il più ampio ridimensionamento mai attuato da una casa automobilistica globale. Volkswagen occupa circa 650.000 persone nel mondo.
I tagli non si fermano al personale. Il gruppo ha ammesso che gli impianti europei hanno una capacità di oltre 500.000 veicoli all’anno superiore alla domanda attuale. Resta incerto il destino degli stabilimenti di Hannover, Emden, Zwickau e Neckarsulm una volta conclusi, tra il 2031 e il 2034, i programmi di produzione in corso. Per i quattro siti non sono ancora stati individuati modelli sostitutivi competitivi.
L’azienda sta rivedendo al ribasso anche altre ambizioni. La gamma di modelli sarà dimezzata e gli investimenti e la spesa in ricerca per il periodo 2027-2031 sono stati limitati a 135 miliardi di euro. Volkswagen si riorganizza puntando a vendite annue di circa 9 milioni di veicoli e a un margine operativo del 9% entro il 2030.
Colpita dai dazi statunitensi e da una domanda altalenante di auto elettriche, la maggiore casa automobilistica europea si trova in difficoltà su più fronti. In patria la crisi è stata aggravata dal rialzo dei costi energetici, dopo che Berlino ha abbandonato il gasdotto russo a basso costo in seguito all’escalation del conflitto in Ucraina nel 2022, ricorrendo sempre più a importazioni di GNL più onerose, anche dagli Stati Uniti.
Lo shock energetico ha giocoforza eroso il vantaggio competitivo che per decenni aveva caratterizzato la manifattura tedesca. Il Paese ha poi registrato due anni consecutivi di contrazione economica, seguiti da una crescita debole, con le imprese manifatturiere costrette a tagliare produzione, investimenti e occupazione. Due mesi fa l’Istituto di Ricerca Economica di Halle (IHW) aveva esposto dati che registravano il numero più alto di fallimenti aziendali degli ultimi venti anni.
Nel frattempo Volkswagen ha perso posizioni in Cina (dove aveva impianti di produzione in Xinjiang, la turbolenta provincia uigura dove il governo cinese è accusato di utilizzare il lavoro forzato), un tempo il suo mercato principale, a favore di concorrenti locali come BYD e Geely. Le case automobilistiche cinesi si sono inoltre espanse rapidamente in Europa, aumentando la pressione su Volkswagen, che fatica a rendere i propri veicoli elettrici competitivi per prezzo e costi. In Europa, BYD e altri marchi cinesi come Chery, SAIC e Leapmotor hanno tutti raddoppiato la loro quota di mercato nell’ultimo anno.
Iscriviti al canale Telegram ![]()
Come riportato da Renovatio 21, mesi fa VW affrontò la crisi dei chip dopo che l’Olanda aveva sequestrato una fabbrica cinese. Allo stesso tempo si parlò di una crisi di liquidità della grande società germanica.
Il gruppo ha progressivamente ridotto la produzione in Germania. Lo scorso dicembre ha interrotto la produzione di veicoli nello stabilimento di Dresda: per la prima volta in novant’anni di storia un impianto tedesco dell’azienda ha sospeso la fabbricazione di automobili.
Come riportato da Renovatio 21, BMW ha dichiarato il mese scorso che taglierà 8.000 posti di lavoro. Anche BASF, Bosch, Continental e altri grandi produttori tedeschi hanno chiuso o ridimensionato i propri siti negli ultimi anni.
Ora il destino del colosso automobilistica sembra essere quello di tornare ad una piena produzione di armi come ai tempi di Adolfo Hitler. Per un bizzarro, ma non inspiegabile, ricorso storico, ora VW valuta un accordo per la fornitura di armi ad Israele, con il governo tedesco che ha dato semaforo verde per un patto col produttore di armi israeliano Rafael.
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Immagine di Daniel Zimmermann via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC-ND 2.0
Economia
Uber abbandona l’Africa
Sostieni Renovatio 21
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
-



Bioetica2 settimane faKennedy lo ribadisce: sì, i vaccini sono fatti con gli aborti
-



Morte cerebrale2 settimane faMorte cerebrale: donatore o no, decidono loro quando sei morto
-



Pensiero2 settimane faDall’aborto alla strage figlicida, il ritorno della strega Medea
-



Spirito2 settimane faLeone XIV afferma che non dovremmo «chiuderci nelle nostre sicurezze religiose»
-



Pensiero1 settimana faLo Stato Moloch, l’italiano cattivo e i sanitari che ballano. La tragedia della bambina «no-vax» di Palermo
-



Oligarcato2 settimane faPapa Leone nomina consultori che sostengono l’«ordinazione» delle donne e l’agenda di Davos
-



Salute1 settimana faI malori della 35ª settimana 2026
-



Sport e Marzialistica2 settimane faParacadutista russo realizza il record saltando da 11 mila metri












