Spirito
Cristo riconoscerebbe la sua Chiesa nella «setta» che sta eclissando la Sede di Pietro? Lettera di una monaca di clausura a Mons. Viganò
Renovatio 21 pubblica lo scambio epistolare tra monsignor Carlo Maria Viganò e una monaca di clausura, inviatoci dall’arcivescovo.
19 ottobre 2022
“Pacificus * vocabitur, et thronus eius erit firmissimus in perpetuum”
(I Ant., II Vespri, Solennità di Cristo Re).
Eccellenza Reverendissima,
Le scrivo in occasione dell’approssimarsi della festa di Cristo Re e mi permetto di condividere con Lei qualche interrogativo fondamentale: ha ancora senso celebrare e invocare la grazia che questa festa liturgica tanto aspirava quando venne istituita?
Se il Re dei re e Signore dei dominanti (cfr. 1 Tim 6,15; Apoc. 19,16) tornasse oggi nella Sua gloria, riconoscerebbe ancora la Sua sposa, la Chiesa?
Con queste domande le sembrerò irriverente e poco fiduciosa in quella promessa «le porte dell’inferno non prevarranno» (Matteo 16,19), in quella promessa che risuona come speranza a cui aggrapparsi da quei pochi sopravvissuti al vento di apostasia mortale che ha invaso la Chiesa.
Ebbene, il tono di provocazione di tali interrogativi riassume il sentimento di confusione dei pochi fedeli rimasti, fedeli in cerca di qualche riferimento di Magistero, Sacramento valido e coerenza di vita dei pastori.
Mi rivolgo a Lei, come alla «Voce nel deserto», che tante volte ha illuminato tanti smarriti e sfiduciati.
Volevo raccontarle questo piccolo episodio che mi è successo: pochi giorni fa una signora che ha portato un po’ di provvidenza al monastero mi ha detto: «ma sa, io non seguo molto queste cose, però mi sembra che la direzione che ultimamente ha preso la Chiesa non è tanto buona…»!
Dalla ruota, nel tono di voce, percepivo l’imbarazzo di colei che si esprimeva a qualcuno che riteneva rappresentasse proprio quella «Chiesa» appena messa in dubbio.
Non potevo fare grandi discorsi: la mia risposta fu un semplice appellarmi alla necessità di intensificare la preghiera personale, lasciando la signora nella sua ignoranza e lasciandomi «identificare» con quella «chiesa» che non sento proprio di rappresentare… La sensazione fu di una grande impotenza, nell’impossibilità di poter dare risposte esaurienti e di verità.
Pochi minuti prima avevo letto l’esortazione del Pontefice Pio XI, quando, cent’anni fa, nell’Enciclica Ubi arcano Dei esortava i cattolici al dovere di affrettare il ritorno alla regalità sociale del Cristo.
Una sorta di «dovere morale», di impegno personale e collettivo.
È ancora valido questo impegno?
E come metterlo in pratica se la «Chiesa» non è più «Chiesa»?
La Ubi arcano Dei fu l’incipit per l’istituzione della festa della Regalità di Cristo avvenuta poi nel 1925 proprio per evitare lo scatafascio che verifichiamo in questi anni.
In quell’Enciclica, la Regalità di Cristo veniva intesa come il rimedio al laicismo e a tutti quegli errori che – a distanza di cento anni – sono stati accolti generosamente da molti prelati, vescovi, cardinali e perfino da colui che si presenta come rappresentante di Cristo e che sotto tale insegna ha promosso l’accelerazione rovinosa del gregge «ingannevolmente» a lui affidato.
Francesco è considerato papa, se pur apostata, ma è papa? Lo è mai stato?
Quando Pilato domandò a Gesù che cos’era la verità, pur avendoLa davanti, lo sguardo del Cristo giudice del mondo penetrò la mediocrità di quell’uomo debole che aveva difronte. Pilato tremò per un momento ma prevalse l’annebbiamento del proprio orgoglio personale.
Il Cristo Re torna oggi nelle stesse sembianze e guarda negli occhi vescovi e cardinali che non riconoscono quella Corona di spine che Lui ha indossato al posto loro, assumendo il prezzo del loro tradimento, della loro superbia, del loro indegno accecamento.
Ricordo di aver letto nel diario di santa Faustina Kowalska – la santa della Misericordia – che un giorno Gesù le apparve tutto flagellato, insanguinato e coronato di spine: la guardò negli occhi e le disse: «la sposa deve essere simile al Suo Sposo». La santa comprese bene cosa voleva dire quel richiamo di «sponsalità*, di condivisione. Probabilmente è questa la forma di riconoscimento della Regalità di Cristo che il nostro momento storico sta richiedendo personalmente ad ogni vero cattolico.
Sì, mi pare che questa sia la vocazione della «vera Chiesa» nel nostro tempo: di quel piccolo resto che, incrociando lo sguardo di Cristo Re maltrattato e sfigurato dalla blasfemia e dalla perversione, ha ancora il coraggio di una risposta di amore, fedeltà e coerenza di coscienza che non può rinnegare, perché altrimenti rinnegherebbe Cristo Re come fece Pilato, Erode e tutti i capi del popolo.
Non le nascondo che con queste righe volevo sollecitare uno dei suoi interventi, pieno di speranza cristiana per quel piccolo resto che è smarrito perché senza Pastore, senza quel rappresentante di Cristo che dovrebbe custodire e difendere la Chiesa a lui affidata.
Le ho posto delle domande che molti si fanno con tanto dolore nel cuore e sono sicura che lo Spirito Santo saprà darle quelle risposte che riaccendono l’attesa al ritorno del trionfo del Regno di Cristo sulla società, in ogni cuore, su tutta la faccia della terra!
«Pacificus * vocabitur, et thronus eius erit firmissimus in perpetuum!»
Una monaca di clausura.
Reverenda e carissima Sorella,
ho letto con vivo interesse e con edificazione, la lettera che Ella mi ha fatto recapitare. Mi permetta di risponderLe in quel che posso.
La Sua prima domanda è tanto diretta quanto disarmante: «Se il Re dei re e Signore dei dominanti tornasse oggi nella Sua gloria, riconoscerebbe ancora la Sua sposa, la Chiesa?» Certo che la riconoscerebbe! Ma non nella setta che eclissa la Sede di Pietro, bensì nelle tante anime buone, specialmente nei sacerdoti, nei religiosi e nelle religiose, in tanti semplici fedeli, che, pur senza portare in fronte le corna di luce come Mosé (Es 34, 29), sono comunque riconoscibili come membra vive della Chiesa di Cristo.
Non la troverebbe a San Pietro, dove è stato reso culto a un idolo immondo; non a Santa Marta, dove la povertà artefatta e l’umiltà tronfia dell’Inquilino sono un monumento al suo ego smisurato; non al Sinodo sulla Sinodalità, dove la finzione della democrazia serve a completare lo smantellamento dell’edificio divino della Chiesa Cattolica e per imporre condotte di vita scandalose; non nelle Diocesi e nelle Parrocchie in cui l’ideologia conciliare ha sostituito la Fede cattolica e cancellato la Tradizione.
Il Signore, come Capo della Chiesa, riconosce le membra pulsanti e vive del suo Corpo Mistico e quelle morte e putrescenti strappate a Cristo dall’eresia, dalla lussuria, dall’orgoglio, ormai soggiogate a Satana.
Quindi sì: il Re dei re riconoscerebbe il pusillus grex, dovesse pure cercarlo intorno all’altare in una soffitta, in una cantina, in mezzo ai boschi.
Ella accenna al fatto che la promessa del Non prævalebunt possa suonare «come speranza a cui aggrapparsi», e che «il tono di provocazione di tali interrogativi riassume il sentimento di confusione dei pochi fedeli rimasti, fedeli in cerca di qualche riferimento di Magistero, Sacramento valido e coerenza di vita dei pastori».
La promessa di Nostro Signore a San Pietro è provocatoria, in un certo senso, perché parte da due presupposti: il primo è che le Porte degli Inferi non prevarranno, il che nulla ci dice sul livello di persecuzione che la Chiesa dovrà sopportare.
Il secondo, logicamente conseguente dal primo, è che la Chiesa sarà perseguitata ma non vinta. Per entrambi, ci è chiesto un atto di Fede nella parola del Salvatore e nella Sua onnipotenza, assieme a un atto di umile realismo nella nostra debolezza e nel fatto che saremmo meritevoli dei peggiori castighi, tanto tra i «modernisti» quanto tra i «tradizionalisti».
Ella mi chiede come mettere in pratica l’appello di Pio XI per la restaurazione della Regalità sociale di Cristo, «se la “Chiesa” non è più “Chiesa”».
Certamente la chiesa visibile, a cui il mondo riconosce il nome di Chiesa Cattolica e della quale considera Bergoglio come Papa, non è più Chiesa, quantomeno limitatamente ai Cardinali, ai Vescovi e ai sacerdoti che convintamente professano un’altra dottrina e si dichiarano appartenenti alla «chiesa conciliare», in antitesi alla «chiesa preconciliare».
Ma siamo Lei e io, e i tanti sacerdoti, religiosi e fedeli, parte di quella chiesa o della Chiesa di Cristo? fino a che punto possiamo sovrapporre la chiesa bergogliana e la Chiesa Cattolica, ammesso che siano sovrapponibili in qualcosa?
Il problema è che la rivoluzione conciliare ha strappato il vincolo di identità tra Chiesa di Cristo e Gerarchia cattolica. Prima del Vaticano II era impensabile che un Papa potesse contraddire sfrontatamente i suoi Predecessori in questioni dottrinali o morali, perché la Gerarchia aveva ben chiaro il proprio ruolo e la propria responsabilità morale nell’amministrare il potere delle Sante Chiavi e l’autorità del Vicario di Cristo e dei Pastori.
Il Concilio, ad iniziare proprio dalla definizione anomala che ha dato di sé e dalla rottura col passato rappresentata dall’eliminazione dei Canoni e degli anatèmi, ha mostrato come sia possibile, a chi non ha senso morale, ricoprire un ruolo sacro nella Chiesa pur essendo indegno nei tre aspetti che Ella ha puntualmente enumerato: «Magistero, Sacramento valido e coerenza di vita dei pastori».
Costoro, deviati nella dottrina, nella morale e nella liturgia, non si sentono vincolati al fatto di essere vicari di Cristo, e di poter quindi governare la Chiesa solo se la loro autorità è esercitata coerentemente con i fini che la legittimano. Per questo abusano del proprio potere, usurpano un’autorità di cui negano l’origine divina, umiliano l’istituzione sacra che in qualche modo si fa garante dell’autorevolezza di quei Pastori.
Questa rottura, questo strappo violento, si sono consumati a livello spirituale nel momento in cui è stata secolarizzata l’autorità dei Prelati, al pari di quanto accaduto nella sfera civile.
Dove l’autorità cessa di essere sacra, sancita dall’alto, esercitata in vece di Colui che assomma in Sé l’autorità spirituale di Sommo Pontefice e l’autorità temporale di Re e Signore, lì essa si corrompe in tirannide, si vende con la corruzione, si suicida nell’anarchia.
Ella scrive: «Cristo Re torna oggi nelle stesse sembianze e guarda negli occhi vescovi e cardinali che non riconoscono quella Corona di spine che Lui ha indossato al posto loro, assumendo il prezzo del loro tradimento, della loro superbia, del loro indegno accecamento».
In quelle stesse sembianze, cara Sorella, dobbiamo riconoscere la Santa Chiesa. E come eravamo scandalizzati nel vedere umiliato e sbeffeggiato il suo Capo, flagellato e sanguinante, con la veste dei pazzi, la canna e la corona di spine; così siamo scandalizzati ora, nel vedere prostrata in modo analogo l’intera Chiesa militante, ferita, coperta di sputi, insultata, derisa.
Ma se il Capo volle affrontare il Sacrificio umiliandoSi sino alla morte, e alla morte di Croce; per quale motivo dovremmo noi presumere di meritare fine migliore, essendo Sue membra, e se davvero vogliamo regnare con Lui? su quale trono è assiso l’Agnello, se non sul trono regale della Croce?
Regnavit a ligno Deus: questo fu il trionfo di Cristo, questo sarà il trionfo della Chiesa, Suo Corpo Mistico. Giustamente Ella glossa: «La Sposa deve essere simile al suo Sposo». E prosegue: «Sì, mi pare che questa sia la vocazione della “vera Chiesa” nel nostro tempo: di quel piccolo resto che, incrociando lo sguardo di Cristo Re maltrattato e sfigurato dalla blasfemia e dalla perversione, ha ancora il coraggio di una risposta di amore, fedeltà e coerenza di coscienza che non può rinnegare, perché altrimenti rinnegherebbe Cristo Re come fece Pilato, Erode e tutti i capi del popolo».
La Sua lettera, carissima Sorella, è per tutti noi un’opportunità di riflessione sul mistero della passio Ecclesiæ, così vicino a quanto accade in questi tempi terribili.
E concludo richiamando la «provocazione» del Non prævalebunt: come il Salvatore ha conosciuto l’ombra del sepolcro, così dobbiamo sapere avverrà alla Chiesa, e forse sta già avvenendo. Ma Egli non lascerà che il suo Santo conosca la corruzione (Sal 15), e la farà risorgere come risorse Egli stesso da morte. In questo senso, le parole «La Sposa deve essere simile al suo Sposo» acquistano il loro pieno significato, mostrandoci come solo seguendo lo Sposo divino sull’erta del Golgota potremmo meritare di seguirLo nella gloria alla destra del Padre.
La esorto a trarre profitto spirituale da questi pensieri, mentre imparto a Lei e alle Sue care Consorelle la mia più larga e paterna Benedizione.
+ Carlo Maria Viganò
Arcivescovo
4 Novembre 2022
Sancti Caroli Borromæi, Pont. Conf.
Spirito
Gli stemmi e i motti dei futuri vescovi FSSPX
A pochi giorni dalle consacrazioni episcopali del 1º luglio 2026 a Écône, vengono presentati gli stemmi episcopali dei quattro futuri vescovi della Fraternità Sacerdotale San Pio X, accompagnati dalla spiegazione dei loro principali elementi e del loro motto.
Sua Eccellenza Monsignor Pascal Schreiber

Blasonatura (descrizione dello scudo)
Lo scudo è inquartato (diviso in quattro quarti distinti):
Primo quarto (in alto a sinistra): di nero. Vi appare il volto trionfante di Gesù Cristo, Re dell’Universo, coronato d’oro, circondato da un nimbo e da raggi fiammeggianti, secondo la visione di san Nicola della Flüe.
Secondo e terzo quarto (in alto a destra e in basso a sinistra): identici, di rosso. Ciascuno è caricato da un leone rampante d’oro tenente nella zampa destra una penna d’oro.
Quarto quarto (in basso a destra): di nero, caricato da una stella d’oro a otto raggi.
Spiegazione
La divisione dello stemma in quattro parti deriva da una lunga tradizione dell’area germanofona.
Nel primo quarto si trova la parte centrale del Quadro di Meditazione di san Nicola della Flüe, patrono della Confederazione Svizzera, chiamato anche «Padre della Patria» (Martirologio Romano, 21 marzo). Questo santo è all’origine della vocazione sacerdotale del vescovo.
In questa visione, il volto rappresentato simboleggia ora la Divinità indivisa, ora il Verbo di Dio incarnato, ora un osservatore umano. Il volto è circondato da sei raggi. Tre partono dal volto stesso: uno dall’orecchio (Dio sa tutto), uno dall’occhio (Dio vede tutto, nulla gli è nascosto), l’ultimo dalla bocca (da Lui procede ogni sapienza); gli altri tre provengono dall’esterno e raggiungono il nimbo, per mostrare che il credente, attraverso un’assidua riflessione, può giungere a una conoscenza profonda della Divinità insondabile.
Il secondo e il terzo quarto riprendono l’arma della famiglia Schreiber. Il leone simboleggia tradizionalmente il coraggio, la forza e la regalità, mentre la penna richiama il significato del cognome Schreiber («scrittore») e stabilendo il valore del lavoro della scrittura.
Nel quarto quarto compare una stella che rappresenta sia il Salvatore – «Una stella spunta da Giacobbe» (Nm 24,17), «Io sono la stella radiosa del mattino» (Ap 22,16) – sia la Vergine Maria – «Stella Maris», «Stella Matutina» – creando così un legame con il motto.
La stella simboleggia inoltre san Nicola. Il santo eremita confessò che, mentre si trovava ancora nel seno materno, vide nel cielo una stella che illuminava il mondo intero. E dal suo eremo di Ranft vedeva continuamente nel cielo una stella che gli somigliava.
Infine, lo stemma porta i tre colori della bandiera tedesca: nero, rosso e oro, richiamando il Paese in cui si trova il seminario di Zaitzkofen.
Motto: VIRGO FIDELIS
Il motto è di ispirazione mariana e proviene dalle Litanie Lauretane: «Virgo fidelis», o Vergine fedele.
Maria è la figlia fedele del Padre celeste, la madre fedele del Figlio divino e la sposa fedele dello Spirito Santo. Ella deve anche aiutarci a rimanere fedeli a Dio.
Questo titolo della Beatissima Vergine Maria era particolarmente caro al nostro Fondatore, Mons. Marcel Lefebvre, che lo inserì negli Statuti della Fraternità Sacerdotale San Pio X:
«Gli impegni sono rinnovati da tutti i membri ogni anno nella festa dell’Immacolata Concezione, l’8 dicembre. […] In questo giorno di benedizione, tutti i membri chiedano alla Vergine fedele la grazia della fedeltà ai propri impegni e la grazia della perfetta unità nella carità per tutta la Fraternità».
Il riferimento alla Vergine Maria mette inoltre in risalto le virtù della fortezza e della purezza, in un’epoca in cui esse sono così duramente attaccate.
«Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio» (Mt 5,8).
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Sua Eccellenza Monsignor Michael Goldade

Blasonatura (descrizione dello scudo)
Campo (sfondo): d’azzurro.
Bordura: ornata da un tralcio composto da dodici spighe di grano d’oro (sei per lato), unite da steli intrecciati.
Cuore dello scudo (scudetto centrale): uno scudetto d’oro caricato, da un Cuore di Vandea di rosso, formato da due cuori intrecciati, sormontati da una corona e da una croce.
Spiegazione
Le dodici spighe di grano sono ricche di significato e di simbolismo.
Sul piano personale, le spighe evocano sia il luogo d’origine del vescovo – Our Lady of the Prairies, nel Dakota del Nord – sia il luogo in cui è cresciuto – St. Marys, nel Kansas. Entrambi gli Stati sono noti per la loro agricoltura e figurano tra i maggiori produttori di grano degli Stati Uniti. Il numero dodici rimanda inoltre ai dodici membri della sua famiglia.
Sia il numero dodici sia le spighe ricorrono frequentemente nella Sacra Scrittura. Esse ricordano la storia del patriarca Giuseppe dell’Antico Testamento, uno dei dodici figli di Giacobbe, custode del grano d’Egitto. Egli fu così figura profetica di san Giuseppe, padre putativo del Bambino Gesù, Pane della Vita. Lo stesso san Giuseppe è anche patrono della Chiesa universale e custode delle vocazioni.
Il grano è inoltre simbolo della Santissima Eucaristia e del santo Sacrificio della Messa, che costituiscono il cuore della Fraternità San Pio X. Il numero dodici, numero della pienezza, corrisponde al numero delle ceste che raccolsero gli avanzi della moltiplicazione dei pani e rimanda altresì agli Apostoli, colonne della Chiesa.
Il campo d’azzurro nel quale è posto lo scudetto d’oro è un omaggio alla Santissima Vergine Maria, campo verginale dal quale è uscito il Pane della Vita; l’oro dello scudetto designa la divinità del Bambino portato da Nostra Signora. È anche un’allusione all’oro evocato dal nome Goldade.
Il simbolo dei due Cuori coronati corrisponde alla principale devozione della famiglia Goldade ai Sacratissimi Cuori di Gesù e di Maria e rappresenta naturalmente l’arma della Fraternità Sacerdotale San Pio X. Questo simbolo è strettamente legato al motto.
Motto: ADEAMUS CUM FIDUCIA
Questo motto è tratto da san Paolo:
«Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia, per ottenere misericordia e trovare grazia per un aiuto opportuno» (Eb 4,16).
Sono anche le prime parole dell’Introito della Messa del Cuore Immacolato di Maria (22 agosto).
Si tratta di un atto di fede e di assoluta fiducia nella Beatissima Vergine Maria, Mediatrice di tutte le grazie, alla quale suo Figlio non rifiuta nulla.
«La ragione della mia speranza è Maria!» (san Bernardo).
La Vergine è designata con il titolo di «Trono della Grazia», poiché la Sapienza eterna, sorgente di ogni grazia, ha voluto riposare in Lei e regnare per mezzo di Lei.
Questa preghiera richiama inoltre l’inizio della santa Messa, evocato dalle spighe:
«Salirò all’altare di Dio…» (Sal 42).
Per mezzo dei Cuori uniti di Gesù e di Maria, e di tutte le grazie che ci vengono dal santo Sacrificio della Messa, abbiamo la certezza dell’aiuto divino in tutte le circostanze della nostra vita.
«Nella speranza infatti siamo stati salvati» (Rm 8,24).
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Sua Eccellenza Monsignor Michel Poinsinet de Sivry

Blasonatura (descrizione dello scudo)
Lo scudo è troncato (diviso orizzontalmente in due parti uguali):
Capo (parte superiore): di rosso, caricato da una spada d’argento guarnita d’oro, posta in banda, sulla quale è posta una palma d’oro in sbarra.
Punta (parte inferiore): d’azzurro, caricata da un cigno d’argento, imbeccato d’oro, nuotante su onde dello stesso metallo poste nella parte inferiore dello scudo.
Spiegazione
Nella parte superiore, due emblemi illustrano il motto:
La spada significa il combattimento che la Chiesa, attraverso i suoi membri, deve sostenere per estendere il trionfo di Nostro Signore sul mondo e sul peccato mediante l’applicazione dei frutti della sua Redenzione. La spada è anche la parola di Dio:
«Prendete anche l’elmo della salvezza e la spada dello Spirito, che è la parola di Dio» (Ef 6,17).
Questa parola tagliente è la risposta alle massime del mondo.
La palma simboleggia la vittoria della Chiesa già quaggiù, personificata dai testimoni della fede e dai suoi martiri. Essa esprime la gioia e il trionfo che derivano da tale vittoria.
Nella parte inferiore si trova il cigno, tratto dall’arma di famiglia, simbolo di fedeltà (il cigno rimane sempre fedele al proprio compagno) e di purezza (per il suo colore bianco), due qualità inerenti alla virtù della fede.
Motto: FIDES VINCIT MUNDUM
Queste parole sono tratte dalla Prima Lettera di san Giovanni:
«Tutto ciò che è nato da Dio vince il mondo; e questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede» (1 Gv 5,4).
Esse ricordano il trionfo di Nostro Signore Gesù Cristo su questo mondo che non ha voluto accoglierlo.
«Io ho vinto il mondo» (Gv 16,33).
È la fede in Nostro Signore che ci associa a questa vittoria.
Ci ricordano inoltre che la Chiesa è quaggiù la Chiesa militante:
«La vita dell’uomo sulla terra è una lotta» (Gb 7,1).
In questo motto troviamo dunque espressa la lotta tra le «Due Città» (sant’Agostino) o i «Due Stendardi» (sant’Ignazio), e la certezza della vittoria di Nostro Signore.
È quindi un appello alla speranza in questi tempi travagliati che la Chiesa sta vivendo, un’eco della storia particolare della Fraternità e della sua missione provvidenziale.
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Sua Eccellenza Monsignor Marc Hanappier

Blasonatura (descrizione dello scudo)
Lo scudo è composto da un unico campo:
Campo (sfondo): d’azzurro.
Figura centrale: un Agnello Pasquale (Agnus Dei) d’argento. L’agnello è rappresentato passante, con la testa nimbata d’oro e segnata da una croce di rosso. Porta un’asta crociata d’oro alla quale è fissato uno stendardo d’argento caricato da una croce di rosso (l’orifiamma della Risurrezione). Dal suo petto sgorga un flusso di sangue di rosso che si versa in un calice d’oro posto ai suoi piedi.
Accompagnamento: l’agnello è accompagnato da tre gigli d’argento, disposti due nel capo e uno nella punta.
Spiegazione
L’Agnello vittorioso è quello dell’Apocalisse, del quale gli angeli e i santi cantano la vittoria in Cielo:
«L’Agnello che è stato immolato è degno di ricevere la potenza, la divinità, la sapienza, la forza, l’onore, la gloria e la benedizione!» (Ap 5,12).
Questo è anche l’Introito della Messa di Cristo Re.
Glorificare l’Agnello immolato per la nostra salvezza, il cui Sangue è la nostra vita: questo è il fine della Chiesa. Quel Sangue è raccolto nel calice della salvezza e comunicato alle anime come vera bevanda per purificarle e fortificarle.
I gigli sono un simbolo di regalità e accompagnano l’Agnello.
Essi rappresentano anche la purezza immacolata della Vergine Maria:
«Come un giglio tra i rovi, così l’amica mia tra le fanciulle» (Ct 2,2).
Sul fondo azzurro essi sono anche un simbolo della Francia. Sono tre, come nello stemma della città di Versailles, dove risiede la famiglia Hanappier.
Motto: DIGNUS EST AGNUS
San Giovanni Battista rese testimonianza:
«Ecco l’Agnello di Dio» (Gv 1,36),
e questa testimonianza suscitò la vocazione dei primi due Apostoli, Giovanni e Andrea. L’Agnello di Dio attira le vocazioni.
Nell’Apocalisse l’Agnello appare:
«in piedi, come immolato» (Ap 5,6).
Nostro Signore Gesù Cristo è al tempo stesso il Sommo Sacerdote del Nuovo Testamento e la Vittima di soave odore offerta al Padre. Questo simbolo evoca il sacerdozio e il santo Sacrificio della Messa, durante il quale si prega questo Agnello, «che toglie i peccati del mondo», di «avere pietà di noi» e di «donarci la pace».
Nel versetto seguente dello stesso capitolo, l’Agnello riceve il libro:
«scritto all’interno e all’esterno, sigillato con sette sigilli»,
che soltanto Lui può aprire. Questa è la chiave di tutta la storia del mondo: Nostro Signore Gesù Cristo è il centro della storia – «a Lui appartengono i tempi» (benedizione del cero pasquale); nulla, nessuno e nessun gruppo umano, in nessuna epoca, può dirsi indipendente da Lui, e il mistero del male nella storia del mondo può essere compreso soltanto alla luce della Croce, del sacrificio dell’Agnello, al di fuori del quale non c’è salvezza.
Sì, Egli è veramente:
«degno di ricevere la potenza, la divinità, la sapienza, la forza, l’onore, la gloria e la benedizione!» (Ap 5,12).
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
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Immagine da FSSPX.News
Spirito
Canada, la morsa del progressismo si stringe
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Spirito
Saremo scomunicati?
Omelia pronunciata domenica 21 giugno 2026 nella chiesa di Saint-Nicolas-du-Chardonnet, a Parigi, da padre Denis Puga.
Cari fratelli,
Ci stiamo avvicinando a questo grande evento del 1° luglio, di così grande importanza per quella che mons. Lefebvre definì l’«operazione di sopravvivenza» della Tradizione.
Nove giorni ci separano da esso, e vedrete: le voci cominceranno a levarsi. I giornalisti, soprattutto in questo periodo dell’anno, spesso hanno poco da dire. Saremo quindi chiamati scismatici, eretici; forse saremo scomunicati, non lo so, non sono un profeta. Ma vi dirò semplicemente: rimanete in pace.
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Cos’è realmente la scomunica
Innanzitutto, dobbiamo ricordare cos’è la scomunica. La scomunica, ed è molto importante capirlo, non allontana qualcuno dalla Chiesa; la scomunica è una punizione. La Chiesa ha il potere – e noi rispettiamo queste regole – di punire con varie pene chi commette una grave offesa esteriore che lede il bene comune.
Un sacerdote che commette qualcosa di grave, ad esempio, può essere interdetto, per un certo periodo, dalla celebrazione della Messa; questa si chiama sospensione. Esistono altre pene, ma la scomunica è la più grave. Si tratta di sanzioni imposte dalla Chiesa; è normale, come qualsiasi altra organizzazione, che la Chiesa abbia il potere di punire.
Quindi, cosa comporta esattamente questa pena della scomunica?
La persona colpita da questa pena, la persona scomunicata, non può più ricevere i sacramenti; non può più ricevere la comunione, da qui il termine. L’assoluzione non può essere concessa finché non si pentono, finché non rinunciano alla causa di questa pena. La Chiesa, ufficialmente, non prega più per loro; la Chiesa li esclude dalle sue preghiere ufficiali. Questo è ciò che significa scomunica. È molto grave, certamente; è una pena molto severa, ma, come dicevo, non pone una persona fuori dalla Chiesa.
Permettetemi di fare un esempio: un sacerdote che viola il segreto confessionale. Rivela ciò che il signor tal dei tali o la signora tal dei tali gli hanno confidato durante la confessione. Questo è un peccato chiamato violazione del segreto confessionale. Questo sacerdote viene scomunicato, il che è molto grave, ma rimane cattolico, rimane membro della Chiesa. Deve pentirsi; la scomunica verrà revocata solo quando si sarà pentito del suo peccato, e non è nemmeno certo che la Chiesa gli restituirà la facoltà di ascoltare le confessioni.
Permettetemi di fare un altro esempio: sapete che il peccato di aborto comporta la scomunica. Chi provoca un aborto viene scomunicato, il che significa che non ha più il diritto di ricevere la comunione e di confessarsi, per ottenere l’assoluzione deve pentirsi del suo peccato. Eppure questa persona rimane cattolica, membro della Chiesa.
Quindi, è bene chiarire che la scomunica non esclude nessuno dalla Chiesa.
Vi dico questo perché non molto tempo fa qualcuno mi ha detto: «sono tornato alla Chiesa cattolica. Ero protestante. E non voglio essere escluso dalla Chiesa cattolica». Ma qualunque cosa accada, anche nei casi più gravi, nessuno viene escluso dalla Chiesa per questo; potreste sentire questa argomentazione.
E sappiate che, inoltre, nel caso delle consacrazioni episcopali, il diritto canonico specifica molto chiaramente – è scritto nero su bianco nel diritto canonico – che chi agisce per necessità non incorre nella pena della scomunica.
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Che cosa costituisce veramente uno scisma
Ma allora, che cos’è uno scisma? Saremo chiamati scismatici. Che cos’è dunque uno scisma, cari fratelli?
Uno scisma non è un atto di disobbedienza. Guardate: il vescovo chiede qualcosa e io non lo faccio. È un atto di disobbedienza, finché ciò che mi chiede è legittimo, ma non è uno scisma. Lo scisma consiste nel rifiutare l’autorità di coloro che occupano le sedi dei successori degli Apostoli: il Papa e i vescovi. Rifiutare la loro autorità significa non riconoscerli più come pastori legittimi, il che non è assolutamente il nostro caso.
Ecco un esempio di scisma: lo scisma ortodosso. Dall’XI secolo, la Chiesa orientale ha interrotto la comunione con Roma. Ciò significa che la Chiesa ortodossa non riconosce il Papa né i vescovi cattolici come legittimi pastori della Chiesa, e ha quindi istituito una gerarchia diversa.
Questa non è affatto la nostra situazione. Per noi, il Papa è davvero il papa. I vescovi in carica sono vescovi legittimi, istituiti per guidarci secondo la Tradizione della Chiesa, secondo il suo spirito, e per trasmetterci il deposito dellaFede. Ma ci sono cose a cui non siamo obbligati a obbedire, e questo non significa che ne mettiamo in discussione l’autorità. Per questo non possiamo essere accusati di scisma.
E la prova, cari fratelli, è che nel 2000 e di nuovo nel 2005, il Cardinale Castrillón Hoyos, che era a capo della Commissione Ecclesia Dei – ovvero l’organismo responsabile delle questioni relative ai tradizionalisti – ha chiarito che non c’era stato alcuno scisma, e questo dopo le consacrazioni del 1988. Perché? Perché mons. Lefebvre non voleva istituire una Chiesa parallela con una gerarchia parallela e vescovi paralleli.
Per questo mons. Lefebvre ha insistito tanto sul fatto che i vescovi da lui consacrati erano destinati semplicemente a conferire i sacramenti che solo un vescovo può amministrare – la cresima e il sacerdozio – ma non a governare, non a creare diocesi al posto di altre diocesi.
Inoltre, questa posizione, difesa dal cardinale Castrillón Hoyos, ha influenzato notevolmente quella di Papa Benedetto XVI. Nel 2009, Benedetto XVI ha ribadito che la Fraternità Sacerdotale San Pio X è soggetta alla giurisdizione della Congregazione per la Dottrina della Fede, ovvero una congregazione che si occupa di questioni interne alla Chiesa Cattolica, e non al Pontificio Consiglio per l’Ecumenismo, che si occupa di religioni non cattoliche o comunità separate. Se fossimo scismatici, come alcuni sostengono, non saremmo soggetti alla Congregazione per la Dottrina della Fede.
Ancora oggi, la questione delle consacrazioni è gestita dal cardinale Víctor Manuel Fernández, responsabile di tale materia, e qui sta il paradosso. Quando predichiamo una Chiesa aperta, caritatevole e misericordiosa, lo spettro della scomunica viene rievocato, perché credo che oggi, in tutta la Chiesa Cattolica, questa paura persista solo tra i tradizionalisti; gli altri sono completamente indifferenti.
Il cardinale Fernández, prima di essere nominato a Roma da Papa Francesco, era arcivescovo di La Plata, in Argentina, ed era noto per le sue dichiarazioni e i suoi scritti. In questi scritti, spiegava che oggi la Chiesa non condanna più, non esclude più, e paragonava questa situazione alla Chiesa del passato, quella pre-Concilio Vaticano II. Diceva: «Ma cos’era quella Chiesa che si permetteva di giudicare, di impedire alle persone di ricevere la comunione, di negare l’assoluzione a certi individui?». Per lui era scandaloso. In un testo, arrivò persino a paragonarla a una sorta di Gestapo.
Ed è lo stesso uomo che oggi evoca lo spettro della scomunica e minaccia lo scisma. È ridicolo, se non fosse così grave, sarebbe ridicolo. E non menzionerò nemmeno le accuse riguardanti la sua gestione, durante il suo ministero in Argentina, di gravissimi problemi morali nella sua diocesi. È una questione pubblica, ma non dirò altro.
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Già escluso di fatto
Come vedete, non dobbiamo prenderci in giro; dobbiamo rimanere fiduciosi. Capite che quello che stiamo facendo non è altro che quello che fece mons. Lefebvre nel 1988, e direi persino che è quasi più saggio.
Quando mons. Lefebvre consacrò quattro vescovi, quattro vescovi che erano sacerdoti con un sacerdozio relativamente breve, cinque o sei anni, e non si sapeva ancora come si potesse realizzare questa situazione paradossale: vescovi che, privi di una propria giurisdizione, avrebbero viaggiato per il mondo per amministrare la cresima e ordinare sacerdoti ovunque la Tradizione lo richiedesse.
Ora, coloro che vengono scelti per essere consacrati vescovi a volte hanno vent’anni di servizio sacerdotale, hanno ricoperto posizioni importanti all’interno della Fraternità, a volte anche molto importanti, e soprattutto, ora sappiamo, dopo quasi quarant’anni, come ha funzionato questo ruolo dei vescovi.
Lo avete visto voi stessi, sapete di cosa si tratta e vedete che funziona benissimo e che non costituisce assolutamente una Chiesa parallela, una Chiesa scismatica.
Quindi, vogliono proibirci i sacramenti? Vogliono proibirceli… ma è già stato fatto! È già stato fatto da tempo! Papa Francesco ha proibito la celebrazione dei sacramenti secondo il rito tradizionale in molti luoghi, per tutti i sacramenti, anche se il suo predecessore, papa Benedetto XVI, aveva chiaramente affermato che ogni sacerdote ha il diritto di celebrare la Messa tradizionale e che i fedeli hanno il diritto di ricevere i sacramenti secondo il rito tradizionale.
Quindi, può un papa contraddire un altro papa? Cosa dirà il prossimo? E cosa dirà quello che verrà dopo di loro?
Oggi, di fatto, siamo già scomunicati. Andate da qualche parte, volete celebrare la Messa e vi chiedono:
— «Da dove vieni?»
— «Vengo dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X».
— «Oh no! Non potete».
Siete fedeli, desiderate ricevere la Comunione in ginocchio e sulla lingua, come facevano i vostri genitori e nonni, e vi viene detto:
— «Oh no, no, no! Qui, la Comunione si riceve in piedi e sulla mano».
E la Comunione viene negata ad alcuni, i sacramenti vengono negati secondo il rito tradizionale; tutto questo già accade. I sacramenti vengono negati nel rito tradizionale, quindi, di fatto, le persone vengono già escluse. Ma non possiamo impedire alle persone di chiedere i sacramenti secondo il rito dei loro antenati, secondo quei riti che hanno preservato la fede.
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Non poterono fare nulla
Quindi, fratelli miei, non preoccupiamoci, la carovana passerà; ci saranno sicuramente latrati, ma passerà.
Ricordate, cari fratelli, che il Signore stesso, quando era a Nazaret, venne a predicare e lo ascoltarono. Poi gli abitanti della sua città vollero gettarlo giù da una collina. Perché? Poiché Gesù li aveva rimproverati per non aver ascoltato la parola di Dio, volevano gettarlo giù da quella collina. E l’evangelista san Luca ci dice semplicemente che Gesù passò in mezzo a loro e se ne andò; non poterono fare nulla.
E san Giovanni ci racconta che un giorno, mentre Gesù si trovava nel Tempio di Gerusalemme, i farisei gli dissero: «chi credi di essere?». E Gesù rispose: «prima che Abramo fosse, io sono». Vale a dire, si dichiarò Dio. Allora, pieni di furore, presero pietre, volevano lapidarlo, e san Giovanni ci dice che Gesù uscì dal Tempio e se ne andò; non poterono fare nulla.
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Quando Dio è con noi, chi può essere contro di noi?
E non dimentichiamo nemmeno quel bellissimo racconto evangelico della guarigione del cieco nato. Gesù guarì quest’uomo, e poi i capi della sinagoga lo interrogarono: «chi ti ha fatto questo? Come è successo?». Poi interrogarono i suoi genitori. I genitori intuirono che la situazione si stava facendo pericolosa e risposero: «sappiamo che è nato cieco. Ma come abbia riacquistato la vista, non lo sappiamo».
E san Giovanni aggiunge questa osservazione: I suoi genitori parlarono così perché avevano paura. Perché? Perché chiunque aderisse a Gesù Cristo era escluso dalla sinagoga. Escluso dalla sinagoga, cioè, in un certo senso, scomunicato. Coloro che riconoscevano Gesù Cristo non potevano più partecipare alle funzioni nelle sinagoghe; erano esclusi. Erano già, in un certo senso, scomunicati – non dimenticatelo mai.
Concludo con questo, cari fratelli. Santa Giovanna d’Arco fu giudicata dalla Chiesa, fu bruciata sul rogo, e sapete che nei suoi ultimi istanti chiese che le venisse portato un crocifisso. Contemplò questo crocifisso, invocando il santo nome di Gesù perché venisse in suo aiuto e la sostenesse in quella terribile sofferenza. E sul capo portava una mitra. Su questa mitra erano incise queste parole: «Strega, eretica, scismatica, scomunicata».
E oggi? Oggi la Chiesa venera Santa Giovanna d’Arco non solo come santa, ma anche come patrona di Francia.
Quindi, cari fratelli, manteniamo la fede.
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
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Immagine screenshot da YouTube
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