- Infine il Venezuela ha iniziato una distribuzione massiccia del Carvativir, farmaco ricavato dal timo, che produce risultati altrettanto spettacolari. Google e Facebook (e inizialmente anche Twitter) censurano ogni informazione sull’argomento, con zelo pari a quello con cui The Lancet ha tentato di screditare l’idrossiclorochina.
Epidemie
COVID-19: il fallimento dell’approccio occidentale
Renovatio 21 pubblica questo articolo di Réseau Voltaire. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.
L’epidemia di Covid-19 colpisce il mondo intero, ma la mortalità oscilla dallo 0,0003% in Cina allo 0,016 negli Stati Uniti, dove quindi è 50 volte superiore. La differenza può essere spiegata da particolarità genetiche, ma anche, e soprattutto, dal diverso approccio sanitario: l’Occidente non è più la culla della Ragione e della Scienza.
Un anno fa l’epidemia arrivava in Occidente attraverso l’Italia. Oggi, sebbene conosciamo qualcosa di più di questo virus, gli Occidentali insistono ad affrontarlo in modo erroneo.
Secondo la definizione europea della vita, i virus sono esseri viventi; secondo la definizione anglosassone della vita, i virus sono semplici meccanismi. Una differenza culturale che conduce a comportamenti diversi: per gli anglosassoni i virus devono essere distrutti; per gli europei – almeno fino allo scorso anno – ci si deve adattare ai virus
1 – Cos’è un virus?
La Scienza è per definizione universale: osserva e formula ipotesi per spiegare fenomeni. Tuttavia si esprime in lingue e culture diverse, che, a non conoscerne le specificità, sono fonte di malintesi.
Secondo la definizione europea della vita, i virus sono esseri viventi; secondo la definizione anglosassone della vita, i virus sono semplici meccanismi. Una differenza culturale che conduce a comportamenti diversi: per gli anglosassoni i virus devono essere distrutti; per gli europei – almeno fino allo scorso anno – ci si deve adattare ai virus.
Non sostengo che una concezione sia superiore all’altra, né che gli uni e gli altri non siano capaci di agire in modo diverso da quello indotto dalla loro cultura. Dico semplicemente che ciascuno affronta il mondo nel modo che gli è peculiare. Dobbiamo sforzarci di capire gli altri e possiamo farlo solo se siamo nella giusta disposizione mentale.
L’Occidente è sicuramente un insieme politico più o meno omogeneo, tuttavia è formato da almeno due culture, molto diverse fra loro. Sebbene i media cerchino incessantemente di minimizzare queste differenze, noi dobbiamo sempre tenerne conto.
Se pensiamo che i virus siano esseri viventi, dobbiamo paragonarli ai parassiti: cercano infatti di sopravvivere sfruttando il proprio ospite, ma soprattutto cercano di non ucciderlo, perché morirebbero con lui. Cercano di adattarsi alla specie che li ospita modificandosi, fino a raggiungere un modo per abitarla senza ucciderla. Le varianti del COVID-19 non sono perciò «cavalieri dell’Apocalisse», sono buonissime notizie, in linea con l’evoluzione delle specie.
Il principio del confinamento di popolazioni sane è stato prescritto nel 2004 dal segretario alla Difesa statunitense, Donald Rumsfeld. Non già per combattere una malattia, ma per provocare una ribellione di massa e militarizzare le società occidentali
Il principio del confinamento di popolazioni sane è stato prescritto nel 2004 dal segretario alla Difesa statunitense, Donald Rumsfeld. Non già per combattere una malattia, ma per provocare una ribellione di massa e militarizzare le società occidentali (1).
Il confinamento è stato diffuso in Europa dal dottor Richard Hatchett, all’epoca consigliere del Pentagono, oggi presidente della CEPI (Coalition for Epidemic Preparedness Innovations). È stato Hatchett a inventare l’espressione «siamo in guerra!» a proposito del COVID-19, frase in seguito ripresa dal presidente Macron.
Se si concepiscono i virus come esseri viventi, non si può dare credito nemmeno ai modelli epidemiologici del professor Neil Ferguson, dell’Imperial College of London, e dei suoi discepoli, come Simon Cauchemez del Consiglio scientifico dell’Eliseo. Per definizione, lo sviluppo di nessun essere vivente è esponenziale. Ogni specie si autoregola in funzione del proprio ambiente. Tracciare la curva dell’inizio di un’epidemia ed estrapolarla è un’assurdità intellettuale. Il professor Ferguson predice da una vita catastrofi che non si sono mai avverate (2).
2 – Cosa fare di fronte a un’epidemia?
Storicamente tutte le epidemie sono state combattute con successo attraverso un mix di misure d’isolamento dei malati e d’incremento dell’igiene.
Se si concepiscono i virus come esseri viventi, non si può dare credito nemmeno ai modelli epidemiologici del professor Neil Ferguson, dell’Imperial College of London. Per definizione, lo sviluppo di nessun essere vivente è esponenziale
Se l’epidemia è virale, l’igiene non serve a combattere il virus, ma a contrastare le malattie batteriologiche che si sviluppano nei contagiati. Per esempio, l’influenza spagnola, che imperversò negli anni 1918-1920, è stata una malattia virale. Si trattava di un virus benigno, ma nel contesto della prima guerra mondiale le pessime condizioni igieniche consentirono lo sviluppo di malattie batteriche opportuniste che uccisero milioni di persone.
Da un punto di vista medico, l’isolamento non può che riguardare i malati. Storicamente non è mai accaduto che, per combattere una malattia, si siano isolati individui sani. In nessuna parte del mondo troverete un libro di medicina, scritto prima del 2020, che prenda in considerazione misure di questo genere.
L’isolamento cui si ricorre oggi non è né una misura sanitaria né politica: è una misura amministrativa. Non ha lo scopo di ridurre il numero di malati, ma di diluire i contagi nel tempo, per non congestionare gli ospedali. È un modo per compensare la cattiva gestione delle istituzioni sanitarie. Nella maggior parte dei casi le epidemie durano tre anni. Nel caso del COVID-19 la durata naturale sarà prolungata della durata amministrativa dei confinamenti.
Da un punto di vista medico, l’isolamento non può che riguardare i malati. Storicamente non è mai accaduto che, per combattere una malattia, si siano isolati individui sani. In nessuna parte del mondo troverete un libro di medicina, scritto prima del 2020, che prenda in considerazione misure di questo genere
Gli isolamenti disposti in Cina non avevano motivazioni mediche. Furono un intervento del potere centrale per rimediare agli errori dei poteri locali, nel contesto della teoria cinese del «mandato celeste» (3).
L’uso da parte della popolazione sana di mascherine chirurgiche non è mai stato efficace nella lotta contro un virus respiratorio. Infatti, fino al COVID-19 nessuno dei virus respiratori conosciuti si trasmette attraverso le goccioline, ma per aerosol. Soltanto le maschere a gas sono efficaci. Naturalmente è possibile che il COVID-19 sia la prima manifestazione di un nuovo genere di virus, è un’ipotesi sicuramente razionale, ma molto poco ragionevole (4). Era stata presa in considerazione per il COVID-2 (la SARS), ma è stata poi accantonata.
È importante sottolineare che nel 2003-2004 il COVID-2 non ha colpito soltanto l’Asia, ma anche l’Occidente. Si è trattato di un’epidemia, alla stregua del COVID-19 del 2020-21. Oggi la SARS viene curata con l’interferone-alfa e con inibitori di proteasi. Non esiste vaccino.
3 – Si può curare una malattia che non si conosce?
Anche se non si conosce un virus, si può e si deve sempre curarne i sintomi. Non soltanto per ridurre le sofferenze dei malati: è anche la condizione per imparare a conoscere la malattia.
Nella maggior parte dei casi le epidemie durano tre anni. Nel caso del COVID-19 la durata naturale sarà prolungata della durata amministrativa dei confinamenti
I responsabili politici occidentali hanno scelto di non curare il COVID-19 e di investire tutto sui vaccini. Una decisione che va contro il giuramento d’Ippocrate che i medici occidentali si sono impegnati a rispettare.
Naturalmente molti medici occidentali continuano a seguire quel che la loro deontologia prescrive, ma in modo il più possibile discreto per evitare minacce di sanzioni dell’ordine professionale, nonché amministrative.
In Paesi non-occidentali sono invece somministrati con successo diversi trattamenti farmacologici:
- Dall’inizio del 2020, vale a dire prima che l’epidemia scoppiasse in Occidente, Cuba ha verificato che in alcuni casi i malati possono essere curati e guariti con piccole dosi d’interferone Alfa 2B ricombinato (IFNrec). A febbraio 2021 la Cina ha costruito una fabbrica per produrre su larga scala il farmaco cubano e lo sta utilizzando per alcune tipologie di malati (5).
I responsabili politici occidentali hanno scelto di non curare il COVID-19 e di investire tutto sui vaccini. Una decisione che va contro il giuramento d’Ippocrate che i medici occidentali si sono impegnati a rispettare
- La Cina ha utilizzato anche un farmaco contro la malaria, il fosfato di clorochina. Basandosi sull’esperienza cinese, il professor Didier Raoult ha utilizzato l’idrossiclorochina, di cui è uno dei migliori specialisti al mondo: farmaco utilizzato con successo in numerosi Paesi, con buona pace delle grottesche fake news di The Lancet e di altri media dominanti, secondo cui questo farmaco banale, somministrato a miliardi di persone, sarebbe un veleno mortale.
- Gli Stati che hanno fatto una scelta contraria a quella degli Occidentali, ossia privilegiato le cure rispetto ai vaccini, hanno collettivamente messo a punto un cocktail di farmaci a basso costo (fra cui l’idrossiclorochina e l’ivermectina) che cura in maniera poderosa il COVID (si veda il riquadro). I risultati sono così spettacolari che gli Occidentali mettono in dubbio i dati pubblicati, innanzitutto quelli della Cina.

Estratto di un documento confidenziale svizzero. I farmaci citati possono essere venduti con nomi diversi nei diversi Paesi.
1) L’auto-sorveglianza si fa a domicilio, con un ossimetro che, applicato al dito medio, serve a misurare più volte al giorno la saturazione di ossigeno nel sangue. Un abbassamento della saturazione a <92%, accompagnato da una frequenza respiratoria elevata, >30 al minuto, è sintomo di una grave infezione di COVID-19, che richiede l’ospedalizzazione; la quale tuttavia può essere evitata con l’aiuto di una farmacoterapia precoce. A questo fine, dopo aver consultato un medico/Spitex [servizio di assistenza e cura domiciliare svizzero, ndt], il paziente assume immediatamente a domicilio i seguenti farmaci sperimentati:
2) Farmaci:
a. Low-molecular-weight-heparin (LMWH) 0.6ml, due volte al giorno con iniezione sottocutanea, per prevenire la formazione di coaguli.
b. Ivermectine 0.2 mg/kg di massa corporea, i giorni 1 e 3, per ridurre la presenza virale.
c. Hydroxychlorichina (HCQ): cominciare con 400 mg. Proseguire con 3x200mg: impedisce la penetrazione cellulare del virus. Durata della terapia: da 7 a 10 giorni.
d. Zithromax 500mg il 1° giorno, 250mg i giorni successivi; rafforza l’effetto dell’HCQ.
e. Zinco 50mg al giorno: rafforza l’effetto dell’HCQ/Zithromax.
f. Vitamina D3 4000 IU al giorno.
g. Vitamina C 2x500mg al giorno.
h. Celebrex 200mg, massimo 400 mg al giorno.
i. Famotidina 20mg-40mg al giorno (gastroprotettore).
3) Osservazioni:
a. È fondamentale iniziare precocemente il trattamento farmacologico, quando il virus non ha ancora agito/distrutto molto.
b. L’inizio della terapia deve avvenire sotto sorveglianza medica.
c. Gli steroidi (dexamethasone e altri) non sono indicati nella fase iniziale della replicazione virale perché addirittura la favoriscono. Gli steroidi sono indicati quando è necessaria l’ossigenoterapia, il che comporta in genere l’ospedalizzazione.
d. Se, grazie al trattamento, i pazienti sintomatici non presentano sintomi durante la prima settimana (ossia nel periodo di replicazione virale), si può supporre che la temuta tempesta citochinica sarà evitata e quindi non sarà necessaria l’ospedalizzazione.
In Occidente, dove ci si rifiuta di curare i malati, l’unica soluzione parrebbe la vaccinazione dell’intera popolazione. Potenti lobby farmaceutiche spingono all’uso massiccio di vaccini costosi, invece che di farmaci a buon mercato, nonché necessari a un numero di persone mille volte inferiore
4 – Come finirà questa epidemia?
Nei Paesi che adottano le risposte sanitarie che ho esposto, il COVID-19 sussiste, ma l’epidemia è finita. I vaccini sono proposti soltanto alle persone molto esposte al contagio.
In Occidente, dove ci si rifiuta di curare i malati, l’unica soluzione parrebbe la vaccinazione dell’intera popolazione. Potenti lobby farmaceutiche spingono all’uso massiccio di vaccini costosi, invece che di farmaci a buon mercato, nonché necessari a un numero di persone mille volte inferiore. Si assiste perciò a una disastrosa rivalità fra Stati per accaparrarsi le dosi di vaccino disponibili, a danno degli alleati.
Per quattrocento anni l’Occidente ha seguito la Ragione, divenendo l’araldo della Scienza. Oggi vi ha rinunciato. Vanta ancora grandi scienziati – come il professor Didier Raoult – nonché un progresso tecnico – come dimostrano i vaccini a RNA messaggero – ma non possiede più il rigore necessario al ragionamento scientifico.
Bisogna anche distinguere fra le regioni dell’Occidente: i Paesi anglosassoni (Regno Unito e Stati Uniti) sono stati in grado di produrre vaccini a RNA messaggero, non invece l’Unione Europea, che ha smarrito la propria capacità inventiva.
Per quattrocento anni l’Occidente ha seguito la Ragione, divenendo l’araldo della Scienza. Oggi vi ha rinunciato
Il centro del mondo si è spostato.
Thierry Meyssan
NOTE
1) «Il COVID-19 e l’Alba Rossa», di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 28 aprile 2020.
2) «COVID-19: Neil Ferguson, il Lyssenko liberale», di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 19 aprile 2020.
3) «COVID-19: propaganda e manipolazione», di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 21 marzo 2020.
4) «Paura e assurdità di fronte alla pandemia», di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 7 aprile 2020.
5) «Il mondo dopo la pandemia», di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 17 marzo 2020.
Articolo ripubblicato su licenza Creative Commons CC BY-NC-ND
Fonte: «Covid-19: il fallimento dell’approccio occidentale», di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 30 marzo 2021.
Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.
Epidemie
Solo 1 tedesco su 7 con test PCR positivo aveva l’infezione da COVID
Renovatio 21 traduce questo articolo per gentile concessione di Children’s Health Defense. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.
Gli autori di un nuovo studio sottoposto a revisione paritaria che ha identificato un tasso di falsi positivi dell’86% per i test PCR per il COVID-19 hanno affermato che i loro risultati suggeriscono un «significativo sovrastima» delle infezioni da COVID-19 durante la pandemia. Entro la fine del 2021, il 92% dei tedeschi aveva già contratto un’infezione naturale, indicando un’immunità pressoché universale nella popolazione.
Secondo un nuovo studio sottoposto a revisione paritaria, solo circa 1 test PCR positivo su 7 in Germania durante la pandemia di COVID-19 ha indicato un’effettiva infezione da coronavirus che ha innescato una risposta anticorpale.
Brian Hooker, Ph.D., direttore scientifico di Children’s Health Defense (CHD), ha definito «sbalorditivi» i risultati dello studio, che hanno evidenziato un tasso di falsi positivi dell’86%.
Lo studio ha inoltre rilevato che alla fine di dicembre 2020, quando sono stati distribuiti i vaccini contro il COVID-19 , circa il 25% dei tedeschi aveva già contratto l’infezione spontaneamente. Entro la fine del 2021, la percentuale è salita al 92%, indicando un’immunità pressoché universale nella popolazione.
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I test PCR hanno portato a un «significativo sovrastima» delle infezioni da COVID
Lo studio condotto da tre ricercatori tedeschi, pubblicato il mese scorso su Frontiers in Epidemiology, ha utilizzato due modelli matematici per analizzare quanto i risultati dei test PCR fossero allineati con i risultati degli esami del sangue per la ricerca degli anticorpi SARS-CoV-2.
I risultati si basano sui dati ottenuti da laboratori accreditati in Germania che hanno gestito circa il 90% dei test PCR nel Paese da marzo 2020 all’inizio del 2023 e che hanno anche eseguito test del sangue per la ricerca di anticorpi (IgG) fino a maggio 2021.
I ricercatori, Michael Günther, Ph.D., Robert Rockenfeller, Ph.D., e Harald Walach, Ph.D., hanno affermato che i loro modelli hanno allineato i dati dei test PCR che rilevano «piccole porzioni di materiale genetico virale nel naso o nella gola» e i test sugli anticorpi che mostrano se il sistema immunitario di una persona «ha risposto a un’infezione reale settimane o mesi prima».
Hanno detto al Defender:
«Quando abbiamo confrontato il numero di positivi alla PCR con i risultati successivi degli anticorpi, solo circa 1 persona su 7 positiva alla PCR ha mostrato il tipo di risposta immunitaria che indica una vera infezione. Con ipotesi conservative, la percentuale potrebbe essere più vicina a 1 su 10».
La loro analisi ha anche mostrato che entro la fine del 2021, «quasi tutti» in Germania erano stati «contagiati, vaccinati o entrambi».
Secondo il modello matematico dello studio, il dato di 1 su 7 relativo al test PCR è «quasi perfettamente» in linea con un tasso di immunità dell’intera popolazione a fine anno del 92%.
I ricercatori hanno spiegato che i test sugli anticorpi «ci dicono che una persona è stata infettata in un momento qualsiasi dell’ultimo anno circa», mentre un risultato positivo al test PCR può indicare un’infezione, o «una breve esposizione senza infezione, frammenti virali residui o un rilevamento a livelli molto bassi che non portano mai alla malattia».
Hanno affermato che il loro studio ha dimostrato che solo circa il 14% dei test PCR positivi corrispondeva a infezioni reali che avevano attivato gli anticorpi IgG, il che suggerisce che i test PCR hanno portato a un «significativo sovrastima» delle infezioni.
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I test PCR di massa «aumentano la quota relativa di falsi positivi»
I critici delle politiche ufficiali sul COVID-19 hanno spesso citato la dipendenza dai test PCR e le incongruenze nelle soglie virali utilizzate per generare un risultato «positivo» del test.
Karl Jablonowski, Ph.D., ricercatore senior presso il CHD, ha affermato che i test PCR sono uno strumento inaffidabile per rilevare e tracciare le epidemie di malattie infettive. Ha citato un incidente del 2006 al Dartmouth-Hitchcock Medical Center, dove una presunta epidemia di pertosse ha portato a 134 risultati positivi ai test.
«Sono state distribuite oltre 1.300 prescrizioni di antibiotici e 4.500 persone sono state vaccinate profilatticamente», nonostante non ci fossero «casi confermati in laboratorio». L’ uso improprio dei test PCR ha portato le autorità sanitarie a dichiarare falsamente un’epidemia, ha affermato.
Un test PCR «non è un test diagnostico per una popolazione», ha affermato Jablonowski. «È meglio usarlo come test di conferma, essenzialmente per rispondere alla domanda “Quale virus ti ha infettato?” e non “Sei infetto?”».
I ricercatori tedeschi hanno affermato che i loro risultati non indicano che la tecnologia PCR sia «imperfetta come metodo di laboratorio». Tuttavia, lo studio dimostra che il modo in cui i test PCR sono stati utilizzati per i test di massa durante la pandemia «non ha indicato in modo affidabile quante persone siano state effettivamente infettate».
Hanno affermato che i test PCR rilevano in modo affidabile frammenti di DNA virale, anche in «quantità estremamente piccole» che «non rappresentano alcun rischio di infezione», ma non sono in grado di stabilire se il virus si sta replicando nell’organismo.
I risultati positivi non dovrebbero essere utilizzati «come indicatori di infezione», perché i test PCR di massa «aumentano la quota relativa di falsi positivi», hanno concluso i ricercatori.
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I test PCR di massa hanno causato «danni sociali, economici e personali non necessari»
L’affidamento dei governi ai risultati dei test PCR per monitorare i livelli di infezione da COVID-19 ha portato a restrizioni legate alla pandemia che hanno contribuito a «danni sociali, economici e personali non necessari», hanno affermato i ricercatori.
I governi hanno utilizzato i risultati dei test PCR per giustificare rigide restrizioni, nonostante le agenzie sanitarie pubbliche avessero accesso a dati di test sugli anticorpi di qualità superiore.
«Erano disponibili informazioni migliori di quelle comunicate pubblicamente», hanno affermato i ricercatori. Ciò ha sollevato «seri interrogativi sulla trasparenza e sul fatto che le politiche fossero basate sui dati più informativi disponibili».
Jablonowski ha affermato che nei primi giorni della pandemia, i test PCR hanno probabilmente fornito un quadro più accurato della diffusione dell’infezione, poiché i kit per i test erano scarsi e venivano quindi utilizzati su coloro che avevano maggiori probabilità di essere infettati.
Ma man mano che i test diventavano più facilmente disponibili, «venivano utilizzati su persone asintomatiche e obbligatori per i ricoveri ospedalieri, i viaggi aerei, i datori di lavoro e molte altre attività ad accesso controllato», ha affermato Jablonowski.
Gli autori dello studio tedesco hanno affermato che un approccio più scientificamente valido avrebbe incluso dati più accurati sui test PCR che mostravano i risultati in proporzione al numero di test eseguiti, un monitoraggio di routine dei livelli di anticorpi nella popolazione e una «comunicazione trasparente… che indicasse chiaramente cosa la PCR può e non può misurare».
«Questo insieme di pratiche… dovrebbe guidare le future politiche di sanità pubblica», hanno affermato i ricercatori.
Documenti del governo tedesco trapelati lo scorso anno suggerivano che la risposta ufficiale del Paese alla pandemia di COVID-19 si basava su obiettivi politici e che le contromisure e le restrizioni raccomandate dalla Germania spesso contraddicevano le prove scientifiche.
Durante un’intervista del 2022 al podcast «RFK Jr. The Defender Podcast» di Robert F. Kennedy Jr., il matematico Norman Fenton, Ph.D., ha affermato che i funzionari governativi di tutto il mondo hanno manipolato i dati dei test PCR per esagerare l’entità della pandemia.
Jablonowski ha affermato che «l’isteria dei test PCR obbligatori ha preparato la mentalità della popolazione alle vaccinazioni obbligatorie che sarebbero arrivate. I test non avevano nulla a che fare con la salute della popolazione, ma solo con il controllo della popolazione».
I test PCR per il COVID-19 sono molto meno diffusi oggi rispetto al picco della pandemia. Tuttavia, i ricercatori hanno affermato che il loro studio «è importante oggi perché l’errore strutturale che rivela – trattare i positivi alla PCR come infezioni – non è stato corretto».
«Dato che ci troviamo di fronte a nuovi agenti patogeni, come l’influenza aviaria , affidarci solo alla PCR rischia di ripetere gli stessi errori», hanno affermato i ricercatori.
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Risposta «polarizzata», poiché i risultati «mettono in discussione le ipotesi che hanno plasmato la politica pandemica»
I ricercatori hanno affermato di aver incontrato «notevoli difficoltà» nel pubblicare il loro articolo. Tra queste, il rifiuto da parte di altre sei riviste, di cui solo due hanno inviato il manoscritto per la revisione paritaria.
Queste riviste hanno cercato di «proteggere la narrativa prevalente, piuttosto che affrontare il nocciolo della nostra analisi», hanno affermato i ricercatori.
I ricercatori hanno affermato che due dei tre revisori originali di Frontiers in Epidemiology «si sono ritirati dai loro incarichi». Ciò ha costretto la redazione a reclutare un quarto revisore, ritardando la pubblicazione dell’articolo.
La risposta all’articolo è stata «polarizzata», hanno affermato. «Alcuni lettori hanno accolto con favore il confronto quantitativo dei dati PCR e IgG, ritenendolo in ritardo, mentre altri hanno messo in dubbio le implicazioni dello studio o hanno tentato di liquidarlo senza approfondire la metodologia di base».
Ciò non sorprende, «dato che i risultati mettono in discussione i presupposti che hanno plasmato la politica pandemica», hanno affermato.
Michael Nevradakis
Ph.D.
© 26 novembre 2025, Children’s Health Defense, Inc. Questo articolo è riprodotto e distribuito con il permesso di Children’s Health Defense, Inc. Vuoi saperne di più dalla Difesa della salute dei bambini? Iscriviti per ricevere gratuitamente notizie e aggiornamenti da Robert F. Kennedy, Jr. e la Difesa della salute dei bambini. La tua donazione ci aiuterà a supportare gli sforzi di CHD.
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Epidemie
Il CDC chiude i laboratori con scimmie tra i timori della tubercolosi
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Epidemie
L’Etiopia segnala sei decessi a causa della diffusione del virus Marburg
Il conteggio delle vittime causate dall’epidemia di virus Marburg in Etiopia è giunto a sei, ha reso noto mercoledì il Ministero della Salute nazionale.
In un comunicato, l’ente ha precisato che 73 sospetti sono stati sottoposti a screening dall’Istituto di Sanità Pubblica Etiope (EPHI), con cinque ammalati tuttora in trattamento. Le istituzioni hanno inoltre indicato che 349 contatti sono stati rintracciati, di cui 119 hanno ultimato la fase di sorveglianza.
Il 15 novembre, i Centri africani per il controllo e la prevenzione delle malattie (Africa CDC) hanno reso pubblico che l’Etiopia ha ufficialmente accertato il suo primo episodio di Marburg, a seguito di analisi di laboratorio che ne hanno identificato la presenza nella zona meridionale della nazione.
Le componenti sanitarie hanno riferito di aver predisposto strutture di quarantena nelle zone interessate, di aver schierato team medici specializzati e di aver approntato forniture vitali per potenziare le cure ai colpiti. Sono stati intensificati i controlli negli scali aerei, ai posti di confine e in ulteriori accessi al territorio.
«In aggiunta, l’Etiopia è in sinergia con nazioni che hanno già fronteggiato focolai di Marburg, al fine di condividere know-how, trarre lezioni dal loro vissuto e reperire terapie nonché vaccini», recita il documento.
Scoperto per la prima volta nel 1967 in occasione di focolai in Germania e Serbia, il virus Marburg provoca una febbre emorragica acuta e diffusissima, affine all’Ebola. Tra i segni clinici figurano nausea, conati di vomito, infiammazione alla gola e fitte addominali intense, con forme critiche che sfociano in sanguinamenti interni e decesso. Il contagio si propaga via contatto ravvicinato con liquidi organici infetti o oggetti infetti.
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Sul finire della settimana scorsa, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha rilevato che «l’Etiopia sta gestendo crisi sovrapposte e svariati focolai, come colera, morbillo e dengue, che riducono drasticamente le risorse del sistema sanitario».
Tale emergenza si inserisce in un contesto di plurime crisi igienico-sanitarie che attanagliano l’Africa. Lunedì, il Ministero della Salute e dei Servizi Sociali namibiano ha denunciato un’epidemia di febbre emorragica Congo-Crimea (CCHF) nella regione di Khomas. La patologia rappresenta un’infezione virale veicolata da zecche, che induce febbre acuta repentina, dolori muscolari marcati e, nelle fasi terminali, emorragie interne.
Il continente è pure alle prese con la più grave escalation di colera degli ultimi 25 anni, con più di 300.000 episodi sospetti e accertati e oltre 7.000 lutti annotati nel 2025.
Come riportato da Renovatio 21, ad inizio anno la Tanzania aveva negato, nonostante le dichiarazioni OMS, lo scoppio di un focolaio del virus di Marburgo.
Il Ruanda ha confermato di recente che i pipistrelli sono la probabile fonte dei primi casi registrati del virus di Marburgo.
Nel 2023, la Tanzania e la Guinea Equatoriale hanno segnalato casi di malattia, dopo i focolai in Ghana nel 2022 e in Uganda nel 2017.
Come riportato da Renovatio 21, vi era stato allarme alla stazione di Amburgo pochi mesi fa quando due persone provenienti dal Ruanda avevano mostrato dei sintomi mentre erano in treno. La banchina di arrivo del treno era stata quindi isolata dalle autorità tedesche.
Come riportato da Renovatio 21, l’OMS aveva dichiarato il focolaio di Marburg in Ghana, per poi convocare una riunione «urgente» sulla diffusione del virus.
La Russia sta sviluppando un vaccino contro il morbo.
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Immagine di NIAID via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic
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