Cina
Cina, app tracciamento Covid usata per soffocare proteste contro truffa bancaria
Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di Asianews. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.
Con la politica «zero-Covid», senza codice sanitario è impossibile viaggiare o accedere a luoghi pubblici. Correntisti di quattro banche dell’Henan hanno presentato reclami dopo aver scoperto di non poter prelevare il proprio denaro. In molti sono in quarantena dopo che il loro codice QR è diventato rosso. I test antigenici dimostrano però la loro negatività al virus.
Da maggio centinaia di correntisti sono scesi in piazza a Zhengzhou (Henan), chiedendo alle autorità di garantire il ritiro di risparmi per miliardi di yuan da quattro banche sotto indagine per truffe finanziarie.
I manifestanti davanti alla locale Autorità di regolamentazione bancaria sono stati presto dispersi dalla polizia.
Ma la repressione non è finita qui: dopo aver presentato le loro rimostranze, le vittime e i loro familiari hanno scoperto che il loro «codice QR sanitario» per il tracciamento del COVID-19 è diventato rosso.
Questo significa obbligo di quarantena, con il divieto di accesso ai servizi di trasporto, agli hotel e ad altri luoghi pubblici.
Ad aprile, le quattro banche incriminate hanno bloccato i loro servizi online senza preavviso e ai clienti è stato negato l’accesso ai loro conti.
I media ufficiali affermano che i quattro istituti, controllati dalla Henan Xincaifu Group Investment Holding Co., sono coinvolti in operazioni illegali di raccolta fondi attraverso piattaforme online. L’indagine è ancora in corso e non è chiaro se i fondi siano scomparsi.
Secondo resoconti di stampa, nei giorni scorsi centinaia di correntisti si sono recati a Zhengzhou per presentare una petizione alle autorità locali e ritirare i loro risparmi dalle banche.
Al momento di scendere dal treno e dall’aereo hanno scoperto sull’apposita app dello smartphone che il loro codice sanitario era diventato rosso, mentre quello degli altri passeggeri era rimasto verde.
La polizia locale ha vietato alle vittime di recarsi presso le banche e le autorità di regolamentazione. Con il codice sanitario rosso non hanno potuto prendere i mezzi pubblici o soggiornare in hotel.
I media cinesi riportano che ai dimostranti è stato chiesto di rimanere in quarantena in ospedale per 14 giorni, di soggiornare nell’hotel designato dalle autorità o di lasciare subito Zhengzhou scortati da agenti di polizia.
I correntisti interessati affermano che alcuni si sono sottoposti a ripetuti test con tampone. Nonostante siano risultati negativi, i loro codici sono rimasti rossi.
Le autorità di Zhengzhou si sono rifiutate di rivelare quale dipartimento del governo abbia imposto il codice sanitario rosso ai manifestanti, mentre hanno permesso loro di prendere il treno per tornare nella loro città natale – in violazione della rigida politica zero-COVID.
Sul web sono circolate critiche alle autorità per aver utilizzato il sistema di tracciamento COVIDallo scopo di limitare la libertà di mobilità dei cittadini e mantenere la cosiddetta stabilità sociale.
Attivisti per i diritti umani hanno denunciato che il governo ricorre al codice sanitario come strumento di sorveglianza.
Lo scorso novembre l’attivista Xie Yang aveva pianificato di visitare la madre della blogger Zhang Zhan senza tener conto degli avvertimenti della polizia, ma il suo codice sanitario è diventato rosso all’aeroporto.
Zhang Zhan è detenuta da tempo per aver fatto luce sulla pandemia a Wuhan. È la prima volta che i media cinesi, tra cui il nazionalista Global Times, denunciano lo sfruttamento delle misure sanitarie da parte delle autorità a fini di controllo sociale.
L’incidente mette in evidenza i rischi delle istituzioni finanziarie cinesi, che attirano fondi grazie a partnership con innovative piattaforme web.
Nel 2018 il crollo massiccio di questi strumenti finanziari online aveva dato vita a una serie di proteste in tutto il Paese, finite con la repressione da parte della polizia.
Anche l’insolvenza del gigante immobiliare China Evergrande Group ha scatenato un conflitto tra investitori e Forze dell’ordine dopo lo scoppio della crisi.
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Cina
La Cina testa con successo un drone armato di fucile
Una delle principali aziende tecnologiche cinesi, Wuhan Guide Infrared, ha condotto con successo il test di un nuovo veicolo aereo senza pilota (UAV) armato di fucile, ottenendo una precisione mai registrata in precedenza.
Negli ultimi anni, le imprese cinesi hanno guidato lo sviluppo dei droni, con numerosi modelli civili che dominano ampiamente il mercato internazionale.
Secondo l’edizione di dicembre del Journal of Gun Launch and Control, il drone è stato realizzato in collaborazione con l’Accademia per le Operazioni Speciali dell’esercito cinese. Nel corso della prova, ha sparato 20 colpi singoli con il fucile d’ordinanza contro un bersaglio delle dimensioni di un essere umano posto a 100 metri di distanza, rimanendo librato a circa dieci metri dal suolo.
Il drone avrebbe conseguito un tasso di successo del 100%, con dieci proiettili concentrati in un raggio di 11 centimetri.
A differenza di sistemi analoghi, questo nuovo UAV non necessita di un’arma appositamente progettata o modificata, ma impiega il normale fucile d’assalto in dotazione all’esercito cinese, come riportato dalla pubblicazione.
Tali risultati eccezionali deriverebbero da algoritmi avanzati di stabilizzazione e puntamento, oltre a un innovativo sistema di fissaggio. Inoltre, gli ingegneri cinesi avrebbero creato un software dedicato che calibra l’angolo di tiro in funzione della distanza, delle stime del vento e di altri fattori, ottimizzato attraverso simulazioni informatiche.
Il limite attuale del sistema consiste nella capacità di sparare solo colpi singoli.
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In un altro sviluppo recente, lo scorso mese l’Aviation Industry Corporation of China (AVIC) ha annunciato il primo volo del suo drone pesante a reazione Jiutian (High Sky), in grado di trasportare e rilasciare fino a 100 piccoli UAV kamikaze guidati dall’Intelligenza Artificiale.
La «nave madre» del drone, con una capacità di carico utile massima di quasi sei tonnellate, era già stata mostrata in precedenza equipaggiata con diverse munizioni aria-superficie e aria-aria.
Secondo il produttore, il Jiutian può operare a quote fino a 15.000 metri e mantenere il volo per 12 ore consecutive.
Come riportato da Renovatio 21, la Cina negli anni passati aveva varato anche una nave portaerei per droni.
Nel frattempo, secondo quanto riportato dalla CNN lo scorso settembre citando un generale dell’esercito, le forze armate statunitensi stanno cercando di colmare il divario nelle tecnologie moderne dei droni.
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Cina
La Cina prende in giro il meme del pinguino della Groenlandia della Casa Bianca
Embrace the penguin. pic.twitter.com/kKlzwd3Rx7
— The White House (@WhiteHouse) January 23, 2026
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Even if there are penguins in #Greenland, it would be like this… @WhiteHouse #USA #Hegemony pic.twitter.com/X9lwM3yE1F
— China Xinhua News (@XHNews) January 24, 2026
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Cina
Tutti gli interessi cinesi in Sud America a cui Trump vuole mettere fine
Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di AsiaNews. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.
Dopo la cattura del presidente venezuelano, sono tornati al centro dell’attenzione le tensioni strategiche tra gli Stati Uniti e la Cina, che negli ultimi anni ha pesantemente investito in America Latina e nei Caraibi. La competizione tra le due potenze potrebbe tornare sul canale di Panama, che negli ultimi anni ha cercato di bilanciare interessi contrapposti, ma nel mirino di Washington potrebbero finire anche altri progetti infrastrutturali e investimenti nelle materie prime di Pechino.
Dopo la cattura e il rapimento del presidente del Venezuela, Nicolas Maduro, il presidente statunitense Donald Trump ha segnalato che gli Stati Uniti potrebbero rivolgere ora le loro attenzioni ad altri territori strategici e ricchi di risorse. Tra questi anche Panama e in particolare il suo canale, che, come il Venezuela, è un luogo su cui la Cina ha pesantemente investito negli ultimi anni.
L’influenza sul canale di Panama era una questione a gennaio dello scorso anno durante il discorso di insediamento di Trump, che aveva dichiarato che gli Stati Uniti si sarebbero ripresi il canale. Nella strategia sulla sicurezza nazionale, il documento pubblicato a inizio dicembre dall’attuale amministrazione, Washington aveva chiarito la propria volontà di «ripristinare la supremazia americana nell’emisfero occidentale» e «escludere i concorrenti non appartenenti all’emisfero», un neanche troppo velato riferimento a Pechino.
A pochi giorni di distanza, il governo cinese aveva pubblicato un proprio documento sulla regione dell’America Latina e dei Caraibi in cui riaffermava i legami diplomatici tra la Cina e la regione: «La Cina ha sempre dimostrato solidarietà incondizionata nei confronti del Sud del mondo, compresi l’America Latina e i Caraibi».
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Si tratta di una risposta alle alleanze militari che gli Stati Uniti hanno stretto con i Paesi dell’Asia e che Pechino percepisce come una crescente ingerenza nel proprio «cortile di casa». Per questo le azioni degli Stati Uniti in Venezuela ora preoccupano soprattutto alcuni dei principali alleati asiatici di Washington come il Giappone e le Filippine. Allo stesso tempo, diversi Paesi dei Caraibi, come Guatemala, Haiti, Belize e altre isole più piccole mantengono ancora relazioni diplomatiche con Taiwan, un’altra questione su cui si sono concentrati gli sforzi di Pechino, che considera l’ex isola di Formosa una «provincia ribelle» e una questione prettamente interna su cui gli altri Paesi non devono avere voce in capitolo.
Secondo alcuni analisti, la competizione tra Cina e Stati Uniti in America Latina è appena iniziata. A partire dal 2018 la Cina ha siglato accordi di partenariato parte della Belt and Road Initiative con 24 Paesi sudamericani e in alcuni casi ha sostituito gli Stati Uniti come principale partner commerciale. Uno dei progetti cinesi più ambiziosi della regione è il porto di Chancay, vicino a Lima, controllato per il 60% dall’impresa statale cinese COSCO.
Inaugurato a novembre 2024, da tempo definito «la porta d’accesso» della Cina in Sud America. Si tratta infatti del primo porto in grado di gestire enormi navi portacontainer: l’obiettivo è fare in modo che i prodotti sudamericani (soprattutto soia, rame, petrolio e litio) vengano scambiati con le merci cinesi, riducendo la dipendenza dai porti nordamericani e i costi logistici fino al 20%, permettendo di risparmiare 10 giorni di navigazione.
Come ha spiegato nei giorni scorsi al Wall Street Journal Leland Lazarus, ex diplomatico statunitense e oggi consulente per la difesa, Washington teme che alcuni di questi hub logistici possano trasformarsi in punti di supporto strategico per le forze armate cinesi. Secondo alcune relazioni del Dipartimento della Difesa americano, Cuba è uno dei Paesi in cui la Cina potrebbe aver considerato di installare una base militare.
Altre statistiche affermano che tra il 2009 e il 2019 Pechino ha trasferito equipaggiamenti militari per un valore complessivo di 634 milioni di dollari a cinque Paesi latinoamericani, con il Venezuela in testa alla lista. Mentre solo tra il 2000 e il 2018 Pechino ha investito 73 miliardi di dollari in materie prime e in particolare in quello che viene chiamato il Triangolo del Litio, formato da Argentina, Bolivia e Cile.
Panama, che nel 2017 ha riconosciuto la politica di «una sola Cina» recidendo i legami con Taiwan, rischia di essere il prossimo Paese in cui verranno alla luce tutte le tensioni tra Pechino e Washington. Dopo le affermazioni di inizio mandato di Trump, il Paese centramericano si era ritirato dalla Belt and Road Initiative. Nel tentativo di abbassare ulteriormente la disputa sul canale, il presidente panamense, José Raúl Mulino, a maggio non ha preso parte al CELAC, il vertice tra i leader sudamericani e il presidente cinese Xi Jinping.
Il 28 dicembre le autorità della città di Arraiján hanno rimosso un monumento dedicato al contributo dei lavoratori cinesi alla costruzione del canale di Panama durante il XIX secolo, un’azione che ha subito scatenato le ire di Pechino. «Il monumento era una testimonianza e un memoriale dell’amicizia secolare tra Cina e Panama e dell’enorme contributo dato dai lavoratori cinesi che hanno attraversato gli oceani, e alcuni dei quali hanno persino pagato con la costruzione con la propria vita», ha comunicato il ministero degli Esteri cinese.
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Anche il presidente di Panama ha condannato l’atto: «non c’è alcuna giustificazione per la barbarie commessa dal sindaco di Arraiján nel demolire il monumento alla comunità cinese costruito sul Ponte delle Americhe», ha scritto in un post su Facebook, sottolineando che la comunità cinese a Panama «merita tutto il nostro rispetto. È necessario avviare immediatamente un’indagine. Un atto così irrazionale è imperdonabile».
Sul tavolo del governo panamense c’è ancora l’accordo annunciato da BlackRock a marzo di quest’anno: il consorzio aveva proposto un accordo da 22,8 miliardi di dollari per l’acquisto del 90% di Panama Ports da CK Hutchison, una società di Hong Kong che aveva dal 1996 il controllo dei porti di Balboa e Cristóbal, un tentativo di riportare il canale sotto il controllo di acquirenti allineati con gli Stati Uniti.
Il Brasile, al contrario, a maggio 2025 ha firmato 37 accordi bilaterali con la Cina, mentre la ferrovia Transoceanica che dovrebbe collegare l’Atlantico brasiliano al Pacifico peruviano attraversando l’Amazzonia e le Ande, seppur annunciata nel 2014, aspetta ancora di essere portata a termine. La Cina, però, da sempre ragiona su una logica di lungo periodo.
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Immagine di Presidencia Perú via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic
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