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Immigrazione

Catastrofe immigrata a Vicenza. L’anarco-tirannia maranza espugna un’altra città

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L’anarco-tirannia immigrata ha dato una prova ulteriore di forza, conquistando di fatto un’altra città italiana. Il significato epocale dell’accaduto, tuttavia, sembra non essere chiaro a tutti i politici che, da destra o sinistra, ora lamentano l’accaduto. Né ai giornali dell’establishment, che non riescono nemmeno a parlare di quanto successo come di una questione legata all’immigrazione.

 

In verità siamo dinanzi ad un momento storico, il cui senso, per il destino delle nostre città e della società stesso, va compreso fino in fondo.

 

I fatti: sabato pomeriggio a Vicenza, Campo Marzo, l’area verde davanti alla stazione. Un migliaio di giovani immigrati hanno risposto all’appello social di Hamza Messaf, influencer noto come «Ilvucumprà», che, con barbetta che può ricordare altri tipi di predicatori,  su Instagram e TikTok aveva convocato i suoi follower per il «battle aura tour»: nel gergo delle nuove generazioni, avere aura significa avere carisma. Si tratta di una disfida di pose, balletti a favore di smartphone la cui cifra narcisistica è autoevidente.

 

Secondo quanto riportato, l’«evento» vedeva in palio vestiti da distribuire gratis ai partecipanti. Si è presentata una marea di immigrati tra i 15 e i 18 anni, ma anche, dicono le cronache, di 10-11, alcuni con i genitori (che immaginiamo siano immigrati che approvano l’ambiente). In pratica, un’immane orda maranza radunatasi a viale Roma, il tratto di strada costeggiato dal verde di Campo Marzo che congiunge la stazione ferroviara al centro storico palladiano.

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Il Messaf vucumprà (nome che ascoltiamo perfino con una certa nostalgia) aveva avvisato le forze dell’ordine, e il viale era presidiato da questura, carabinieri e polizia locale. Alla notizia del suo arrivo la folla si è spostata in viale Roma, all’ex Caffè Moresco (un locale bello e antico, costruito nel 1838 in stile neomoresco, ma che non trova pace: continua a cambiare gestione senza trovare stabilità a causa della percezione del degrado circostante) e infine al Park Verdi, inseguendo l’influencer assediato dai fan.

 

I giornali scrivono che quindi la situazione sarebbe «degenerata». Si parla di un’aggressione all’influencer, non confermata dalla questura. Nel parcheggio sono state divelte una sbarra e la porta dell’ascensore per l’interrato, mentre il furgone di Messaf ha perso un finestrino nell’allontanarsi. Qualcuno è rimasto ferito, con sangue sul marciapiede.

 

Attenzione: il Park Verdi, cosa che non sembra interessare le testate che ne parlano, è un parcheggio sotterraneo. Non è chiaro se l’intenzione sia stata quella di spostare il tutto sottoterra, ma vi sono immagini circolanti della massa che sale dall’uscita (dove sono state distrutte le sbarre), più ci sono le voci dell’ascensore danneggiato. Il Park Verdi è il luogo dove, avendoci i soldi – perché è ovviamente caro – uno mette la macchina per averla comoda e custodita in sicurezza. Anche questa piccola certezza svanisce grazie all’invasione maranza: in un’ulteriore infrazione della logica pubblica e civile, chi ha sborsato di più si è ritrovato con il bene dell’auto esposto alla barbarie.

 

I disordini anche in piazzale Giusti (che, con una genialata dell’assessorato, è stato reso a senso unico, intasando il traffico dell’area), corso San Felice (dove è stato messo il traffico a due sensi, contestatissimo dai locali), via Napoli (sede di call-center e delle attività delo sottobosco immigrato) e viale Milano, vera casbah cittadina dove in molti hanno paura a camminare anche di giorno, di notte nemmeno a parlarne.

 

Secondo quanto riportato, alcune ragazze avrebbero riferito di molestie: immancabili in queste occasioni, dove certamente non si può fare a meno della grande tradizione della taharrush gamea, la molestia di massa araba.

 

La zona è da anni al centro delle polemiche cittadine. Il Campo Marzo è luogo non solo di bivacco di balordi immigrati, ma anche di spaccio all’aperto (fenomeno impensabile in città solo pochi decenni fa) e pure di accoltellamenti. Chi scrive può testimoniare che, provando ad attraversarlo di sera per puro esperimento, il luogo si è trasformato chiaramente in una no-go zone.

 

Una cancellata eretta per escludere una parte del parco ha avuto esiti tristi e grotteschi, come l’imprigionamento della statua di Antonio Pigafetta, il letterato vicentino diarista di Magellano. Ne avevamo scritto in un articolo su Renovatio 21: nel tratto di strada dove vi era un grande cinema, un eccezionale negozio di musica, una banca, un rinomato commercio di giocattoli, una libreria tramite la quale lo scrivente da giovanissimo aveva potuto leggersi Shakespeare, Nietzsche, Proust, Schopenhauer a 1000 lire al colpo, tutto è stato sostituito da molteplici kebab e, novità che fa comprendere la portata dell’immigrazione dell’Africa nera, rivendite di pollo fritto, tutte l’una accanto all’altra.

 

Lo avevamo definito come il fenomeno delle nostre città ridisegnate dagli immigrati. I sonori schiamazzi maranza udibili in piazza De Gasperi, l’esedra con cui termina viale Roma, dimostrano che il dominio immigrato del territorio è incontrastato. Tali osservazioni, tuttavia, paiono sfuggire del tutto al potere costituito.

 

In un’ulteriore mossa urbanistica che ha dell’incredibile, il comune ha di fatto ristretto enormemente le carreggiate in viale Roma per ampliare parossisticamente il marciapiede – cioè dove stanno gli immigrati – disassando al contempo la prospettiva di chi arriva verso la città, che si trova ridicolmente fuori asse rispetto alla porta del Giardino Salvi che si scorge alla fine del viale.

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Qui è sensibile tutta l’insipienza dello Stato moderno: i grandi viali non solo danno il giusto respiro di bellezza e di potenza di una città, ma consentono alle autorità di portare rapidamente truppe per sedare disordini. È la lezione del barone Georges-Eugène Barone Haussmann, che abbattendo edifizi a favore di grandi boulevard trasformò radicalmente il volto di Parigi tra il 1852 e il 1870, su incarico di Napoleone III. Poco dopo anche la Roma post-papalina decide di hausmanizzare l’urbe creando via Nazionale, Corso Vittorio Emanuele II, via Cavour.

 

Ora, nel momento del caos maranza, si può capire quanto tale semplice principio urbanistico sia attuale – oltre che esteticamente giusto.

 

Parliamo proprio di Hausmann perché la realtà della situazione, a quanto pare ancora non compresa dal potere cittadino né da quello romano, è quella di un problema militare. Non si tratta di una questione sociale, o addirittura educativa, come ha pazzescamente dichiarato il sindaco di sinistra.

 

E non si tratta nemmeno di ordine pubblico: no, quello che stiamo vedendo è, a tutti gli effetti, un’invasione del territorio nazionale. Non stiamo parlando in linguaggio figurato. La volontà stessa della massa immigrata è annunciata da essa apertis verbis. Non solo nei video circolanti sui social giovanili, ma pure in slogan scanditi al momento della conquista: i giornali, per pudore da Carta di Roma immaginiamo, non riportano alcun virgolettato di quanto cantato dagli stranieri a Vicenza sabato scorso. Arriva solo una parafrasi: dicono che inneggiavano al cambiamento del Paese.

 

Sui social invece qualcuno insinua che sarebbe stato detto «Avete visto cosa è successo in Francia? Questi vogliono cambiare questo fottuto Paese» oppure «bruciamo l’Italia come la Francia», con riferimento ai belluini fatti d’Oltralpe di questi giorni.

 

In pratica, non solo un chiaro intento eversivo (per il quale vi è nel Codice Penale l’intera categoria dei delitti contro la personalità dello Stato, oltre ai più generici delitti contro l’ordine pubblico), ma il tentativo riuscito di espugnare una parte del territorio italiano per farne qualcos’altro – forse quella cosa che nei centri sociali degli anni Novanta si chiamava T.A.Z., zona temporaneamente autonoma, come nell’idea del teorico anarco-pedofilo Hakim Bey.

 

Erano T.A.Z. la Genova devastata durante il G8 del 2001, dove i manifestanti «aprivano» negozi e pompe di benzina abolendo le leggi sociali. Sono T.A.Z. i rave illegali dove, con l’occupazione non autorizzata di suolo pubblico o privato, i raver possono riempirsi di droghe sintetiche e fare qualsiasi cosa vogliano. Sono T.A.Z., ma questo è più difficile ammetterlo, anche perché il carattere di temporaneità si perde, le no-go zone islamiche di Finsbury Park a Londra, Saint–Denis a Parigi, Molenbeek a Bruxelles, Malmö in Svezia e in Italia, con episodi di disordine assicurato a capodanno, San Siro a Milano. È solo una manciatina di esempi eclatanti: un report recente stima che esistano tra le 900 e le 1.000 aree urbane con caratteristiche riconducibili a no-go zone.

 

Per il lettore di Renovatio 21 si tratta di un déjà vu. Questo fenomeno lo avevamo visto, e analizzato in tutta la sua portata epocale, ancora quattro anni fa, quando un’intera cittadina fu di fatto sottratta al controllo dello Stato italiano: Peschiera del Garda, quando una torma di ragazzini africani – forse duemila elementi – si impossessò degli spazi urbani, urlando e vandalizzando con il fine, esplicitato in vari messaggi sui social, di rendere il paese lacustre non più Italia, ma Africa.

 

In pratica, non si trattava di una festa – o di un rave, come aveva scritto qualche giornalista eunuco – ma di una vera, enorme manifestazione identitaria: individui nati e cresciuti in Italia ma che si sentono parte di una supposta identità pan-africana (dove i maghrebini possono convivere con i subsahariani: nell’Africa vera non è così facile….). Tale sentimento rappresenta una lieve foglia di fico per l’odio che essi nutrono verso il Paese dove stanno. Un disprezzo che è slatentizzato, disinibito, tracotante – e impunito.

 

Il lettore di Renovatio 21 può vedere la continuità totale fra i due eventi: come a Peschiera, anche a Vicenza il raduno è lanciato sui social, i ragazzini immigrati si riprendono con il telefonino in danze ebeti e pose di narcisismo imbecille, gli slogan si basano sull’antinazionalismo sfrontato, i danni alle proprietà vengono inflitti automaticamente.

 

In ambo le situazioni il cittadino assiste all’impotenza delle forze dell’ordine. Erano semplicemente allucinanti le scene di Peschiera dove la carica dei celerini veniva derisa dagli astanti, perché colpiva, se riusciva ad acchiapparli, solo pochi ragazzini immigrati, con gli altri che sghizzavano e riprendevano tutt’intorno, magari saliti sopra il tetto di un’automobile. È la rappresentazione plastica dell’impotenza dello Stato, della vittoria del programma di conquista immigrato, che i giovani hanno l’impudenza di dichiararci in faccia, e per questo bisogna esser loro grati.

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Infine osserviamo come in questi accadimenti arrivano sempre le storie di molestie alle donne, rammentando che per le ragazzine italiane aggredite sul treno che da Peschiera andava a Milano (erano state a Gardaland, sul vagone prima degli abusi è stato detto loro che quel vagone non era per le italiane) l’inchiesta è stata archiviata, perché le telecamere dei treni non erano in funzione. Del significato sociopolitico e strategico dello stupro sistemico, nel contesto di invasione in corso, abbiamo parlato in un altro articolo.

Dobbiamo comprendere che queste scene, questi delitti diffusi, sono solo l’anteprima di ciò che ci aspetta – e non solo nelle banlieues alla parigina, ma, come visibile, nel cuore storico stesso delle nostre città. Una società riformulata secondo la barbarie continua, un mondo dove ogni logica umana di sicurezza, e di giustizia, viene cancellato.

 

Abbiamo usato per questa situazione il termine coniato negli anni Novanta dallo scrittore «paleoconservatore» Samuel T. Francis (1947-2005), «anarco-tirannia». L’anarco-tirannia descrive uno Stato che resta potente e funzionante in molti ambiti, come tasse, burocrazia e regolamentazione, ma che non svolge o rifiuta di svolgere le sue funzioni protettive fondamentali. Il risultato è una combinazione di due cose: L’anarchia, perché i criminali veri non vengono perseguiti o vengono tollerati; la tirannia, perché il potere dello Stato si abbatte invece sui cittadini onesti e rispettosi della legge.

 

Chi ricorda l’epoca COVID ha potuto testimoniare con quale pugno di ferro lo Stato moderno distruggeva i diritti fondamentali, persino i suoi stessi principi costituzionali, per reprimere il cittadino: al contempo, in lockdown era possibile vedere sgherri immigrati continuare nel loro bivacco pubblico, che proseguiva beato in assenza di green pass. Scendendo più nel quotidiano, lo stesso può dirsi delle multe, del bollo alto, e via dicendo: ambiti dove lo Stato moderno mostra, solo col cittadino autoctono contribuente, un’inflessibilità assoluta.

 

«Questa condizione, che in alcuni dei miei articoli ho definito “anarco-tirannia”, è essenzialmente una sorta di sintesi hegeliana di quelli che sembrano essere opposti dialettici: la combinazione di un potere governativo oppressivo contro gli innocenti e i cittadini rispettosi della legge e, simultaneamente, una grottesca paralisi della capacità o della volontà di usare tale potere per svolgere doveri pubblici fondamentali come la protezione o la sicurezza pubblica» scriveva Francis nel saggio Anarcho-Tyranny, U.S.A. (una conferenza del 1993, il cui testo è stato pubblicato su Chronicles nel luglio 1994). «Ed è caratteristico dell’anarco-tirannia non solo non punire i criminali e non far rispettare l’ordine legittimo, ma anche criminalizzare gli innocenti».

 

Nel 2005, nell’articolo Synthesizing Tyranny, Francis ribadiva: «Ciò che abbiamo oggi in questo paese, dunque, è sia anarchia (l’incapacità dello Stato di far rispettare le leggi) sia, allo stesso tempo, tirannia: l’applicazione delle leggi da parte dello Stato a fini oppressivi; la criminalizzazione dei cittadini onesti e innocenti attraverso una tassazione esorbitante, una regolamentazione burocratica, l’invasione della privacy e la manipolazione delle istituzioni sociali, come la famiglia e le scuole locali; l’imposizione del controllo del pensiero attraverso “corsi di sensibilizzazione” e programmi di studio multiculturali, leggi sui “crimini d’odio”, leggi sul controllo delle armi che puniscono o disarmano cittadini altrimenti rispettosi della legge, ma non hanno alcun impatto sui criminali violenti che si procurano armi illegalmente, e un vasto labirinto di altre misure. In una parola, anarchia-tirannia».

 

La questione è, come sempre, che se il sistema produce l’anarco-tirannia, allora significa che quello è lo scopo: secondo la celebre definizione, il punto di ogni sistema è ciò che fa. Secondo Francis, «lo Stato non “omette” di far rispettare le altre leggi; non ha alcuna intenzione di farle rispettare né alcun desiderio di farlo. L’anarchia-tirannia è del tutto deliberata, una trasformazione calcolata della funzione dello Stato, da uno Stato impegnato a proteggere i cittadini rispettosi della legge a uno Stato che tratta il cittadino rispettoso della legge come, nella migliore delle ipotesi, una patologia sociale e, nella peggiore, un nemico».

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Francis considerava il concetto di anarco-tirannia come un addendo alla critica dello «Stato manageriale» del filosofo e politologo conservatore James Burnham (1905-1987), che aveva previsto che l’oligarcato avrebbe sostituito i grandi capitalisti con una classe di tecnocrati. Secondo Francis il fenomeno del disordine è incorporato nel sistema stesso e non si risolve combattendo la corruzione o cambiando i governanti. Citava l’esempio dei commercianti coreani arrestati o ostacolati durante i disordini di Los Angeles del 1992, dove avevano costituito un formidabile servizio d’ordine armato per difendere le loro proprietà ed attività dalle razzie della comunità nera in rivolta per l’assoluzione dei poliziotti che avevano pestato il tale Rodney King.

 

«In un regime anarchico, il crimine è permesso e i criminali non vengono arrestati né puniti. Sotto una tirannia, i cittadini innocenti vengono puniti. La maggior parte delle società del passato ha ceduto all’una o all’altra, ma per quanto ne so mai a entrambe contemporaneamente» scriveva Francis. «Il risultato dell’anarchia-tirannia è che il governo accresce il proprio potere, i criminali non vengono controllati e i cittadini rispettosi della legge finiscono per essere repressi dallo stato e attaccati da teppisti».

 

Se vi chiedete perché il potere stia attivando un tale programma, rispondetevi guardando le vostre vite: una volta impauriti, spinti alla base della piramide di Maslow (in cerca di sicurezza, e forse più avanti, di cibo) dai branchi barbari, avrete ancora voglia di chiedere che i vostri diritti, le vostre esistenza, siano rispettate?

 

Una volta schiacciati dalla paura della jungla urbana, avrete ancora l’energia per chiedere dignità per il lavoro, un futuro per i figli, il rispetto della vostra vita biologica?

 

La risposta è, chiaramente, sempre no. Traiamo, quindi, le vere conseguenze. Quello che abbiamo visto a Vicenza (e Peschiera, e in Francia, e ovunque) non è un incidente. È un atto deliberato di ingegneria sociale.

 

Le nostre città, le nostre società, stanno venendo trasformate sotto i nostri occhi – ci stanno venendo sottratte, assieme ai nostri diritti fondamentali, perfino il diritto di esistere.

 

Quello che succederà non lo sappiamo: crediamo però che se prima del collasso un reazione vi sarà, essa si manifesterà in una terrificante, infausta «purga» che assumere tutti i crismi di una guerra civile, o meglio, di una guerra internazionale però combattuta dentro il cuore stesso dei Paesi europei.

 

Quale di questi Paesi europei partirà per primo a reagire non sappiamo dirlo. Tanto è insostenibile la situazione quanto è imprevedibile l’esito – che sarà, giocoforza, una riprogettazione sistemica, con la defenestrazione dell’élite al potere.

 

L’alternativa, e le immagini sono sempre più chiare, sarà l’inferno sulla nostra terra.

 

Roberto Dal Bosco

 

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Immigrazione

Studente francese usa il lanciafiamme contro la prof

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La polizia francese ha arrestato un adolescente accusato di aver indirizzato, con una bomboletta spray, un getto di fiamme sul volto di una donna nel corso delle «proteste» studentesche che stanno interessando il Paese.   Mentre i giornali parlano di «studenti», agli osservatori è chiaro che si tratta di giovani immigrati, che esprimono la loro «protesta» devastando e saccheggiando, con negozi di griffe sportive espugnati.   L’episodio è stato ripreso giovedì a Marsiglia, dove i manifestanti hanno preso di mira i mezzi pubblici, dando fuoco ad almeno un autobus e a un’autopompa.   La vittima, un’assistente sociale, ha raccontato a BFM TV di trovarsi in attesa dell’autobus quando un gruppo di giovani si è avvicinato e ha cominciato a vandalizzare la fermata. Ha spiegato di aver tentato di intervenire, e che uno dei ragazzi ha allora usato una bomboletta spray come lanciafiamme di fortuna.    

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«Non mi aspettavo tanta violenza. Pensavo che mi avrebbero spintonata… Non mi aspettavo che i ragazzi fossero così violenti», ha detto la donna. «Per fortuna, il mio viso non ha riportato ferite gravi come le immagini potrebbero far pensare», ha aggiunto.   Secondo Le Parisien, la donna ha subito ustioni di primo grado al volto. La polizia ha identificato il sospettato in un ragazzo di 15 anni, il cui nome non è stato diffuso.   Le manifestazioni sono partite a fine settembre per «protestare» contro la mancanza di insegnanti in un liceo di Créteil, alle porte di Parigi, e si sono poi estese in tutto il Paese. Gli studenti chiedono condizioni di studio migliori, tra cui più docenti, classi meno affollate e la riparazione degli edifici fatiscenti, oltre a maggiori finanziamenti per la scuola pubblica.   Questa settimana sono state coinvolte più di 1.200 scuole e oltre 5.000 persone sono state arrestate, mentre le «proteste» sono degenerate in violenze. La portavoce della Polizia nazionale, Agathe Foucault, ha dichiarato sabato che oltre 600 agenti di polizia e gendarmi sono rimasti feriti. Il prefetto di polizia di Parigi, Patrice Faure, ha definito i disordini «fuori controllo».   Il ministro dell’Istruzione Edouard Geffray ha detto venerdì che, dall’inizio delle «proteste», sono rimasti feriti 65 membri del personale scolastico, di cui 40 presidi. Ha inoltre segnalato danni gravi in oltre 100 scuole.   Il ministro della Giustizia Gerald Darmanin ha chiesto una risposta ferma della giustizia penale e, ove opportuno, che i genitori siano ritenuti civilmente responsabili dei danni provocati dai figli.   Il governo ha inoltre attribuito le violenze al partito di sinistra La France Insoumise e alle sue «filiali di estrema sinistra». Il partito ha respinto l’accusa e ha invitato gli studenti a non ricorrere alla violenza.

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Le associazioni studentesche hanno preso le distanze dagli scontri, ma hanno indetto ulteriori manifestazioni per il 6 ottobre, sostenendo che il governo non ha ancora messo sul tavolo misure concrete per le loro richieste.   Louise Paternoster, rappresentante sindacale del settore istruzione della CGT nella regione di Seine-Saint-Denis, ha ricondotto la carenza di personale ai tagli del governo, che nel 2026 hanno soppresso 3.256 posti di insegnamento a livello nazionale.   Il bilancio proposto dall’esecutivo per il 2027, presentato giovedì, prevede un aumento di 1,2 miliardi di euro per l’istruzione, e allo stesso tempo l’eliminazione di altri 1.588 posti di insegnamento. Geffray ha difeso i tagli annunciati, richiamando il calo del numero di studenti.   Le «proteste» studentesche si sovrappongono a un più ampio movimento sindacale in tutta la Francia: i sindacati stanno organizzando scioperi e cortei contro i salari, la spesa pubblica e i piani di bilancio del governo.

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La Francia sconvolta dall’anarcotirannia scolastica

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Venerdì quattrocento scuole in tutta la Francia sono rimaste chiuse a causa di violente proteste, durante le quali studenti delle superiori hanno dato alle fiamme edifici e automobili e ferito degli insegnanti. Secondo quanto visibile, la massa di studenti sembra costituita per lo più da immigrati, forse di seconda o terza generazione.

 

Secondo l’agenzia Reuters, il movimento, nato in forma pacifica con i blocchi davanti agli istituti, è degenerato in vera e propria violenza urbana. La situazione è stata particolarmente tesa a Marsiglia, a Nantes, nel sud del Paese e a Saint-Denis, nella periferia di Parigi.

 

Gli esponenti del partito di sinistra La France Insoumise (LFI) hanno preso le parti degli studenti, e alcuni sono arrivati a partecipare agli scontri.

 

«Ritchy Thibault, ex assistente parlamentare della deputata di LFI Ersilia Soudais, è stato arrestato oggi a Seine-Saint-Denis durante i blocchi delle scuole superiori», ha riferito europa.com. Thibault avrebbe dichiarato: «Attaccheremo tutte le stazioni di polizia di questo Paese», «domani daremo fuoco all’Eliseo» e «faremo saltare tutto in aria, sarà un incendio».

 

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Secondo Reuters, «i legislatori e i sindaci di estrema sinistra sono stati accusati dagli oppositori politici di alimentare il movimento di protesta presentandosi davanti alle scuole superiori e difendendolo». Da parte sua, «LFI ha respinto l’accusa di essere dietro le proteste».

 

Il deputato di LFI Louis Boyard ha replicato ai microfoni di BFM TV: «LFI ha sempre sostenuto le manifestazioni non violente». E ha aggiunto: «Il governo, trasformandola in una battaglia politica, ha gettato benzina sul fuoco insultando e reprimendo gli studenti delle scuole superiori».

 

Le immagini impressionanti in cui una donna bionda – un’insegnante, dicono in rete – viene picchiata da uno studente nero tra gli incitamenti dei compagni mostra il livello belluino a cui si è arrivati. Secondo quanto si apprende, la scena sarebbe stata girata ad Annecy, incantevole cittadina alpina che, fino a pochi anni fa, non conosceva in alcun modo il fenomeno della multicultura.

 

Il clima è cambiato, quindi, anche al di fuori di delle grandi banlieue metropolitane (Parigi, Lione, Marsiglia) e pure nelle cittadine della Francia rurale, che sono state travolte dall’invasione calergista.

 

Le immagini dei negozi di griffe sportive saccheggiati – tanto per far capire che la protesta scolastica è solo un innesco per i disordini catastrofici – stanno ad indicare il livello di barbarie ulteriore in caricamento, perché questi ragazzi oggi sono forse neanche maggiorenni, e per le prossime decadi potrebbero non perdere né la voglia di devastazione né l’odio, incontrovertibile, per la Francia, la sua società, le sue città.

 

Tale barbarie, il lettore di Renovatio 21 lo sa, ha un nome: anarco-tirannia. È la riformulazione sociale per cui i distruttori immigrati saranno lasciati liberi di delinquere e vandalizzare, mentre il cittadino autoctono, contribuente, non-criminale, sarà schiacciato sia dalla violenza delle bande straniere che da uno stato che inflessibilmente lo prosciugherà con le tasse, con le multe, con la repressione dei propri diritti – come visto con il COVID.

 

L’Italia, in quest’orrido precipizio verso la disintegrazione sociale, è appena dietro alla Francia: anzi, siamo certi che, vista l’impunità in cui sguazzano gli immigrati nello Stivale, potremmo prendere la testa della classifica davvero a breve.

 

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L’ascesa del problema bengalese in Italia

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Un amico, un signore che viaggia ben oltre gli ottant’anni e a cui voglio tutto il bene possibile, mi racconta questa scena dolorosa. Venezia, sta scendendo dal vaporetto per andare a trovare i famigliari. Scivola. È una brutta caduta davvero, lì per lì non riesce ad alzarsi. Lo soccorrono dei passanti che sono, più o meno, coetanei. Ad assistere a tutta la scena, impassibili, ci sono dei ragazzi bengalesi. Non muovono un dito: questo signore elegante, in evidente stato di difficoltà, non smuove nessun sentimento: né pietà, né senso di gratitudine per l’anziano che è, a rigor di logica umana, loro ospite.   Il problema bengalese a Venezia, e nel veneziano, è ben noto. Alcuni sostengono che il centrosinistra le elezioni le ha perse lì, nel Bangladesh lagunare, dove vivono, si dice, qualcosa come 20.000 bengalesi. Il candidato centrosinistro Andrea Martella, che sulla carta era dato per vincitore netto, aveva inserito sei o sette candidati bengalesi nelle proprie liste. Solo due correvano per il consiglio comunale, gli altri erano candidati alle municipalità.

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I giornali di centrodestra attaccarono subito: i bengalesi, che sono musulmani, chiedevano perentoriamente la costruzione di una moschea a Mestre. Il Giornale, aveva parlato di una campagna elettorale parallela, condotta nella lingua dei candidati – il bangla – e rivolta ai circa 15.000 bengalesi con diritto di voto. Nelle comunicazioni elettorali diffuse sulle piattaforme online e nei volantini si sarebbe fatto esplicito riferimento a invocazioni religiose (come «Che Allah ci protegga tutti e ci dia la capacità di prendere la decisione giusta», «Nel nome di Allah il misericordioso, il compassionevole, alle prossime elezioni metti una croce sul simbolo PD»). Il PD si imbarazzò un pochino, ma, come sempre, non troppo.   Libero scrive che il sito internet di una candidata in hijab avrebbe «in fondo alla pagina (…)  una partita IVA di fantasia, numero 12345678901, che non risulta attiva. Un numero irreale per una attività reale con tanto di foto e filmati anche sulle piattaforme social». Un’altra candidata bengalo-piddina vanta sui social «decine di migliaia di follower» per «un’attività molto ampia tra consulenza in materia di immigrazione». Tuttavia, scrive il giornale milanese, «non esiste una ragione sociale verificabile pubblicamente, i contatti sono esclusivamente su Gmail e WhatsApp».   Non bastasse, ecco che arriva la tegola ulteriore: a meno di due settimane dal voto, un uomo bengalese di 36 anni viene arrestato a maggio 2026 a Mestre con l’accusa di aver violentato una connazionale di 17 anni, che peraltro è già madre.   Il risultato è stata la catastrofe elettorale per il Partito Democratico, che pensava di riprendersi la Serenissima, ridottasi nelle ultime decadi a bastione della sinistra italiana. E invece…   La percezione da parte dei veneziani, pure quelli radical-chic che possono permettersi di vivere in laguna, della questione bengalese è stata ampiamente sottovalutata – da tutti. Bisogna pensare a Jesolo: la principale sala giochi su spiaggia sabbiosa del veneziano, costruita attorno ad un lunghissimo viale (ben 13 chilometri), via Bafile, dove i negozietti dove un tempo una gentile signora vendeva creme da sole e giornali tedeschi, le boutique di bei costumi e i negozi di articoli nautici sono stati per lunghi tratti totalmente sostituiti da commerci di cianfrusaglie bengalesi, con merce – cinese – tutta uguale, tutta scadente, e nessuna capacità dei venditori, che se entri nel loro negozio ti guardano senza muoversi, e forse non solo perché molti di loro non parlano l’italiano.   Un’invasione vera e propria, la «grande sostituzione» migratoria in versione bottegaro-balneare. Un fenomeno che colpisce al cuore chi ha conosciuto la località turistica negli anni belli, quelli del benessere diffuso anche e soprattutto per le classi operaie. Uno spettacolo indecente che non può non aver ferito la sensibilità veneziana.   E ancora: davvero, costruire una moschea a Venezia, la potenza storica che più di chiunque fece contro i turchi e l’islamizzazione dell’Europa e delle sue coste? La città di Lepanto e di Marcantonio Bragadin (1523-1571), scuoiato vivo dai musulmani? Dove per dire che qualcuno ci mette troppo tempo di dice che «va mecando» (cioè, «va a la Mecca»), dal verbo mecar, perdere tempo, indugiare? (In effetti, verbo perfetto per discutere l’indolenza dei personaggi bengalesi di cui stiamo parlando: vanno alla Mecca, ma stando a Venezia)

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Il voto veneziano, quindi, può essere visto come un referendum sui bangla, popolazione di cui fino a pochi anni fa l’opinione pubblica ignorava l’esistenza. Ma che ora si trova sotto i riflettori per la sua capacità coriacea di chiudere la comunità – ed infiltrare la politica, parrebbe – e per certi reati che finiscono nelle cronache.   Tuttavia, siccome i bengalesi non sono i filippini, né i cinesi, davanti a tanta pubblicità negativa e perfino al respingimento elettorale di chi voleva avallarli mica hanno abbassato la cresta. Macché: eccoti che a fine agosto la comunità minaccia uno sciopero se non verrà costruita la moschea. «Se non ci consentiranno di costruire la nostra moschea  siamo pronti a scendere in piazza» dice un leaderino di una sigla bangla, ricordando che i suoi conterranei lavorano nel turismo e nell’ospitalità.   Pochi giorni dopo, arriva un altro fatto di cronaca clamoroso, inedito per la città che ospita la Biennale e il Festival cinematografico più antico. Lunedì 7 settembre, durante la Mostra del Cinema, l’attrice bengalese Azmeri Haque Badhon, a Venezia con la pellicola The Difficult Bride, viene aggredita a Mestre da alcuni connazionali: insulti sessisti, telefono sottratto, colpi – e la sensazione che potessero ucciderla, racconta la vittima. «Ho avuto la sensazione che potessero uccidermi» ha dichiarato, descrivendo l’aggressione appena fuori dal suo albergo con il nipote bambino.   I facinorosi le hanno urlato «combattente di luglio». Si tratta di un riferimento preciso alla rivolta del 2024 che ha portato alle dimissioni di Sheikh Hasina, primo ministro del Bangladesh dal 2009 al 2024 nonché figlia del primo presidente e padre fondatore del Bangladesh, Sheikh Mujibur Rahman, considerata una delle donne più potenti al mondo, in esilio in India dal 5 agosto 2024, dopo essere fuggita dal Paese a seguito della violenta rivolta studentesca (1.400 morti). La Hasina, nel novembre 2025, è stata condannata a morte in contumacia – sotto il governo ad interim di Muhammad Yunus, il tanto celebrato economista del microcredito – con accuse di crimini contro l’umanità.   I bengalesi mestrini avrebbero costretto la diva loro connazionale a gridare «Joy Bangla, Joy Bangabandhu», slogan legato a Mujibur Rahman, padre dell’indipendenza e dell’Hasina. I giornali locali riportano che tra il gruppetto vi sarebbe stato pure un candidato PD alle comunali di primavera in un comune della città metropolitana. Lui nega, i connazionali più addentro al partito si indignano.   Resta, per menti semplici come la nostra, una dissonanza significativa: perché questi, se vogliono vivere in Italia e integrarsi, pensano ancora alle questioni politiche del loro Paese? Non è che intendono l’Italia come pura piattaforma per estrarre danaro – in qualsiasi modo – e rimandarlo a casa, nella loro vera patria? Non è che tutta la questione dell’immigrato che cerca l’integrazione è una balla? Non è che con gli immigrati, specie nell’impunità dei loro comportamenti giocoforza sempre più impudenti, arrivano pericoli di cui non immaginavamo l’esistenza?   Sì. Stiamo importando, con le comunità bengalesi, non solo l’islamismo (ne scriviamo poco più sotto), ma anche beghe politiche cruente, che gli immigrati non hanno nessuna intenzione di dimenticare. Anzi.   Che qualcosa non sia completamente a posto con i bengalesi lo ha percepito – incredibile dictu – persino il fumettista idolo della sinistra Zerocalcare, che nel suo ultimo cartone Netflix mostra, en passant, un bengalese incapace di parlare l’italiano che sembra indicare che dietro i negozietti di alimentari (quelli spesso lerci, oramai onnipresenti nelle città italiane, con succhi e prodotti mai visti prima che non si sa come siano arrivati lì) ci potrebbero essere trame di riciclaggio della malavita.

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Vorrei, tuttavia, andare più a fondo di queste cronache locali e nazionali, e ricordare ai lettori un’altra vicenda, forse dimenticata. Un fatto che lega l’Italia e il lontano Bangladesh nel sangue: la strage di Dacca. Vi morirono quasi una decina di cittadini italiani.   Il primo luglio 2016 un commando jihadista assalta l’Holey Artisan Bakery, locale frequentato da stranieri nel quartiere diplomatico di Gulshan, a Dacca, capitale del Bangladesh. Si tratta del classico bel posto dove è possibile incontrare gli expat, cittadini espatriati, e i loro simpatizzanti: tra le vittime, anche asiatici studenti in Occidente.  Gli assalitori, giovani bangladesi armati di fucili d’assalto e machete, presero in ostaggio gli avventori. Furono risparmiati, dicono le cronache, soprattutto quelli che sapevano recitare versetti del Corano.   Al termine dell’assedio si contano 22 morti: nove italiani, sette giapponesi, un indiano, un americano, due bangladesi e due agenti di polizia. Gli italiani, che quindi costituiscono la maggioranza nell’orrido computo delle vittime, erano giovani in gran parte imprenditori del settore tessile.   Fu l’attacco più sanguinoso nella storia del Paese. Nel 2019 un tribunale antiterrorismo di Dacca condannò a morte sette imputati e ne assolse uno. Nel decennale, il 1° luglio 2026, il presidente Mattarella ha rinnovato il cordoglio alle famiglie e chiesto rigore nel contrasto al terrorismo.   Anche per l’Italia, si tratta del più grave attacco terroristico subito da anni. L’11 settembre morirono nelle Torri Gemelle 10 italiani, a Nassiriya il 12 novembre 2003 furono trucidati 19 italiani, di cui 17 militari – tuttavia, trattandosi di una base militare nell’Iraq appena «liberato» dai baathisti, definirlo come puramente un massacro jihadista è difficile.   La strage di Dacca è diversa: i terroristi – o giovani di famiglie benestanti, con studi in costose scuole private – formalmente appartenevano a Jamaat-ul-Mujahideen Bangladesh (JMB), un gruppo jihadista locale messo fuori legge dal governo bengalese (che con ostinazione nega altre piste…) nel 2005, tuttavia arrivò subito la rivendicazione dell’ISIS, che pure diffuse anche le foto dei commando. Le due cose non si escludono, perché il JMB aveva giurato fedeltà allo Stato Islamico.   Non è stato, insomma, un massacro appetitivo, ma un’operazione con una programmazione minuziosa, pure internazionale – perché vai a capire dove i fili che tiravano, e tirano, l’ISIS  vanno a finire.   E quindi ci si chiede se, colpendo la Holey Artisan Bakery, non si volesse, per qualche ragione, colpire l’Italia stessa. Il locale si trovava a circa 200 metri dall’ambasciata d’Italia. Un italiano vi lavorava. Nella pasticceria c’erano al momento dell’attentato 11 cittadini italiani. Altri casi del passato permettono di capire la logica del bersaglio: la strage di Bali, rivendicata da una sigla di al-Qaeda nel 2002, con 202 morti, trucidò persone da 21 Paesi diversi, la stragrande maggioranza  giovani turisti stranieri in vacanza: 88 australiani, 28 britannici, 7 americani, 6 tedeschi, 5 svedesi, 4 olandesi, 4 francesi e pure un italiano.   Se quindi la mente del terrore avesse scelto di colpire l’Italia, c’è da domandarsi se fosse un lucido segnale riguardo alla fine del «Lodo Moro» in una sua versione più estesa, e segreta, che riguardava in genere il terrorismo islamista.

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Il «lodo Moro» è il presunto accordo segreto, verbale, stretto all’inizio degli anni Settanta (di solito si indica il 1973) tra l’Italia e i gruppi palestinesi, in particolare il Fronte Popolare, stipulato da Aldo Moro, allora ministro degli Esteri, e il garante era il colonnello capocentro dei servizi segreti italiani a Beirut. Secondo la versione più diffusa, l’Italia tollerava il transito di armi e militanti palestinesi e in cambio il Paese restava fuori dagli attentati. Altri ricostruiscono un patto più limitato, di semplice «neutralizzazione» del territorio, senza immunità.   L’intesa sarebbe entrata in crisi nel 1979 con i lanciamissili sequestrati a Ortona e l’arresto del palestinese Abu Anzeh Saleh. Da qui la «pista palestinese» sulla strage di Bologna del 2 agosto 1980 (85 morti), sostenuta anche da Cossiga nel 2008, poi archiviata dai magistrati bolognesi nel 2015, dopo le condanne definitive degli esponenti neofascisti.   L’esistenza del patto resta però uno dei nodi più discussi della storia repubblicana: c’è da domandarsi se, forse non Moro ma altre figure filo-islamiche (come Andreotti, che fa costruire la più grande moschea fuori dall’Islam a Roma…) non siano riusciti, riuscendo pure a mantenere tutto riservatissimo, ad allargare la protezione degli italiani contro gli attentati di matrice islamista, magari proprio grazie alla capacità di parlare con i veri pupari dietro ISIS, al-Qaeda, etc. In cambio di cosa, abbiamo paura anche solo a pensarlo.   È solo un’ipotesi, che potrebbe spiegare perché in tanti anni, nonostante l’attiva partecipazione delle nostre truppe in Afghanistan e in Iraq (e in Libano…) non abbiamo visto eccidi terroristici di connazionali come invece è capitato ad altri, americani, britannici (come il massacro del 7 luglio 2005, 52 morti) e perfino spagnoli (strage di Atocha, 2004, 192 morti).   Tuttavia il punto qui è un altro: la violenza jihadista si è abbattuta sugli italiani, in modo netto e tutto sommato inaspettato, per mano bengalese. È un nodo ulteriore, dimenticato, che l’immigrazione massiva, partiticamente garantita, dall’ex Pakistan orientale potrebbe far rispuntare. Del resto, la globalizzazione terzomondiale, cioè l’invasione massiva programmata, cioè la costruzione di un sistema di anarco-tirannia in Occidente, questo fa: non integra, ma disintegra. I problemi, anche politici, anche terroristici, degli immigrati divengono i nostri.   Quello del jihadismo bengalese non è un problema di cui attualmente si discute. Non siamo sicuri che non se ne discuterà. Intanto, erigete loro pure una moschea.   Roberto Dal Bosco  

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