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Birmania, i Rohingya presi di mira anche dai buddisti dell’Arakan Army

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Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di AsiaNews. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

Nonostante il blocco di internet imposto dalla giunta golpista, le Nazioni unite parlano di «rapporti spaventosi e inquietanti» sugli attacchi contro la popolazione civile di etnia Rohingya. Negli ultimi mesi la giunta golpista, sempre più in difficoltà sul campo, ha alimentato le tensioni interetniche, arruolando (anche in maniera forzata) i Rohingya contro la milizia etnica locale. Una tragedia che sta riportando il Paese ai tempi delle violenze settarie.

 

Le atrocità commesse negli ultimi mesi nello Stato birmano occidentale del Rakhine sembrano essere il preludio di una nuova fase di violenze che potrebbe investire l’intero Myanmar una volta terminato il conflitto civile tra le milizie etniche e l’esercito.

 

Da giorni, diversi rappresentanti delle Nazioni unite parlano di «rapporti spaventosi e inquietanti» sugli attacchi contro la popolazione civile di etnia Rohingya da parte della giunta militare ma anche della milizia etnica locale, l’Arakan Army, che controlla gran parte del territorio del Rakhine.

 

«Ancora una volta, il mondo sembra deludere un popolo disperato nel momento del pericolo, mentre si svolge un disastro disumano guidato dall’odio nello Stato Rakhine», dove «stanno emergendo notizie allarmanti e credibili di omicidi, sparizioni forzate e diffusi incendi dolosi», ha dichiarato Tom Andrews, relatore speciale delle Nazioni unite per i diritti umani in Myanmar.

 

Circa 45mila civili Rohingya, secondo i dati diffusi dall’ONU, sono sfollati dopo che una serie di incendi sono divampati nella città di Buthidaung e dintorni, distruggendo case e campi coltivati.

 

I Rohingya hanno puntato il dito contro l’Arakan Army, che a sua volta ha incolpato gli attacchi aerei della giunta militare. Le immagini satellitari hanno confermato la devastazione causata dagli incendi tra aprile e maggio, ma il blocco di internet imposto dall’esercito birmano impedisce di ottenere informazioni certe e verificate.

 

L’Arakan Army ha però conquistato la città e ha ora esteso i combattimenti alla vicina municipalità di Maungdaw, dove esistono «rischi chiari ed evidenti di una grave diffusione della violenza», ha affermato nei giorni scorsi Liz Throssell, portavoce dell’Ufficio dell’Alto commissario delle Nazioni unite per i diritti umani.

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Come aveva segnalato l’International Crisis Group in un rapporto pubblicato a inizio mese, da tempo stavano montando le tensioni tra l’Arakan Army, dominato da combattenti di etnia Rakhine e fede buddhista, e i Rohingya, di fede musulmana.

 

A differenza di altre parti del Paese, gli scontri nel Rakhine sono scoppiati a novembre dopo che l’Arakan Army ha deciso di unirsi ad altre milizie etniche in un’offensiva congiunta contro l’esercito birmano. Fino ad allora aveva sostanzialmente retto (tranne che per un periodo di qualche mese nella seconda metà del 2022) un cessate il fuoco firmato appunto tra l’Arakan Army e l’esercito birmano, responsabile del colpo di Stato che a febbraio 2021 ha dato avvio al conflitto.

 

Da allora le milizie etniche (che combattono per maggiore autonomia nei loro territori dai tempi dell’indipendenza dall’impero britannico nel 1948) si sono unite tra di loro e ad altri gruppi armati contro il regime militare, che appare sempre più in difficoltà.

 

L’Arakan Army da sempre si batte per uno Stato di etnia Rakhine. Ma nella regione vivono anche 600mila Rohingya, a cui il governo birmano nega la cittadinanza, considerandoli immigrati illegali dal Bangladesh. Nel 2017 furono il principale obiettivo di una campagna di repressione dell’esercito che oggi è oggetto di un processo per genocidio da parte delle Nazioni unite. Almeno 750mila persone scapparono nel vicino Bangladesh per sfuggire alla persecuzione.

 

Eppure, nonostante ciò, molti Rohingya negli ultimi mesi si sono uniti alle fila dell’esercito per combattere contro l’Arakan Army, dopo che a febbraio la giunta militare, a corto di uomini dopo tre anni di combattimenti, ha imposto a uomini e donne la leva obbligatoria.

 

La maggior parte del reclutamento è forzato, ma alcuni Rohingya si sono arruolati volontariamente, si legge nel rapporto dell’International Crisis Group: «anche se la paura e la rabbia nei confronti dell’Arakan Army sembrano essere parte della loro motivazione, il regime avrebbe anche lanciato la prospettiva di salari regolari e, almeno in alcuni casi, la promessa di cittadinanza. Anche influenti leader della comunità Rohingya vicini ai militari hanno incoraggiato i giovani ad arruolarsi».

 

L’esercito birmano ha quindi alimentato le tensioni intercomunitarie per indebolire l’Arakan Army, collaborando per esempio anche con l’Arakan Rohingya Salvation Army – una milizia che i militari avevano designato come «organizzazione terroristica» e i cui attacchi contro le forze dell’ordine nel 2017 avevano dato il pretesto per l’inizio della campagna di repressione contro i Rohingya.

 

Twan Mrat Naing, il leader dell’Arakan Army ha in più occasioni definito i Rohingya «bengalesi», in maniera dispregiativa. Questa retorica ha infiammato la situazione, al punto che i militari sono riusciti ad attrarre nuovi combattenti anche dai campi profughi Rohingya in Bangladesh.

 

«Fonti nei campi hanno riferito a Crisis Group che negli ultimi mesi migliaia di aspiranti combattenti hanno attraversato il confine con il Myanmar, compresi bambini di quattordici anni; questa campagna di reclutamento si è intensificata drammaticamente negli ultimi giorni, con l’arruolamento di ben 500 rifugiati», scrive ancora il centro di ricerca. «Mentre alcuni Rohingya stanno rispondendo agli appelli per lottare per una propria patria, la maggior parte delle reclute sono state costrette a prestare servizio contro la loro volontà. Questo reclutamento forzato avviene apertamente nei campi, ma le forze dell’ordine del Bangladesh hanno fatto poco per fermarlo».

 

Gli attacchi contro i civili da parte dell’Arakan Army rischiano di alimentare l’arruolamento dei Rohingya e il ciclo di violenza. Diversi osservatori hanno affermato che l’attuale situazione ricorda quella che si era creata tra il 2012 e il 2017, quando il Rakhine era scosso da violenze settarie.

 

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Renovatio 21 offre questo articolo per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

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Immagine del 2017 di VOA

Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

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Geopolitica

Putin e Trump parlano al telefono

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Il presidente russo Vladimir Putin ha avuto un colloquio telefonico con il suo omologo statunitense Donald Trump mercoledì, durante il quale i due leader hanno affrontato temi quali il conflitto in Ucraina e la crisi nel Golfo Persico, secondo quanto riferito da Yury Ushakov, collaboratore del Cremlino.   Nel corso della conversazione, Putin ha espresso il suo sostegno a Trump in seguito all’ultimo attentato alla vita del presidente americano avvenuto sabato durante la cena dei corrispondenti della Casa Bianca. Il leader russo ha «condannato fermamente» l’incidente, sottolineando che «la violenza politica è inaccettabile in qualsiasi forma», ha riferito Ushakov ai giornalisti.   Il presidente russo ha appoggiato la decisione di Trump di estendere il cessate il fuoco con l’Iran, mettendo in guardia contro una ripresa delle ostilità tra la parte statunitense-israeliana e Teheran. Mosca è pronta a mediare nella situazione di stallo e mantiene contatti con tutte le parti, ha affermato Putin secondo Ushakov.

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«Allo stesso tempo, il presidente russo ha sottolineato le inevitabili e gravissime conseguenze non solo per l’Iran e i suoi vicini, ma per l’intera comunità internazionale, qualora Stati Uniti e Israele dovessero ricorrere nuovamente all’uso della forza. E, naturalmente, un’operazione di terra sul territorio iraniano è considerata un’opzione assolutamente inaccettabile e pericolosa», ha affermato il collaboratore.   Putin e Trump hanno discusso a lungo anche del conflitto in Ucraina e degli sforzi per porre fine alle ostilità, ha aggiunto Ushakov. I due presidenti «hanno espresso valutazioni sostanzialmente simili sul comportamento del regime di Kiev guidato da Zelens’kyj», che è stato «incitato e sostenuto dagli europei» per prolungare il conflitto a qualsiasi costo.   «Il presidente americano ha sottolineato l’importanza di una rapida cessazione delle ostilità e la sua disponibilità a facilitarla in ogni modo possibile. I suoi rappresentanti continueranno i contatti sia con Mosca che con Kiev», ha aggiunto Ushakov.   Durante la conversazione, durata oltre 90 minuti e avviata dalla parte russa, il leader statunitense ha elogiato la recente tregua pasquale annunciata da Mosca. Putin, a sua volta, ha proposto di dichiarare un cessate il fuoco temporaneo con Kiev in occasione delle imminenti celebrazioni del Giorno della Vittoria, ha riferito Ushakov.   «Trump ha sostenuto attivamente questa iniziativa, sottolineando che la festività commemora la nostra vittoria comune sul nazismo nella seconda guerra mondiale», ha aggiunto. Parlando con i giornalisti alla Casa Bianca, Trump ha affermato di aver avuto una «ottima conversazione» con Putin, «soprattutto sull’Ucraina».   «Penso che troveremo una soluzione relativamente in fretta, spero. Penso che vorrebbe vedere una soluzione, ve lo posso assicurare, e questo è positivo», ha detto il presidente degli Stati Uniti.

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Geopolitica

L’Afghanistan accusa il Pakistan di crimini di guerra per i nuovi attacchi

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L’Afghanistan ha accusato il Pakistan di «crimini di guerra imperdonabili» per gli attacchi aerei condotti lunedì nella provincia orientale di Kunar, che, secondo le autorità, hanno causato almeno sette morti e oltre 70 feriti, oltre a gravi danni a un’università locale.

 

Nonostante la tregua formale siglata tra i due Paesi alla fine di marzo, continuano a verificarsi scontri a bassa intensità al confine tra Afghanistan e Pakistan. Le ostilità si sono riacutizzate lunedì, quando, secondo quanto riferito da funzionari afghani, l’esercito pakistano ha bombardato diverse postazioni civili nella regione di Kunar, tra cui l’Università afghana Sayed Jamaluddin.

 

Nell’attacco sono rimasti feriti circa 30 tra studenti e professori, e l’istituto stesso ha subito ingenti danni. Sette persone sono state uccise e circa 40 ferite in diverse province a seguito di ripetuti attacchi di artiglieria e missilistici, secondo quanto riferito dalle autorità.

 

Secondo Hamdullah Fitrat, vice portavoce dei talebani, che hanno preso il potere in Afghanistan nel 2021, gli attacchi hanno costituito «crimini di guerra imperdonabili».

 

La versione di Kabullo è stata contestata dal Ministero dell’Informazione e della Radiodiffusione pakistano, il quale ha affermato che le accuse di aver colpito l’università erano una «palese menzogna». Il ministero non ha negato esplicitamente altri attacchi condotti nella regione di Kunar, limitandosi ad affermare che gli obiettivi del Pakistan sono «precisi e basati sull’Intelligence».

 

Pakistan e Afghanistan si sono scontrati per settimane dopo che Islamabad ha dichiarato «guerra aperta» ai talebani a febbraio. Il Pakistan ha attaccato obiettivi militari e altre postazioni nel cuore del Paese, inclusa la capitale Kabul, mentre le autorità afghane lo hanno ripetutamente accusato di aver condotto attacchi indiscriminati contro i civili.

 

Sebbene le due parti abbiano raggiunto una tregua alla fine di marzo, le ostilità a bassa intensità sono continuate lungo il confine poroso tra i due Paesi, che attraversa in gran parte regioni remote. Islamabad accusa da tempo il governo talebano afghano di dare rifugio a vari gruppi militanti che conducono regolarmente incursioni transfrontaliere e attacchi terroristici nel Paese.

 

Kabullo, tuttavia, ha sempre respinto tali accuse.

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Smotrich: Trump appoggia il furto di terre da parte di Israele in Cisgiordania

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L’espansione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania procede con il pieno appoggio degli Stati Uniti, ha dichiarato la settimana scorsa al Jerusalem Post il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, illustrando la sua campagna per affermare la sovranità sull’intera area in coincidenza con il 78° anniversario dell’indipendenza del Paese.   In passato, nei tentativi di Israele di consolidare il controllo in Cisgiordania, gli Stati Uniti avevano insistito sul mantenimento della stabilità nella regione, precisando che il presidente Donald Trump non sosteneva un’annessione completa. Lo Smotrich ha invece sottolineato che Israele beneficia di «pieno coordinamento e pieno sostegno da parte del governo e dell’attuale amministrazione statunitense per tutto ciò che riguarda la costruzione, la regolamentazione e la sicurezza in Cisgiordania».   Il ministro di estrema destra guida l’Amministrazione degli insediamenti, organismo del ministero della Difesa creato nel 2023 che si occupa delle questioni relative agli insediamenti in Cisgiordania e favorisce la realizzazione di alloggi e abitazioni nella zona. Le sue posizioni a favore dell’annessione della Cisgiordania provocano regolarmente forti condanne internazionali e critiche per il danno provocato alla reputazione globale di Israele.   In un’intervista al giornale gerosolomitano, lo Smotrich ha elogiato il coordinamento del Paese con Trump, affermando che tutte le azioni intraprese in Cisgiordania sono state coordinate con il presidente, insieme al segretario di Stato americano Marco Rubio e all’ambasciatore statunitense in Israele Mike Huckabee, noto cristiano sionista.   Lo Smotrich ha osservato che, sebbene Trump non avesse ancora appoggiato l’applicazione della sovranità israeliana su tutte le parti della Cisgiordania, sperava che «avremmo avuto successo anche in questo». «Anche durante la precedente amministrazione abbiamo fatto delle cose, ma certamente in quella attuale riceviamo un grande sostegno, un appoggio completo», ha detto il ministro sionista.   Il leader del partito sionista religioso israeliano afferma che Netanyahu appoggia l’espansione degli insediamenti in Cisgiordania. Interrogato sul sostegno del primo ministro al suo operato di ampliamento degli insediamenti, Smotrich ha risposto: «Credete che potrei fare qualcosa senza Netanyahu?». Tutto è stato approvato tramite decisioni del gabinetto e del governo, in pieno coordinamento con lui, ha aggiunto.   «Questa è la politica del nostro governo. La guido io, ma ho il pieno appoggio di tutti», ha spiegato. «La Giudea e la Samaria sono innanzitutto parte del popolo ebraico e dello Stato di Israele, e sono fondamentali per la nostra sicurezza».   Secondo gli accordi di Oslo degli anni Novanta tra Israele e l’Autorità Palestinese, la Cisgiordania è stata suddivisa in tre zone: A, B e C, con l’area C sottoposta al pieno controllo israeliano. I circa 500.000 coloni israeliani risiedono principalmente nell’Area C e la maggior parte degli insediamenti è ritenuta legale secondo la legge israeliana, essendo stata realizzata su terreni statali in seguito a decisioni governative.   La richiesta di sovranità israeliana sull’intera Cisgiordania, avanzata da ministri di destra, ha attirato dure critiche e condanne da parte di leader di vari Paesi nel mondo. Dall’inizio del mandato dell’attuale governo nel 2022, oltre 51.000 unità abitative hanno ricevuto l’approvazione per il deposito cauzionale e l’autorizzazione definitiva in Cisgiordania, secondo i dati forniti dall’ufficio di Smotrich alla fine del 2025.   Interrogato sulle reazioni internazionali e sui danni alla reputazione del Paese derivanti dall’espansione degli insediamenti, Smotrich ha sostenuto che oggigiorno le condanne sono «molte meno numerose». «Stiamo creando insediamenti e questi vengono sostenuti. In passato, anche la costruzione di 50 unità abitative avrebbe portato all’esproprio. Oggi è molto diverso».   Smotrich nell’intervista ha sostenuto che i Paesi contrari agli insediamenti in Cisgiordania «di solito condannano anche le guerre di Israele contro Hamas a Gaza, contro Hezbollah in Libano e contro l’Iran». «E ci sono paesi, soprattutto in Europa, che sono stati influenzati dall’islamismo. I loro leader attaccano politicamente Israele e si schierano dalla parte sbagliata della storia, dalla parte dell’asse sciita», ha affermato.   «Non è una novità che i Paesi, a volte, per ragioni di politica interna, scelgano di schierarsi dalla parte del male anziché del bene». I palestinesi di Gaza e della Cisgiordania fanno parte dell’«asse del male» iraniano. «La Giudea e la Samaria sono proprio come Gaza, e Hezbollah in Libano è proprio come l’Iran. Stiamo lottando per il nostro diritto a vivere», ha proseguito Smotrich. «Alla vigilia del Giorno dell’Indipendenza, lottiamo per il diritto di vivere come Stato Ebraico sovrano nella nostra patria storica».   «Purtroppo ci sono Paesi che scelgono la parte sbagliata, ma grazie a Dio gli Stati Uniti, guidati dal presidente Trump, stanno percorrendo un cammino di giustizia e moralità e sono al fianco di Israele in questa lotta esistenziale», ha aggiunto.   Interrogato sull’aumento della violenza estremista ebraica contro i palestinesi della Cisgiordania, che ha provocato attacchi violenti e atti di vandalismo, Smotrich ha risposto che «la campagna sulla violenza dei coloni è una delle più grandi campagne false che esistano». «La popolazione dei coloni è una delle meno violente», ha insistito, precisando che chi commette «violenza da parte dei coloni» rappresenta solo una piccola parte degli abitanti della Cisgiordania.   «In ogni società esistono piccoli casi marginali di violenza, a Tel Aviv, Ra’anana, Gerusalemme, New York, Manhattan, Florida. Esiste ovunque», ha affermato. «La popolazione dei coloni è rispettosa della legge, responsabile e disciplinata; una popolazione che ha vissuto sotto il terrore per molti anni e che continua a reagire con moderazione merita un riconoscimento».   Lo Smotrich ha quindi dichiarato che Israele affronta qualsiasi episodio di violenza attraverso la polizia e i tribunali, «come fa ogni Stato democratico». «Ma c’è una campagna che prende casi marginali e li gonfia per delegittimare Israele nel suo complesso», ha affermato.   Il ministro ha rilasciato l’intervista al quotidiano gerosolomitano dopo la ricostruzione dell’insediamento di Sa-Nur in Cisgiordania, avvenuta domenica, oltre vent’anni dopo il suo sgombero nell’ambito del piano di disimpegno israeliano. Più di una dozzina di famiglie vi si sono già stabilite. Alla cerimonia di reinsediamento hanno partecipato il Ministro della Difesa Israel Katz, membri del governo e attivisti locali di origine coloniale.   «Le famiglie sono già lì e molto presto, con l’aiuto di Dio, porteremo anche altri insediamenti», ha detto Smotrich a proposito di Sa-Nur. «Stiamo fondando numerosi insediamenti, stabilendo principi e costruendo infrastrutture. Oltre al fatto che questa è la nostra terra e che abbiamo diritti storici, nazionali e biblici su di essa, si tratta anche della zona cuscinetto di sicurezza di Israele».   Come riportato da Renovatio 21, lo Smotrich promuove la conquista della Striscia di Gaza. Nel maggio 2025 Smotrich è intervenuto su Canale 12 TV dichiarando che Israele occuperà completamente la Striscia di Gaza, dicendo praticamente agli israeliani che dovrebbero dimenticare gli ostaggi rimasti nelle mani di Hamas.   Durante la recente cerimonia di Sa-Nur, Smotrich ha dichiarato di aver chiesto a Netanyahu di ordinare alle Forze di Difesa Israeliane (IDF) di prepararsi immediatamente alla conquista completa della Striscia di Gaza e di stabilire anche insediamenti israeliani nella zona: «abbiamo bisogno di confini più ampi a Gaza, in Libano e in Siria. Dobbiamo avere confini difendibili; le linee del 1967 non lo sono; non tengono conto della topografia o della geografia».   «Negli ultimi due anni e mezzo siamo diventati ancora più forti», ha affermato. «Ringraziamo Dio e ricordiamo coloro che hanno pagato il prezzo più alto per la nostra indipendenza. Ringraziamo anche coloro che sono stati al fianco di Israele dal suo riconoscimento alle Nazioni Unite fino ad oggi».   «Per 78 anni abbiamo lottato per la nostra esistenza, crescendo, sviluppandoci e diventando una potenza regionale in ambito tecnologico, economico, della difesa, accademico e culturale. Continuiamo a rafforzare Israele spiritualmente, moralmente, economicamente e militarmente».   Smotrich ha affermato di battersi per la sovranità «in collaborazione con tutti coloro che stanno dalla parte del bene e, grazie a Dio, l’attuale amministrazione statunitense è tra i maggiori sostenitori di questo principio».   Oramai tutti riconoscono che si tratta del governo più estremista della Storia di Israele, sostenuto da sionisti religiosi e secolaristi, con tinte messianiche che interesserebbero lo stesso Netanyahu. Sullo sfondo, sempre più distintamente, l’idea del «Grande Israele», dove lo Stato degli ebrei si estende in tutta la regione.   In un documentario prodotto dal canale televisivo franco-tedesco Arte, intitolato Israele: estremisti al potere, lo Smotrich chiede a Israele di espandere i suoi confini fino a Damasco durante un’intervista filmata, dove afferma che Israele dovrebbe «espandersi poco a poco» e, a quanto si dice, dovrebbe incorporare parte o tutta l’attuale Giordania, Libano, Egitto, Siria, Iraq e Arabia Saudita. «È scritto che il futuro di Gerusalemme è espandersi fino a Damasco», ha affermato.  

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Come riportato da Renovatio 21, lo Smotrich aveva già citato il concetto in un servizio commemorativo per un attivista del Likud a Parigi. Parlando da un podio decorato con una mappa di Israele che includeva la Giordania, aveva affermato che il popolo palestinese «non esisteva».   Come riportato da Renovatio 21 ad agosto 2024, Smotrich ha espresso il suo sostegno al blocco degli aiuti a Gaza, affermando che «nessuno ci permetterà di far morire di fame due milioni di civili, anche se ciò potrebbe essere giustificato e morale, finché i nostri ostaggi non saranno restituiti».   Alla fine di febbraio 2024, il ministro sionista aveva affermato che lo Stato di Israele avrebbe dovuto «spazzare via» il villaggio palestinese di Huwwara, dopo che era stato oggetto di una violenta aggressione da parte dei coloni israeliani. Mesi prima lo Smotrich aveva legalizzato 5 nuovi insediamenti di coloni ebraici. A inizio dell’anno passato aveva dichiarato che cacciare il 90% degli abitanti di Gaza «non costa nulla».   Smotrich, assieme ad altri partiti sionisti, aveva annunciato di essere pronto a lasciare il governo (facendolo quindi cadere) qualora Netanyahu accettasse la tregua con Hamas proposta dapprima dal presidente americano Biden.   Come riportato da Renovatio 21, un mese fa lo Smotrich aveva chiesto l’annessione del Libano meridionale.  

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